Atti degli Apostoli 3° viaggio di Paolo



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10.12.2017
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Atti degli Apostoli






viaggio di Paolo

  • Il periodo di transizione tra il secondo e il terzo viaggio di Paolo, nel resoconto di Luca, è quasi avvolto nell’oscurità. E’ possibile che Paolo sia rimasto ad Antiochia dall’autunno del 52 d.C. alla primavera del 54 d.C.

  • Il terzo viaggio vede Paolo ripercorrere le regioni della Galazia e della Frigia, “confermando nella fede tutti i discepoli”.



viaggio di Paolo

  • Entra in scena anche la figura di Apollo, una personalità rilevante per la cultura greca, ma anche per la sua formazione ebraica, avvenuta nel raffinato ambiente intellettuale di Alessandria d’Egitto, ove egli era nato. Costui sostenuto dalla Chiesa di Efeso, è inviato a Corinto a continuare l’opera di Paolo.





viaggio di Paolo

  • Successivamente (19,1), riprende il racconto del terzo viaggio di Paolo, che giunge ad Efeso, capitale della provincia romana di Asia (cioè la zona circostante di Efeso, non l’intera Asia Minore). Efeso era uno dei centri commerciali, culturali e religiosi più importanti dell’antico mondo greco-romano. Paolo vi giunge incontrandovi un gruppo di cristiani che non conoscono il dono dello Spirito Santo sceso a Pentecoste e che hanno ricevuto solo il battesimo di Giovanni Battista.



viaggio di Paolo

  • L’Apostolo li istruisce, allora, sulla superiorità della figura di Gesù, rispetto a quella del Battista e del battesimo cristiano rispetto a quello praticato nelle comunità che ancora si riferivano al precursore. Ecco, allora, ripetersi sui credenti Efesini l’effusione pentecostale dello Spirito (alcuni hanno visto in questo evento la figura del sacramento della confermazione).



viaggio di Paolo

  • Paolo sosta almeno un paio di anni a Efeso, tra il 52 e il 55 ed è qui che egli scrive la prima lettera ai Corinti, probabilmente quella ai Galati e forse quella ai Filippesi. Il suo metodo pastorale suppone anzitutto il contatto con la sinagoga e con i Giudei del luogo, con esiti antitetici di conversione e di rigetto. Si rivolge poi a tutti in pubblico, compiendo anche opere prodigiose. Si ha, così, l’interesse della folla, ma pure di coloro che praticavano la magia.



viaggio di Paolo

  • Paolo deve, così, prendere le distanze da queste manifestazioni dagli aspetti discutibili e lo fa aprendo una vera e propria campagna contro la magia. Vengono distrutti soprattutto i testi magici, dei quali si dà anche un’indicazione del giro d’affari: cinquantamila dracme o monete d’argento (si consideri che il salario giornaliero era, allora, di una sola dracma).





viaggio di Paolo

  • Nel frattempo a Efeso scoppia una dura reazione contro la diffusione della fede cristiana (chiamata la “Via” in 19,23 come anche in 19,9 e in altri passi degli Atti). Essa infatti mettendo al bando idolatria e magia, creava difficoltà all’industria del sacro, che in quella città prosperava accanto al celebre tempio della dea Artemide. I compagni di Paolo, i macedoni Gaio e Aristarco, sono trascinati in un’assemblea pubblica presso il teatro, che si può ammirare anche oggi.



viaggio di Paolo

  • Paolo, ancora presente a Efeso, viene invitato a non partecipare a quell’incontro per evitare ogni provocazione (a suggerirgli questa scelta sono alcuni funzionari imperiali che si erano avvicinati al cristianesimo). A intervenire per primo è un ebreo di nome Alessandro, ma la folla, sobillata e confusa dai commercianti efesini, gli impedisce di parlare, abbandonandosi a una litania infinita di invocazioni alla dea di Efeso, Artemide.



