August Strindberg



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ADOLF – No, non voglio crederlo!

TEKLA – Allora perché non ti calmi?

ADOLF – Come posso calmarmi se tu non fai altro che flirtare con ogni uomo che incontri? Perché hai bisogno di giocare questo gioco?

TEKLA – Non è un gioco, voglio essere ammirata, ecco tutto!

ADOLF – Sì, ma solo dagli uomini.

TEKLA – Naturale. Una donna non può piacere alle altre donne! Lo sai.

ADOLF – Hai più avuto sue notizie?

TEKLA – Di chi?

ADOLF – Sai di chi parlo.

TEKLA – No, da più di sei mesi.

ADOLF – E non pensi mai a lui?

TEKLA – Non abbiamo contatti.

ADOLF – E non l’hai mai visto, fuori?

TEKLA – No, pare che viva sulla costa occidentale, adesso. Ma perché queste domande?

ADOLF – Non so. Ma gli ultimi giorni, stando da solo, ho pensato a lui, a come si deve essere sentito quando è stato abbandonato.

TEKLA – Cos’è? ti senti in colpa?

ADOLF – Sì.

TEKLA – Ti senti come un ladro, non è vero?

ADOLF – Più o meno.

TEKLA – Carino! Si può rubare una donna come si ruba un orologio o un portafoglio! È bello sapere che mi consideri una proprietà personale!

ADOLF – No, ti considero sua moglie: una moglie non si può rimpiazzare.

TEKLA – E invece sì! il giorno in cui saprai che si è risposato la smetterai di rimuginare. Tu l’hai rimpiazzato, per me.

ADOLF – L’ho rimpiazzato. Quindi lo amavi.

TEKLA – Certo che lo amavo.

ADOLF – E poi...

TEKLA – Me ne sono stancata.

ADOLF – E se ti stancassi anche di me?

TEKLA – Non succederà.

ADOLF – Ma se tu incontrassi un altro, uno con tutte le qualità che ti aspetti in un uomo, uno che ti ammiri – è solo un’ipotesi – mi abbandoneresti?

TEKLA – No!

ADOLF – Ma se ti affascinasse? Se non potessi fare a meno di lui, faresti a meno di me!

TEKLA – Non è detto!

ADOLF – Potresti amare due persone contemporaneamente?

TEKLA – Perché no?

ADOLF – Non capisco.

TEKLA – Solo perché non capisci qualcosa, non vuol dire che non possa accadere. Gli esseri umani non sono tutti uguali.

ADOLF – Ora comincio a capire.

TEKLA – Ah, davvero?

ADOLF – Ah, davvero. (pausa, durante la quale Adolf sembra rammentarsi di qualcosa che stenta a venirgli in mente) Tekla! Lo sai che la tua franchezza comincia a farmi male.

TEKLA – Dicevi sempre che per te era la virtù principale, sei tu che me l’hai insegnata.

ADOLF – Non te l’ho insegnata perché la usassi come una maschera: per nasconderti!



Pausa.

TEKLA – (colpita ma dissimulando) È la mia nuova tattica.

ADOLF – Io non so da che provenga, ma qui comincio a sentirmi a disagio. Mi sono stancato di questo posto. Perché non partiamo? Anche stasera.

TEKLA – Che ti salta in mente? Sono appena arrivata, non ho voglia di rimettermi in viaggio.

ADOLF – Infatti sono io che ne ho voglia.

TEKLA – Parti da solo, allora!

ADOLF – Ma io voglio che tu venga con me!

TEKLA – Ma io non voglio venire con te!

ADOLF – Io esigo... io esigo che tu parta con me stasera col battello delle otto!

TEKLA – Tu esigi? Che linguaggio è?

ADOLF – Dimentichi che sei mia moglie?

TEKLA – E tu dimentichi che sei mio marito?

ADOLF – Non è affatto la stessa cosa!

TEKLA – Ah, la metti così? Tu non m’hai mai amato!

ADOLF – (esterrefatto) Ah no?

TEKLA – No, perché amare è dare!

ADOLF – Per un uomo. E infatti io ho dato, dato, dato... ma per una donna amare è prendere.

TEKLA – Che cos’è che m’hai dato?

ADOLF – Tutto!

TEKLA – E ora mi presenti il conto? Io non ho fatto altro che prendere quello che tu mi offrivi. Accettando ti ho dato prova del mio amore. Una donna accetta di prendere solo dal suo amante, no?

ADOLF – Dal suo amante, ben detto, hai usato la parola giusta. Io sono stato il tuo amante, ma tuo marito, mai!

TEKLA – Non mi sembra un brutto ruolo da recitare, ma se non ti senti adatto alla parte, puoi anche dare le dimissioni. Non ho bisogno di un marito.

ADOLF – Questo era già chiaro. Pensi che non abbia notato come hai cominciato a evitarmi come un ladro quando cercavi nuove compagnie dove pavoneggiarti (con le mie piume), allora feci l’errore di ricordarti il mio piccolo contributo al tuo successo e questo mi trasformò immediatamente in un creditore odioso che ti perseguitava per i tuoi debiti. Così, per non aumentarli, hai smesso di servirti dalla mia borsa, ma hai cominciato a prendere da altri. Senza volerlo sono diventato tuo marito e tu hai preso a odiarmi. Ma ora che vorresti un amante io farò il marito per davvero: niente più sesso fra di noi!

Un tempo

TEKLA – Ma tutto questo non ha senso, fratellino, non essere idiota!

ADOLF – Tu consideri tutti degli idioti, tranne te stessa.

TEKLA – Non è quello che fanno tutti?

ADOLF – Anche il tuo primo marito era un idiota, no? – Secondo te! Sai? comincio a dubitarne.

TEKLA – Mio Dio! Non starai simpatizzando per lui?

ADOLF – Perché non dovrei simpatizzare per lui?

TEKLA – Ah, benissimo! E magari vorresti anche conoscerlo, sfogarti con lui, aprirgli il tuo cuore? Che bel quadretto sarebbe! Ma sai, anch’io comincio a sentirmi di nuovo attratta da lui, ne ho abbastanza di fare la balia. Poteva essere un tiranno, ma almeno lui era un uomo vero.

ADOLF – Ssst! Parla più piano, ci possono sentire!

TEKLA – Che t’importa: smetteranno di prenderci per degli amanti!

ADOLF – E così adesso vai in calore anche per gli uomini veri, non solo per i ragazzini.

TEKLA – Il mio calore non ha limiti e il mio cuore è aperto a tutti e a tutto, a grandi e piccoli, belli e brutti, giovani e vecchi, li amo tutti.

ADOLF – Lo sai che vuol dire questo? Lo sai?

TEKLA – No, non lo so che vuol dire, ma so cosa sento.

ADOLF – Significa che sei disperata. Significa che stai diventando vecchia.

TEKLA – Stai attento a quello che dici, Adolf!

ADOLF – Sei tu che devi stare attenta!

TEKLA – A cosa?

ADOLF – (minacciandola) Al coltello!

TEKLA – (irridente) Il fratellino non dovrebbe giocare con oggetti pericolosi.

ADOLF – Non sto giocando!

TEKLA – Ah, non vuoi più giocare adesso? Vuoi fare sul serio? E allora farò sul serio anch’io. Credi che non ne sia capace? Non saprai né dove, né quando, né con chi, ma lo farò e farò in modo che tutti lo sappiano. Tu potrai solo sospettare perché farò in modo che tu sospetti lasciando tracce dappertutto e non avrai un momento di pace. Ti torturerò, ti farò sentire ridicolo, dovrai continuamente dubitare di me, ma nessuno potrà darti il sollievo di una pur minima prova. Perché il marito è sempre l’ultimo a sapere. È questo che vuoi? Mettimi alla prova, su...

ADOLF – Mi odi così tanto?

