Aprire le rianimazioni: analisi del vissuto percepito dagli infermieri in una struttura sanitaria complessa


LA COMUNICAZIONE IN TERAPIA INTENSIVA



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LA COMUNICAZIONE IN TERAPIA INTENSIVA
La comunicazione in Terapia Intensiva è di rilevante importanza in quanto il paziente e i familiari si trovano di fronte ad una situazione molto complessa ed enorme da affrontare, in cui le condizioni del proprio caro sono compromesse.

In questi reparti la cattiva qualità della comunicazione interpersonale è oggi il principale motivo di insoddisfazione dei pazienti e dei loro familiari13. Dall’altro lato, alla comunicazione interpersonale si attribuisce importanza come veicolo d’informazione, come strumento di supporto psicologico e come efficace prevenzione dei contenziosi che spesso sorgono dalla scarsa qualità della comunicazione e quindi delle informazioni fornite. Essa pertanto risulta componente essenziale della cura.


Una comunicazione efficace, nasce dal presupposto di una relazione di fiducia tra medico, infermieri, paziente e familiari, in cui l’attenzione del medico è rivolta in modo prioritario alle esigenze, ai bisogni e alle emozioni espresse da quel paziente e i suoi familiari. Se la comunicazione viene intesa come strumento della relazione d’aiuto allora si ripercuote favorevolmente sia sul piano delle condizioni cliniche che dell’equilibrio psicologico dei pazienti.

Una comunicazione efficace consente di fornire le informazioni necessarie a rendere consapevole il paziente dei benefici attesi di un trattamento, dei suoi rischi, delle opzioni alternative e dei rischi dell’assenza del trattamento. Nel caso di pazienti incapaci di comprendere e di esprimere un parere, come spesso sono ricoverati in Terapia Intensiva, la comunicazione con i familiari non deve limitarsi ad informarli sugli aspetti sanitari, ma può mirare anche ad indagare se vi siano state, o siano presumibili, volontà del paziente rispetto al piano di cure cui egli è sottoposto.

La comunicazione con il paziente, o con coloro che sono più fedeli testimoni dei valori da lui espressi prima della perdita della capacità di parlare, favorisce quindi lo sviluppo dell’autonomia decisionale del paziente nelle scelte sanitarie che lo riguardano. In tal modo, una buona comunicazione rappresenta, come già detto, anche un efficace prevenzione dei contenziosi assicurativi e giuridici che spesso sorgono dalla scarsa qualità delle informazioni fornite e da una cattiva comunicazione. Quest’ultima può produrre una relazione fra équipe curante, paziente e familiari contraddistinta da frustrazione, sfiducia, fino all’espressione di atteggiamenti ostili e poco collaborativi. E’ innegabile che adottare modalità comunicative idonee è un compito difficile per tutti i membri dell’équipe saniatria.

Alla realizzazione dell’obiettivo di una comunicazione efficace in TI si frappongono numerosi ostacoli. La comunicazione con il paziente diventa impossibile o difficile se questi presenta alterazioni dello stato di coscienza; la comunicazione con i familiari è ostacolata dalle loro emozioni e dalle reazioni soggettive alla malattia. Un vissuto di rabbia, ansia e depressione riduce la collaborazione favorendo la regressione. Questi sentimenti vengono più accentuati dall’isolamento fisico del malato, dall’apparato tecnologico che lo sovrasta e dal senso d’impotenza che i familiari vivono trovandosi nell’impossibilità di svolgere alcun ruolo attivo nel processo terapeutico13. Per questo motivo una certa flessibilità nel consentire l’accesso dei familiari in Terapia Intensiva va a soddisfare la richiesta espressa in modo esplicito o meno, ma sempre presente, di avere un ruolo attivo nelle cure dei loro cari, di partecipare in qualche modo a questa fase, di mantenere un contatto con la persona malata.


