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  • Fenomeno - riga 421 – 523 – 707.  Riga 757 – nome, verbo e aggettivo. 740 - Colori fondamentali.

  • Riga 917 - non-uomonon-essere  Riga 960 – unitarietà fenomenica. Riga 1097 – argomento principe trattato da Parmenide. <<è >> / <>  Riga 1142/1155 – 1198/1201. Riga 1380/1381In alcuni casi non si parlerà solo dell’”essere copulativo” non anche di “verbi con funzione copulativa”. Data 25.11.2015  Riga 1499/1510/15301540 – Non-essere di Parmenide.


APPRENDIMENTO.
1° $ - Nella nostra analisi ci avvarremo di numerosi esempi, tratti dall’esperienza visiva perché ci sembra che la vista sia l’organo di senso che più di ogni altro abbia incisività nello studio del processo conoscitivo dell’uomo.

In ciò ci sentiamo confortati dal parere degli studiosi di fisiologia comparata, che, non a torto, a mio parere, hanno chiamato <> il cervello umano, in opposizione a quello <> della maggior parte degli animali.

Sembra, inoltre, che anche molti studiosi di psicologia infantile concordino su questa valutazione.

….

1a° $ - Passiamo allora ad esaminare quest’organo: la vista.



Affermare che gli organi di senso ci mostrano qualche “prodotto”, a me sembra molto di più che una semplice “forzatura.”

La mia preferenza va alla più elementare esperienza, la quale vuole che, se si coprono gli occhi con le mani, di certo non si verrà più a vedere una certa quantità di “cose.”

Il mio occhio, però, è già adulto e avrei bisogno di quello di un bambino o meglio di un neonato, per sapere con precisione che cosa appare veramente negli occhi (sulla retina o nel cervello visivo).

Purtroppo, però, costoro non sono in grado di parlare e, quando diventeranno capaci, la loro mente ha già elaborato una gran quantità di dati sensoriali per cui risulterà impresa pressoché impossibile tornare indietro.

Ci dobbiamo perciò accontentare di ricostruzioni tardive, sperando di riuscire comunque a sceverare i loro dati primigeni.

La nostra situazione nei confronti degli stimoli sensoriali primigeni è assai simile, anche se di più difficile individuazione, indagine e analisi, al compito che è spettato a Freud quando ha cercato di delineare il suo “inconscio”.

Egli, infatti, si riferisce ad un complesso contenutistico di ardua identificazione, che, come sappiamo, Freud descrive, sia pure in maniera approssimativa, come: processo, pulsione, tendenza istintuale e irrefrenabile, ecc.

Queste spinte emozionali, per stessa ammissione freudiana, non emergono spontaneamente alla coscienza, né sono controllabili razionalmente, se non in parte, quanto meno non prima dell’avvio dell’analisi psicanalitica.

Ebbene sembra tuttavia che i dati dell’inconscio riaffiorino a tratti alla coscienza, ma che vengano subito rimossi nel profondo a causa della loro carica ansiogena insopportabile.

Per di più sembra altresì che essi conservino una qualche traccia o consistenza della loro primordialità che può essere portata alla luce durante l’analisi psicologica.

Ad esempio, durante l’analisi possono emergere episodi, spesso inavvertiti dal soggetto, ma che, di fatto, sottintendono una qualche intenzionalità, se non addirittura, volontarietà da parte del soggetto analizzato.

Eppure tali episodi tentano con ogni mezzo di avvalorarsi come istintuali e meccanici, privi di volontarietà e consapevolezza, riguardanti unicamente la costituzione psicosomatica dell’individuo in questione piuttosto che la sua sfera razionale e volitiva.

Tuttavia Sigmund Freud ha dovuto faticare non poco per portare alla luce questi meccanismi inconsci della psiche, ricevendo in cambio nondimeno il conforto dall’esattezza delle risposte fornite che hanno permesso la soluzione delle problematiche psichiche esaminate.

Ebbene, la nostra situazione è simile, anche se di gran lunga più complessa, per quanto riguarda la significazione da dare al “prodotto” sensibile, sia pure attraverso una necessaria e insopprimibile analisi ermeneutica (gli istinti non parlano!); infatti, contrariamente alla psicanalisi, noi non siamo in possesso di alcun materiale su cui ritornare per controllare la veridicità delle conclusioni proposte.

Inoltre c’è da rilevare che il contenuto psichico, sia conscio che inconscio, è pur sempre di natura razionale, contrariamente ai puri stimoli sensoriali.

