Autonomia e riscatto, I principi libertari ed identitari di g m. angioy a 210 anni dal moto popolare



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Autonomia e riscatto,

i principi libertari ed identitari

di g.m. angioy

a 210 anni dal moto popolare”

 

a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni

 

 



testi di Francesco Casula

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



Progettazione

Ufficio Studi G.M. Angioy

 

Realizzazione

Ufficio Studi G.M. Angioy

 

A cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni



 

 

Si ringraziano per la cortese collaborazione offerta nel corso della ricerca



gli Enti pubblici e i privati che, a vario titolo, si sono prodigati

nel facilitarne il lavoro.

 

Un particolare ringraziamento ai ricercatori e agli autori.



 



 

 

 



 

 

 



 

 

Regione Autonoma della Sardegna



Assessorato dello Spettacolo e Attività Culturali

L.R. n°1 art. 60 del 22.01.1990

 

 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

pag.

 

Indice 04



 

Francesco Casula

 

Premessa: le Radici Autonomistiche e identitarie



  1. 1)      Le radici dell’Autonomia e la costante resistenziale secondo Lilliu: 05 dalla lotta contro Cartagine (sec.VI) alla Brigata Sassari nella Prima guerra mondiale;

  2. 2)      Le radici dell’Autonomia secondo Maria Rosa Cardia: dal triennio rivoluzionario 10 degli anni 1793-96 al movimento autonomistico operaio, sindacale, cooperativo e

cattolico del ‘900, al Sardismo degli anni ’20 e del dopoguerra;

  1. 3)      Le radici identitarie e della “nazione sarda” secondo lo storico sassarese Federico 11

Francioni;

Riferimenti bibliografici 13

1° Capitolo - Contesto storico (politico, sociale e culturale) in cui si situa il 14

triennio rivoluzionario (1793-96) e l’opera angioyna.

Riferimenti bibliografici 20

2° Capitolo - La cacciata dei Piemontesi 21



  • -         Carlino Sole

  • -         Raimondo Carta-Raspi

  • -         Girolamo Sotgiu

  • -         Natale Sanna

Significato storico e simbolico

3° Capitolo - Governo della Reale Udienza, contraddizioni del post-“commiato” e la figura 41

di G. M. Angioy

 

Riferimenti bibliografici 49



 

Come gli storici valutano l’Angioy 50

Angioy nell’immaginario collettivo, nella memoria e nella cultura popolare sarda 57

Articoli su giovanni Maria Angioy 62

Documentazione 169

 

 



 

 

 



 

 

Premessa: le Radici Autonomistiche e identitarie

 

1) Le radici dell’Autonomia e la costante resistenziale secondo Lilliu: dalla lotta contro Cartagine (sec.VI) alla Brigata Sassari nella Prima guerra mondiale

 

Le radici dell’Autonomia e dell’Identità sono da ricondurre alla storia sarda e segnatamente a quella che Giovanni Lilliu, il grande storico e archeologo sardo, accademico dei Lincei, chiama “costante resistenziale”. Essa così viene sintetizzata dallo stesso Lilliu: “Quell’umore esistenziale del proprio essere sardo, come individui e come gruppo che, in ogni momento, nella felicità e nel dolore delle epoche vissute, ha reso i Sardi costantemente resistenti, antagonisti e ribelli, non nel senso di voler fermare, con l’attaccamento spasmodico alla tradizione, il movimento della vita e della loro storia, ma di sprigionarlo il movimento, attivandolo dinamicamente dalle catene imposte dal dominio esterno” (1).



 

Secondo Lilliu la “resistenza” dei Sardi ha una precisa data: quando, dopo lunghe lotte, Cartagine cacciò i Sardi indigeni alla fine del secolo VI, sui monti del centro isolano, nelle Barbagie, come poi ebbero a chiamarle i Romani.