Vi sono diversi elementi che ostacolano la comunicazione con il paziente e con i familiari ma a molti di questi è possibile porre un rimedio considerando i fattori che favoriscono la relazione e quindi una buona comunicazione.

La scelta del contesto ambientale in cui collocare l’evento della comunicazione, ad esempio, ha un ruolo importante: un colloquio in un luogo appartato e senza motivi di distrazione consente ai familiari di concentrarsi sulle informazioni che vengono date, di elaborarle e di esprimere i propri sentimenti13.

La ridotta capacità di utilizzare una comunicazione a due vie, cioè la capacità di ascoltare i bisogni dell’altro e di consentire al paziente e ai familiari di fare domande e di esprimere i propri sentimenti. Vi è, inoltre, scarsa consapevolezza degli aspetti non verbali della comunicazione che permettono di rilevare e decifrare lo stato d’animo del paziente e dei suoi familiari, favorendo una comunicazione empatica in cui le emozioni possono esprimersi liberamente ed essere accolte nella relazione. Sono molte le informazioni che si possono trarre dalla comunicazione non verbale e altrettante quelle che possono essere usate per sostenere e migliorare la comunicazione delle informazioni al paziente e ai familiari.

Anche il contenuto della comunicazione può trasmettere ansia al paziente/parente. L’informazione, infatti non deve essere troppo tecnica in quanto finalizzata a fornire in modo comprensibile le notizie circa la malattia e il piano di lavoro che ci si appresta a mettere in atto e non deve essere carente o, al contrario, eccessiva. L’informazione non va vista, infatti, come un atto puntuale, ma come un processo che si realizza nel tempo e che si concretizza nel consenso del paziente alle cure e nella condivisione con i familiari del programma prospettato, ed infine l’informazione fornita dai vari membri dell’équipe non deve differenziarsi nei contenuti: questa è un’altra frequente causa di fraintendimento oltre che un indicatore di scarsa coesione dell’équipe.


Le questioni sinora sollevate ci portano a chiederci se il superamento degli ostacoli per arrivare ad una buona comunicazione sia realmente possibile nel contesto attuale delle Terapie Intensive, contraddistinto da carenza del personale, spesso inadeguatezza degli spazi architettonici ed elevati carichi di lavoro, oltre che dalla fatica intrinseca alla gestione quotidiana della malattia grave e della morte.

Vi sono alcuni interventi possibili che riguardano il messaggio che viene trasmesso e che facilitano la comprensione delle informazioni: ad esempio il ricorso a strumenti informativi (opuscoli, videocassette) che illustrino le attività della Terapia Intensiva ed i principali problemi dei pazienti ricoverati, questi supporti si sono dimostrati strumenti utili per migliorare la qualità delle informazioni ai familiari.

Tutto il materiale che può essere usato per facilitare la comunicazione, però, non può sostituire la relazione intersoggettiva fra i membri di una équipe curante, i pazienti e i loro familiari. Questa relazione si costruisce nel tempo e richiede una competenza comunicativa che deve essere sviluppata con processi di formazione specifici mirati ad acquisire la capacità di ascoltare, di fare domande appropriate e di accettare le risposte fornite, di interpretare correttamente e usare efficacemente la comunicazione non verbale, di sviluppare la capacità empatica. Questo tipo di formazione richiede tempo e impegno da dedicare allo sviluppo della competenza relazionale e delle abilità di comunicazione interpersonale.

LA COMUNICAZIONE DIFFICILE
Come comunicare con i familiari dei pazienti terminali in Terapia Intensiva?

Malgrado la comunicazione fornita dal personale sanitario in Terapia Intensiva sia legata alla soddisfazione dei familiari, come pure alla comprensione, ai sintomi di ansietà e depressione, la capacità di comunicare dei sanitari in realtà necessita di miglioramento, come suggerito dal relativamente basso grado di soddisfazione dei familiari2.

