Aspetti epistemologici relativi allo spazio e al tempo



Scaricare 30 Kb.
24.01.2018
Dimensione del file30 Kb.

Aspetti epistemologici relativi allo spazio e al tempo



I linguaggi assolvono la funzione di veicolare informazioni e conoscenze: l’uso quotidiano del linguaggio per comunicare e descrivere esperienze non richiede particolari raffinatezze. Come ha detto Van Orman Quine, la funzione comunicativa del linguaggio quotidiano opera su esperienze di senso comune e mette in gioco regole di comportamento situate nei pressi dell’orlo osservativo del linguaggio. Vi sono, però, altre zone del linguaggio che sono situate in zone più remote dell’orlo osservativo, zone che sono state costruite per interpretare e descrivere esperienze e fatti lontani da quello che si intende in genere per senso comune, ma che vengono anche utilizzati per spiegare perché noi percepiamo in un certo modo.

Insomma, un conto è come percepiamo, quello che percepiamo e un altro è capire perché percepiamo così, anche se le nostre teorie dicono che le percezioni non sono adeguate a descrivere il mondo. Pensiamo per esempio all’esperienza della terra piatta e della rivoluzione della terra intorno al sole a 110 000 km/h. Non percepiamo alcuna rivoluzione, ma sappiamo che è così.

Quindi nessuno assicura che ciò che percepiamo dello spazio e del tempo possa aiutarci a capire che cose sono lo spazio e il tempo o debba essere un’immagine fidata e affidabile dello spazio e del tempo.

a credere che la Terra si muove intorno al Sole, nonostante la nostra esperienza suggerisca tutt’altro.



Quando si vogliono descrivere esperienze quotidiane non nascono in genere problemi nell’utilizzazione di termini comuni a quelli utilizzati nel linguaggio specialistico degli scienziati: se dobbiamo metterci d’accordo per il luogo e la data della prossima riunione del corso di aggiornamento possiamo senz’altro evitare di far riferimento alla teoria della relatività generale, con inevitabile e comprensibile soddisfazione di tutti.

Problemi possono sorgere, semmai, quando si utilizzano nei linguaggi specialistici termini che vengono utilizzati anche nei pressi dell’orlo osservativo del linguaggio: parlare di infinito nelle lezioni di analisi matematica, di spazio e di tempo nelle lezioni introduttive di fisica comporta inevitabili rischi di fraintendimenti, poiché termini come infinito, spazio e tempo evocano significati che trovano la loro origine nell’esperienza quotidiana, mentre l’uso tecnico di tali termini richiede notevoli capacità di astrazione e, in ogni caso, un percorso che abbia superato quello che abbiamo definito come orlo osservativo del linguaggio

Allora ha importanza riflettere su qual è il sapere istituzionale sui concetti di spazio e tempo.



Il mondo esterno viene percepito attraverso i recettori sensoriali e gli strumenti che possono essere considerati come protesi degli organi di senso: per esempio, gli occhiali, i telescopi, i microscopi vengono utilizzati per migliorare e potenziare il rendimento della vista. Però, non appena pensiamo agli orologi nasce una difficoltà nel pensare agli strumenti come a protesi degli organi di senso: di quale organo l’orologio è una protesi? E, inoltre: gli strumenti ottici captano segnali luminosi, ma quali segnali captano gli orologi? Sappiamo dare una risposta soddisfacente a chi ci domanda quali segnali siano catturati da un orologio? Eppure tutti avvertiamo il trascorrere del tempo: per misurare questa sensazione intersoggettiva, che trova continui riscontri nell’esperienza quotidiana,sono stati costruiti calendari, orologi e altro ancora.

le nostre percezioni del mondo esterno sono, a livello puramente biologico, le stesse di un contemporaneo di Aristotele. L’evoluzione culturale, invece è molto più rapida e con essa si evolve velocemente il linguaggio, come mezzo per comunicare esperienze e conoscenze. L’uso delle parole, soprattutto di certe parole non è quindi stabile: si può anzi dire che la ricerca scientifica ha provocato profonde ristrutturazioni di senso per alcuni termini come spazio e tempo che sono ormai collocati in zone molto remote di linguaggi specialistici, in tal caso nella teoria formalizzata della relatività generale. L’uso corretto di termini come spazio e tempo non è però ostacolato solo da difficoltà di comprendere un linguaggio fortemente formalizzato, ma anche, se non soprattutto, dalle ambiguità del linguaggio quotidiano in cui si continuano a utilizzare termini come spazio e tempo ritenendo che vi siano, per essi, referenti reali che, però, a un’analisi appena più accurata si rivelano come semplici illusioni.