 

Ma ecco come argomenta e racconta la “costante resistenziale” dei Sardi nella loro storia millenaria ma soprattutto durante il periodo della dominazione cartaginese e romana : ”Antagonistica fu la civiltà dei Nuraghi in ogni tempo. Ma soprattutto in due periodi fu più accanito e drammatico lo scontro di cultura, più dura e decisiva la battaglia fra i fronti di civiltà: al tempo della guerra dei Cartaginesi prima e contro i Romani poi: difatti la natura antagonistica portò i Sardi a conservare la loro tradizione culturale per tutto o quasi l’arco di tempo corrispondente all’attività nell’Isola di quei popoli estranei, resistendo dapprima (dal VI al II sec. a.c.) con le armi e, in seguito, con la rivolta passiva, morale e psicologica derivata dalla coscienza, ancora oggi radicata fra gli isolani, di essere stati e di essere qualcosa di speciale e di individuale per stirpe e cultura……” ( 3 )



 

Dopo una prima vittoria sui Cartaginesi del generale Malco (545-535) secondo Lilliu il fronte nazionale protosardo dovette soccombere ad Asdrubale e Amilcare quando dopo 25 anni di operazioni militari verso il 509 a.c. “la resistenza” fu stroncata, domata e sospinta “dalle pianure e dalle colline nelle zone montagne dell’interno, solitarie, sterili e disperate ( Iustin.XIX,1). Si può capire che l’abbandono forzato di terre che la letteratura storica greco-romana ci presenta piena di monumenti d’ogni genere e fonte di benessere materiale e civile, provocò una cesura culturale, una crisi di civiltà fra le popolazioni nuragiche.

 

E la marcia patetica dalle “> ( Diod.,IV,29-30-V,15) dove gli antichi pastori e agricoltori- guerrieri lasciavano i castelli distrutti, le case fumanti, i templi profanati e le tombe dei loro morti incustodite, verso le rocce, le caverne e i boschi paurosi del centro montano, fu non soltanto una ritirata di uomini, donne e fanciulle perseguiti come vinti dal vincitore straniero e sospinti verso una carcere, quasi verso un enorme campo di concentramento naturale, ma fu anche e soprattutto la capitolazione di un’intera civiltà protesa in uno sforzo decisivo e vicina al suo pieno traguardo storico. Con la sconfitta fu pure incrinata la compattezza etnico- sociale dei Sardi della civiltà nuragica e ne risultò la prima grande divisione politica: da una parte l’Isola montana- dei Sardi ancora liberi seppur costretti in una sorta di riserva dai conquistatori, come lo furono nel secolo XIX gli Indiani americani di Capo Giuseppe, chiusi in una riserva dell’Idaho dai bianchi del generale Miles - che continuò a esprimere una cultura genuina e autentica di pastori, per quanto impoverita e decaduta; dall’altra i Sardi più deboli, arresisi agli invasori, diventati per calcolo o per paura furono degradati al livello di servi della gleba e confusero il loro sangue e la loro civiltà mescolandosi ai mercenari libici, schiavi gli uni e gli altri del comune padrone cartaginese. Per i sardo- punici ( o sardo- libici) a cultura mista, i sogni di grandezza, già nel V secolo a.c. erano finiti nel nulla e la libertà era diventata una parola senza senso.



 

Le madri facevano figli per essere assoldati a poco prezzo negli eserciti di Cartagine. Come le antiche “pianure iolaèe” germinavano biade e gli altopiani erbosi dei primitivi pastori ingrassavano greggi per arricchire il mercato internazionale dell’invasore e aumentarne l’insaziabile brama del potere economico e politico. Per i Sardi autentici del centro montano, a cultura tradizionale senza alcun compromesso, la libertà rappresentava ancora un valore e il suo prezzo li ripagava dei sacrifici materiali e dell’avvilimento morale in cui li aveva cacciati l’avverso destino. Schiavitù e libertà segnavano ormai una netta linea di confine fra le due parti dei Sardi: quella conformista e quella ribelle, la prima accomunata forse alla seconda al padrone nel disprezzo e nell’odio. Ed il padrone noncurante e forse lieto della divisione prosperava sulla contesa delle due Sardegne”