Gli stimoli sensoriali e le rispettive interpretazioni appaiono simultaneamente alla nostra coscienza, al punto da configurarsi sia come inscindibili tra loro e sia come le uniche possibili, da noi prospettabili.

Pur tuttavia, senza queste interpretazioni, il nostro processo conoscitivo non potrebbe prendere l’avvio.

Ad esempio, se si dice di vedere “un albero”, l’albero è allo stesso tempo l’insieme della sensazione e dell’interpretazione intellettiva, se non addirittura soltanto la seconda, in cui la prima viene ad essere assorbita, anche se si conserva come substrato fecondo per ulteriori esegesi.

Infatti, il nostro dato percettivo primordiale non possiede quella ricchezza di prove che si possono rintracciare nelle analisi psicanalitiche di Freud, reali o presunte che si vogliano intendere, ma che sono in ogni caso dotate di senso e, in particolare, di un senso preciso che è quello che la successiva analisi dovrà mettere in luce.

Riguardo agli stimoli sensoriali primigeni, le uniche prove a disposizione sono una sovrabbondanza di esegesi, di cui spesso non ci rendiamo conto, che si possono trarre dalle continue e successive investigazioni e che ci impediscono di dichiarare quale di esse sia anteriore o di maggiore valore rispetto all’altra: esse risultano estremamente intricate e interdipendenti tra loro.

Ciò però non ci impedisce di avere apprensioni che successivamente si potranno rivelare perfino inoppugnabili.

Per questo motivo passo a riferire i risultati che ho ottenuto in seguito ad alcune mie riflessioni.

3° $ - Ebbene, dico che l’intelletto, dopo aver svolto una certa sua attività ermeneutica, giunge ad apprendere il colore.

Se adesso riflettiamo su di essi, ci accorgiamo che hanno alcune caratteristiche che sono ad essi immanenti, ineliminabili e incontestabili.

Prima, però, dobbiamo fare un avvertimento: quest’indagine vuole essere il più possibile fondata su elementi incontestabili, che chiunque possa e debba accettare, perché ad essi non ci deve essere alternativa; sicché man mano che andremo avanti, si procederà in ogni istante alla verifica puntuale di ogni passaggio.

La prima che avremmo dovuto fare, sarebbe stata quella di essere certi che i colori ci provengono dalla vista; comunque, se qualcuno avesse qualche dubbio, è sufficiente che si porti le mani davanti agli occhi e dica che cosa non percepisce più: certamente la risposta non sarà immediatamente né solamente il colore, ma, se ad ogni cosa che presumiamo di vedere, sfrondiamo quelle più dubitabili, arriveremo sicuramente al colore o la luce, perché è ciò che non possiamo assolutamente eliminare senza perdere il tutto.

Facciamo un esempio: vedo un albero, dubito di esso e, quindi, tolgo l’idea dell’albero; a questo punto mi restano il colore e la figura.

Tra il colore e la figura sicuramente la primigenia spetta al primo: perché solo il colore è indubitabile.

Spiegheremo più avanti questa convinzione in modo più esauriente.

3b° $ - Lo stesso ragionamento vale per qualunque altro organo di senso, per cui diremo che l’udito ci toglie i suoni, l’olfatto gli odori, il gusto dei sapori, il tatto è un organo complesso sicché potremmo sinteticamente dire che ci vengono a mancare le “sensazioni tattili” oppure farne un “elenco, una dopo l’una”.

I colori si presentano separati o mescolati?

Ebbene, in questo caso possiamo affermare con una qualche sicurezza che li vediamo sia singolarmente e sia come macchia. Dall’altra parte sembra che, ciò che non ci fornisce spontaneamente l’osservazione immediata, noi siamo in grado di procurarcelo persino da soli. Così fanno i pittori!

Altra domanda, che vale per ogni tipo di sensazione, è la seguente: i colori sono continui o discontinui?

La risposta potrebbe esserci data dalla fisica: se accettiamo la sua teoria ondulatoria, essi sono continui, se quella corpuscolare, essi sono discontinui e particellari.

Da un punto di vista filosofico, però, i colori devono essere necessariamente continui e non possono essere corpuscoli, perché, altrimenti non si capirebbe cosa mai potesse esserci tra l’uno e l’altro di essi; quale “non-colore“ potrebbe mai separare l’uno dall’altro? E che cosa vedremmo fra un colore e l’altro?

