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IN QUALE AREA

Riza Psicosomatica - Luglio 1984

L.Paola Pacifico - Leonardo Marletta

Nei diversi momenti comunicazionali, si può fare un’importante suddivisione tra quelli che riguardano l’area del sentire e quelli che invece fanno riferimento al capire.

I parametri sono differenti nei due casi e vengono a grandi linee riportati anche in uno schema esemplificativo.

L’importanza di questa precisazione è fondamentale, quando esiste un apparente incomunicabilità fra due o più persone.

Può essere infatti che alcune di loro si muovano in un’area e altre in un’altra, non riuscendo a trovare il modo di incontrarsi.

Ciò che vale in un caso - per esempio il coinvolgimento emotivo - è infatti escluso nell’altro - per esempio in ambito lavorativo - ed è importante accorgersene...
Tra le molte ragioni per cui nascono diverse valutazioni di un unico avvenimento, non ultima è quella riconducibile al diverso modo di comunicare dei “contendenti” dovuto a quanto ciascuno sia rimasto (durante l’esperienza vissuta insieme nello stesso tempo, nello stesso spazio, con gli stessi amici) di più nell’area del capire o in quella del sentire.

Queste due aree sono sempre attive nel processo comunicativo e ognuno di noi, a seconda del momento che vive, risiedendovi in minore o maggiore misura, realizza del comunicare due modi diversi, entrambi legittimi e necessari all’integrazione col mondo e con gli altri.

Non è tanto l’esperienza in sé che può essere valutata quanto il come ciascuno l’ha vissuta: se per capirla o per sentirla; se razionalmente o sentimentalmente; se con distacco o con coinvolgimento.
Linguaggi e obiettivi

Osservando lo schema riportato appare evidente come sia impossibile non considerare complementari le due aree per entrare in comunicazione con gli altri. Ma appare anche evidente che il risiedere di più nell’una o nell’altra porti a un diverso modo di relazionarsi, strettamente dipendente dallo stato d’animo del momento, dalle circostanze esterne, ma anche da quelli che noi chiamiamo obiettivi comunicativi.

Questi obiettivi, anche se di solito sono agiti in modo automatico, riflettono bisogni primari della nostra unità psicofisica: capire, per dare un senso, un significato alla realtà che viviamo; sentire, per partecipare, per appartenere al mondo.

Quando siamo sul capire, l’obiettivo principale è capire e farsi capire per avere maggiore consapevolezza di ciò che viene detto e fatto: è quindi necessario trovare un preciso accordo sui codici usati.

Quando siamo sul sentire, sull’empatia, l’obiettivo principale è la partecipazione, è il sentirsi accettati, è l’accettare, è vivere il senso di appartenenza, c’è allora minore bisogno di un rigoroso accordo sul significato delle parole, mentre diventano determinanti tutte le informazioni di dissenso o consenso.

Quando siamo nell’area del sentire diamo maggiore rilevanza sia al trasmettere che al ricevere, al non verbale (movimento del corpo, posture nello spazio, cenni del capo, voce, colori, etc.). Facciamo associazioni per immagini (analogie), siamo più attenti al come vengono dette le frasi, piuttosto che al che cosa si dice, per cogliere dalle informazioni non verbali quel senso di appartenenza e partecipazione, che fa poi valutare come piacevole un incontro, anche se sul piano del dialogo non vi è stato molto impegno e neppure grande intesa.

Nel sentire è impegnata a scambiare informazioni con l’altro la nostra sorgente emozionale, nel capire è impegnata la sorgente mentale, attraverso la parola e il pensiero.

La differenza quindi tra capire e sentire non è solo dovuta ai linguaggi utilizzati o all’attenzione che si presta ad essi, ma agli obiettivi comunicativi, che richiedono il saper risiedere liberamente nell’una o nell’altra area a seconda delle circostanze. Ad esempio, se un incontro è di lavoro, di studio, di scambio culturale, l’obiettivo sarà capirsi e quindi l’attenzione è al linguaggio verbale, ma se l’incontro è di natura sentimentale, sessuale, affettiva, l’attenzione è rivolta ai tanti messaggi non verbali e l’obiettivo sarà il coinvolgimento, l’immediatezza, la partecipazione e quant’altro ci fa sentire accettati.


Distacco e coinvolgimento

Quando stiamo sul capire scatta in modo automatico un atteggiamento di distacco che evita il coinvolgimento emotivo.

Distacco è prendere distanza dalla situazione per vederne tutti gli elementi in modo oggettivo, è concentrare l’attenzione sui singoli punti, è analizzare le singole parti per fare chiarezza sulla situazione, che diventa in tal modo più prevedibile e controllabile; è applicare un rigoroso principio di causa ed effetto che dà la certezza, almeno apparente, di non cadere in contraddizione e mantenere un’immagine di coerenza e continuità con noi stessi e con gli altri.

Quando stiamo sul sentire, scatta in modo automatico un atteggiamento di coinvolgimento nel senso che ogni nostra espressione è più immediata; diamo spazio a istanze emozionali senza più né controllarle né censurarle, accettiamo di più l’imprevedibile con i rischi che esso comporta, soprattutto quello che non sia tanto dominante la nostra posizione individuale (posizione narcisistica dell’io) e neppure quella dell’altro, quanto la relazione.