 

 



“Il secondo grosso urto fra la civiltà nuragica e quella straniera – scrive ancora il Prof. Lilliu - dopo deboli e occasionali scontri fra sardi dei monti e cartaginesi fra il V e il III secolo, avvenne con la conquista dell’Isola dai Romani intorno al 238 a.c. I protagonisti furono le tribù del centro e della regione alpestre, Corsi, Iolei e Balari, e cioè i discendenti dei fuggiaschi della grande ritirata del VI secolo a.c., conservatisi in stadio di autentica cultura nuragica. I Sardi a cultura mista, restarono fuori dalla mischia, limitandosi a servire senza difficoltà il nuovo padrone. L’occupazione romana delle città costiere nel 238 a. c. si svolge senza combattimento (Zonara,VIII,12, P,I,4000) senza alcuna resistenza da parte dei Sardo- punici o Sardo- libici. Ma i reiterati trionfi dei consoli romani segnati dal 235 al 232 a.c. stanno ad indicare che la penetrazione romana verso l’interno, trovava l’ostacolo sanguinoso delle tribù locali di tradizione nuragica. Si risvegliava la natura “antagonista” dei guerrieri- pastori, non mai sopita del resto, al primo duro contrasto di civiltà. La lotta sardo romana fu epica, anche perché l’intento del nuovo padrone, era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi, soddisfatti della sicurezza strategica ed economica, senza preoccupazioni “missionarie”.

La reazione degli indigeni fu pronta in ogni momento, violenta nei periodi di maggiore emergenza, fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità.

La lunga guerra di libertà dei Sardi, ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215 (guidata per terra dal latifondista sardo- punico Amsicora e appoggiata sul mare dalla flotta cartaginese di Asdrubale il Calvo), la strage di 12.000 iliensi e balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori). Noi che abbiamo seguito dall’inizio l’origine e lo svolgersi della civiltà nuragica, che abbiamo cercato di individuarne nella vocazione antagonistica e nell’attitudine di conservazione attiva e vitale dei caratteri fondamentali, possiamo ora apprezzare nel vero senso, il valore di questi avvenimenti di storia politica strettamente legati alle vicende finali – e in definitiva al tramonto – di una cultura del mondo antico che ebbe una coerenza morale e uno stile di vita schietto e libero, non privo di insegnamenti, posto che se ne vogliano riconoscere nel passato” (4)

 

Ma il Professor Lilliu non si limita ad applicare la categoria storiografica della “costante resistenziale” alla dominazione cartaginese e romana: essa infatti avrebbe caratterizzato l’intera storia della Sardegna. Così infatti scrive: ” Potremmo forse interpretare, meglio che con i documenti diplomatici, certe fiere per quanto modeste e molto limitate, espressioni di resistenza, del periodo giudicale, a mio avviso troppo esaltato come momento di autonomia sarda…. Si dica lo stesso dei movimenti resistenziali angioyni della fine del ‘700 e di quelli a sfondo “comunistico” del “su connotu” nel secondo ventennio dell’800, nei quali la componente “ popolare” (da distinguersi da quella “borghese” integrata nella rivoluzione “esterna” delle culture “maggiori” e della francese in specie) si muoveva nella direttrice dei valori resistenziali della cultura propria “minore”, senza una precisa e organica alleanza, anzi con sospetti e conflitti, identificando ancora una volta, “i borghesi rivoluzionari” con lo straniero padrone”.



