Antonio Franchini, Gli ultimi due italiani di Kobarid, in La storia siamo noi



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23.05.2018
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Antonio Franchini, Gli ultimi due italiani di Kobarid, in La storia siamo noi. Neri Pozza, 2008
Kobarid è subito dietro il confine. Ci vuole tanto ad arrivarci, al confine orientale, ma una volta raggiunto è fatta.

Bisogna passare tutti i fiumi della pianura veneta, prima d'incrociare l'Isonzo. Adige, Brenta, Piave, Livenza, Tagliamento, Natisone. A cominciare dal Tagliamento i greti diventano bianchi e un fiume dal greto bianco - ma veramente, completamente bianco - si trasforma subito in un'altra cosa. In un'emozione, prima, poi in un simbolo. Di libertà, normalmente, quando lo vedi, se non addirittura di una certa abbacinata sregolatezza e, quando ne sei lontano, nell'emblema di una cosa perduta.

Lo scrisse per primo Hemingway che quei greti erano bianchi e incisi da fresche vene d'acqua. Lo scrisse alla maniera sua, che subito evocava tanto la sorpresa della scoperta quanto la pena della perdita e sempre le mescolava fino a renderle indissolubili.

E poi lo scriveva Pasolini, tutte le volte che nominava i suoi posti. Scriveva che lui e gli amici facevano il bagno nei torrenti e prendevano il sole nudi sui greti bianchi. Una volta l'avevo letto anche a proposito di Michelstaedter. Per significare che Michelstaedter era un giovane sano e non esistevano motivazioni organiche al suo suicidio a ventitré anni, trovai scritto da qualche parte che era un ragazzo assai bello e un forte nuotatore abituato alle acque fredde e ai ciottoli bianchi dell'Isonzo.

Come se un greto bianco potesse essere anche un simbolo di salute. Invece basterebbero queste tre sole occorrenze per collegarlo, piuttosto, alla morte.

Ungaretti l'aveva messo primo de I fiumi, l'Isonzo che «scorrendo mi levigava come un suo sasso». Poi un giorno lo dissero a me, prendi la canoa e vai sull'Isonzo, l'acqua è turchese e il fondo è bianco, ti sembrerà di pagaiare in una piscina. Ed è pieno di trote enormi perché nessuno le pesca.

A Kobarid si entra attraverso un lungo viale alberato e prima della piazza c'era, teso tra i tigli, uno striscione di benvenuto con su scritto, sui due lati, dobrodosli e nasvidenje, che, così, come suono, ricorda subito qualcosa di russo. Ci sentivi già dentro un dasvidania. Come a dire che, appena passata Cividale, si avvertiva aria di Mosca.

Infatti si chiamava cortina di ferro, ma quando ci arrivai la prima volta l'impero si era dissolto, la Slovenia aveva raggiunto l'indipendenza senza spargimenti di sangue, la situazione veniva considerata sotto controllo.

«Un paese tranquillo di poche case e una chiesa col campanile bianco». Da Addio alle armi non era cambiato niente.

Del paese rimaneva poco, oltre la piazza con quella stessa chiesa e l'albergo Topli Val che esibiva davanti all'ingresso una rastrelliera piena di canoe, per segnalare quale doveva considerarsi la principale attrazione della valle.

Nonostante le case avessero tutte i balconi infiorati all'uso austroungarico e le pareti tinteggiate di teneri colori pastello secondo uno stile similprovenzale, si avvertiva come poggiato su ogni cosa un invincibile senso di tristezza che all'inizio attribuii al tempo incerto e all'ora serale, poi, quando finalmente individuai il campeggio, al silenzio che vi regnava, alle luci fioche che vi avevano installate, alla svogliata laconicità del ragazzo che lo gestiva, al fiume che non si vedeva, la riva era troppo alta e non si riusciva a scendere per sentire da vicino il rassicurante fremito dell'acqua.

Pensai alla neghittosità di molti lavoratori nei paesi ex socialisti, alla depressione che deve gravare sopra un paese che ha vissuto o soltanto sfiorato una guerra civile.

A tutto pensai tranne alla ragione che più mi avrebbe ossessionato nei giorni e negli anni a venire. Non che non lo sapessi, ma forse allora mi sembrava trascurabile che Kobarid fosse stata per noi - e ancora fosse - Caporetto.

Lo misi a fuoco il pomeriggio del giorno seguente, quando andai a visitare il museo della guerra, l'unica cosa che ci fosse da vedere in paese, il luogo in cui espositori e teche nobilitavano la massa di reperti che si potevano trovare ancora dappertutto sulle montagne, come se la terra continuasse a generare bossoli, armi, schegge di shrapnel, elmetti, gamelle, borracce - i denti del drago, la mala semenza della guerra quando arriva ad assimilarsi, per regolare continuità, al frutto della semina e, per ineluttabile coazione, al parto spontaneo della natura.

Come le ferite nella carne hanno bisogno di tempo per essere assorbite, così anche la terra spurga, per decenni. Nell'ingresso del museo, sul cortile acciottolato, stavano proiettili di obice, e su una parete un grande pannello che riproduceva i volti dei soldati. Quelle facce erano particolari ingranditi delle foto di gruppo esposte nelle sale, quasi per non dimenticarsi che le truppe avanzano e retrocedono sui plastici, nelle cartine che mostrano schieramenti e linee d'attacco per soddisfare la curiosità dei cultori di strategia, una delle specializzazioni più capziose della storia, ma erano fatte di singoli ed erano singoli coloro che morivano, e avevano facce e corpi e gli stessi identici sogni che avremmo avuto noi al loro posto e pensavano cose simili a quelle che, messi nelle stesse condizioni, penseremmo noi.