Ogni operatore di terapia intensiva dovrebbe chiedersi quanto la sua abilità nel comunicare potrebbe essere migliorata. Anche se non ci sono gold standard nella comunicazione coi familiari, le capacità richieste, generalmente, sono il saper ascoltare, la capacità di gestire i conflitti e di facilitare gli incontri. In questo senso, la comunicazione con i familiari fatta di domande aperte, interazione riflessiva e chiara ed onesta informazione può aiutarli a scaricare le emozioni, a sentirsi rassicurati, rinforzati e confortati. Oltre alle capacità dei medici e degli infermieri, una brochure informativa è un altro mezzo per integrare, migliorare e rendere più efficaci le informazioni fornite ai familiari in caso di gravi patologie spesso mortali.
Chi dovrebbe comunicare con i familiari dei pazienti che stanno morendo in Terapia Intensiva?

La comunicazione non dovrebbe essere più considerata come privilegio dei soli medici che sono “gli unici che sanno”, ma la comunicazione coi familiari deve essere un lavoro di équipe. Uno studio descrittivo, che utilizzava un questionario sulla soddisfazione dei familiari in Terapia Intensiva, ha trovato un più alto grado di soddisfazione dei parenti nella comunicazione con gli infermieri piuttosto che con i medici2. Anche i giovani medici e gli specializzandi devono essere coinvolti nella comunicazione con i familiari.

Chiunque sia a comunicare coi familiari in Terapia Intensiva, il punto più importante sembra essere la coerenza dell’informazione fornita ai familiari dai differenti curanti.
Si è visto che le difficoltà maggiori che riscontra l’infermiere nei confronti della morte sono rappresentate dalla sua accettazione e dall’instaurare relazioni con i parenti. Se l’infermiere è così turbato dal pensiero della morte da non riuscirne a parlare, o se la sua angoscia è evidente e difficilmente controllabile, di certo non si relazionerà bene con i parenti17.

La comunicazione coi familiari è essenziale perché la maggior parte dei pazienti morenti in Terapia Intensiva non sono coscienti e i loro familiari sono coinvolti nel processo decisionale. Dall’altro lato loro stessi hanno bisogno di ricevere attenzione piena e cure speciali. In ogni caso la comunicazione è fondamentale in ogni processo decisionale. Da una parte consente ai familiari di ricevere informazioni sulle condizioni cliniche, il trattamento e la prognosi, dall’altra consente ai curanti di ricevere informazioni sulla storia, i valori e le preferenze del paziente2.

L’infermiere è direttamente coinvolto non tanto per la comunicazione di morte in sé ma per il supporto immediatamente successivo ai parenti. Questo è un dato di esperienza, per cui sia il percorso formativo che, successivamente, il luogo in cui ci si svolge l’attività di lavoro, devono intervenire per preparare l’infermiere ad affrontare questo argomento17.

È fondamentale ricordare che alla comunicazione di morte bisogna dedicare il tempo necessario. Non si può comunicare a un parente il decesso del proprio caro in ambienti poco idonei, alla presenza di altri soggetti.

Malgrado l’atmosfera di una sala d’attesa non sembri influenzare in maniera decisiva la soddisfazione dei familiari, l’assenza di una sala d’attesa o di una stanza dedicata ai colloqui può essere associata a una maggiore frequenza di sintomi di ansietà e depressione tra i familiari. Sicuramente la pratica clinica quotidiana suggerisce che è utile fornire informazioni e comunicare con i familiari in un ambiente tranquillo e dedicato, lasciando che ciascuno si senta comodo e benvenuto2.
In quel momento si lavora per chi rimane, anteponendo i loro bisogni ai propri. Se per l’infermiere non è facile sostenere il parente dopo la comunicazione, per quest’ultimo è altrettanto difficile sentire e recepire le parole dei sanitari che in quel momento sta distruggendo ogni sua speranza. La formazione permanente per gli operatori che si trovano a lavorare in situazioni in cui è frequente dover comunicare decessi improvvisi o gravi patologie è tenuta ad istituire procedure attraverso cui l'operatore può ricevere informazioni per comunicare in modo corretto ai familiari il decesso del loro congiunto. La comunicazione deve essere semplice e chiara, bisogna porre minuziosa attenzione agli aspetti verbali e non verbali, anche al luogo in cui avviene tale comunicazione. L’infermiere deve essere in grado di avere un atteggiamento che sia un giusto punto di equilibrio tra distacco professionale e partecipazione umana.

