Arthur machen a d I a p h o r a e d I z I o n I



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07.04.2019
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l’esperimento

«Sono felice che tu sia venuto, Clarke. Davvero molto 

felice. Non ero sicuro che ne avresti trovato il tempo.»

«Sono riuscito a prendere accordi per qualche gior-

no. In questo periodo le cose sono abbastanza tran-

quille. Ma… non hai alcun timore, Raymond? È del 

tutto sicuro?»

I due uomini passeggiavano con calma avanti e 

indietro lungo il terrazzo davanti alla casa del dottor 

Raymond. Il sole si attardava sulla catena montuosa 

occidentale, ma brillava di un cupo bagliore rossastro 

che non proiettava ombre, e l’aria era quieta. Dal va-

sto bosco sul pendio superiore della collina proveniva 

una piacevole brezza e con essa, a intervalli, il delica-

to richiamo delle tortore selvatiche. Più in basso, nella 

lunga e deliziosa vallata, il fiume si snodava tra le col-

line solitarie e, mentre il sole svaniva a occidente, una 

debole e candida nebbia cominciò a salire dalle colline. 

Il dottor Raymond si rivolse all’amico in tono brusco.

«Sicuro? Certo che lo è. Di per sé, l’operazione è 

molto semplice: qualsiasi chirurgo potrebbe eseguirla.»



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“And there is no danger at any other stage?”

“None; absolutely no physical danger whatsoever, 

I give you my word. You are always timid, Clarke, 

always; but you know my history. I have devoted my-

self to transcendental medicine for the last twenty ye-

ars. I have heard myself called quack and charlatan and 

impostor, but all the while I knew I was on the right 

path. Five years ago I reached the goal, and since then 

every day has been a preparation for what we shall do 

tonight.”

“I should like to believe it is all true.” Clarke knit his 

brows, and looked doubtfully at Dr. Raymond. “Are 

you perfectly sure, Raymond, that your theory is not 

a phantasmagoria—a splendid vision, certainly, but a 

mere vision after all?”

Dr. Raymond stopped in his walk and turned shar-

ply. He was a middle-aged man, gaunt and thin, of a 

pale yellow complexion, but as he answered Clarke and 

faced him, there was a flush on his cheek.

“Look about you, Clarke. You see the mountain, 

and hill following after hill, as wave on wave, you see 

the woods and orchard, the fields of ripe corn, and the 

meadows reaching to the reed-beds by the river. You 

see me standing here beside you, and hear my voice; 

but I tell you that all these things—yes, from that star 

that has just shone out in the sky to the solid ground 

beneath our feet—I say that all these are but dreams 

and shadows; the shadows that hide the real world 

from our eyes. There is a real world, but it is beyond 

this glamour and this vision, beyond these ‘chases in 

Arras, dreams in a career

1

,’ beyond them all as beyond 



La citazione fa riferimento alla poesia Dotage del poeta 

metafisico gallese George Herbert (1593-1633), contenuta nell’an-

tologia The Temple del 1633. Il dottor Raymond descrive una vi-




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«E non vi è alcun pericolo per il futuro?»

«Nessuno. Assolutamente nessun pericolo sul pia-

no fisico, ti do la mia parola. Sei sempre titubante, 

Clarke. Sempre. Eppure, conosci la mia storia. Negli 

ultimi vent’anni ho consacrato me stesso alla medicina 

trascendentale. Mi sono sentito dare dell’imbonitore, 

del ciarlatano e dell’impostore, ma per tutto il tempo 

ho avuto la certezza di trovarmi sulla strada giusta. 

Cinque anni fa ho raggiunto il mio scopo e da allora ho 

trascorso ogni giorno in preparazione di ciò che com-

piremo stanotte.»

«Mi piacerebbe credere che sia tutto vero.» Clarke 

aggrottò le sopracciglia e fissò dubbioso il dottor Ray-

mond. «Sei davvero sicuro, Raymond, che la tua teoria 

non sia una fantasmagoria… Una fantasia magnifica, 

senz’altro, ma dopotutto soltanto una fantasia?»