E continua “Forse sarebbe utile approfondire l’analisi delle gesta belliche della Brigata Sassari nella penultima grande guerra, demitizzandola nel ruolo assegnatole dalla politica e dalla storiografia nazionalistica e fascista, di fedele e strenuo campione di amor patrio italiano, di custode bellicoso della Nazione Italiana. Resistendo sui monti del Grappa, in uno spazio geografico che gli ricordava il proprio, guidati e formati ideologicamente da ufficiali (come E. Lussu) nei quali urgevano violentemente, sino a forme ritenute quasi di indipendentismo, le istanze dell’autonomia isolane, i fanti della Brigata, combattendo contro lo straniero austro-ungarico-tedesco, riassumevano tutti gli antichi combattimenti con tutti gli stranieri conquistatori colonizzatori e sfruttatori della loro terra, comprendendo fra essi, forse gli stessi “piemontesi” fondatori dello stato, centralista e unitarista italiano. In tal senso, il momento della Brigata, può essere ritenuto una trasposizione in suolo nazionale della resistenza sarda di secoli”.(5)

 

C’è di più: a parere di Lilliu la resistenza persiste e continua: “Ai Sardi spetta ancora il compito di attivare la costante resistenziale, chè non ne mancano i motivi”. Occorre “resistere” e reagire all’industrialismo con i suoi schemi e comportamenti di colonizzazione estranei ed esterni al tessuto economico sardo, distruttore dell’ambiente, fallimentare dal punto di vista economico e occupazionale, devastante per la civiltà sarda, come occorre resistere all’assimilazione e alla acculturazione esterna, da qualunque parte essa venga e in qualsiasi modo si presenti: In tempi antichi sotto l’aspetto dell’egemonia armata della borghesia mercantile fenicio-punica e dell’imperialismo militare romano; oggi con l’etichetta e le persuasioni o le repressioni del sistema neocapitalistico industriale internazionale e dei vassalli italiani continentali del triangolo nordista”.(6)



 

In connivenza e con la complicità degli ascari locali, aggiungo io.

Se è interessante e suggestiva – e a mio parere assolutamente condivisibile la categoria storiografica della “costante resistenziale” – ancor più lo è la spiegazione che il grande archeologo di Barumini dà della “resistenza sarda”. A questo proposito scrive che occorre “moderare i metodi di ricerca della storiografia tradizionale della storia politico-diplomatica che è piena di falsità (è la storia dei vincitori, storia di parte), ed anche quello della storiografia marxista che vuole ridurre la spiegazione della resistenza sarda, nelle forme che abbiamo specificato, soltanto a ragioni economiche- sociali, in una contrapposizione di classi, senza riguardare le profonde cause della , cioè le cause etniche- etiche, intime alla convinzione nei Sardi dei valori della propria cultura “minore”.

In definitiva si tratta di tener conto dell’importanza determinante dell’elemento “popolo” (e non dell’elemento “ classe”) nella grande contesa sarda tra le due culture, dove sta il nocciolo vero della resistenza costante, della conflittualità permanente”.(7 )

2) Le radici dell’Autonomia secondo Maria Rosa Cardia: dal triennio rivoluzionario degli anni 1793-96 al movimento autonomistico operaio, sindacale, cooperativo e cattolico del ‘900, al Sardismo degli anni ’20 e del dopoguerra.

 

Un altro storico di vaglia, Maria Rosa Cardia, studiosa e docente di Storia della Istituzioni all’Università di Cagliari pur non attaccando la categoria storiografica di Giovanni Lilliu, se ne distanzia e individua le radici dell’Autonomia segnatamente negli ultimi due secoli. Ecco cosa scrive: ”Le aspettative che caratterizzarono la vicenda dello Statuto affondavano le radici in una aspirazione autonomistica antica, una costante nella storia della Sardegna, volta più alla integrazione che alla separazione, ma certamente basata sulla difesa della propria identità culturale e politica. Una richiesta irrinunciabile di libertà e di diritti di autonomia, portata avanti attraverso i secoli tra contrasti e lacerazioni, tra generose illusioni e interessati conformismi.