Emisfero destro e sinistro

Le due possibilità di comunicare sono determinate non solo culturalmente, ma anche biologicamente.

Se prendiamo due importanti sistemi del nostro organismo quello endocrino (ormoni) e quello nervoso, sarà compito del primo modulare tutta una serie di variazioni del nostro sentire (ad esempio le modificazioni cui si va incontro nell’adolescenza con l’irruzione degli ormoni sessuali) così come sarà compito del secondo sviluppare le nostre capacità di capire e di controllare la realtà (ad esempio il bambino che fino a nove mesi non riesce a camminare in modo eretto per una incompleta maturazione di alcune strutture nervose).

Ma in realtà questi due sistemi biologici non sono così separati nello svolgere le loro funzioni: infatti il sistema nervoso comprende al suo interno una parte che maggiormente influenza ed è influenzata dal sentire (il sistema neurovegetativo, dall’ipotalamo, in stretta connessione con il sistema endocrino, il simpatico-parasimpatico che ha il compito di coordinare tutte le funzioni vitali del respiro, attività cardiaca, digestiva, etc.) e un’altra parte, di più recente sviluppo nell’evoluzione dell’uomo, preposta al capire: il neopallio o corteccia cerebrale, ovvero i due emisferi, che anch’essi a loro volta assolvono a funzioni diverse del capire (emisfero sinistro) e del sentire (emisfero destro).

Come recenti studi hanno dimostrato, il cervello destro percepisce le relazioni spaziali, osserva le analogie, sviluppa l’intuizione e la percezione del non verbale; il cervello sinistro analizza il mondo, fa processi di astrazione, utilizza le parole per nominare le cose, dispone in sequenze temporali gli eventi, fa pensare e trarre conclusioni in modo razionale e logico.

Per partecipare

alle situazioni o capirle...



Analogie espressive

I diversi linguaggi espressivi a nostra disposizione riflettono l’area del capire e l’area del sentire e quindi sono rappresentazioni, emanazioni del cervello destro e di quello sinistro. Ad esempio, sul piano verbale, un’esposizione molto rigorosa, coerente è un’espressione dell’area del capire. L’abbondanza di aggettivi e di superlativi, i salti logici e temporali, il perdere il filo del discorso, i lapsus, l’esporre con poco metodo sono espressione del mondo del sentire, che pur si esprime in questi casi con il verbale.


Nei linguaggi non verbali troviamo per quanto riguarda il disegno libero, il maggior indice del sentire nel colore, nel modo come viene usato lo spazio, nel movimento grafico, mentre la forma esprime l’elemento più razionale. Ma anche all’interno della forma la linea curva è del mondo del sentire, mentre gli angoli e le rette sono l’espressione del bisogno di controllo della realtà.
Per quanto riguarda il corpo, in tutti i tipi di danza in cui si prefigura il gesto o il passo da fare, e anche quando il movimento è automatizzato, l’espressione è dovuta alla sorgente mentale, al bisogno del controllo del corpo.

Lo stesso accade per le varie ginnastiche e altre espressioni corporee. Mentre appartiene al sentire il movimento libero e quella che noi chiamiamo la psicodanza e cioè danzare la condizione interiore del momento senza lo stimolo o il traino della musica.


Per quanto riguarda la musica, l’elemento ritmico e quello melodico, (il divenire intervallico) esprimono maggiormente il sentire, mentre la struttura armonica (gli accordi musicali espressi come contemporaneità di suoni) esprime il bisogno di controllo, l’inquadramento dell’evento sonoro.

Ma se non ci limitiamo a leggere il ritmo solo sul piano sonoro e acustico e lo applichiamo al modo in cui si svolge una azione o una esperienza, (essendo queste centrate sul corpo) troviamo il ritmo lento dell’emozionale al contrario del mentale che si esprime in ritmi rapidissimi.


Elasticità e flessibilità

Descrivere in modo classificatorio (esigenza del nostro capire e funzione dell’emisfero sinistro) questi due modi di esprimersi e comunicare, vederne i diversi obiettivi e linguaggi, le analogie che ognuno dei due modi richiama, può portare a una conferma della diversità. Va comunque evitato di considerare questi due modi separati e in contrapposizione con un criterio valutativo del tipo “qual é meglio o qual é peggio”.

Sono entrambi necessari e compresenti nel processo comunicativo; si tratta di considerare qual é più efficace nelle diverse situazioni comunicative e non risiedere rigidamente sempre nell’area del capire o in quella del sentire.

Il bisogno di diventare consapevoli di noi e del mondo, di programmare e di riflettere sulle nostre azioni, di prefigurare un gesto e di strutturare, di inquadrare e di controllare è pari al bisogno di essere immediati e di muovere liberamente il corpo, di vivere il qui e ora, dell’abbandonarsi. Così come il coinvolgimento è pari al distacco, l’immediatezza al controllo, il ritmo lento al ritmo veloce.



Si tratta di superare la dicotomia, propria della nostra cultura e assumere quella flessibilità ed elasticità che consente di passare da un’area all’altra. Soprattutto legittimare l’area del sentire che procura il piacere dell’appartenenza pari al piacere della conoscenza.








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