Il dottor Raymond si fermò e si voltò di scatto. Era 

un uomo di mezz’età, magro e sparuto, con una pallida 

carnagione giallognola, eppure nel rispondere e fron-

teggiare Clarke un rossore si dipinse sulle sue guance.

«Guardati attorno, Clarke. Vedi la montagna e le col-

line che si susseguono una dopo l’altra, come onde. Vedi 

i boschi e i frutteti, i campi di grano maturo e i pascoli 

che si allungano fino ai canneti in riva al fiume. Mi vedi 

in piedi accanto a te e odi la mia voce. Ti dico che tutte 

queste cose… Sì, da quella stella che ha appena brillato 

nel cielo al solido terreno sotto i nostri piedi… Ti dico 

che tutte queste cose non sono che sogni e ombre, le 

ombre che celano il mondo reale ai nostri occhi. C’è un 

mondo reale, ma si trova al di là di questo incanto e di 

questa allucinazione, oltre queste “scene di caccia su un 

arazzo, fantasie sfrenate”, al di là di esse come al di là  



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a veil. I do not know whether any human being has 

ever lifted that veil; but I do know, Clarke, that you and 

I shall see it lifted this very night from before another’s 

eyes. You may think this all strange nonsense; it may 

be strange, but it is true, and the ancients knew what li-

fting the veil means. They called it seeing the god Pan.”

Clarke shivered; the white mist gathering over the 

river was chilly.

“It is wonderful indeed,” he said. “We are standing 

on the brink of a strange world, Raymond, if what you 

say is true. I suppose the knife is absolutely necessary?”

“Yes; a slight lesion in the grey matter, that is all; 

a trifling rearrangement of certain cells, a microsco-

pical alteration that would escape the attention of ni-

nety-nine brain specialists out of a hundred. I don’t 

want to bother you with ‘shop,’ Clarke; I might give 

you a mass of technical detail which would sound 

very imposing, and would leave you as enlightened as 

you are now. But I suppose you have read, casually, in 

out-of-the-way corners of your paper, that immen-

se strides have been made recently in the physiology 

of the brain. I saw a paragraph the other day about  

sione neoplatonica della realtà, nella quale la rivelazione di un più 

elevato mondo spirituale è l’obiettivo della sua ricerca. 



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di un velo. Non so dire se qualche essere umano abbia 

mai alzato quel velo. Ma so, Clarke, che stanotte tu e io 

lo vedremo sollevato davanti agli occhi di qualcun al-

tro. Penserai che questa sia una bizzarra assurdità. Sarà 

anche bizzarra, ma è reale: gli antichi sapevano cosa 

significa sollevare il velo. Chiamavano ciò: “vedere il 

dio Pan”


1

Clarke rabbrividì. La bianca foschia che si raccoglie-



va sul fiume era gelida.

«È davvero straordinario» disse. «Se ciò che sostieni 

è vero, Raymond, ci troviamo sull’orlo di un mondo 

sconosciuto. Suppongo che il bisturi sia assolutamente 

necessario?»

«Sì. Una minuscola lesione nella materia grigia, 

tutto qui. Un’insignificante ridisposizione di alcune 

cellule, un’alterazione microscopica che sfuggirebbe 

all’attenzione di novantanove neurologi su cento. Non 

voglio annoiarti con queste nozioni, Clarke: potrei for-

nirti un mucchio di dettagli che suonerebbero davvero 

impressionanti e ne sapresti quanto prima. Ma sup-

pongo tu abbia letto, senza darci troppo peso, da qual-

che parte sul tuo giornale, quali passi da gigante sono 

stati fatti di recente nello studio della fisiologia del cer-

vello. L’altro giorno ho letto un trafiletto sulla teoria di  

Pan, metà capro e metà uomo, è la divinità greca dell’Ar-



cadia, dei pastori e dei loro greggi, della natura intesa come un’u-

nica totalità (panteismo): il nome Pan, infatti, deriva dal greco 

paein (pân), che significa “pascolare”, ma è anche simile a πᾶν, che 

significa “tutto”. Il decadentismo, caratterizzato da controtendenza 

e trasgressione, rese Pan una figura seducente. Machen potreb-

be aver trovato ispirazione nel poema di Algernon Swinburne A 

Nympholept (1917), in cui Pan incarna la deliziosa combinazione 

di estasi e terrore.