Come prima cosa bisogna presentarsi, è meglio se la comunicazione viene data da un’unica persona, facilmente ricontattabile. Essere già informati sul parente di riferimento è sempre positivo. La comunicazione deve avvenire in un luogo tranquillo e poco rumoroso; è meglio far sedere la persona e sedersi accanto a lei, evitando i corridoi o le sale d’attesa per comunicare questa notizia.

Bisogna essere semplici e diretti parlando con calore, usando sempre il nome della vittima, mai ricorrere a parole quali: “defunto”, “corpo”, “morto”, “spirato”, “trapassato”. È un modo per far sentire di essere più vicino alla famiglia e che ci si sta occupando di loro. Comunicazione verbale e non verbale devono essere coerenti: non si comunica solo una notizia ma si entra anche in contatto con l’interessato, una relazione di qualità non dipende solo da ciò che si dice ma dai gesti che si compiono e dagli atteggiamenti che si assumono. Dopo aver comunicato la notizia è importante se necessario porgere le condoglianze. Dopo aver ricevuto la comunicazione i familiari tenderanno a concentrarsi su questa, e nessuno dovrebbe distoglierli dal loro dolore. E’ importante, quindi, non parlare di altro e per dare ulteriori informazioni è utile aspettare che l’interlocutore sia di nuovo disponibile. Infine nella maggior parte dei casi dopo la comunicazione del decesso si passa alla consegna degli oggetti personali. Bisogna precedentemente informare i parenti di questa consegna, che dovrà comunque rispettare i loro desideri. Se c’è qualcosa di positivo da dire a proposito degli ultimi momenti di vita del defunto è importante comunicarlo, com’è importante rassicurare i parenti sul fatto che il loro caro non ha sofferto senza però dare l’impressione che non se ne sia neanche accorto17.
La comunicazione dello stato di coma rientra tra la comunicazione difficile da sostenere da parte del personale sanitario. E’ importante allora che la comunicazione sia affrontata correttamente, perché non si creino facili illusioni tra chi lo vive direttamente. Il coma è una sintomatologia, ed è composta da differenti fasi. Per questo serve un uso appropriato delle parole che superi i tanti luoghi comuni in materia.

Il coma è una sintomatologia che riguarda molte patologie, si relaziona con la vita e non con la morte. E’ la conseguenza di una sofferenza cerebrale: si manifesta con l’assenza di condizione di veglia (il malato non apre gli occhi) e con l’assenza di manifestazioni di coscienza (non può comunicare con gli altri e non reagisce quando gli si parla). Il coma anche se prolungato non è sempre uno stato permanente, può evolvere in uno stato cosiddetto “vegetativo” che può durare pochi mesi o addirittura anni.

L’informazione sul coma e sulle condizioni di sofferenza non deve assumere toni sensazionalistici o gratuitamente emotivi. Il dovere di correttezza nelle informazioni sullo stato di coma e di sofferenza implica l’obbligo di usare un linguaggio equilibrato e di redigere le notizie secondo i principi di obiettività e completezza.

Quest’obbligo si estende anche all’informazione di carattere prettamente medico sanitario, la quale deve risultare, allo stesso tempo, completa e comprensibile anche per un pubblico non esperto. In questi casi, la tecnicità dei temi trattati non può in alcun modo rappresentare una giustificazione per una comunicazione non corretta o approssimativa6.