TEKLA – No, non ti odio, Adolf. Non posso odiarti perché sei un bambino.

ADOLF – Ora, sì. Forse ora lo sono. Ma ricordi quando la tempesta s’è abbattuta su di noi? Tu te ne stavi distesa sulle mie ginocchia e piangevi, piangevi, e io ti baciavo gli occhi per farti addormentare; allora eri tu il bambino (e io la balia), ero io che ti pettinavo i capelli, ti lucidavo le scarpe, mi preoccupavo che mangiassi. Dovevo starti vicino e tenerti la mano per ore e ore perché tu avevi paura, paura di tutto, perché non avevi più un solo amico e l’opinione pubblica era contro di te. Eri quasi morta e io dovevo parlare per darti coraggio, non mi sentivo forte, ma dovevo sforzarmi di sembrarlo; e allora parlavo, parlavo fino a farmi dolere il capo e seccare la lingua, e ho finito per riportarti alla vita. Allora mi ammiravi, ero un uomo vero, allora! Cominciai a ricostruire la tua reputazione. Ti circondai di nuovi amici, di tutta una corte di persone che quasi costrinsi ad ammirarti, ti innalzai al di sopra di me e della mia casa. Poi cominciai a dipingerti: in blu e rosa su sfondo oro, ti dipingevo come Santa Cecilia, ti dipingevo come Maria Stuarda, ti dipingevo come la regina Cristina o Giovanna d’Arco. Non c’era galleria in città in cui la tua immagine non fosse illuminata e in bella vista, il pubblico cominciò a vederti attraverso i miei occhi innamorati ed estatici, li forzai a subire la tua personalità fino a che dovettero riconoscere di amarti. Finalmente eri in grado di andare avanti da sola. Il mio lavoro era compiuto, ma ci avevo impiegato tutte le mie energie, lo sforzo mi aveva esaurito, e così crollai, caddi malato. Tu trovavi la mia malattia irritante, ora la vita ti sorrideva e non volevi che niente ti ricordasse il debito che avevi verso di me, volevi sbarazzarti di me, che ormai ai tuoi occhi ero solo un creditore. Il tuo amore cominciò a trasformarsi in quello di una sorella maggiore, e io cominciai ad abituarmi al ruolo di fratellino. La tua tenerezza verso di me resta, anzi forse è più profonda che mai, ma mescolata con una punta di pietà e una bella dose di disprezzo che lentamente si trasforma in sdegno, man mano che il mio talento tramonta e la tua stella si innalza. (Pausa) Però è buffo, no, che anche la tua scrittura sembri inaridirsi ora che non ci sono più io ad alimentarla, o piuttosto, da quando tu hai deciso di non trarre più ispirazione da me. Non hai notato il modo in cui noi due affondiamo insieme? Ma non ti rendi conto che tagliandomi le braccia è te stessa che stai mutilando, perché tutti questi anni hanno fatto di noi dei gemelli (siamesi). Tu eri come un innesto sul mio albero, ma hai voluto staccartene troppo presto, prima di aver messo radici. E ora il ramo e il tronco appassiscono insieme.

TEKLA – Insomma vuoi dire che sei tu ad aver scritto i miei libri?

ADOLF – Questo sei tu a dirlo perché non vuoi ascoltarmi. È una tua rozza interpretazione. Io ho parlato per cinque minuti per rendere tutte le sfumature, i semitoni e i passaggi del mio discorso, ma sul tuo organetto c’è una nota sola!

TEKLA – Sarà, ma il punto di tutto questo è che i miei libri li hai scritti tu.

ADOLF – No, non c’è nessun punto; tu non puoi risolvere un accordo in una sola nota come non puoi ridurre la complessità di una vita ad una singola battuta. Non direi mai una simile sciocchezza: che i tuoi libri li abbia scritti io.

TEKLA – Ma è quello che hai pensato.

ADOLF – Non l’ho nemmeno pensato!