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Digby’s theory, and Browne Faber’s discoveries. The-

ories and discoveries! Where they are standing now, 

I stood fifteen years ago, and I need not tell you that 

I have not been standing still for the last fifteen years. 

It will be enough if I say that five years ago I made the 

discovery that I alluded to when I said that ten years 

ago I reached the goal. After years of labour, after years 

of toiling and groping in the dark, after days and nights 

of disappointments and sometimes of despair, in whi-

ch I used now and then to tremble and grow cold with 

the thought that perhaps there were others seeking for 

what I sought, at last, after so long, a pang of sudden 

joy thrilled my soul, and I knew the long journey was 

at an end. By what seemed then and still seems a chan-

ce, the suggestion of a moment’s idle thought followed 

up upon familiar lines and paths that I had tracked a 

hundred times already, the great truth burst upon me, 

and I saw, mapped out in lines of sight, a whole world, 

a sphere unknown; continents and islands, and great 

oceans in which no ship has sailed (to my belief) since a 

Man first lifted up his eyes and beheld the sun, and the 

stars of heaven, and the quiet earth beneath. You will 

think this all high-flown language, Clarke, but it is hard 

to be literal. And yet; I do not know whether what I am 

hinting at cannot be set forth in plain and lonely terms.  




23

Digby


2

 e le scoperte di Browne Faber

3

. Teorie e scoper-



te! Dove loro si trovano adesso io mi trovavo già quin-

dici anni fa e non ho bisogno di dirti che negli ultimi 

quindici anni non sono rimasto con le mani in mano. 

Basterà dire che cinque anni fa feci la scoperta che ho 

menzionato quando ho detto che dieci anni fa ho rag-

giunto il mio obiettivo. Dopo anni di lavoro, dopo anni 

passati a faticare duramente e procedendo a tentoni 

nel buio, dopo giorni e notti di delusioni e a volte di-

sperazione, in cui di tanto in tanto tremavo e raggelavo 

al pensiero che forse vi erano altri in cerca di ciò che 

io stesso cercavo… Finalmente, dopo tanto tempo, un 

sussulto di gioia improvvisa mi fece fremere l’anima e 

seppi che il lungo viaggio era giunto a termine. Grazie a 

quello che allora mi sembrò, e ancora oggi mi sembra, 

un caso fortuito, la suggestione di una momentanea e 

futile idea proseguì lungo percorsi e linee familiari che 

avevo già tracciato un centinaio di volte e la grande ve-

rità piombò su di me. Vidi un mondo intero, una sfera 

sconosciuta, prendere forma dinanzi a me. Continenti, 

isole e vasti oceani sui quali nessuna nave ha più na-

vigato, per quanto io ne sappia, da quando l’uomo ha 

alzato gli occhi e visto il sole, le stelle del firmamento 

e la placida terra sottostante. Penserai che questo sia 

un linguaggio pomposo, Clarke, ma è difficile essere 

letterali. Tuttavia, non so se quello che sto insinuan-

do possa essere espresso con parole semplici e chiare.  

Potrebbe trattarsi di un riferimento a Sir Kenelm Digby, 



medico e alchimista del XVII secolo. Scrisse dei trattati sull’in-

terconnessione tra il corpo e lo spirito e si vantava di possedere 

capacità curative e di essere l’artefice di così tante cure miracolose 

che i contemporanei lo consideravano un ciarlatano.

Forse un riferimento al neurologo Charles Brown-Se-



quard (1817-1894), coinvolto all’epoca in dispute sulla localizza-

zione delle singole funzioni del cervello.




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