Sulla parete opposta, due file di croci di pietra, inchiodate al muro da staffe di ferro, le croci sgretolate prese dai tanti cimiteri dei dintorni. Lì ho capito perché i cimiteri militari commuovono più degli altri, perché soltanto nei cimiteri militari le tombe sono tutte uguali e rendono veramente l'idea della forza livellatrice della morte.

«L'abbiamo pensato come uno specchio» mi avrebbe spiegato il signor Cimpric, il vicedirettore, «la vita che si riflette nella morte». Il signor Cimpric: alto, nodoso, baffi chiari, pelata e portamento rigido da militare austroungarico, un uomo che poteva essere benissimo uno di quei soldati sceso dalla cornice di una foto per incarnarsi in uno dei tanti contemporanei inadeguati al proprio tempo.

«I discendenti di questo soldato» continuava indicando l'unica croce che al centro dei due bracci conservasse ancora intatto il tondo di ceramica con l'immagine del caduto, «vengono da un piccolo paese, Krems sul Danubio. Tornano qui tutti gli anni e festeggiano portando bottiglie di vino bianco».

Ma perché l'Isonzo, che qui in Slovenia si chiama Soca e quando compare, all'improvviso, abbacina la vista come un incredibile lampo azzurro, non comunica subito l'esplosione di gioia che spetterebbe a quella limpidezza, al suo colore di fluida festa?

Ma su te, misero, ahimè, s'addensa

un tremendo uragano, una bufera immensa

dal caldo meridione infuriando verrà

e strage alla pianura ferace recherà

che la sua corrente disseta.

E quel giorno, ahimè, lontano non è!

Su te il ciel sereno s'inarcherà,

ma intorno grandine di piombo cadrà

e sangue a fiotti e di lacrime un torrente

e lampi e tuoni - oh che battaglia ardente!

Qui all'urto delle spade affilate

le tue acque di rosso saranno colorate:

il nostro sangue a te scorrerà,

quello nemico ti intorbiderà!

Rammenta, chiaro Isonzo, allora

ciò che il cuore ardente implora.

La traduzione in rime baciate fa sorridere, ma se si facesse un'antologia universale della poesia veggente, la lirica Soci («All'Isonzo») del poeta nazionale sloveno Simon Gregorcic, detto l"«usignolo di Gorizia», starebbe sulla copertina. Questa poesia fu composta nel 1879 e, per quel che riuscì a leggere del futuro, abolisce ogni altra considerazione. E fa soltanto paura.

Nei luoghi in cui gli uomini hanno patito a migliaia, la sofferenza aderisce a piante e rocce, impasta la terra, tinge l'acqua. Qui la maledizione stava sospesa decenni prima dell'ecatombe e resta intatta nei decenni successivi. Neppure il sole la dissecca, quando il sole c'è, e da queste parti c'è di rado e i tetti sui quali di rado sfolgora sono fatti ancora con la lamiera delle trincee.

Di quell'assenza di luce si lamentava la fotografa che stava al campeggio da tre giorni e non era riuscita a fare una sola foto del servizio che le aveva commissionato una rivista di viaggi. La sera stessa dell'arrivo l'accompagnai in paese perché il suo fidanzato le aveva chiesto di procurargli una scatola di «pastela Gavrilovic». Rideva: «Dev'essere una schifezza, una specie di spuma di prosciutto, ma a lui ricorda un viaggio che aveva fatto da ragazzo in Jugoslavia. Negli anni Settanta. Non avevano soldi ed era l'unica cosa che si potevano permettere».

Per la strada bagnata da un velo di pioggia sottile non passava più nessuno, la bottega degli alimentari era chiusa, ma dalla vetrina opaca una pila di scatolette di pastela Gavrilovic rassicurò la ragazza sulla effettiva continuità delle tradizioni in una terra che adesso si proponeva ai turisti come rurale, arcaica, antistress.

Il primo giorno facemmo un tratto di fiume facile in una giornata blanda e grigia, ma continuavo a distrarmi fissando lo sguardo più sui fianchi delle montagne graffiate dal taglio regolare delle strade incise dagli alpini che sul tessuto mobile della corrente.

Il secondo giorno vedemmo le prime rapide impegnative e il terzo affrontammo una sezione con dislivelli significativi e flutti potenti, quelli che si annunciano di lontano col fragore dell'acqua, afferrano l'imbarcazione e fanno sparire l'immediato orizzonte in un velo di gocce, in un precipizio di onde. Lì feci il primo bagno, disarcionato sul più bello, e sperimentai quanto la temperatura fosse gelida. Durante la discesa ci fermavamo ogni tanto per fare i soliti esercizi, entrate in corrente, entrate in morta, traghetti, ma benché le condizioni apparissero ideali per allenarsi, ero assorbito da altri pensieri e non riuscivo a vedere né il lato sportivo né quello turistico o contemplativo della faccenda.

Non è possibile godere senza rimorso del privilegio dell'acqua trasparente sapendo che i migliaia che sono venuti qui prima di te non avevano nessuna idea di cosa quest'acqua fosse e non volevano neppure averla. L'unico sentimento che provavano, vedendola, era l'angoscia di allungarla col loro sangue.