TEKLA – Ma insomma …

ADOLF – Insomma? Che somma? Io non ho fatto somme, sommare è fare un’addizione – è mettere una cosa sopra l’altra. Io ho diviso invece, questa non è un’addizione, semmai una lunga e complicata divisione e il quoziente è un numero decimale infinito…

TEKLA – Tu pensi di aver scritto i miei libri!

ADOLF – No, no, no. Taci! Non parlare più. Non dire più nulla. Mi fai venire le convulsioni. Stai zitta. Zitta! Mi scavi nella testa come con delle tenaglie, ne tiri fuori i pensieri e li fai a brandelli. Basta, io non posso … (si blocca; guarda assente davanti a sé; affonda i pollici nei palmi delle mani; fa per svenire)

TEKLA – Che hai? Stai male? Adolf!



Adolf la respinge.

TEKLA – Adolf?



Adolf scuote il capo verso di lei.

TEKLA – Vieni qui. – Shhh. – Va tutto bene. – Shhh. – Calmati ora.



Tekla lo abbraccia.

TEKLA – Adolf.

ADOLF – Sì?

TEKLA – Sei stato ingiusto con me … riguardo ai miei libri.

ADOLF – È vero.

TEKLA – Lo riconosci?

ADOLF – Sì, lo riconosco.

TEKLA – E mi chiedi scusa?

ADOLF – Sì, sì, sì, ti chiedo scusa, ma non ne parliamo più.

TEKLA – Baciami la mano.

ADOLF – (le bacia la mano)

TEKLA – Bene, ora su, esci a fare due passi lungo la baia. Prendere un po’ d’aria fresca prima di cena ti farà bene.

ADOLF – Sì, ne ho davvero bisogno. Facciamo le valigie e dopo cena saremo in tempo per prendere il battello delle otto.

TEKLA – No!

ADOLF – No? Perché no? Perché? Cos’hai da fare qui?

TEKLA – Ho un impegno più tardi.

ADOLF – Che impegno?

TEKLA – Ho promesso di intervenire alla serata di stasera.

ADOLF – Sono sicuro che nessuno noterà la tua assenza.

TEKLA – Ho promesso all’organizzatrice di andarci.

ADOLF – Bene, allora dirai all’organizzatrice che sfortunatamente non puoi accettare l’invito perché tuo marito è malato.

TEKLA – Io le promesse le mantengo e tu non sei malato, anzi stai abbastanza bene da accompagnarmi.

ADOLF – (allusivo) Vuoi davvero che io ti accompagni, eh? Ne sei sicura? Non preferiresti andarci da sola?

TEKLA – Non capisco cosa vuoi dire.

ADOLF – Non capisci cosa voglio dire?

TEKLA – Non capisco cosa vuoi dire!

ADOLF – Dici sempre “non capisco cosa vuoi dire” quando non ti piace quello che voglio dire!

(Pausa)

TEKLA – Tu non lo sai cosa mi piace o non mi piace.

ADOLF – Può darsi, ma non ho più voglia di parlarne ora. Vado a prendere un po’ d’aria. Ci vediamo al battello, alle otto.

Adolf esce. Tekla resta sola. Cambio luce. Entra Gustav, andando verso il proscenio, fingendo di non vedere Tekla)

TEKLA – Mi scusi …

GUSTAV – Oh, pardon … (stavo cercando i giornali)

TEKLA – Gustav?

GUSTAV – Tekla.

TEKLA – Sei tu?

GUSTAV – Sì, sono io.

TEKLA – Da quanto sei qui?

GUSTAV – Da oggi. Mi dispiace, non avevo idea che ci fossi anche tu. Naturalmente partirò prima possibile … Bene … Non volevo disturbarti, volevo solo prendere un giornale.

Pausa.

TEKLA – Sei cambiato.

GUSTAV – È passato del tempo.

TEKLA – Tanto tempo.

GUSTAV – Tu invece non sei cambiata. Sei sempre molto bella, Tekla. Sembri persino più giovane. Ma perdonami, non volevo introdurmi nella tua vita privata e.. disturbare la tua felicità. Non avrei mai dovuto. (un tempo) Buonanotte.