LA RELAZIONE INFERMIERE, PAZIENTE E FAMILIARI
Parlare di relazione infermiere-paziente significa analizzare un processo dinamico con delle caratteristiche ben definite. E’ sicuramente una “relazione d’aiuto” in quanto si realizza in un contatto tra due persone di cui una, l’infermiere, ha una funzione di sostegno e facilitazione rispetto all’altra. Il paziente è in una particolare condizione esistenziale nel senso che il suo equilibrio psicofisico, per svariate cause, si è momentaneamente alterato al punto che non riesce, autonomamente, a trovare soluzioni efficaci per ripristinarlo.
L’infermiere è una persona che ha scelto “professionalmente” di fornire un sostegno che possa aiutare il paziente a risolvere la condizione di squilibrio in cui si trova. Dall’interazione di questi due sistemi emergono fattori che determinano da una parte la risoluzione totale o parziale del problema del paziente, dall’altra la soddisfazione dell’infermiere nel proprio lavoro. Questo tipo di relazione viene iniziata con un proposito ben preciso, viene continuata e terminata in funzione dei bisogni del paziente. All’interno di questo rapporto atteggiamenti adeguati o meno possono provocare delle conseguenze positive o negative per le persone coinvolte nella relazione stessa. Individuare e valutare correttamente le risorse, i bisogni, i problemi psicofisici e sociali del malato; programmare e garantire l’assistenza necessaria all’individuo; eseguire con responsabilità secondo la propria competenza le misure terapeutiche; saper creare un clima terapeutico; collaborare con i vari componenti dell’équipe; continuare la propria formazione. Questi sono solo alcuni elementi che identificano la professione infermieristica.
Per soddisfare questo ruolo occorre, oltre ad una solida formazione di base, un’educazione permanente, perché dietro al ruolo c’è l’individualità dell’essere umano, nucleo estremamente più ricco e complesso di ogni immagine professionale7. Questo elemento mette in luce aspetti positivi in quanto l’infermiere può far agire negli interventi la propria individualità. Tuttavia allo stesso tempo, evidenzia stati d’animo ed emozioni che richiedono una profonda presa di coscienza. L’infermiere deve fare inevitabilmente i conti con il dolore, sia esso fisico che psicologico, con la morte, con la propria impotenza, con la necessità di tenere in piedi un’immagine professionale spesso lontana dalla realtà in cui opera.

Rabbia, paura, dolore, ansia, insonnia, stanchezza, insoddisfazione ecc., sono risposte a questa continua sollecitazione e creano un circolo vizioso che si autoalimenta diventando sempre più forte e sfociando in quella che viene definita “Sindrome da Burnout”. Questo meccanismo fa sì che l’infermiere si crei inconsapevolmente una corazza che se da una parte lo difende da attacchi esterni, dall’altra gli limita enormemente i movimenti. Il risultato è che per paura di soffrire non si riesce neanche a vivere. Il fatto di provare emozioni come quelle descritte precedentemente di per sé non rappresenta qualcosa di destabilizzante; infatti sono componenti normali di quasi tutte le nostre relazioni.

E’ anche vero che nella professione infermieristica queste emozioni sono amplificate da una condizione organizzativa strutturale a volte carente, dal fatto che si presentano frequentemente e spesso con più intensità rispetto al normale. La condizione lavorativa e i contenuti di questa professione agiscono su una struttura emotiva già esistente e che, proprio per questo, carica di componenti personali una relazione già di per sé complessa. Nella relazione con il paziente portiamo le nostre emozioni che sono il frutto dei nostri vissuti, è la consapevolezza di questo meccanismo che ci deve guidare.

Grossman, psicoterapeuta transpersonale, sostiene che acquisire questa consapevolezza significa essere responsabili delle proprie emozioni: “prenderci la responsabilità delle nostre emozioni in ogni situazione significa riconoscere che nessuno può farci sentire in un modo che noi non desideriamo. Ciò significa essere disposti a prendersi la responsabilità per qualsiasi cosa sentiamo cosi come per ciò che facciamo7.