Al museo della guerra le facce degli italiani si riconoscevano subito in mezzo a quelle tedesche, ungheresi, tartare, addirittura, di soldati venuti a morire su questo fronte dalle province più remote dell'impero. Avevano tratti così italiani i fanti e gli alpini, e così stranieri, per noi, gli altri; avevano barbe, baffi, pizzetti italiani gli uni, e favoriti, basette, baffi austriaci messi in piega dal sego gli altri. Ma non è una regola matematica, anche se c'è chi giura sui fondamenti scientifici della fisiognomica. Un bellissimo, malinconico giovane bruno, con i capelli perfettamente stirati e spartiti in due onde da una scriminatura centrale, sembrava un ritratto classico della Secessione viennese, i suoi lineamenti sospesi tra un disegno di Aubrey Beardsley e un dipinto di Klimt o di Schiele.

Bruno di capelli, ma dovevano pur esserci anche austriaci bruni. Mi sembrava di aver posseduto un'edizione delle poesie di Trakl con un volto molto simile in copertina.

E invece era italiano. Aveva anche un nome, avrei scoperto. Cino Caccia Dominioni, fratello caduto di Paolo, una delle figure più eccentriche della storia nostra, eroe di due guerre, scrittore, disegnatore bravo almeno quanto Hugo Pratt. Un uomo da romanzo che dedicò la sua vita al recupero delle salme dei caduti di El Alamein errando per anni in jeep da un punto all'altro del deserto dietro la sua ossessione, tra le mine su cui saltavano i suoi aiutanti e che ferirono anche lui. Lui che i beduini chiamavano «il conte delle sabbie» e «il colonnello pazzo» col rispetto ammirato che i popoli ingenui tributano agli uomini invasati da progetti folli. E questo giovane bruno era suo fratello che chissà che cosa sarebbe stato e invece era soltanto un morto giovane come tre quarti della sua generazione ammutolita.

«Si capisce che è italiano dalla stelletta sulla mostrina. Vede? È a cinque punte» spiegava il signor Cimpric, «quelle degli austroungarici erano a sei».

Già, ci sono stati tempi in cui una punta di stella faceva differenza.

Una caratteristica per cui questo fiume è diventato celebre tra gli appassionati di canoa è la varietà dei percorsi che offre, da molto facili a molto difficili. Ma l'altra sua peculiarità, oltre allo splendore dell'acqua, è un particolare che comporta la costante evocazione della compagna forse più congeniale della bellezza, la morte.

La roccia carsica, porosa e bianca, viene trapassata facilmente dal lavorio dell'onda e perciò nel letto del Soca si trovano i sifoni.

Il Soca è famoso per i suoi sifoni. Sono rocce scavate dall'acqua che entra da una parte ed esce dall'altra. Se uno ci va a finire dentro con la canoa e ha la fortuna di entrare e uscire, avverte soltanto un lampo di viscido e di buio, sperimentando l'istante più brutto della sua vita. Se invece, come è facile che succeda, trova il passaggio ostruito dalle ramaglie e da qualunque altro deposito trasportato dal fiume, allora va a fare da tappo, con la punta dell'imbarcazione bloccata dall'ostacolo e la coda dalla ricaduta dell'acqua. Si fa una morte brutta e lenta. I sifoni di solito sono segnalati, sul Soca stanno nella parte centrale del quarto canyon, e si possono evitare.

Solo che evitarli non sempre è facile e c'è una legge della canoa, una legge inquietante, che dice: l'imbarcazione va sempre dove va lo sguardo.

Per questo, più che per vera e propria paura, ho sempre rinunciato a sfidare i tratti sifonati, perché non sono affatto certo che dovendo scegliere tra la via della salvezza e quella della morte l'istinto conduca inevitabilmente a scegliere la prima.

Sul Nad Logem e sul Kolovrat, alle falde dell'Hermada e del Vodice, sulle balze del Mrzli, sul Calvario presso Podgora, al «Lenzuolo bianco» di Oslavia, al Sasso Rosso. E in luoghi che neppure hanno un nome, ma numeri e sigle: quota 208, quota 189 a Gorizia, quota 144, quota 149 del Carso, la IV cima di San Michele.

Le lapidi che stanno sotto le prime arcate del Cimitero Monumentale di Milano rimandano tutte a questa geografia astrusa e sono dedicate a morti senza tomba. I confini della patria hanno nomi ostici e remoti, fatti di groppi di consonanti e di cifre. Le plaghe in cui l'operosa borghesia italiana ha mandato a morire i suoi figli hanno denominazioni simili a quelle immaginate dall'esotismo fin de siècle e i testi delle iscrizioni, sotto la crosta della retorica, non sanno nascondere uno stupore che non era nei patti, la sospensione attonita di chi vede una propria vaga intenzione aggressiva ritornargli indietro con furia smisurata: «I genitori delusi ormai nella speranza di riaverne le preziose spoglie invocano dal cielo gloria a lui e rassegnazione all'incomparabile loro dolore».

Tibaldi Gaetano non ancora ventenne soldato nel 37° Regg. Fanteria sul campo di battaglia del contrastato Isonzo ferito

per la seconda volta cadeva vittima da piombo amico immolando la propria gioventù in olocausto per la grandezza della

Patria i genitori ed i fratelli implorano eterna pace.

Abbattuti da piombo amico. Furono tanti, come in ogni guerra. A loro vanno aggiunti i fucilati e i decimati.

Quando il generale Giulio Douhet ebbe l'idea, nel 1920, di tumulare al Vittoriano la salma di un milite ignoto nel

quale onorare le 650.000 vittime della guerra, una commissione venne incaricata di raccogliere undici corpi di

soldati non identificati da undici zone del fronte. Le zone erano: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele, tratto da Castagnevizza al mare.

Tra undici bare allineate nella basilica di Aquileia, Maria Bergamas, la madre triestina di un giovane caduto mai identificato, scelse colui che riposa sull'Altare della Patria.