viaggio di Paolo

  • A placare la folla turbolenta è il cancelliere (uno dei più alti funzionari cittadini, incaricato di convocare l’assemblea popolare, stendere i decreti da essa approvati e renderli esecutivi) che con molta abilità presenta ai suoi concittadini il rischio che la riunione degeneri in sedizione e suggerisce ai commercianti di affidarsi ai tribunali normali per una denuncia regolare. Dopo questa vicenda piuttosto grave, Paolo affretta la partenza, riprendendo il suo viaggio missionario.



viaggio di Paolo

  • La meta è Gerusalemme, ma prima egli si rivolge a settentrione, verso la Grecia, accompagnato da una delegazione di cui si offre l’elenco dei nomi (20,4): forse erano gli incaricati della raccolta di aiuti per la Chiesa di Gerusalemme, di cui si parla nel capitoli 8-9 della seconda lettera ai Corinti.

  • Si noti in Atti 20,5 la ripresa del racconto in prima persona plurale, “noi”, con la narrazione di un episodio per certi versi curioso, ambientato durante una celebrazione eucaristica domenicale nella città di Troade.



viaggio di Paolo

  • Durante il rito dello “spezzare il pane” eucaristico, l’apostolo parla a lungo: un ragazzo, un certo Eutico, che era seduto su una finestra, s’addormenta e precipita dal terzo piano. Paolo lo raccoglie e grida: “Non vi turbate, è ancora vivo!”, e lo restituisce alla comunità in festa. Il viaggio di Paolo tocca altri centri, come Asso, Mitilene, l’isola di Chio, Samo isola a sud-est di Chio, Mileto, a sud di Efeso.



viaggio di Paolo

  • Come però annunziato solennemente in 19,21 Paolo ha un nuovo programma: dal momento che ritiene ormai terminato il suo lavoro nel Mediterraneo orientale, vuole concluderlo con un gesto di comunione fra le giovani chiese e Gerusalemme recandovisi lui stesso a recapitare personalmente la colletta, e poi è necessario per lui raggiungere Roma (cf. Rm 15,22-32).



viaggio di Paolo

  • A questo nuovo programma, come già detteo precedentemente, corrispondono le tre rimanenti sezioni: il congedo di Paolo dalle sue comunità (19,21-20,38); l'arrivo a Gerusalemme, l'arresto e le lunghe vicende processuali (cc. 21-26); infine, in seguito all'appello a Cesare, l'avventuroso trasferimento via mare, col naufragio, e l'arrivo a Roma (cc. 27-28).





Il congedo di Paolo

  • La sezione del congedo di Paolo dalle sue chiese culmina nel discorso di addio ai presbiteri efesini a Mileto (20,17-38); visto però che anche nelle altre tappe si allude a prolungati insegnamenti di Paolo (20,1.2.7.11), questo discorso assume un valore più generale di "testamento" di Paolo a tutte le sue comunità e ai loro pastori; il punto su cui cade l'accento è che l'evangelo a cui Paolo ha dedicato tutta la sua vita continui ad essere annunziato con fedeltà, fronteggiando le nascenti eresie (vv. 28-31).









Il processo a Gerusalemme

  • Nella sezione delle vicende processuali di Paolo fanno spicco i tre lunghi discorsi di autodifesa: davanti al Sinedrio (22,1-21), davanti al governatore romano Felice (24,10-21), e infine, momento culminante, davanti al successore Festo e al re Agrippa II con la sua corte (26,1-23). La tonalità è "apologetica" (22,1; 24,10; 25,8; 26,1.2.24); non si tratta però di una difesa giuridico-politica, ma teologica.



Il processo a Gerusalemme

  • L'accusa è quella di apostasia dalla fede d'Israele (21,21-24.28; 24,5.8; 28,17); l'imputato non è né il cristianesimo in astratto di cui Paolo sarebbe solo il simbolo, né Paolo come persona in senso puramente biografico: è in gioco qualcosa che va al di là di Paolo, però storicamente passa attraverso la sua persona e la sua opera: non la chiesa in astratto ma la chiesa in quanto si è aperta, soprattutto per opera di Paolo, ai pagani.