Questo significa che se le nostre reazioni non ci piacciono o se dalla relazione usciamo distrutti, siamo solo noi che dobbiamo fare qualcosa rispetto a noi stessi per cambiare. Non si deve pensare che debbano essere gli altri a fornirci gli strumenti per il cambiamento; noi e solo noi dobbiamo decidere chi vogliamo essere e come vogliamo che le nostre relazioni si realizzino. Se si pensa, infatti, che debba cambiare il modo di concepire la malattia e l'essere umano malato, che debbano cambiare alcune cose all'interno della struttura ospedaliera, non si deve pensare che sia questa ad offrire le possibilità di cambiamento, ma si deve iniziare da noi stessi, informandoci su altri approcci, cercando di capire come siamo collocati emotivamente all'interno di essi e creando dei momenti di confronto per creare un sentire comune che possa produrre dei veri e propri cambiamenti.
Se pensiamo a noi come a qualcosa di definito e immutabile perdiamo il contatto con noi stessi e con gli altri, e questo porta a non sentire il flusso delle emozioni. Un atteggiamento positivo di apertura invece può generare un vero e profondo cambiamento.

Grossman al riguardo propone questo esempio: “... è come se entrassimo in una stanza fredda e buia, ma con un bellissimo mazzo di fiori sul tavolo. La stanza è sicuramente fredda e buia e non dobbiamo reprimere questa consapevolezza, ma possiamo scegliere se parlare dei fiori o del freddo o dell'oscurità: penso che un diverso tipo di vibrazione emana da noi in base alla scelta che operiamo7”.

Per realizzare questo atteggiamento dobbiamo essere in contatto con le nostre emozioni, con il nostro corpo, con tutto il nostro organismo. Imparare come funzioniamo, ossia come respiriamo, come ci muoviamo, quali sono le nostre tensioni e come queste limitano il movimento, significa riappropriarci del nostro essere e dare libero flusso alla nostra energia. In termini di vita significa avere un'esistenza più piena, più ricca, dove siamo liberi di scegliere e dove le nostre paure, la nostra rabbia, la nostra gioia fanno parte di un processo naturale dinamico di interrelazioni e, proprio per questo, assumono un significato secondario, seppur importante, rispetto ad un progetto più universale.

Congruenza, autenticità, considerazione positiva incondizionata, empatia non sono delle belle parole che esprimono concetti astratti, non sono semplice teoria, ma rappresentano un vero e proprio "sentire" che si realizza attraverso l'esperienza, prima di tutto, di queste emozioni su noi stessi.



Come si fa a non giudicare o ad essere empatici quando abbiamo sempre un atteggiamento di giudizio nei nostri confronti, quando non siamo in grado di prenderci cura di noi stessi, quando non ci diamo il permesso di lasciarci andare alle emozioni, quando non siamo in grado di perdonarci? Entrare in questa condizione non è un processo solo mentale, ma rappresenta una vera a propria condizione energetica in cui tutto il corpo subisce delle modificazioni.

Sempre Grossman dice: "Spesso giudicare significa entrare in tensione, contrarre il respiro o parti del corpo ... L'atteggiamento del non giudizio, invece favorisce la fiducia e la sicurezza ... e a livello corporeo si esprime in una dimensione di apertura, calore e rilassamento ... Qualsiasi cosa ci sia dentro di noi ha una ragione per esserci7”.


Solo lavorando profondamente su noi stessi e sulle nostre tensioni per tendere a questo atteggiamento possiamo entrare in quella condizione energetica che permette il realizzarsi di un'efficace relazione di aiuto dalla quale, peraltro, possiamo imparare a conoscere nuove cose di noi stessi.