Dalle zone del fronte erano stati esclusi l'Alto e il Medio Isonzo, perché, si legge nella relazione al ministro, «si è ritenuto doveroso evitare sia pure il solo lontano sospetto che a rappresentare i nostri eroici caduti fosse una salma che non ne avesse i "requisiti"». Che cosa significa, per i resti di un soldato morto e sepolto in un cimitero di guerra, "non avere i requisiti"? Che tipo di requisiti andava cercando la commissione ministeriale? Lessi che l'obiettivo era impedire nella maniera più assoluta che tra quelle undici salme ve ne fosse qualcuna appartenente a un fucilato.

Che ossa ancora fresche potessero nascondere una beffa di tal genere era la summa di tutti i paradossi di quella guerra, il riassunto di ogni suo macabro equivoco.

Il tratto del Medio e Alto Isonzo è quello che va da poco sopra Gorizia al monte Rombon; era affidato alla II Armata e comprendeva i luoghi insanguinati delle dodici battaglie dell'Isonzo: la Bainsizza, il San Gabriele, il Santo, il Vodice, il Kobilek, il Kuk, il Fratta, il Veliki Vrh, il Santa Lucia, il Santa Maria, la conca di Tolmino, il Mrzli Vrh, il Nero, il Rosso, lo Javorcek, la vai di Plezzo, il Kukla, il Rombon.

Era il fronte degli ammutinamenti e delle decimazioni di massa. Era il fronte di Caporetto.

La spoglia adorata giace sugli estremi confini della patria che martiri ed apostoli sognarono e sangue d'eroi rese sacri.

La mattina andavo in canoa e il pomeriggio in giro per piccoli cimiteri militari e tratti di trincea restaurati come musei all'aperto. Non c'era mai nessuno e mi lasciavo invadere dalla gravità e dal silenzio, mentre l'ossessione tipica degli appassionati di storia militare – ricostruire in ogni dettaglio la logica degli schieramenti - mi risultava poco comprensibile o del tutto indifferente.

In questo non davo soddisfazione al signor Cimpric, che mi spiegava dove si attestavano gli uni e gli altri, oppure come manovravano gli eserciti nel corso delle battaglie.

Vedendo crescere la mia disattenzione, forse si poneva il problema che il suo italiano non fosse sufficientemente chiaro.

La topografia delle trincee, che fossero austriache o italiane, era dovunque la stessa, niente differenziava le une dalle altre: qualche tratto dei camminamenti era ricoperto di lamiera, c'erano gradini intagliati nella roccia per mettere in comunicazione i diversi livelli di un terreno quasi sempre scosceso, nelle piazzole si riconoscevano le postazioni dei pezzi, nei tratti di mura le feritoie e, sempre, vi si trovava una kaverne sgocciolante di umidità per le munizioni o l'estremo riparo. L'unico pensiero che mi venisse, altrettanto ossessivamente, era che andavo indietro nel tempo e mi svegliavo in quella trincea come appariva novant'anni prima.

Se era italiana m'immaginavo le battute che avrei potuto scambiare coi commilitoni, in quella austriaca provavo lo sgomento che ogni uomo ha sempre sentito davanti alla divisa di un altro colore.

Successe il terzo o quarto pomeriggio, all'improvviso arrivò l'estate. La intravidi dalla lunga feritoia che attraversava lo scudo metallico di una postazione di fucileria. Per la prima volta riconobbi l'afa immobile della controra schiacciare l'erba alta, una distesa immota che tuttavia, osservata da quel punto, pareva animarsi a tratti, come se in mezzo al folto ci fosse nascosto qualcuno che avanzava.

Sognai di essere là di guardia. Faceva caldo, per la prima volta dopo mesi di gelo e di sorda umidità nelle kaverne, e mi si chiudevano gli occhi, ma ero di vedetta e avrei dovuto tenermi pronto a sparare. La sera, al campeggio, la fotografa disse: «Questo posto mi rende inquieta. Cammino, vado in giro e mi sembra sempre come se qualcuno mi tenesse sotto tiro».



... dalla terra che crudelmente nasconde le tue spoglie adorate

lo spirito dei genitori inconsolabile si eleva là dove la fede

addita il radioso premio promesso a chi sull'altare della patria

immolava la rigogliosa balda giovinezza.

Anche quando il fiume prese a sfolgorare nel sole e le canoe dai colori squillanti, allineate in batteria sul greto candido come calce, sembravano un mazzo di tulipani, non riuscivo ad abbandonarmi senza riserve all'abbraccio del flutto. Piuttosto vedevo me e i miei compagni pronti a staccarsi dall'argine come gruppi di soldati ritratti in uno di quei rari attimi di tregua e di bel tempo in cui lavano gli indumenti sulle rive e si spidocchiano all'aria.

Un giorno, mentre in coppia trasportavamo le canoe per un viottolo che conduceva all'imbarco, facemmo un incontro balordo. Incrociammo un manipolo di militari completamente armati e in tenuta mimetica. Anche se non avevano un'aria aggressiva la loro apparizione improvvisa, e in un luogo come quello, ci impressionò. Sciamarono in silenzio, sospesi e assorti, come procedessero in una diversa dimensione.