Il processo a Gerusalemme

  • Perciò si rievoca di nuovo per filo e per segno per ben due volte, benché già noto al lettore (cf. 9,1-19), il racconto della conversione di Paolo (22,1-21 e 26,1-23), e si menziona sempre la missione ricevuta a favore dei pagani (22,15.21; 26,17s.20.23; cf. 9,15). Al di là delle altre accuse fittizie, è questo il punto che fa scattare l'ostilità degli avversari (22,22; 26,21), come già con Gesù nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,28).



Il processo a Gerusalemme

  • All'accusa di apostasia si replica appassionatamente ribadendo di continuo che nella risurrezione di Gesù la speranza di Israele ha trovato non la sua distruzione ma il suo adempimento (22,1-3; 23,6; 24,14s.21; 26,4-8; cf. 28,20). Il re Agrippa interrompe Paolo: «Ancora un poco e mi persuadi a farmi cristiano!» (26,28). L'apologia sfocia nell'annunzio, nella proclamazione della risurrezione di Gesù e della sua messianicità (23,6; 24,10-21; 26,6-8.22s).









Arrivo a Roma

  • Significativa è anche la conclusione dell'ultima sezione, la pagina conclusiva di tutta l'opera. Il racconto dell'arrivo di Paolo nella capitale dell'impero si conclude non con la comparizione davanti a Cesare, ma con l'incontro con la locale comunità ebraica, che si protrae lungamente, e vede ancora una volta l'apologia intrecciarsi all'annunzio (28,17-23). Anche a Roma come già in tutte le precedenti tappe della sua attività, nonostante l'adesione di alcuni, Paolo è costretto a constatare l'incredulità di Israele (v. 24), e ad interpretarla come quel misterioso "accecamento", permesso da Dio stesso nel suo popolo, di cui avevano parlato già i profeti (vv. 25-27; cf. Is 6,9s).



Arrivo a Roma

  • Esso non esclude l'illuminazione futura (Lc 13,34s; 21,24; At 1,6-8; 3,19-21; cf. Rm 9-11); per il momento, però, non potrà impedire che la minaccia già preannunziata (13,44-47; 18,6) venga posta in atto: la predicazione cristiana si volgerà ai pagani, e sarà accolta (v. 28). Significativa anche la conclusione narrativa (vv. 30-31): Paolo approfitta del suo regime di semilibertà domiciliare per ricevere visitatori, «...annunciando il vangelo del regno, e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo con piena libertà e senza ostacolo». Viene così richiamato l'inizio del libro, in cui il Risorto s'intratteneva ancora coi discepoli a parlare del regno di Dio (At 1,3).



Arrivo a Roma

  • Accenno che a sua volta rinviava più indietro, alla predicazione prepasquale di Gesù. Come nei confronti di Gesù, così nei confronti della predicazione postpasquale: nessuna opposizione umana, nessuna incredulità, neppure quella del popolo eletto, possono impedire che l'annunzio del regno, divenuto ormai un tutt'uno con l'annunzio della signoria di Gesù, continui il suo cammino nella storia. Su questa nota di fiducia, che ancora una volta, come nei "ritornelli" che scandiscono tutto il racconto, evoca la potenza vittoriosa della "parola", si conclude l'opera lucana.





Conclusioni d’insieme

  • Si rivela dunque insufficiente una finalità genericamente storiografica o genericamente religiosa. Luca non ha scritto né per comporre la prima "storia della chiesa", né per fare semplicemente opera di edificazione e di evangelizzazione. Troppo generica resta anche l'interpretazione centrata sul ritardo della parusia; questo problema forma solo l'orizzonte generale, il presupposto, delineato sin dall'inizio (At 1,1-11), non la finalità specifica che ha indotto Luca a proseguire il racconto fino all'arrivo di Paolo a Roma. Troppo ristrette, all'opposto, le ipotesi di una finalità giuridico­politica oppure antieretica: esse possono spiegare alcuni testi ma non l'opera nella sua costruzione complessiva.