Quando affermo che alle ore quindici di ieri la mela era sopra il tavolo non costruisco un enunciato basandomi su segnali raccolti da manufatti come l’orologio e il regolo, pur essendo vero che debbo aver sentito qualcosa se sono in grado di costruire quell’enunciato e di ricorrere a manufatti. Che cosa ho sentito? Ho indubbiamente sentito qualcosa sul canale visivo, perché ho guardato la mela, il tavolo, la stanza, l’orologio e il regolo. Anche l’orologio. Certo. Ma l’informazione datami dall’orologio non aveva niente a che fare con il fatto che l’orologio fosse fermo o si muovesse insieme a me, mentre magari facevo due passi nella stanza. Io ho guardato il movimento delle lancette dell’orologio...In realtà, dunque, ho dapprima valutato l’angolo compreso tra le due lancette, e ho poi seguito quelle istruzioni, datemi nell’infanzia, in base alle quali quell’angolo tra una coppia di lancette disposte su quei numeri (tre e dodici) denota un tempo. Mi sono comportato in modo analogo quando ho mosso il regolo per determinare la lunghezza del tavolo o la distanza tra la mela e la parete di fondo. Non ho fatto nient’altro che guardare movimenti e usare regole il cui scopo è quello di trasferire nel linguaggio corrente gli stati eccitati delle mie retine. Appunto: guardare movimenti di oggetti e guardare oggetti come passo iniziale. Ebbene, ora sosterrò che tutta la faccenda ingarbugliata della collocazione spaziale e temporale dipende proprio, in primissima istanza, da che cosa si fa nel guardare oggetti e nel guardare oggetti in movimento. In altri termini, le questioni che ci siamo posti in merito ai regoli e agli orologi, allo spazio e al tempo, potranno essere precisate e chiarite proprio nel momento in cui ci si rende conto che rispondere a quelle domande significa chiarire che cosa si fa nel guardare oggetti in quiete e in movimento e come si fa a tradurre in descrizioni comprensibili le interrelazioni tra sorgenti di segnali e recettori biologici.
Dallo spazio assoluto, con proprietà fisiche (la teoria dei luoghi naturali) di Aristotele, allo spazio matematico di Galileo e al principio di inerzia (esistono infiniti sistemi di riferimento inerziali). Per la fisica del ‘600 lo spazio tempo è il teatro nel quale si realizza la rappresentazione dei fenomeni del mondo. Sono quindi strutture concettuali che non hanno proprietà fisiche e che ci servono per parlare del mondo e di come percepiamo il mondo. Gli strumenti sono regoli ed orologi. L’uso di questi strumenti può veicolare il concetto di spazio-tempo della fisica galileiana e newtoniana. È questo il nostro sapere istituzionale di riferimento che potrà essere analizzato criticamente solo a partire dal quarto - quinto anno della scuola secondaria con l’introduzione della teoria della relatività ristretta e la critica al concetto di simultaneità ( e prima ancora con il concetto di campo di Faraday, nel quale lo spazio acquista il significato di continuum, dipendente dalla distribuzione di carica e della materia)..

Il sapere di Glielo legato al concetto di spazio tempo non è assolutamente banale: è assai astratto e richiede il pensare che passato e futuro siano solo illusioni (ossia che ci sia completa simmetria tra passato e futuro), ossia richiede di convincersi che le nostre sensazioni e percezioni sul tempo e sullo spazio devono in qualche modo essere superate.


Possiamo senz’altro ritenere che il tempo scorra uniformemente, nel senso che pensiamo al tempo come a qualcosa che scorra a velocità costante, ma passato e futuro sono due fasi temporali completamente distinte e distinguibili. La meccanica di Galileo, invece, presuppone un tempo uniforme, in cui istanti del passato e del futuro sono fra loro equivalenti: la percezione della non simmetria tra passato e futuro sarebbe quindi solo un’illusione, un’ostinata illusione dura a morire, come diceva Albert Einstein.

Si fa strada, già con Galileo (anche se probabilmente egli stesso non fu consapevole delle conseguenze della sua meccanica riguardo al tempo), la distinzione tra il tempo della fisica, che concorre alla costruzione razionale e oggettiva del mondo reale e il tempo della percezione, che riguarda i contenuti della coscienza e il loro ordinamento nella memoria. Molti filosofi, ma anche qualche scienziato, in particolare il premio Nobel Ilya Prigogine, hanno individuato in questo differente modo di pensare il tempo la principale causa della separazione fra le due culture e hanno ritenuto opportuno cercare di fondare una teoria sulla inconfutabile percezione della freccia del tempo. Qui il discorso si fa molto pericoloso e quando ciò avviene è bene puntare i piedi sulla terra sana della ragione: è corretto, come fa Prigogine, fondare una costruzione razionale del mondo partendo dalle percezioni che più volte si sono rivelate fallaci? Non sarebbe meglio partire dalle teorie esistenti, che si sono faticosamente evolute dall’orlo osservativo del linguaggio fino a raggiungere le zone remote del linguaggio formale, e da queste muoversi per indagare e capire il perché ciascuno di noi percepisce il fluire del tempo e su tale percezione si forma una certa idea di tempo che è in contraddizione con quella indicata dalle teorie fisiche esistenti? Il percorso inverso, suggerito da molti filosofi e da Prigogine è particolarmente pericoloso, in quanto giustificherebbe la necessità di una teoria che, si fondasse sulla inconfutabile percezione dell’immobilità della Terra nell’Universo! Considerare le nostre percezioni alla stregua di punti fondamentali per la costruzione delle teorie che descrivono il mondo vuol dire aver dimenticato gran parte del faticoso cammino della scienza, ma soprattutto vuol dire non tenere in considerazione che tra le sorgenti di segnali e le percezioni degli organi di senso vi sono probabilmente differenze sostanziali. Il funzionamento del nostro cervello è il risultato di una lunga evoluzione, che ci ha portato a ordinare i segnali esterni collocandoli in certe zone accessibili alla memoria, in modo da elaborare, all’occasione strategie comportamentali; ma non è assolutamente detto che l’ordine con cui memorizziamo esperienze e sensazioni sia una fedele copia dei segnali che hanno causato quelle esperienze e quelle sensazioni. Per dirla nuovamente con Enrico Bellone, abbiamo imparato a memorizzare e a ricordare, dove ricordare non vuole affatto dire andare indietro nel tempo, ma vuole invece dire esplorare gli apparati cerebrali della memoria.
D’altra parte, per chi si avvicina per chi, come gli studenti, non è ancora introdotto al concetto di teoria, è necessario costruire ambienti di apprendimento efficaci che possano consentire di comprendere il significato di costrutti teorici come lo spazio e il tempo a partire dalle proprie percezioni e sensazioni, senza per questo farne un unico e soprattutto definitivo punto di riferimento nella comprensione del mondo.


Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale