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Piccola Damasco
ESATTEZZA

Capitolo 3 delle

L
““
EZIONI AMERICANE


di Italo Calvino

Ed. Einaudi, 2002, pp. 63-88
***

Secondo me,

buono

☻☻interessante

☻☻☻lo consulteremo ancora

☻☻☻☻significativo

☻☻☻ ☻☻da non perdere 

***
Per leggerlo e ruminarlo,


calcola un tranquillo pomeriggio.




RIASSUNTO

Nota bene:

Visualizzando i COMMENTI

si evidenziano ulteriori

informazioni e intersezioni

Dice Calvino che la precisione per gli antichi egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, dea della bilancia.
Per Calvino, esattezza vuol dire tre cose :


  1. Un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato.

  2. L’evocazione di immagini nitide incisive, memorabili (icastiche):

  3. Un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

Secondo Calvino, c’è una peste del linguaggio, che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.


Anche le immagini ne sono colpite. Viviamo in una pioggia di immagini, per lo più prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine. Così le immagini si dissolvono immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria, ma non si dissolve una sensazione di estraneità e di disagio.
Citando lo Zibaldone di Leopardi, Calvino. mette in evidenza come anche la ricerca della descrizione del vago, dell’indefinito richiede “attenzione precisa e meticolosa, definizione minuziosa dei dettagli per raggiungere la vaghezza desiderata” (n.b. “vago” in italiano vuol dire anche “bello”). “Il poeta del vago può essere solo il poeta della precisione”.

Leopardi: “Il piacere della varietà e dell’incertezza prevale a quello dell’apparente infinità, e dell’immensa uniformità. E quindi un cielo variamente sparso di nuvoletti, è forse più piacevole di un cielo affatto puro”.
Parlando dell’Infinito di Leopardi, Calvino dice “L’uomo proietta dunque il suo desiderio nell’infinito, prova piacere solo quando può immaginarsi che esso non abbia fine. Ma poiché la mente umana non riesce a concepire l’infinito, anzi si ritrae spaventata alla sola sua idea, non le resta che accontentarsi dell’indefinito, delle sensazioni che confondendosi l’una con l’altra creano un’impressione d’illimitato, illusoria ma comunque piacevole.”

Anche secondo Musil, l’uomo è una paradossale combinazione di esattezza e indeterminatezza. E il punto in cui Musil si avvicina di più alla soluzione è quando egli ricorda che esistono “problemi matematici che non consentono una soluzione generale ma piuttosto soluzioni singole che, combinate, s’avvicinano alla soluzione generale” e pensa che questo metodo s’adatterebbe alla vita umana.


E Roland Barthes, in cui coabitavano il demone dell’esattezza e quello della sensibilità si domandava se non fosse possibile una scienza per ogni oggetto: Una Mathesis singularis e non più universalis.
E Paul Valery: “Vi sono lampi che assomigliano alle idee. Essi fanno comprendere da qui a lì..Tuttavia mi lasciano incerto. Incerto non è la parola giusta… Quando la cosa sta per prodursi, riscontro in me stesso qualcosa di confuso o diffuso. Si producono nel mio essere dei luoghi… nebbiosi, appaiono delle spianate. Allora traggo dalla mia memoria una domanda, un problema qualsiasi… E mi ci concentro. Conto dei granelli di sabbia e finché li vedo… Il mio dolore crescendo esige tutta la mia attenzione. Ci penso! – Attendo solo un mio gemito… e dopo averlo inteso – l’oggetto, il terribile oggetto, diventando più piccolo, ed ancora più piccolo, si sottrae alla mia vista interiore…”
Calvino nota quindi che, parlando di esattezza, ha finito per parlare di infinito e di cosmo. E dice (riprendendo molto il tormento espresso da Valery): “Alle volte cerco di concentrarmi sulla storia che vorrei scrivere e m’accorgo che quello che m’interessa è un’altra cosa,ossia, non una cosa precisa ma tutto ciò che resta, escluso dalla cosa che dovrei scrivere; il rapporto tra quell’argomento determinato e tutte le sue possibili varianti e alternative, tutti gli avvenimenti che il tempo e lo spazio possono contenere. E’ un’ossessione divorante, distruggitrice, che basta a bloccarmi. Per combatterla, cerco di limitare il campo di quel che devo dire, poi a dividerlo in campi ancor più limitati, poi a suddividerli ancora, e così via. E allora mi prende un’altra vertigine, quella del dettaglio del dettaglio del dettaglio, vengo risucchiato dall’infinitesimo, dall’infinitamente piccolo come prima mi disperdevo nell’infinitamente vasto. (…) L’affermazione di Flaubert, “le bon Dieu est dans le détail”, la spiegherei alla luce della filosofia di Giordano Bruno, grande cosmologo visionario, che vede l’universo infinito e composto di mondi innumerevoli, ma non può dirlo “totalmente infinito” perché ciascuno di questi mondi è finito; mentre totalmente infinito è Dio perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente.”
Un simbolo più complesso per esprimere la tensione fra razionalità geometrica e groviglio delle esistenze umane è quello della CITTA’.

Nelle Città invisibili ogni concetto e ogni valore si rivela duplice: anche l’esattezza


Il Gran Kan e la moltitudine di cose dentro il tassello di una scacchiera. Egli simula le sue conquiste sulla scacchiera, ma si accorge che alla fine di ogni partita resta il nulla: un quadrato nero o bianco. La conquista definitiva, di cui i multiformi tesori dell’impero non erano che involucri illusori, si riduceva a un tassello di legno piallato.

Allora Marco Polo parlò: la tua scacchiera, Sire, è un intarsio di due legni: ebano e acero. Vedi (su un tassello) come si dispongono le fibre? Qui si scorge un nodo appena accennato: una gemma tentò di spuntare in un giorno di primavera precoce, ma la brina della notte l’obbligò a desistere. Ecco un poro più grosso: forse è stato il nido di una larva. Questo margine fu inciso dall’ebanista con la sgorbia perché aderisse al quadrato vicino, più sporgente. La quantità di cose che si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto sommergeva Kublai; già Polo era venuto a parlare dei boschi d’ebano, delle zattere di tronchi che discendono i fiumi, degli approdi, delle donne alle finestre…


Dice dunque C. che, scritta quella pagina del Gran Kan e Marco Polo, gli fu chiaro che la ricerca dell’esattezza si biforcava in due direzioni. Da una parte la riduzione degli avvenimenti contingenti a schemi astratti con cui si possano compiere operazioni e dimostrare teoremi (con un tipo di conoscenza che si muove nello spazio mentale di una razionalità scorporata, dove si possono tracciare le linee che congiungono punti, proiezioni, forme astratte, vettori di forze); e dall’altra parte lo sforzo delle parole per render conto con la maggior precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose (con un tipo di conoscenza che si muove in uno spazio gremito di oggetti e cerca un equivalente verbale di quello spazio con uno sforzo di adeguamento minuzioso dello scritto al non scritto, alla totalità del dicibile e del non dicibile).
Aiuto in questa ricerca gli è venuto dai poeti.
Cita, per questo Eugenio Montale, Francis Ponge, Leonardo da Vinci








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