Nelle sue operazioni l’intelletto sembra si lasci guidare da ciò che crede di vedere al primo “colpo d’occhio”, dal primo “sguardo d’insieme”.

In altre parole, supposto che ci sia una superficie verde (un prato) più meno estesa, sembra che l’intelletto non vada a suddividere ciò che spontaneamente gli si presenta in maniera uniforme, ma che lo assecondi cedevolmente; né va a unificare il verde dell’erba con i colori dei fiori, in un tutt’uno, improbabile e omogeneo, (come potrebbe essere “il prato”, che raccoglie “erba” e “fiori”).

Piuttosto, l’intelletto sembra lasciarsi guidare docilmente da ciò che gli si presenta al “primo colpo d’occhio”, al “primo sguardo d’insieme”.

Questo, però, non significa che rinunci passivamente a ogni proprio dinamismo, perché al contrario è molto attivo, incisivo e, perfino, sconvolgente e sovversivo, riguardo a quel “primo colpo d’occhio”, di quel “primo sguardo d’insieme” medesimo.

Anzi, si potrebbe aggiungere che per l’intelletto sembra che non ci sia unità che non subisca frazionamento e che non ci sia frammentarietà che non subisca ricomposizione e, finanche, in tutti i modi possibili e, a volte, perfino imprevedibili e inimmaginabili.

Nonostante tutto, si potrebbe dire che per quanto l’intelletto voglia operare in lungo e in largo, sembra che preferisca cogliere e individuare innanzi tutto il colore, “quasi come esso è, per se stesso”, prima di compiere una qualunque manipolazione.

Così crederà di vedere ogni singolo colore, cui imporre, a ognuno, un nome; però, questi saranno in numero maggiore o minore a seconda dell’occorrenza dell’osservatore, giacché tale partizione non sembra provenire né essere attribuibile esplicitamente all’organo di senso, né in modo diretto, né in modo immediato, ma che sia frutto dell’intelletto e, quindi, del pensante, il quale lo concepisce secondo le proprie occorrenze. Ad esempio, sembra, infatti, che gli eschimesi abbiano coniato sette termini diversi per indicare il bianco; tonalità dominante nel loro mondo "di ghiaccio".

3c° $ - Adesso passiamo a notare una caratteristica del fenomeno visivo: ossia, dove c’è il rosso, non c’è, né potrebbe esserci, il verde, il blu o qualche altro colore.

Insomma i colori si mostrano reciprocamente alternativi e ognuno escludente vicendevolmente l’altro; però, in ogni caso, la vista dà sempre un colore; né è possibile vedere il “nulla” o un “non-colore”, che dir si voglia.

La vista in conclusione vede comunque qualcosa; e se c’è trasparenza, assumerà il primo colore disponibile.

In verità questa proprietà si riscontra in tutte le sensazioni di qualunque organo di senso.

Ad esempio, un sapore scaccia l’altro; un suono rifiuta l’altro; e così pure per gli odori e le percezioni tattili.

4° $ - Orbene, si provi adesso a pensare ad un colore privo di superficie.

Credo che tutti concorderanno che la cosa sia impossibile.

Dunque, la conseguenza è che siamo obbligati ad ammettere che non c’è colore senza superficie.

Adesso, però, da dove è sbucata la superficie, dacché di essa non se ne sentiva proprio alcun bisogno?

Non era sufficiente fermarsi al colore?

Ebbene, non so se erro, però, nella vita quotidiana l’uomo si trova costantemente a fare i conti con la superficie; eppure, se interrogato, la risposta non viene spontanea.

Dire che la vista vede i colori, può sembrare un’affermazione banale; invece, dire che la vista vede la superficie, sorprende e richiede qualche riflessione.

Infatti, il colore è un elemento primario della vista, la superficie, invece, emerge solo in seguito al colore; certamente non a causa di questo, ma piuttosto in seguito ad una riflessione dell’intelletto, anche se appare talmente indisgiungibile da renderci impossibile la sua negazione senza nullificare perfino il colore stesso.

Di conseguenza è fuori d’ogni dubbio che, senza la superficie, l’uomo non riuscirebbe a vedere nessun colore: il colore è esteso!

Ci sono altri organi, oltre la vista, che ci danno la superficie?

E magari con quale incisività?

1° $ - Bene! Esso è il tatto.

Se al tatto togliamo la superficie, anch’esso viene a nullificarsi.