Il nostro movimento, il nostro respiro, le nostre emozioni: tutto questo fa parte di un sistema dinamico d’interrelazioni, dove ogni parte è in contatto con un'altra ed è in grado di influenzarla; questo sistema a sua volta è in relazione con altri sistemi e cosi via: "Tutto fa parte del tutto". Una concezione di questo tipo permette una visione diversa dell'uomo e della malattia, e di conseguenza gli interventi terapeutici e assistenziali assumono connotati diversi. Non ci si occupa più solo del sintomo o del disagio, ma questo viene inserito all'interno di un contesto più grande che comprende atteggiamenti, relazioni, ambiente; in questo contesto il sintomo, la malattia, il disagio hanno una loro logica, una loro economia, una loro energia e agendo su questi elementi si possono migliorare le condizioni di salute di una persona. Noi siamo solo un mezzo, importante, comunque un mezzo, e possiamo fare solo da catalizzatori a un processo che già da solo avviene, oppure non far altro che "stare" con profondo rispetto quando ci si accorge che il tempo di un uomo o di una donna è ormai terminato.

Chiunque scelga di lavorare con la malattia, con la sofferenza, deve sviluppare quello che Rollo May definisce coraggio dell'imperfezione. Secondo quest’autore: "... Coraggio dell'imperfezione significa portare i propri sforzi su un campo di battaglia importante, la dove si compiono cose significative e dove il fallimento o il successo diventano questioni relativamente secondarie7”.

Un ricovero in Terapia Intensiva rappresenta un momento difficile per il forte contenuto relazionale, a causa dei bisogni d’informazione e di supporto psicologico espressi dal malato stesso e dai suoi familiari, che si trovano a fronteggiare situazioni del tutto nuove e cariche d’ansia. A fronte di questo, una comunicazione efficace con tutte le persone coinvolte diventa fondamentale per favorire la comprensione e l’accettazione degli eventi.

La relazione di supporto instaurata dal team sanitario con il malato e i suoi familiari diviene pertanto una priorità nell’ambito del piano di cura e di assistenza e costituisce, soprattutto all’esordio della malattia e nelle fasi iniziali, una sfida per il team sanitario, che spesso viene chiamato a gestire problemi relazionali molto complessi e a volte poco considerati16. Gli eventi critici provocano una crisi a causa dei cambiamenti imprevisti nello stato di salute e della modificazione dei ruoli, dello stile di vita e del grado di indipendenza.

Lo sviluppo di una relazione di stima e fiducia con l’équipe curante, che potremmo definire di “alleanza terapeutica”, non solo è cruciale per i familiari, ma crea un clima favorevole a realizzare l’obiettivo comune di curare al meglio le persone ricoverate. In un rapporto di reciproca fiducia, la famiglia cerca di portare ai curanti gli elementi che ritiene possano aiutare nelle cure, riguardo allo stato di salute e alle abitudini di vita della persona ricoverata. La mancata comunicazione implica che l’ansietà non controllata dei familiari possa sfociare in sfiducia nei confronti dell’équipe dei curanti, nella non accettazione dei trattamenti proposti, in rabbia, insoddisfazione e ancora più drammaticamente, in contenziosi giudiziari.


La letteratura scientifica degli ultimi anni ha dedicato sempre maggiore spazio alla misura del “benessere” delle persone ricoverate e della “soddisfazione” dei familiari.

A tale proposito, numerosi studi hanno cercato di individuare e descrivere le principali necessità espresse dai familiari dei pazienti. Tra queste, un’indagine condotta da Molter ha dimostrato che, per i parenti, particolare rilevanza riveste la percezione che il personale sanitario risponda in modo umano alla speranza sul buon esito delle cure e manifesti, con continuità, attenzione verso il proprio congiunto. Inoltre, risulta importante disporre di uno spazio appropriato vicino al malato, essere chiamati se le condizioni cliniche cambiano, essere informati sulla prognosi16.