Ci venne poi spiegato che non erano veri soldati ma praticanti di una disciplina chiamata softair. È una finta guerra in cui ci si spara addosso proiettili di vernice, e in quel momento non mi venne neanche in mente quanto potesse essere inopportuno scegliere un teatro di tragedie autentiche per inscenare un passatempo come quello, probabilmente stupido o perlomeno più stupido lì che altrove. Fu un altro particolare a colpirmi. Mentre incrociavo il drappello dei finti soldati, lo sguardo, che il trasporto della canoa mi costringeva a terra, si era fissato su un rigagnolo trasparente che scorreva parallelo al viottolo. Quel rivo, ombreggiato da canne e felci, era pieno di pesci che pinneggiavano indisturbati in un'acqua bassa in cui chiunque avrebbe potuto afferrarli anche a mani nude. Un'anomalia assoluta, di quelle che si verificano solo in un sogno in cui si può volare, toccare senza problemi creature che nella realtà si dileguerebbero al

primo fruscio, contemplare in piena luce esseri acquatici solitamente nascosti in profondità ingannevoli. E anche quei passanti abbigliati con moderne mimetiche, cappelli flosci e mitra giocattolo dalle linee avveniristiche facevano parte del sogno, visto che i sogni raramente sono soltanto belli e più spesso inquietano e lo fanno secondo prospettive inusitate che rimescolano piani, epoche e spazi, per cui sarebbe normale incontrare nel tempio dei fanti della Grande Guerra gli pseudomarines della guerra del Golfo.

Era una terra di apparizioni. Ho passato decenni della mia vita a solcare i fiumi. Le acque agitate sono casa mia. Un anno dopo l'altro sono tornato sulle stesse rapide, a interrogarmi su come superarle, a provare le stesse sensazioni di euforia o d'inadeguatezza, a sentirmi le braccia smaniose e il respiro largo o gli arti fiacchi e lo stomaco in gola. Sono stato giovane e diventato adulto, quasi vecchio, chiedendomi se un certo passaggio fosse fattibile, se un ritorno d'acqua m'avrebbe tenuto sotto o risputato fuori, se la linea di navigazione migliore scorresse a sinistra o a destra di un masso

che riconoscevo come una presenza familiare. Quando sono venuto per la prima volta sull'Isonzo avevo passato giorni e giorni su tanti altri corsi d'acqua. Quando sono venuto qui già sapevo che cosa aspettarmi, che difficoltà avrei trovato e quali colori, quali chiarezze, ma adesso capivo perché stavolta mi sembrasse tutto così diverso. Perché non potevo non immedesimarmi negli uomini che erano arrivati qui e non gliene importava nulla di vedere un fiume, questo fiume. E non avrebbero mai notato i suoi azzurri, le sue rapide spumeggianti e i suoi laghetti verdi nel sole. A loro l'acqua corrente non avrebbe detto niente di tutto quello che racconta a me.

Le foto del Soca che vedo nelle vetrine dei negozi dei villaggi hanno un intento di bellezza, lo ritraggono come una donna truccata, composta ad arte sotto le luci. Al museo della guerra, invece, quando si riconosce il fiume, è sempre una lingua grigia che striscia in mezzo ai piloni di un ponte distrutto o un fondale incolore che sostiene il passaggio di una truppa sbandata. Una volta lessi un libro sulla Grande Guerra nelle Dolomiti, un libro che si poneva il seguente interrogativo: ma i soldati che vennero a combattere in mezzo a quelle montagne si resero conto della loro bellezza? Potevano percepire che, negli anni successivi, quei posti sarebbero stati considerati tra i più suggestivi del mondo?

E la risposta, chiara, definitiva, era no, nel modo più assoluto. I locali difendevano la patria e tutti gli altri vedevano soltanto la possibilità che la loro esistenza si spegnesse in un'ostile, orrenda pietraia. La bellezza è privilegio di chi ha la vita davanti.

Allora ho cominciato a immaginare che ero uno di quei soldati, avevo la divisa del mio paese e cadevo nel fiume.

Non ci cadevo con la muta, la giacca d'acqua, il casco, il salvagente omologato per sputarmi fuori con sette chili di spinta, ma con l'elmetto, le mollettiere e le giberne, con gli scarponi che s'impregnavano d'umido e mordevano la carne aprendo nei piedi fiacche e verruche. Cadevo nel fiume e non sapevo se ero morto o ero vivo, e lo solcavo come una canoa o un raft, sbattendo contro alcune rocce e scivolando sopra le altre, sorvolando a pelo le rapide e vorticando nell'acqua bianca, girando inanimato e lento in certe anse e sostando immobile nelle pozze, a faccia in giù, braccia e gambe larghe. Negli altri fiumi avevo una canoa, un'imbarcazione colorata, appariscente, qui soltanto un corpo esposto a ogni collisione, a tutti gli urti di un paesaggio capace di ferire, di far male con ogni ramo, ogni sasso, ogni nuvola del suo cielo di metallo. Anche la casa di Mirko Kurincic schierava all'ingresso due gusci di bomba resi motivi ornamentali come le sfere, le pigne, le cornucopie e i vasi piazzati sulle colonne dei cancelli.

Anche la casa di Mirko Kurincic era un museo della guerra, un museo privato, però; bussavi alla porta e lui te lo faceva vedere. Mostrava gli oggetti che aveva raccolto vagando fin da bambino per le balze della montagna. Sistemati in espositori più rustici, i reperti erano gli stessi del museo ufficiale: elmetti integri o squarciati, baionette, mazze ferrate, fucili, mitragliatrici e le pinze per tagliare i reticolati. Lunghe, ingombranti, le più inutili tra gli attrezzi; si moriva appesi ai fili spinati imbracciandole senza costrutto. E piccole cornici per fotografie, calendari tascabili, penne, portasigarette. Ma lì tutto era ancora più commovente perché più alla portata, perché erano oggetti trovati da Mirko come avremmo potuto trovarli noi. Centinaia di fialette e piccole ampolle per profumi ed essenze. Strano, ci tenevano tanto alla toilette in prima linea?