Pertanto, anche se con diversa appariscenza o vistosità, la superficie è inscindibile sia dal tatto sia dalla vista.

In realtà ci si potrebbe aggiungere pure il gusto, malgrado nessuno pensi alla superficie mentre sta gustando qualcosa.

Tuttavia, ciò, accade anche per gli altri sensi: nessuno pensa alla superficie mentre con la vista sta guardando, con il tatto sta toccando o con il gusto sta assaporando.

Ciononostante basta una piccola riflessione per comprendere che il gusto sta assaporando su una superficie (o, meglio, uno spessore costituito da più superfici), che, per quanto piccola voglia essere, è comunque sufficiente a renderla innegabile.

L’orecchio e l’olfatto non percepiscono la superficie, quanto piuttosto una certa profondità o spazialità, la cui essenza sembra di difficile individuazione, non fornendoci una prova primaria e decisiva di queste.

Infatti, il suono, può essere vicino o lontano all’ascoltatore, provenirgli da una direzione o dall’altra, così come gli odori percepiti qui, si perdono se ci si sposta un pochino più in là.

Ciò nondimeno, entrambi sembrano presupporre una certa profondità o spazialità ma in modo assai vago e indefinito. Possono al massimo confermarci la profondità o spazialità ma non fornirci la prova primaria e decisiva.

Apparentemente la superficie non viene a essere sentita in modo primigenio come il colore dalla vista o lo spessore dal tatto, ma soltanto indirettamente dall’analisi o dalla riflessione sulle sensazioni visive e tattili; sensazioni che potremmo definire, “primarie” per la vista e per il tatto, mentre assai meno rivelative, per il gusto.

Tuttavia essa c’è ed è innegabile.

1° $ - Il colore e la superficie comportano la figura, anch’essa vicendevolmente indisgiungibile da entrambi.

Come si originano le figure dalla superficie e dal colore?

Anche la figura è generata dall’intelletto, il quale, come abbiamo già detto, sembra che si lasci guidare docilmente, dal primo “colpo d’occhio”, dal primo “sguardo d’insieme”.

Supposta, infatti, una superficie verde (un prato), sembra che l’intelletto non vada a suddividere tale uniformità, ma che lo assecondi cedevolmente; né vada a unificare il verde dell’erba con i colori dei fiori in un tutt’uno quale potrebbe apparirci quando pensiamo ad “un prato”, in cui l’uomo mette insieme “erba” e “fiori”.

Orbene, sembra del tutto inimmaginabile che non sia possibile osservare, ad esempio, un’estensione di grano maturo giallo che si demarchi da un vicino campo di foraggio verde; oppure un’aiuola fiorita da un prato d’erba verde, ecc.

Siccome l’occhio vede una distesa di colori che si alternano, si può pensare che non vi intraveda immediatamente una qualche forma figurale, perché ciò comporta una specie di “vedere al di là” di ciò che appare. Possiamo immaginare che intervengano azioni dirette a delimitare alcune superfici, ecc.

Di certo, però, prima o poi, l’uomo coglierà la figura come qualcosa che viene a delimitare, quantomeno, un colore dall’altro. Eppure non è necessario che queste siano le uniche esperienze possibili che conducano da sole alla figura. Tuttavia, se le facoltà mentali non saranno difettose, prima o poi si arriverà al coglimento della figura.

Ciò che importa sottolineare è, invece, che la figura sembri sgorgare, come da una fonte, direttamente dal colore e dall’estensione.

Ed inoltre che tutti e tre ci appaiano inscindibili, quasi da non riuscire a comprendere l’uno senza l’altra; in altre parole che tra loro esista una certa connaturalità da renderli inscindibili pur rimanendo ciascuno nelle loro singole e distinte individualità.

In conclusione e senza timore di smentita, si può affermare che la figura è un sicuro prodotto dell’azione dell’intelletto, che la ritaglia a suo arbitro: essa non ci proviene direttamente da nessuno degli organi di senso, malgrado si manifesti come assolutamente inscindibile dalla sensibilità stessa.

Un’altra osservazione che ritengo utile e doveroso, è che se l’uomo non può dubitare dei dati sensibili primordiali di ciascun organo di senso, dato che può attingerli in qualunque momento che egli voglia, altrettanto accade per i loro “derivati” intellettivi, a patto però che ci sia la sensibilità.