TEKLA – Aspetta. Resta. Solo un momento. Non credo sia una cosa disdicevole se facciamo due chiacchiere, no?

GUSTAV – No, purché la cosa non ti turbi. Ho paura, qualunque cosa dica, di ferirti… Tu vuoi davvero che io resti?

TEKLA – Sì.

GUSTAV – Allora resterò.

TEKLA – Hai sempre avuto questa qualità così rara, Gustav, di mostrarti delicato, pieno di tatto, che non penso potresti mai ferirmi.

GUSTAV – E’ gentile da parte tua, ma non sono sicuro che tuo marito lo sarebbe altrettanto se ci vedesse qui, ora.

TEKLA – Al contrario, parlavamo giusto di te poco fa e lui mostrava una grande simpatia nei tuoi confronti.

GUSTAV – Magari la mostrava soltanto.

Tekla sorride.

O magari davvero tutto passa, come i nomi incisi sulle cortecce degli alberi, alla fine il tempo li cancella. E perfino il rancore finisce per dissiparsi.

TEKLA – Come potrebbe avere rancore per te? Non ti ha mai incontrato. Sai, ho sempre avuto un piccolo sogno: che voi due poteste un giorno conoscervi, e magari diventare amici, o almeno vedervi insieme – anche solo per un momento – stringervi la mano e poi dirsi addio.

GUSTAV – Anch’io l’ho desiderato a lungo, te lo confesso, di incontrare tuo marito. Per assicurarmi che la donna che ho amato più della mia vita fosse in buone mani. Ne ho sentito dire un gran bene, come artista – conosco tutti i suoi lavori – e mi piacerebbe stringergli la mano un giorno, guardarlo negli occhi e pregarlo di avere cura del tesoro che il destino gli ha affidato. (un tempo) Così potrei forse lasciar andare un po’ del rancore che non posso evitare di sentire – talvolta – covare sotto la cenere, proprio qui (si indica il cuore). Certo porterei sempre con me le ferite – naturale – ma guarderei al futuro più serenamente, potrei invecchiare meglio.

TEKLA – Mi ritrovo completamente in quello che dici, tu dai voce ai miei pensieri, Gustav. È un tale sollievo sapere che tu provi questo … (si porta la mano al petto). Grazie!

GUSTAV – Per cosa?

TEKLA – Tu mi hai capita!

GUSTAV – Ti capisco ora. Troppo tardi. Solo ora capisco quanto ti stava stretta la vita che ti offrivo, il mio lavoro apparentemente così grigio, la cerchia ristretta di storici e filosofi, non potevano saziare la tua mente così affamata di libertà. Tu mi puoi capire, credo, soprattutto tu che sei una scrittrice ora e scavi - tutti i giorni - dentro l’animo umano, no? Tu puoi capire quanto mi è costato confessarlo a me stesso.

TEKLA – Solo un uomo buono e nobile può riconoscere le proprie debolezze, non tutti possono farlo. Tu sei sempre stato onesto, Gustav, sincero, fidato e forte; e io amavo queste cose in te, ma …

GUSTAV – Non sono sempre stato onesto, Tekla, e non sono sempre stato forte, ma la sofferenza mi ha cambiato, la sofferenza purifica. Un uomo non può mentire a sé stesso troppo a lungo quando attraversa un dolore come quello che ho provato quando te ne sei andata.

TEKLA – Pensi che potrai mai perdonarmi?

GUSTAV – Perdonarti per cosa? Sono io che dovrei chiedere perdono.

TEKLA – Ma guardaci, se non la smettiamo finiremo per piangere come due vecchi nostalgici.

GUSTAV – Io mi sento davvero vecchio, ma tu sembri una bambina… (si siede; poi anche Tekla)

TEKLA – Lo pensi davvero?

GUSTAV – Assolutamente, e poi sai sempre vestirti così bene …

TEKLA – Sei tu che me l’hai insegnato, ricordi? Li hai scoperti tu i miei colori.