Lo Statuto è l’erede di questo patrimonio di memoria storica. Nei suoi articoli si avverte l’eco dell’autonomismo sardo dell’Ottocento e del Novecento, di quella travagliata riflessione sulla questione sarda, avviata dal diffuso pentimento per la fusione con gli Stati di terraferma nel 1847 e la rinuncia agli antichi istituti autonomistici. Nel patto costituzionale stipulato fra la Sardegna e l’Italia giungono a maturazione le coraggiose battaglie sostenute da ceti e forze diverse dell’Isola in questo secolo: dal movimento antiprotezionista, al movimento operaio, sindacale e cooperativo, all’autonomismo cattolico, al tributo di sangue di una generazione di Sardi nella grande guerra, all’ideologia di riscatto espressa dal movimento dei reduci, alla riforma federalista avanzata dal sardismo, divenuta patrimonio di massa nel primo dopoguerra, fino alla brusca interruzione causata dai vent’anni di regime fascista.

Le disposizioni statutarie cercarono di rispondere a tutte queste istanze e di disegnare un’autonomia capace di coniugare l’identità con l’integrazione, l’autogoverno con il riconoscimento da parte della comunità nazionale dei debiti contratti verso la Sardegna”.

Al di là di queste differenti accentuazioni riteniamo che l’Autonomia e la battaglia per l’Identità, e per il riscatto non debba essere più propriamente ricondotta a singoli fatti e avvenimenti storici ma è evidente che alcuni le hanno segnate profondamente più di altri e fra questi vi sono certamente i grandi moti antifeudali e angioyni in cui Lussu più di altri –e noi con Lui- per esempio, ritrova le ragioni ideali dell’Autonomia identitaria.

 

 

3) Le radici identitarie e della “nazione sarda” secondo lo storico sassarese Federico Francioni.



 

Secondo Federico Francioni, che ricostruisce minuziosamente e con grande rigore storico e documentale- le radici identitarie e “nazionalitarie” sarde, dal 1000 fino ai nostri giorni, esse iniziano a emergere con forza fin dal periodo giudicale (9).

All’interno della complessiva questione identitaria si pone con forza la questione della Lingua sarda: per esempio nel poeta ecclesiastico Gerolamo Araolla (1545-fine secolo XVI), che alle lingue castigliana e catalana contrappose una lingua sarda che potesse vantare una sua dignità sul piano letterario. Non è questa la sede per verificare i risultati del tentativo di Araolla: certo è che in lui si inizia a delineare un embrionale coscienza del rapporto fra nazione e lingua.

Che sarà ancor più forte nello scrittore Gian Matteo Garipa, orgolese (?-1640)

che nella presentazione di “Legendariu de santas virgines et martires de Iesu Christu” scriverà : « Totas sas nationes iscrien & istampan libros in sas proprias limbas naturales insoro…disijande eduncas eo ponner in platica s’iscrier in sardu pro utile de sos qui non sun platicos in ateras limbas, presento assos sardos compatriotas mios custu libru »(10).

Invito a notare i termini, estremamente chiari e significativi: parla di lingua naturale –oggi diremmo materna- che tutte le nazioni, compresa la sarda, hanno il diritto-dovere di utilizzare per rivolgersi ai “compatrioti”, ovvero ai sardi, abitanti dunque della stessa “patria”. ,

Ma è soprattutto nel vivo dello scontro politico e sociale che – a parere di Francioni- prende sempre più corpo l’idea di nazione sarda. E cita il triennio rivoluzionario 1793-1796 che vedrà protagonista principale Giovanni Maria Angioy. I Sardi, prendono coscienza di sé e del proprio essere “popolo” e “nazione” prima quando si battono con successo contro l’invasione francese poi quando cacciano i piemontesi da Cagliari con il “Vespro Sardo” del 28 Aprile 1794. Al di là delle cause che stanno alla base di questo evento –scrive ancora Francioni (11)- e della stessa dinamica di quelle giornate, fu indubbiamente l’esasperazione dell’atteggiamento colonialistico, quasi razzista dei ministri regi (ampiamente documentato da uno storico in questo verso insospettabile come il Manno) la classica goccia che fece traboccare il vaso.