No, erano i contenitori della morfina per alleviare i dolori dei moribondi. Era l'articolo più diffuso in assoluto. Andai a visitare la prima linea italiana sul monte Nero con Mirko, il suo amico Alvin e la fotografa, che non si sentiva bene ma non voleva perdersi l'opportunità di qualche scatto interessante. Curva dopo curva, la jeep si arrampicò per un'erta sassosa che si faceva sempre più stretta e accidentata, anche se Alvin guidava con una delicatezza insospettabile nei suoi polsi spessi come manici di piccone, nel collo largo da vecchio toro e nella testa resa più dura dai tratti del volto regolari, dai capelli a spazzola bianchi e dagli occhi azzurro ghiaccio. A ogni sobbalzo sui sassi, a ogni sprofondare in qualche buca, la fotografa lamentava la propria sventatezza.

All'arrivo ci ritrovammo in una dolina ricoperta di bosco fitto. La trincea, ripulita da Mirko metro per metro col lavoro di anni, sembrava un tratto delle mura di una civiltà estinta, il vallo difensivo di una guerra vecchia di millenni.

Non ricordo in che lingua ci parlassimo. Mirko non sapeva che qualche parola d'italiano, pochissimo inglese, qualcosa di tedesco, noi niente sloveno. Una sua frase ci rimase impressa per l'esultanza che ci procurò decifrarla: «Mula traga menagia». I muli trasportano le salmerie.

Traga veniva dal tedesco tragen. Menagia forse dal francese ménager. Tutto così. «Prima linea italiana» proclamò in italiano appena giunti, scandendo le parole con una sicurezza che forse si doveva a tutti i gruppi di alpini che aveva portato in pellegrinaggio. La penombra perenne aggiungeva mestizia con la sua grigia ricaduta di luci smorte, ma sul terreno ondulato e scuro Mirko si aggirava come un cacciatore nella savana.

Nel silenzio del bosco s'immobilizzò di colpo, frugava con le dita in mezzo alle foglie secche e dal marciume indistinto del terreno estrasse con decisione quella che sembrava una pietra ma era una scheggia metallica di granata. E così una palla di shrapnel, una fibbia, il chiodo di uno scarpone. Da bambino, tutte le volte che mi portavano a vedere qualche rovina o uno scavo archeologico, coltivavo una fantasia. Pensavo, adesso mi metto a scavare anch'io, qua, nell'angolo tra questi due tratti diroccati di mura, e vedrò affiorare una moneta, un monile, la lama smangiata o l'elsa di una spada, e diventeranno cose mie, avranno attraversato i secoli per venirsene con me. Un progetto infantile condannato alla frustrazione, come tanti, dovunque, ma non nel luogo dove eravamo.

Lì, mentre ci aggiravamo sotto gli alberi senza nessuna particolare concentrazione, recuperai un pezzo di cartucciera con ancora tutti i proiettili allineati. Che ci fosse stato un fante che l'aveva perso o abbandonato quasi un secolo prima, perché noi lo ritrovassimo nel plumbeo pomeriggio del mese di giugno di un anno che a quel fante doveva apparire sospeso in un futuro irreale: ecco l'idea che non mi dava tregua.

E che faccia aveva, quel fante, e da dove veniva, e se ce l'aveva fatta a tornare a casa sua, se era «arrivato a baita», come dicevano gli alpini di Rigoni Stern, o se era «andato avanti», come sempre gli alpini indicano chi muore, dove il morire diventa semplice precedere, in una delle metafore della fine più semplici e belle che conosco.

E poi, ancora, due gamelle rugginose ma intatte, un boccale, lo scheletro di sostegno di una borraccia - fabbricazione

francese, stabiliva Mirko - una scarpa - chi l'ha abbandonata? come? perché? - il coperchio di una lanterna... Un tappeto di foglie smosse indicava che un ricercatore professionale era passato da poco col metal detector.

Il silenzio del bosco si faceva profondo e scuro. Una lunga traccia incisa nella parete di roccia che s'intravedeva di là dai pini si chiamava «il canalone dei morti».

Mirko volle portarci a vedere la stele funeraria eretta in memoria di un ufficiale italiano in mezzo al bosco. Era vicina ma bisognava arrampicarsi. La fotografa, che non ce la faceva a seguirci, disse andate, ma tornate presto, m'impressiona restare in questo posto da sola. La capivo, vedeva i fantasmi dei soldati. Li vedevo anch'io. Vedevo il fantasma dell'uomo senza testa del Giornale di guerra e di prigionia di Gadda. Dovette succedere poco lontano da questi luoghi e, meticoloso com'era, l'ingegnere ne fece un dettagliato disegno.

Quella silhouette nera di un corpo riverso sul ciglio di un dirupo e col filo di sangue che cola giù dal collo impressiona quanto la descrizione esatta e impassibile: Il cadavere era bocconi, decollato completamente col collo fuori della terrazza. La granata era esplosa in pieno nella testa del povero soldato. Sollevammo il cadavere, sangue e cervello colavano lungo il muro. Per un filatello della mucosa labiale, il palato e la corona dei denti rimasero attaccati con un po'"di barba e mandibola inferiore al collo tagliato. Trasportammo il cadavere alla caverna di Cola. Io gli tolsi, alla presenza del furiere e del Comandante di Comp., oggetti e denaro. Gli oggetti, futili cose (pipa, cartoline ricevute, specchietto e pettinino), vennero consegnati al furiere Dell'Orto Luigi che li elencò. I denari erano lire 10,30 e li ricuperò Cola per farli avere alla famiglia.

