Arthur machen a d I a p h o r a e d I z I o n I


– Arthur Machen, narratore di estasi e terrore



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1 – Arthur Machen, narratore di estasi e terrore

Machen nacque a Caerleon-on-Usk nel 1863, battez-

zato Arthur Llewellyn Jones, figlio di un pastore an-

glicano vicario della piccola parrocchia di Llanddewi 

Fach. Il cognome Machen, che acquisì solo in seguito, 

apparteneva alla famiglia materna di origini scozze-

si. È proprio la biblioteca paterna a esercitare sul gio-

vane Arthur una grande influenza: il futuro scrittore 

divorò una vasta collezione eterogenea di volumi, tra 

cui numerosi classici. Il padre lo iscrisse alla Hereford 

Cathedral School, dove ricevette un’eccellente forma-

zione classica. I gravi problemi economici della fami-

glia impedirono al giovane Machen di proseguire gli 

studi all’università per seguire le orme paterne. Si recò 

quindi a Londra per tentare di accedere alla professio-

ne medica, ma a causa della scarsa attitudine alla ma-

tematica fallì gli esami di ammissione al Royal College 

of Surgeons. Fece ritorno in Galles con il sogno di di-

ventare giornalista e la famiglia lo rimandò a Londra 

nel giugno del 1881, diciottenne, dove visse in relativa 

povertà lavorando come giornalista, impiegato di tipo-



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grafia e precettore.

Trascorse la maggior parte del decennio successi-

vo in grave povertà e facendo una lunga gavetta che 

lo portò a tradurre l’Heptaméron di Marguerite de Na-

varre e Le Memorie di Casanova, a scrivere un trattato 

sul tabacco e una raccolta di racconti pseudo-rinasci-

mentali in inglese arcaico, e a farsi strada in una sof-

fitta colma di libri esoterici per redigere il catalogo di 

una libreria. Quest’ultima esperienza fornì a Machen 

moltissimo materiale, che avrebbe rielaborato nelle sue 

opere future. Ad esempio, il concetto di una scienza 

occulta capace di trascendere quella comune si ritrova 

nella novella Il Grande Dio Pan.

Lo stesso Oscar Wilde definì questo breve romanzo 

un grande successo, tuttavia Machen si fece influen-

zare molto di più dalle numerose critiche, così come 

avrebbe fatto durante tutta la sua carriera di scrittore. 

L’opera venne giudicata orribile, oscena, scialba, persi-

no sgradevole, ridicola o incoerente. Alcuni condan-

narono l’autore per aver rivelato troppo poco, invece 

che il contrario. Molti recensori hanno rinnovato que-

sta critica, in riferimento all’uso allora pionieristico di 

Machen di una tecnica che sarebbe divenuta un luogo 

comune della letteratura dell’orrore del ventesimo se-

colo: l’accenno ripetuto a cose innominabili e indicibili, 

che non possono essere descritte in alcun modo e che 

sfuggono alla comprensione umana. Quest’ambiguità 

si estende ad altri aspetti del romanzo, in particolare 

alla struttura narrativa, basata su singoli episodi appa-

rentemente scollegati tra loro. Lovecraft vi individuò il 

maggior punto di forza dell’opera stessa, capace di in-

fondere un crescente senso di tensione nel lettore, ma 

molti si discostarono da questa opinione.




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La seconda metà del decennio fu per Machen pro-

duttiva quanto la precedente, nonostante lo scandalo 

che aveva investito Oscar Wilde e il decadentismo, di 

cui il gallese era considerato un esponente, gli avesse 

reso sempre più difficile trovare nuovi editori. Nel 1897 

scrisse il romanzo La collina dei sogni (The Hill of Dre-

ams) e una raccolta di poemetti fantastici in prosa. Due 

anni più tardi ultimò il racconto Il Popolo Bianco (The 

White People, 1899), opera chiave della moderna narra-

tiva dell’orrore, e un volume di critica letteraria intitola-

to Hieroglyphics. Quello stesso anno, la scomparsa della 

moglie in seguito a una lunga malattia diede un im-

provviso arresto alla produzione letteraria di Machen: 

nessuna delle opere citate vide la luce prima del 1904.

Quando l’epoca vittoriana giunse a termine, Ma-

chen aveva ormai cinquant’anni. A quei tempi aveva 

già scritto, anche se non sempre pubblicato, la maggior 

parte delle sue migliori storie dell’orrore. Eppure, riuscì 

ancora una volta a lasciare il segno quando diede vita 

inconsapevolmente a una leggenda che si fece strada 

nell’immaginario collettivo di un’intera nazione. Il 25 

settembre del 1914, l’Evening News riportò che una 

compagnia inglese sotto attacco sul fronte occidentale 

era stata miracolosamente salvata dall’intervento degli 

arcieri fantasma di Agincourt. I lettori presero per vera 

quella storia di fantasia, che diede vita al mito degli An-

geli di Mons. Il successo ottenuto permise a Machen 

di scrivere molti racconti su commissione negli anni 

successivi, spesso basati sulla leggenda del Graal.

Durante i primi anni ’20 Machen ottenne nuova 

fortuna letteraria grazie all’apprezzamento del pubbli-

co americano nei confronti dei suoi scritti, che vennero 

raccolti in un’antologia completa. Verso la fine del de-




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cennio, purtroppo, tale fortuna andò di nuovo sceman-

do. Pubblicò nuovamente i lavori giovanili in antologie 

e scrisse saggi e articoli per diverse riviste, tralasciando 

quasi del tutto la narrativa e trovandosi ancora una vol-

ta in povertà. Visse felicemente gli ultimi anni, dopo 

che nel 1943, ormai ottantenne, venne inserito in una 

lista di importanti letterati che gli garantì una discreta 

rendita. Morì ad Amersham nel dicembre del 1947.

Il suo nome rimarrà sempre legato alla sua perso-

nale concezione del romanzo gotico dell’orrore di fine 

’800, che non smetterà di influenzare numerosi autori 

e artisti, tra i quali Lovecraft, Stephen King e il regista 

Guillermo del Toro.





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