GUSTAV – Ah, davvero?

TEKLA – Non ricordi? Ma sì, ti arrabbiavi tanto se dimenticavo di mettermi qualcosa di rosso.

GUSTAV – Non mi arrabbiavo, no, non ero mai arrabbiato con te.

TEKLA – Ma sì, non ricordi quando t’eri messo in testa di insegnarmi la logica? Io non ci capivo nulla. Tu mi urlavi contro, ma non era per me, non riuscivo a venirne a capo.

GUSTAV – Eri una ragazzina brillante, avevi solo poca fiducia in te stessa. Ma ora ne sei venuta a capo, hai sviluppato un formidabile intelletto, almeno a giudicare dai tuoi libri..



Pausa

TEKLA – (turbata, accelera il dialogo) Bene, Gustav, mi ha fatto davvero piacere vederti… e siamo anche riusciti a non litigare!

GUSTAV – Perché avremmo dovuto litigare?

TEKLA – Eh?

GUSTAV – Avevamo una vita tranquilla insieme …

TEKLA – Calma, soprattutto calma.

GUSTAV – Ed era questo il problema, vero? Io pensavo che tu volessi un tipo calmo, tranquillo. E invece tu volevi la Passione.

TEKLA – Non sapevo cosa volessi, nessuno lo sa a quell’età. Imitavo mia madre, giocavo la commedia dell’amore romantico.

GUSTAV – Tua madre sarebbe orgogliosa di te!

TEKLA – Dici?

GUSTAV – Ma certo: sei un’artista di successo, fai una vita interessante, mondana, stimolante. Hai avuto quello che volevi e tuo marito non mi sembra affatto un tipo calmo e tranquillo, anzi deve essere uno pieno di sentimento, no?

TEKLA – (improvvisamente triste) Sì, ho avuto quello che volevo.



Pausa; Gustav la guarda.

GUSTAV – Ma, sbaglio o porti ancora i miei orecchini?

TEKLA – Sì, mi piacciono, perché non dovrei? Non siamo mai stati nemici, questi orecchini me lo ricordano, e poi non se ne trovano più così. (si toglie un orecchino)

GUSTAV – E tuo marito che ne dice?

TEKLA – Perché dovrebbe occuparsi dei miei orecchini?

GUSTAV – Potrebbe ferire i suoi sentimenti, potrebbe farlo sentire un po’ ridicolo …

TEKLA – Non ha bisogno del mio aiuto per sembrare ridicolo. Non riesco ad agganciarlo.

GUSTAV – Vuoi che t’aiuti?

TEKLA – Sì, grazie.

GUSTAV – Mi ero dimenticato di quanto era piccolo il tuo orecchio. (sorridono) Pensa se tuo marito ci vedesse ora.

TEKLA – Che scenata farebbe!

GUSTAV – Perché? È geloso?

TEKLA – Geloso? È paranoico, è malato!

Rumori nella stanza accanto: suoni che annunciano una crisi epilettica; sullo sfondo Adolf si dimena.

GUSTAV – Che succede?

TEKLA – C’è qualcuno di là?

GUSTAV – Ah, sì, staranno preparando per la cena.

TEKLA – Ah ecco. (un tempo) Ma raccontami di te, cos’hai fatto in questi giorni, che progetti hai?

GUSTAV – Oh, la mia vita è così noiosa. Dimmi tu, piuttosto.

TEKLA – (confusa) Ma, non ho nulla da raccontare.

GUSTAV – Ma ci deve essere per forza qualcosa, il mondo dell’arte è pieno di pettegolezzi.

TEKLA – No, ti giuro.

GUSTAV – (si avvicina alla scultura) E questa cos’è? Una scultura? (solleva il panno) Sei tu?

TEKLA – Io? Non direi. È … qualcosa. (ride)

GUSTAV – Eppure ti somiglia.

TEKLA – Attento Gustav, potrei offendermi.