Pipe, cartoline, specchietti e pettinini, queste «futili cose» rese ormai preziose dal tempo e dall'essere appartenute a uomini scomparsi, stavano a decine anche nelle teche di Mirko, assieme a tirapugni, pugnali, spaccacuori e mazze chiodate e agli altri atroci attrezzi che testimoniavano come l'alternanza della luce e dell'ombra, in ogni aspetto della nostra vita, non fosse soltanto l'ipotesi di una logica astratta ma un costante dato naturale.

Oggi a noi fa impressione il distacco anatomistico (quel «filatello» di «mucosa labiale» cui restano attaccati barba e mandibola) e un po'"puntiglioso dell'ingegner Gadda, come lo sguardo di ghiaccio di Ernst Jünger. Più comprensibili ci potrebbero apparire l'indignazione di Emilio Lussu o la solidarietà pietosa di Ungaretti, se non fossero tutte diverse umane strategie per non soccombere all'orrore. Al termine del giro, quando ci ritrovammo in una kaverne che prendeva luce da una feritoia aperta sulla valle, vedemmo Mirko fermarsi e dire in un italiano appena un po'"esitante ma chiaro: «Adesso preghiamo per tutti i morti di queste montagne». E anche per noi pregare diventò naturale e facile, un gesto che chissà da quanto tempo non facevamo.

Alla gloriosa memoria del tenente d'artiglieria da fortezza Bruno Tregolosi ufficiale osservatore. Quando Italia chiamò egli corse volontario a offrirle la balda giovinezza il fervido ingegno e il promettente avvenire dopo 16 mesi di fronte granata nemica lo spegneva a 20 anni sul monte Kuk il 19 agosto 1917 la mamma e il fratello offrono a Dio sull'altare della Patria il loro immenso dolore.

Ogni tanto, quando passo davanti al Cimitero Monumentale, penso alle iscrizioni che un giorno mi copiai su un quaderno, a tutte quelle frasi incise ma rimaste come sospese a galleggiare sul marmo.

Penso che cambiano le fogge degli abiti e le forme della sapienza e della follia e le iscrizioni restano là, all'ingresso di un cimitero inurbato che non accoglie più altri corpi e davanti al quale i vivi passano pensando ai fatti loro, finché restano vivi.

Scendemmo alla malga Planina Zaprikra nella luce tarda e radiosa di un pomeriggio avanzato apertosi di colpo, come succede in montagna. Anche il bosco si era spalancato su una distesa di prati e il profilo del Krn, il monte Nero, e del Krasji spiccava nitido contro il cielo. Alla malga si vedeva ancora l'abbeveratoio dove si fermò Gadda, calato giù dal Krasji dove era rimasto tagliato fuori dalla rotta, prima di essere fatto prigioniero. Qui sostammo in una fattoria famosa per il tolminski sir, un formaggio giallo le cui forme impilate sugli scaffali sembravano altrettanti piccoli soli.

Il proprietario, seduto dietro il bancone, era un vecchio bellissimo con una pelle scura e lucida come la buccia dei suoi formaggi rivestiti di cera, una camicia a quadri da ragazzo e due occhi di un azzurro che somigliava all'acqua del Soca. Su una mensola vidi le stesse cartucciere che avevamo raccolto noi, però scrostate dalla terra e messe in fila, brillanti proiettili destituiti del loro senso esplosivo e diventati decorazione. Il vecchio ci accolse con cortesia parlando italiano con accento veneto e offrì formaggio e vino.

Forse fu perché lì così tanti giovani erano morti che quel vecchio dagli occhi azzurri mi sembrò un miracolo, un'insperabile manifestazione della grazia. La massima 161 dei Ricordi di Francesco Guicciardini dice: «Quando io considero a quanti accidenti e pericoli di infirmità, di caso, di violenza, e in modi infiniti, è sottoposta la vita dell'uomo, quante cose bisogna concorrino nello anno a volere che la ricolta sia buona, non è cosa di che io mi meravigli più che vedere uno uomo vecchio, uno anno fertile». Un giorno il signor Cimpric mi raccontò degli ultimi due italiani di Caporetto.

Annesse malvolentieri all'Italia dopo la vittoria della prima guerra mondiale, queste terre ritornarono all'ex Jugoslavia dopo la sconfitta della seconda. Nell'ultimo dopoguerra tutti gli italiani erano andati via. Ne rimasero soltanto due.

Uno era un uomo fortissimo, gigantesco: «Grande come orso» disse il signor Cimpric che allora era un bambino. Si chiamava Gobbo ed era un «recuperante», mestiere abbastanza diffuso nella valle, fino a poco tempo fa. Gente che sopravviveva vendendo i materiali bellici - metalli, soprattutto - recuperati in montagna dai campi di battaglia e dalle trincee. Ogni tanto qualcuno ci rimaneva, saltando su un ordigno inesploso. Dal paese sentivano il boato, vedevano la fiammata e capivano. Gobbo in paese non scendeva quasi mai, rimaneva sulle montagne perché preferiva dormire in mezzo ai morti. Le rare volte che scendeva era per ubriacarsi. Dopo si andava a stendere su una delle due spallette del ponte di Napoleone, che da un lato sono alte molti metri sui gorghi freddi del Soca, dall'altro danno sulla strada. E diceva: domani cado, o da una parte o dall'altra. Cadde sempre dalla parte della strada. L'altro italiano si chiamava Rossi e invece era piccolo, smunto e irascibile. Il gioco preferito dei ragazzi del paese era circondarlo e, tenendosi a distanza, gridargli una delle poche frasi d'italiano che avevano imparato per l'occorrenza: «Piccolo Rossi, grande canaglia!».