Eppure c’è una differenza fondamentale: le sensazioni possono essere attinte sia direttamente attraverso le percezioni spontanee o procurate, sia indirettamente attraverso il loro ricordo; al contrario, i cosiddetti “derivati” intellettivi vengono ad essere abitualmente attinti nella loro interezza, giammai dalla sensibilità che li ha originati e a cui sono intimamente connessi, ma unicamente dal ricordo; infatti, l’intelletto, una volta realizzato l’apprendimento, conserva e ricorda tutte queste nozioni anche quando le percezioni non sono più presenti. Questa è la ragione di fondo per cui nel linguaggio ordinario questi loro legamenti vengono ad essere irrimediabilmente perduti, configurandoli che entità a se stanti e assolutamente indipendenti tra loro.

Inoltre le elaborazioni intellettive, una volta colte o apprese, assumono la medesima rilevanza dei dati sensibili primigeni e generano una raffigurazione mentale e un ricordo: concreto, tangibile, osservabile, “reale”, non diversamente dalle primitive percezioni sensoriali.

Insomma queste vengono a essere apprese e ricordate, se non meglio, sicuramente non in modo inferiore da come l’ha ricevuto dalla sensibilità.

Inoltre presentano le seguenti caratteristiche: essi sono immutabili, incorporei, intelligibili, unitari e assoluti.

1° $ - Anche per le figure si ripete quanto osservato per il colore.

Due figure formano una terza, a se stante, per composizione con le prime due; due colori, invece, si mescolano in un terzo; la differenza sta che la figura complessiva permette di vedere ancora quelle che la compongono mentre la mescola no, perché da essa si ottiene un colore diverso da ciascun componente.

Orbene, se consideriamo l’insieme delle singole figure semplici (che in seguito denoteremo come fenomeno figurale), ognuna è alternativa all’altra e ciascuna esclude l’altra. In altre parole, un triangolo, non sarà mai un quadrato né una qualunque altra figura.

Fra le varie funzioni del tatto, come forma, peso, densità, resistenza, contatto, ce n’è una di particolare importanza: essa è lo spessore, a cui abbiamo già fatto cenno in un riporto tra parentesi a proposito del gusto.

Lo spessore non è dato da nessun altro organo all’infuori del tatto; esso è omologo o consimile al colore per la vista piuttosto che all’estensione e alla figura.

Infatti, una volta colto, se andiamo a verificare quale possa essere lo spessore in ciò che è percepito dalla vista, ci si accorge ben presto che non è possibile parlare di spessore, perché il colore, seppure sia impensabile senza estensione, sembri essere completamente privo di ogni spessore; al massimo si potrebbe immaginare un sottilissimo strato che “ricopre”; che “avvolge”; che si “appoggia”; che si “distende”; o, meglio, che “emana” dalla superficie più esterna. (superficie senza spessore!)

Di conseguenza, per la vista si parlerà più propriamente, in riferimento alla superficie, di ampiezza, di vastità, ma non certo, di spessore.

1° $ - Un altro fenomeno originario da esaminare con attenzione è la coscienza.

Essa è intellettiva oppure sensibile?

Una risposta spiritosa potrebbe essere: la coscienza è l’intelletto che sente se stesso alla stessa guisa come uno dei sensi sente di sentire.

Nell’atto di coscienza, la mente apprende se stesso e si separa da (qualunque cosa sia) altro da sé.

Anche se questa nozione è importantissima, essendo oggetto di studio di molte discipline, da un punto di vista filosofico la definizione, che a me sembra più corretta è:

La coscienza pone se stessa e si separa.

Da che cosa?

Dall’altro!

Da quale altro?

Da checchessia che non sia essa stessa; da checchessia a sé estranea.

Infatti, che la coscienza sappia di sé, sembra fuori di ogni dubbio; che, però, sappia dell’’”altro”, dal “non - sé”, appare oscuro e arduo.

In altre parole, la coscienza, prima di dire che essa conosce qualcosa, fosse pure se stessa, bisogna che si costituisca e nel costituirsi pone “se stessa” e/o l”’altro”.

Nel costituire se stessa, però, deve necessariamente costituire l’”altro” senza il quale non potrebbe giammai costituire se stessa; quindi, l’altro deve necessariamente non essere “coincidente” con se stessa, perché altrimenti non potrebbe nemmeno “proporsi”; se poi negasse l’”altro”, finirebbe col negare perfino “se stessa”, quand’anche fosse, per ipotesi, già costituita; essa è, in quanto l’altro è. Di conseguenza, essa pone in pari tempo sé e l’altro.