Il senso di appartenenza identitaria e di “nazione sarda” sarà fortemente presente nella stampa e negli scritti di quel periodo di grandi cambiamenti. la nazione> si afferma nel “Giornale di Sardegna” un foglio periodico organo ed espressione del gruppo più dinamico e politicamente più progressivo degli Stamenti sardi. Ancor più forte sarà il sentimento di “popolo sardo” e di “comunità nazionale” nell’Inno di Francesco Ignazio Mannu “Su patriottu sardu a sos feudatarios”; ”nell’Achille della sarda liberazione”; nella lettera “Sentimenti del vero patriota sardo che non adula” in cui l’istanza dell’abolizione del giogo feudale si coniuga con un atteggiamento anticoloniale e un sentimento nazionale sardo .

Ancor più chiaramente tale “Identità sarda” emerge nel Memoriale al Direttorio di Giovanni Maria Angioy (Agosto 1799) in cui –sempre secondo il Francioni (12) - l’Alternos cerca di cogliere e di interpretare i tratti distintivi, peculiari e originali della individualità sarda, cominciando dal quadro geografico e morfologico, proseguendo con cenni sugli usi, i costumi, le tradizioni, i rapporti comunitari, l’atteggiamento dei sardi verso gli stranieri fino a quello che si potrebbe chiamare un abbozzo “del carattere nazionale”isolano. In queste pagine non c’è solo il risentimento anticoloniale o il rimpianto per gli antichi diritti e i privilegi acquisiti dalla Sardegna nel corso dei secoli: il punto di approdo dell’esperienza e della riflessione angioyna nell’esilio parigino è ormai una repubblica sarda sia pure (come del resto era inevitabile) sotto il protettorato della Grande Nation.

 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 


  1. 1)      Edizioni Della Torre 1988, pag.22

  2. 2)      Costanza resistenziale sarda di Giovanni Lilliu, ed. Fossataro, Cagliari, pag.41

  3. 3)     La Civiltà dei Sardi, dal paleolitico all’età dei nuraghi di G. Lilliu, Nuova Eri edizione, pag. 418

  4. 4)     La Sardegna, Enciclopedia a cura di Manlio Brigaglia, vol.3°. L’eredità delle origini, Ibidem, op. cit. pag. 418 segg.

  5. 5)     Costante resistenziale sarda, op. cit. pag.50

  6. 6)     Ibidem, op. cit. pag.52

  7. 7)     Ibidem. op. cit. pag.49

  8. 8)     “Introduzione allo Statuto sardo” pubblicato nel 1998 a cura dell’Assessorato Affari regionali.

  9. 9)     Federico Francioni in “La Sardegna” a cura di Manlio Brigaglia, vol. 2°, Edizioni Della Torre.

  10. 10) Gian Matteo Garipa, “Legendariu de santas virgines et martires de Iesu Crhistu”, Papiros Editore, Nuoro

  11. 11) Francioni, op. cit.

  12. 12) Ibidem

 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

1° CAPITOLO



Contesto storico (politico, sociale e culturale) in cui si situa il triennio rivoluzionario (1793-96) e l’opera angioyna.

 

Il triennio rivoluzionario caratterizzato fra l’altro dallo “scommiato” dei Piemontesi da Cagliari prima e dalla Sardegna poi (da Alghero come da Sassari) ma soprattutto dalla rivoluzione agioyna e antifeudale degli anni ’95-’96 non sono spiegabili se non all’interno degli avvenimenti internazionali degli anni ’90 e le rivoluzioni contadine sarde degli anni ’80, quando quasi ovunque in Sardegna –ma soprattutto nel Sassarese- fu necessario rincorrere all’invio di truppe da parte dei savoia per l’esazione dei tributi feudali.



 

A Thiesi, Ittiri, Uri, Sorso, Bulzi, Sedini, Osilo, Plaghe ecc. ecc. il saccheggio dei magazzini baronali e il rifiuto di pagare i tributi e i gravami dei nobili era ormai all’ordine del giorno fin dall’agosto del 1789, l’anno della rivoluzione francese.