Poi si disperdevano in tutte le direzioni allo scatenarsi della sua furia stridula e impotente. Quale fosse la ragione di quella persecuzione il signor Cimpric non sapeva più dirlo e non poteva che attribuirla all'innata crudeltà dell'infanzia.

Gobbo e piccolo Rossi, grande canaglia.

Questi furono i due ultimi italiani di Caporetto, i due superstiti di una storia che cominciò con la rotta, dopo l'attacco all'alba del 24 ottobre 1917. Ritrovai il signor Cimpric alcuni anni dopo, quando toccò a me scrivere un articolo sui sentieri della Grande Guerra nell'alta valle dell'Isonzo per una rivista di viaggi.

A differenza della fotografa che aveva bisogno di sole, a me il cattivo tempo non creava problemi. Alloggiavo a Dreznica, un piccolo villaggio sopra Kobarid. La mia stanza affacciava sul cimitero del paese e i figli dei proprietari, che occupavano il pianoterra, giocavano tra le croci dove avevano parcheggiato il triciclo e un'automobile a pedali e disseminato dappertutto nella ghiaia palette e secchielli colorati. Non avevo mai visto un cimitero più bello.

Mentre mi stava spiegando con quale criterio erano state costruite le postazioni in quota sul monte Nero che, tempo permettendo, avremmo visitato la mattina successiva, interruppi il signor Cimpric per chiedergli di raccontarmi, ancora una volta, la storia dei due ultimi italiani di Kobarid.

Forse il brusco cambio d'argomento l'aveva innervosito, forse davvero l'avevo colto di sorpresa, perché mi fissò come se non avesse capito bene.

Per un attimo mi chiesi se, in generale, un atteggiamento, per così dire, «tecnico» nei confronti del mondo e dell'uomo non avesse più senso della disposizione «lirica» alla quale tendevo per istinto e che si risolveva in un vago accogliere tutto trattenendo, alla fine, davvero poco.

«L'ultima volta, signor Cimpric, lei mi raccontò di piccolo Rossi grande canaglia e di un altro uomo grosso, fortissimo...».

Assunse un'espressione concentrata, poi disse: «Ah, sì... uomo grosso come orso. Lui si chiamava Gobbo».

«E dormiva sul ponte di Napoleone, le volte che scendeva in paese, vero?».

Ma a questo punto il signor Cimpric non mi seguì più. Scosse la testa, non ricordava. Soprattutto non ricordava l'episodio che più mi aveva affascinato, la frase domani cado, o da un lato o dall'altro.

Lasciai perdere perché si capiva benissimo che insistere lo metteva in imbarazzo. Però a quel punto anch'io non capivo. Riuscivo a immaginare che una brusca richiesta potesse sovvertire la gerarchia delle cose organizzata per istinto da un uomo ordinato, ma passato il primo attimo, se continuava a negare voleva dire che ero stato io a figurarmi tutto. Come poteva essere accaduto, come potevo essermi inventato di sana pianta un episodio tanto preciso?

Avrei voluto dirgli, pensa che l'abbia sognato?

Molte altre cose, in effetti, avevo sognato, o travisato, in quel luogo.

E la storia sognata non finisce con l'essere vera quanto quella reale?

Ma questo non si sa, di fatto, ed è una vecchia questione, signor Cimpric.


****

Mario Desiati

Il medico del quieto vivere
Fu a Santa Lucia che Carmela scoprì di essersi presa

il male sottile. La febbricola l'aveva contratta a novembre

quando Acquaviva profumava di mosto fermentato.

Era l'autunno gelato, la patina di brina ogni mattino ricopriva

i muri del paese tanto da far dire alla gente che

sarebbe stato un inverno duro. Per Carmela lo fu molto

di più. La febbre la rendeva debole e non la faceva dormire.

Poi a dicembre iniziò la tosse. Per tutta la notte Carmela

era stata flagellata dalle convulsioni. Il petto sembrava

lacerarsi, i sussulti la facevano contorcere, senti il

catarro venire come un'onda nella gola. Mise la mano davanti

alla bocca e se la sentì bagnata. Fuori rombava la

tramontana, bussava alle finestre. Aspettò il mattino per

avere il responso, per conoscere se la patina untuosa sulla

sua mano fosse rossa o trasparente. Fu forse un presagio

di rassegnazione che la portò a prendere sonno all'alba,

un sonno pesante, il sonno dei rassegnati: un sonno d'oro.

Carmela ebbe due sbocchi di sangue in quella mattina.

Era il 13 dicembre 1927, non aveva neanche vent'anni.

Per lei si spalancò l'uscio di una nuova vita, di quattro

nuove pareti: il sanatorio.

Il sanatorio era stato inaugurato dal duca Amedeo

d'Aosta e la sua consorte, la duchessa Anna. Era raro vedere

da quelle parti gente con il sangue blu. I due reali

erano stati accompagnati dalla figura modesta del podestà,

un signore minuto e segaligno di cui si dicevano tante

cose rispetto alle sue ascendenze. Era un crumiro, un figlio

di ricchi commercianti e apparteneva alla nuova

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borghesia che governava la città assieme ai gentilizi. L'inaugurazione



si era svolta in mezzo ai labari delle amministrazioni

provinciali, comunali e dei fasci. Una piccola

banda aveva suonato la Marcia Reale e Giovinezza.

Ci furono due discorsi dai toni roboanti, poi un mazzo

di rose bianche dai gambi avvolti in una carta celeste

comparve tra le braccia della duchessa che posò le sue

narici sottili sui petali. Quei fiori erano l'omaggio di un

medico incaricato di accompagnare la duchessa nel reparto



femminile ancora deserto. Per il dottore la passeggiata







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