Nell’atto di porre se stessa è implicito il germe della molteplicità, sia pure nelle forme più semplici di “io / tu”; io / lui; io / voi; io / l’altro; io / un terzo qualsiasi.

Con l’avvertenza, però, che, mentre l’”io” è unico ed indivisibile, l’”altro”, il “terzo”, il “voi”, ammette certamente, oltre a “se medesimo”, la pluralità, in quanto perfettamente compatibile con essa.

Adesso viene a emergere una facoltà umana, che noi chiamiamo ragione, dal latino “ratio”, che nel linguaggio comune significa pure “calcolo” o “rapporto”.

Sembra che sia stato Cicerone ad usarlo per primo nel tradurre la parola logos, la quale, però, in greco assume anche l'ulteriore significato di “discorso”.

Orbene, il divenire e il molteplice non avrebbero la ricchezza di significato e di operatività, che noi conosciamo, se non intervenisse appunto la ragione, la quale, attraverso la sua facoltà di “rapportare” o di “calcolare”, non consentisse il confronto tra le varie cose divenienti o tra le varie molteplicità, sicché si potesse parlare di misurabilità di entrambi.

Questa nozione nasce dalla “ratio” o “rapporto” che si instaura all’interno di ciascuno dei due ambiti.

1° $ - Per il divenire, il rapporto o confronto tra due o più fenomeni, ciascuno in evoluzione per proprio conto, conduce a comparare direttamente l’uno all’altro; il risultato, però, rimarrà deludente fino a quando non si arriverà, prima o poi, alla scoperta di quella trasformazione, talmente rapida, da poter essere assunta a sottomultiplo o, altrimenti detto, a unità di misura di ciascuno di essi.

A questo punto la proporzionalità tra i vari processi trova la sua piena soddisfazione, realizzando la più completa e accettabile misurabilità tra ogni fenomeno in divenire.

Il procedimento non muta per la molteplicità: anche in questo caso la soluzione alla comparabilità tra le varie quantità del molteplice si otterrà appena si sarà scoperta quella quantità, talmente piccola, da essere assunta a sottomultiplo o, altrimenti detto, a unità di misura di ciascuno di essi.

C’è un’osservazione da fare in merito: l’unità del divenire o del molteplice, per quanto la divisibilità, figlia della misurabilità, voglia essere “all’infinito”, essa non potrà mai annichilirsi, ma dovrà conservare, per quanto piccola voglia essere o immaginarsi, una sua estensione oppure spessore, come diremo tra poco.

Questa attività viene ripetuta anche nei confronti dell’estensione, della figura e dello spessore.

Codesta misurabilità potrebbe perfino mancare e il divenire, come la molteplicità, essere appreso senza dovere necessariamente rilevare alcuna proporzionalità all’interno di entrambi; tuttavia si deve precisamente a questa peculiarità, l’implicazione che il suo essere sia assoluto, unitario e incondizionato.

1° $ - Altro elemento di notevole rilievo è il mutamento, il divenire.

Ebbene, l’uomo non possiede alcun organo di senso che gli attesti in modo diretto, immediato e irrefutabile il divenire, contrariamente a quanto osservato con la vista, l’udito, il gusto, l’olfatto e il tatto.

Né conosce la sua natura; il suo operare; l’eventuale risultato, effetto o conclusione, tranne per quanto gli si manifesta spontaneamente.

Ciò che può fare è una semplice presa d’atto della forza, dell’irruenza, degli effetti prodotti e del suo tipico o meno apparire e svanire, sia quando è improvviso o graduale, sia quando è provvisorio o definitivo, dato che è un darsi completamente gratuito e spontaneo, dello stesso tipo di quanto è stato detto circa le varie sensazioni.

D’altra parte non è nemmeno un prodotto dell’intelletto, anche se una delle sue caratteristiche è proprio l’operatività, l’attività (movimento / mutamento / azione / dinamismo / divenire).

Infatti, l’intelletto è una facoltà che ha poteri ma non prodotti, se non quelli, che esso ottiene dalle elaborazioni del sensibile.

Sì, perché esso parte dal sensibile per tornare al sensibile stesso, dopo averlo rimaneggiato: dal colore al colore, dal suono al suono, ecc.

Si sarebbe potuto benissimo ipotizzare che fosse stata una facoltà dell’intelletto, appresa e resasi presente a se medesima tramite l’autoconsapevolezza.

Tuttavia non è così.

Non si può nemmeno ripetere quanto detto riguardo ai dati sensibili, ossia che <>. In questo caso, infatti, non c’è alcun organo da oscurare.

Tuttavia, se il procedimento fin qui seguito è corretto ed esatto; ossia se quel procedimento che ci ha condotto a dire che la vista ci fornisce i colori; i quali sono inseparabili dall’estensione e dalla figura, e via di seguito; allora noi adesso possiamo affermare che l’intelletto, attraverso una propria attività ermeneutica, eseguita sulla sensibilità, ha fatto sì che ogni primitiva vaghezza sensoriale venisse meno e cedesse il posto a qualcosa d’indubitabile, sicuro e immutabile; in questo modo si è potuto affermare con decisione che la vista ci mostra i colori; l’udito i suoni, l’olfatto gli odori, il gusto i sapori, il tatto lo spessore con le percezioni tattili.

Le obiezioni, che si possono fare a questo metodo sono che le cose dette non siano state esaustive, in quanto si sarebbe potuto aggiungere dell’altro e del diverso. Comunque saremmo rimasti in ogni caso nell’ambito dell’attività ermeneutica con esiti contraddistinti dalle medesime peculiarità, già messe in evidenza.

Tali spiegazioni di qualunque tipo esse siano state o avrebbero potuto essere, presentano pertanto alcune costanze o stabilità, che sembrano accomunare tutte le attività esegetiche dell’intelletto, come:

-------


  • l’immutabilità,

  • l’incorporeità,

  • l’intelligibilità,

  • l’unitarietà,

  • l’assolutezza.

Di qui le conclusioni sovra ricordate: la vista i colori; l’udito i suoni, l’olfatto gli odori, il gusto i sapori, il tatto lo spessore con le altre percezioni tattili.

In contrapposizione a tali permanenze dell’attività intellettiva, l’attività sensoriale si mostra in continuo mutamento, sottoponendo l’intelletto a ininterrotte rielaborazioni, che si rivelano spesso (non sempre) adeguate, però soltanto provvisoriamente, data l’incessante spinta al cambiamento.

Ciò tuttavia, non significa che l’intelletto sia in contrasto con la sensibilità per il fatto, che il primo si mostri stabile mentre la seconda si mostri dinamica, perché in realtà sono entrambi dinamici ed in continuo divenire.

Cionondimeno, di fronte a questo conflitto tra le elaborazioni intellettive e il dinamismo senso-intellettivo, l’intelletto esperimenta una profonda divergenza tra la costanza, la stabilità o la permanenza delle prime e la mutevolezza ed il variare del secondo, che si prospetta con caratteristiche del tutto diverse, se non addirittura antitetiche: come la mutevolezza, la corporeità, l’inintelligibilità, la frammentarietà e relatività.

Per questo motivo l’attività interpretativa dell’intelletto deve essere esercitata sia riguardo al senso e sia riguardo all’intelletto.

Ebbene l’intelletto viene ad apprendere il divenire attraverso la comparazione tra le interpretazioni formulate (tra ciò che pensa) durante l’esame del sensibile, che in questo modo viene a essere codificato in concetti precisi, definitivi, conclusivi, ecc. e le successive inevitabili interpretazioni, costretto ad elaborare, sotto la spinta dell’incessante mutevolezza del dinamismo senso-intellettivo (ciò che osserva sperimentalmente) che lo sottopone a inarrestabili rimuginamenti, che si rivelano tutte inadeguate, non perché non si sia colta l’essenza quanto piuttosto per la loro estrema instabilità.

In altre parole l’intelletto è come se osservasse e prendesse nota di una diversità fondamentale tra ciò che esso elabora (le interpretazioni ermeneutiche) e la fonte da cui attinge (il senso) le sue elaborazioni.

Il mutamento e il divenire, come già detto, si rivelano attraverso ciò che si è appreso dal senso, attraverso la trasformazione e il cangiamento.

Per il senso si è detto che, ad esempio, il colore si alterna e si esclude; ebbene, con il divenire è il medesimo colore ad alterarsi, sicché si finisce che ognuno, non esclude più, ma accetta l’altro, in quanto è divenuto e si è cangiato nell’altro.

Allo stesso modo la figura non si alterna più nel senso che, se essa è un triangolo, non può essere quadrato, perché ognuno diviene o può divenire l’altro, se mosso da una forza adeguata a questo scopo.