GUSTAV – Non devi, Tekla, ricordo benissimo come sei fatta. Sotto questo bel vestitino.

TEKLA – Non mi provocare.

GUSTAV – Non lo ricordi? Me l’hai detto tu una volta: “sotto questo bel vestitino, Gustav …”

TEKLA – Sotto questo bel vestitino, Gustav, sono completamente nuda.

Pausa

GUSTAV – Ti piaceva parlare così.

TEKLA – Non ne ho più occasione.

GUSTAV – Tuo marito è timido? (Perché, è timido?)

TEKLA – Le parole non sono il suo forte.

GUSTAV – E in tutto il resto invece è forte?

TEKLA – In questo periodo è molto malato.

GUSTAV – Povero piccolo. Vedi che succede ad andare a rubare il miele nell’alveare di un altro?

TEKLA – Gustav, sei tremendo!

Ridono.

GUSTAV – Ricordi la nostra luna di miele? Era diverso qui, questa era una stanza no? La nostra stanza. Qui c’era una cassettiera, vero? E qui? Cosa c’era qui?

TEKLA – Il letto.

GUSTAV – Riesci a dirlo anche guardandomi negl’occhi?

TEKLA – (lo guarda) C’era un letto.

Si guardano.

GUSTAV – Pensi che si possa dimenticare?

TEKLA – No, eravamo giovani, e non si dimenticano le cose che ci hanno resi quello che siamo.

GUSTAV – Ti ricordi quando ci siamo conosciuti? Eri così piena di vita, allegra, solare, ma eri ancora come una pagina bianca. Tua madre, gli insegnanti, ci avevano scarabocchiato su qualche nota, ma in sostanza eri come un libro ancora tutto da scrivere. Così ogni notte, noi scrivevamo e scrivevamo. È per questo che non invidio tuo marito – i suoi desideri sono affari suoi – e se gli piace leggere il libro di qualcun altro la notte, faccia pure. Ma cosa c’è di più commovente che rincontrarti qui, ora, e vedere che le nostre menti si mescolano ancora insieme così naturalmente. Parlare con te è come bere un vecchio vino che ho imbottigliato io stesso – ricordo il gusto del primo assaggio – ma ora lo ritrovo perfino migliore, più maturo e raffinato. (Si guardano) E ora che sto per risposarmi, ho scelto deliberatamente una ragazza molto giovane – ma stavolta il libro lo scrivo meglio. Può darsi che io sia troppo grande per lei, ma in fondo è giusto così, la donna è la figlia dell’uomo, e quando questo non succede, è lui che diventa figlio di lei, e il mondo va alla rovescia.

TEKLA – Vuoi risposarti?

GUSTAV – Sì.

TEKLA – È bella?

GUSTAV – Sì, almeno per me. (Tempo) È curioso: per puro caso ti rincontro dopo tanto tempo e – in pochi minuti – già mi fai dubitare di poterlo davvero ricominciare, il gioco del matrimonio.

TEKLA – Che vuoi dire?

GUSTAV – Le mie radici sono ancora qui con te, Tekla, posso ancora sentirle, nascoste in profondità nel tuo terreno. Solo a starti vicino la vecchia ferita si riapre. Sei una donna pericolosa.

TEKLA – Lo credi davvero? Mio marito non la pensa così.

GUSTAV – Tuo marito non ti ama più.

TEKLA – A volte non capisco nemmeno cosa intenda per amore.

GUSTAV – Naturale, avete giocato a nascondino così a lungo da dimenticare chi di voi è quello che cerca e chi quello che aspetta. E così girate a vuoto. Tu potrai passare da un uomo all’altro, Tekla, ma ci sarà sempre qualcosa che ti mancherà!

TEKLA – Mi stai sgridando?

GUSTAV – No, no. Quello che è accaduto a noi doveva accadere. Se non con lui con un altro, ma sarebbe accaduto. Ti sei comportata così come la tua natura ti chiedeva di fare nelle circostanze date. Non c’è ombra di risentimento in me.




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