Conclusioni d’insieme

  • Il grande tema di Luca-Atti è quello che risuona già all'inizio del Vangelo nelle parole di Simeone (Lc 2,9-35) e nella citazione isaiana: «...E ogni carne vedrà la salvezza di Dio» (Lc 3,4-6; cf. I3 40,3-5); quello che collega la conclusione del Vangelo (Lc 24,44-49) con l’inizio degli Atti (1,6-8); quello che risuona infine nelle parole di Paolo ai giudei di Roma (28,25-28). Non un generico “universalismo"; per cogliere il problema nella sua interezza occorre aggiungere un'importante precisazione: il tema di Luca-Atti è sì quello d'apertura ai pagani, però nella continuità con la storia della salvezza già vissuta da Israele.





Conclusioni d’insieme

  • Il problema del rapporto chiesa/pagani, per Luca non può essere risolto se si prescinde dall'altro aspetto, il rapporto Chiesa/Israele; il rapporto non è bipolare ma tripolare. Non nel senso che la chiamata dei pagani sia una conseguenza dell'incredulità di Israele (essa era in atto già da tempo, in parallelo con l'evangelizzazione dei giudei), ma nel senso che questa incredulità costringe la chiesa a rivolgere la sua predicazione esclusivamente o principalmente ai pagani. Il problema che stava a cuore a Luca ed ai suoi lettori sembra essere quello della legittimità di una chiesa che si proclama erede delle speranze di Israele, ma nella quale di fatto entrano i pagani e restano fuori i giudei.





Conclusioni d’insieme

  • Questa interpretazione, fra l'altro, si rivela capace di farci comprendere l'unità fra "Luca teologo" e "Luca storico". Il problema in questione infatti era tale che poteva essere fronteggiato solo ricostruendo gli avvenimenti che avevano portato a questa situazione; era uno scopo che non poteva essere raggiunto esclusivamente attraverso una ricostruzione storica, ma neppure senza di essa; andava raggiunto narrando e al tempo stesso interpretando teologicamente alla luce delle Scritture e dell'evento pasquale, soprattutto nei discorsi, quegli avvenimenti.



Conclusioni d’insieme

  • Va individuato qui il nucleo del "teologizzare" di Luca, che conferisce dimensione teologica al suo narrare e impedisce di attribuirgli un'intenzione puramente storiografica, ma al tempo stesso ci mette in guardia dal pericolo di sottovalutare la dimensione storiografica di Luca-Atti cercando in essi una teologia completa che tocchi tutti i punti della dottrina cristiana (di qui l'inattendibilità di tanti confronti con Paolo a tutto scapito di Luca), una teologia astratta che non passi attraverso il racconto.



Conclusioni d’insieme

  • Attribuendo all'opera lucana questa specifica finalità che possiamo chiamare apologetico-ecclesiologica, non va dimenticato però che l'apologia stessa, come già notato a proposito dell'ultimo discorso di Paolo (At 26,1-23) e poi a proposito della pagina conclusiva del libro (28,17-31), sfocia nell'annunzio, nella proclamazione di Gesù. Ed in effetti il materiale di tipo kerygmatico, nel Vangelo l'annunzio del regno, negli Atti degli Apostoli l'annunzio di Cristo morto e risorto, è riportato con abbondanza. E così pure il materiale parenetico. Luca non vuole solo corroborare la fede del lettore (Lc 1,4), ma anche muoverlo all'impegno personale, presentargli tutto un itinerario di vita cristiana.



Conclusioni d’insieme

  • Però tutti questi aspetti (escatologia, cristologia, ecclesiologia, parenesí...) non vanno colti separatamente, come una molteplicità di centri d'interesse eterogenei, ma nell'intreccio profondo che li collega. Il messia respinto da Israele e crocifisso; il messia risorto e costituito Signore ma senza immediato trionfo visibile; il messia che neppure dopo la pentecoste è riuscito ad aggregare intorno a sé tutto il popolo; questo messia che adempie le speranze veterotestamentarie ma in maniera sconcertante e imprevedibile, è anche il messia da seguire "ogni giorno" (Lc 9,23), nel cammino che si prolunga tra il già e il non ancora, nella gioia della salvezza e nella lode, ma anche nella perseveranza, nella povertà, nella preghiera.



Conclusioni d’insieme

  • L'evangelista dei grandi orizzonti - da Adamo al regno, da Gerusalemme ai confini della terra - è anche l'evangelista della quotidianità.

  • Vittorio Fusco






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