Ciò perché –come scrive Girolamo Sotgiu(1)- il regime feudale era ormai entrato in una contraddizione non più tollerabile con le esigenze dei contadini, tanto da dover ricorrere all’impiego della forza per non essere travolti”.

 

Probabilmente furono anche i fatti che avvenivano in Francia con la rivoluzione francese dell’’89 ma soprattutto in Piemonte a far maturare la situazione.



Il diffondersi delle idee rivoluzionarie –in alcuni ceti non ristrettissimi- contribuì infatti a far maturare la consapevolezza che era venuto il momento di resistere ai soprusi soprattutto là dove il regime feudale era più prepotente e insopportabile.

A ciò occorre aggiungere la vicenda piemontese: con la dichiarazione (Settembre ’92) di guerra della Francia a Vittorio Amedeo III e l’occupazione della Savoia prima e di Nizza poi (27 Settembre ’92).

 

 

Dentro queste vicende si inserisce



 

1-Il tentativo francese di conquista nel ’92-’93 della Sardegna, sia per il valore dei porti sardi, soprattutto in caso di una inevitabile guerra con l’Inghilterra; sia per potersi giovare del grano e del bestiame sardo con cui approvvigionare l’esercito e impinguare le casse dello stato che la guerra e la rivoluzione avevano ormai svuotato.

Su vantaggi che la Francia avrebbe potuto trarre dal possesso della Sardegna si scrissero interi volumi. Specialmente nel 1860 quando parve che Cavour volesse cederla a Napoleone III in cambio dell’ambita soluzione della questione romana- ma per persuadersene è sufficiente considerare la sua posizione geografica strategica, al centro del Mediterraneo e ricordare che sui destini della nostra Isola incombette il piano francese di costituire attraverso proprio il Mediterraneo un poderoso sbarramento con le due testate a Tolone e a Diserta frammezzato dai massicci pilastri di Sardegna e Corsica.

 

2-Il piano di conquista che fu già di Luigi IX.

Fu un astuto monarca francese, Luigi IX a concepirlo per primo nel lontano 1200: egli parlò di missione divina, di pace e di giustizia tanto che fu canonizzato.

I cagliaritani a queste fandonie allora non cedettero: tanto che nel Luglio 1269 non vollero aprire le porte del loro formidabile castello al monarca che fu poi chiamato San Luigi dai Francesi e lo costrinsero a partire per Tunisi dove morì.

 

3-Nuovi tentativi di conquista nel 1527 e 1637

Mentre la Corsica verrà assicurata alla Francia nel 1769 con la battaglia di Pontenuovo, per la Sardegna ogni tentativo si infranse a causa della resistenza dei suoi abitanti: nel 1527 dalla flotta di Andrea Doria sbarcò un corpo di truppe francesi che al comando di Renzo Ursino, dopo parecchi scontri e l’occupazione di Sassari, fu costretto a reimbarcarsi; nel Febbraio 1637, truppe francesi comandate dal conte di Hancourt, sbarcarono nei pressi di Oristano, occupando e saccheggiando la città ma, intervenute le milizie sarde, furono costrette a una precipitosa fuga.

 

4- Il tentativo di Napoleone e Truguet.

La repubblica francese, sorta dalla rivoluzione dell’89, nel Novembre del 1792 decretava di accordare o meglio imporre la libertà e l’eguaglianza a tutti i popoli che volessero rivendicarle. Con questo pretesto, che nascondeva scopi imperialistici non molto diversi da quelli di Luigi IX, il governo francese si accingeva all’occupazione della Sardegna.

L’impresa sembrava facile. “Era nota ai francesi il malcontento delle popolazioni sarde” –annota lo storico sardo Carlino Sole- ma anche, sottolinea un altro storico, Raimondo Carta-Raspi (2), “perché la Sardegna si sapeva sguarnita, con poca artiglieria, nell’impossibilità di organizzare una valida difesa”.