Uno studio di Daley ha indicato che, nelle prime 72 ore dopo l’accoglimento in Terapia Intensiva, i familiari percepiscono le proprie necessità personali come poco importanti: la prima esigenza è ottenere informazioni sul congiunto e il supporto e la disponibilità all’ascolto rappresentano la prima necessità. I familiari di pazienti critici possono costituire una forte fonte di stress per gli infermieri, se non si sentono adeguatamente preparati per soddisfare le loro necessità. Spesso concorrono allo stress la mancanza di tempo, l’eccessiva focalizzazione sul malato come unici ed esclusivo destinatario delle proprie attività, che porta a trascurare il legame tra il decorso clinico, l’evoluzione dello stato di salute del paziente e il soddisfacimento delle necessità dei familiari16.

Imparare a riconoscere e affrontare i bisogni dei parenti dei pazienti critici può risultare molto complesso, per la molteplicità e la variabilità delle problematiche e dei motivi di disagio che si manifestano nelle terapie intensive. Anche l’operatore più preparato e disponibile può sentirsi in difficoltà a seguire alcune esperienze a supporto di quanto detto.


Gli infermieri del dipartimento di Anestesia Rianimazione e Terapia del dolore della Fondazione IRCCS CA’ GRANDA Ospedale Maggiore Policlinico hanno elaborato la carta di accoglienza di Terapia Intensiva con l’obiettivo di accompagnare i familiari delle persone ricoverate, fornendo loro informazioni chiare e comprensibili, considerando la degenza in Terapia Intensiva come un’esperienza di forte impatto che travolge non solo i ricoverati ma anche il loro entourage.
Nell’unita operativa di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale Maggiore di Trieste, l’équipe infermieristica ha stabilito di avviare un percorso di miglioramento della gestione degli aspetti relazionali con i familiari, a partire da interventi semplici e fattibili. Il primo incontro con i familiari, infatti, rappresenta un momento molto delicato, poiché solitamente coincide con il ricovero urgente del paziente e ciò significa che la comunicazione e la relazione si realizzano quando i parenti sono allarmati per lo stato di salute del proprio congiunto e i sanitari, in genere, focalizzati su di esso e molto indaffarati.

Spesso trascorre molto tempo prima che sia possibile dedicare del tempo alla comunicazione con i familiari, anche solo per fornire le prime notizie cliniche, raccogliere le prime informazioni utili ed improvvisare qualche parola d’incoraggiamento. Nella concitazione che accompagna tale situazione, spesso gli operatori riescono a fornire frettolosamente delle informazioni generali sugli orari di visita o sugli aspetti amministrativi e burocratici o, ancora, ci si preoccupa di riconsegnare i beni del paziente. Attività che, forse, sarebbe utile procrastinare o gestire diversamente, perché i familiari in tale situazione sono sotto stress e difficilmente memorizzano tutto ciò che si dice.

Durante il primo incontro con i familiari, dunque, il focus dovrebbe essere:


  • incontro dei parenti con il medico responsabile dell’accettazione nell’unità operativa, finalizzata alla comunicazione delle prime notizie cliniche16;

  • incontro con l’infermiere di riferimento per il ricovero del paziente, per una prima raccolta delle informazioni indispensabili, per fornire una presenza di supporto, per ascoltarli e, ove possibile, risolvere le loro prime necessità; in tale occasione, può essere consegnata una copia dell’opuscolo informativo, presentandone i contenuti16;

  • appena possibile , si riconsegnano i beni del paziente16.

In conclusione, definire uno standard per il primo incontro con i familiari può portare diversi benefici: la diminuzione dello stress da parte dell’operatore, perché è guidato nella relazione e non si sente costretto ad “improvvisare”; una certa uniformità dei comportamenti e delle informazioni fornite da parte di tutti gli operatori coinvolti nel processo di cura e di assistenza; la possibilità di fronteggiare, almeno in parte, il forte carico emotivo che i familiari vivono nel primo accesso alla Terapia Intensiva, attraverso una presenza e una relazione sistematiche che garantiscono una comunicazione bi - direzionale, basata sia sul rilascio d’informazioni, sia sull’ascolto dei loro bisogni.





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