Allo stesso modo, una superficie, seppure delimitata, aumenta o diminuisce di estensione per ragioni, che per noi risultano del tutto sconosciute, ignote ed incomprensibili, dato che non c’è senso che ce lo attesti.

Ebbene, questi sono esempi che dimostrano allo stesso tempo l’esistenza del divenire e le varie modalità, attraverso cui esso si manifesta tramite i nostri sensi.

Per questo motivo ad attestare anche questo fenomeno, non è affatto l’intelletto, a cui non compete né potrebbe farlo, ma anche in questo caso troviamo sempre e unicamente il senso, sia pure in modo indiretto e mediato.

Una conseguenza di questo apprendimento indiretto e mediato, è il domandarsi se veramente l’intelletto ha colto correttamente il divenire oppure se ha soltanto creduto di coglierlo dato che in realtà il divenire non esiste ed è solo frutto di un’illusione dei sensi.

In qualunque modo si voglia rispondere a questa domanda, c’è un dato di fatto incontestabile: l’intelletto conosce esclusivamente in virtù di sensazioni primigenie incontestabili, che appaiono alla coscienza, grazie all’attività ermeneutica dell’intelletto; sensazioni che solo e unicamente il senso è in grado di fornirgli e che, se mancanti, la conoscenza diviene impossibile e irrealizzabile.

Il mutamento o il cangiamento, di cui agli esempi suddetti, non può necessariamente essere pura illusione o inganno dei sensi, perché l’uomo è in grado di procurarsi direttamente queste trasformazioni sia sul colore, sia sulla figura, sia sull’estensione e sia su qualunque altra cosa suscettibile di trasformazione.

Noi ci siamo fermati a queste tre modalità, però possiamo sperimentare altri tipi di cambiamento nei rimanenti sensi, che abbiamo soltanto omesso per semplificare.

C’è infine da osservare che non si assisterà giammai al divenire di un senso nell’altro: non constateremo mai e poi mai un colore che svanisce per far posto ad un suono, né una figura che divenga sapore, né una visione che diventi suono.

D’altra parte come potrebbe divenire ciò che è venuto meno?

Cosa mai potrebbe diventare il colore che cangia se non un altro colore?

Ed una figura in altra figura?

E una visione in altra visione?

L’unica esperienza che possiamo fare è di assistere al contemporaneo cambiamento del colore, della figura, dell’estensione e del suono, subendo un ben comprensibile smarrimento psicologico di fronte ad esso.

Che ci siano esempi di inganni dei sensi, è fuori discussione, ma che non ci sia il divenire, che è la vera causa del movimento e del mutamento, è assolutamente inaccettabile e significherebbe negare l’evidenza.

Piuttosto, dato che tutto si fonda nella natura stessa del senso, il quale percepisce e nel percepire non può assolutamente rifiutare un proprio oggetto da percepire; così come tutto si fonda anche sulla coscienza, che abbiamo definito come un’“apprende se stesso e si separa da qualunque cosa sia altro da sé”, l’unico modo per negare il divenire è quello di negare, in primis, il senso nonché la coscienza.

Negando però questi, non si capirebbe più come potrebbe mai realizzarsi una qualche vera e reale conoscenza.

99 $ - Dopo i numerosi accenni fatti fin ad ora, è diventato inevitabile chiarire cosa sia il fenomeno.

Occorre preliminarmente avvertire che fenomeno non è da intendere come illusione, quanto piuttosto come “ciò che appare” (alla coscienza); ciò che si mostra; ciò che si manifesta; ciò che si rivela; non come pura apparenza fittizia o esteriorità ma come vera interiorità ed essenza.

Anzi con l’occasione precisiamo che l’illusione non esiste per niente, se non come confusione e fraintendimento, ossia come l’intendere una cosa per un’altra, come nel caso del mancato riconoscimento, in cui, a causa del possesso di alcuni tratti comuni, si equivoca una cosa con l’altra: è, quindi, un puro errore di riconoscimento; quindi non come qualcosa esistente per sé, in quanto, se così fosse, sarebbe comunque qualcosa.

1a° $ - Per spiegare il fenomeno ci avvarremo dell’analisi linguistica.





Soggetto, predicato
Insomma sembra che
Nel primo caso
Assai numerosi: che l’essere è ingenerato e imperituro,
Quella d’individuarla tra altre
Attribuire a ciascun organo “ciò che sente
Il triangolo è una spezzata chiusa di tre lati e di tre angoli


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