Il tentativo di occupare la Sardegna, sollecitato da due patrioti corsi, Cristoforo Saliceti e Mario Peraldi, si rivelò invece un fallimento: non solo perché permisero agli Stamenti di organizzare la difesa –le operazioni militari decretate nel settembre del ’92 iniziarono di fatto a metà gennaio del ’93- ma soprattutto perché –come osserva ancora il Carta-Raspi (3)- “le truppe transalpine si rivelarono un’accozzaglia raccogliticcia di volontari indisciplinati, male inquadrati e peggio comandati…ad iniziare dall’inetto ammiraglio Truguet”.

 

5-Lo sbarco francese a San Pietro, Sant’Antioco e a Cagliati-Quartu.

I Francesi sbarcano e occupano l’Isola di San Pietro l’8 Gennaio 1793 e pochi mesi dopo Sant’Antioco. Il 23 Gennaio la flotta comandata dal Truguet getta le ancore nella rada di Cagliari bombardandola; il 27/28 Gennaio i francesi sbarcano nel Margine Rosso di Quartu Sant’Elena e il 14 Febbraio sottopongono a un fuoco infernale le posizioni tenute dal barone Saint Amour. Ma dopo una serie di scontri con i miliziani sardi, sono costretti a reimbarcarsi precipitosamente.

 

6-L’attacco di Napoleone a La Maddalena respinto da Millelire.

Parallelamente alla spedizione del Truguet un altro attacco vede Napoleone Bonaparte comandante dell’artiglieria con il grado di tenente colonnello. Grazie soprattutto al valore del maddalenino Domenico Millelire e del tempiese Cesare Zonza, l’attacco fu respinto.

Anche San Pietro e Sant’Antioco saranno liberati tra il 20 e 25 Marzo, per l’intervento di una flotta spagnola. Così, sconfitti al Nord come al Sud, i francesi furono costretti al ritiro.

 

7- La vittoria sui francesi fu una “Vandea”?

Gli storici dell’Ottocento e in tempi più vicini a noi Sebastiano Pola e Damiano Filia –scrive lo storico sassarese Federico Francioni (4)- non hanno esitato nel definire il Novantatre come una “Vandea”. Certo, la presenza di una componente politica ed ideologica di tipo “vandeano” non può essere negata. Tuttavia una valutazione così unilaterale –che intende dilatare oltre ogni limite il mito della fedeltà dei Sardi alla Corona- non rende assolutamente conto del complesso intreccio di fattori e motivazioni che stanno alla base della risposta data ai Francesi dalle popolazioni, dalle truppe miliziane e da chi si mise alla loro testa. A smentire queste interpretazioni –continua Francioni- contribuiscono innanzitutto una serie di fatti, in parte oscuri, che si svolsero durante le prime settimane di quell’anno. Nel 1793 l’avvocato sassarese Gioachino Mundula fece aperta propaganda repubblicana dichiarando che i Sardi avrebbero dovuto fare causa comune con i francesi. Per questo motivo egli fu arrestato e chiuso nel Castello: ma non rimase a lungo inascoltato e isolato, perché dopo due anni divenne uno dei capi riconosciuti delle lotte nelle campagne logudoresi. (5), (6).

La tesi di un Novantatre come “Vandea”-continua Francioni- crolla se solo si guarda ai protagonisti della difesa della Sardegna. Fra coloro che provvidero alla riorganizzazione della macchina militare si distinse una atipica figura di aristocratico come Francesco Maria Asquer, visconte di Flumini, in seguito sospettato di giacobinismo e di filofrancesismo. Il governo alcuni anni dopo lo esiliò e lo perseguitò in modo da decretare praticamente la sua rovina economica.(7)

Nel 1793 lo stesso Giovanni Maria Angioy fece giungere da Bono un nerbo di cavalleria miliziana che poi mantenne a sue spese a Cagliari.

Nella capitale accorse anche Pietro Muroni con un manipolo di 37 uomini, il cui soggiorno di tre mesi fu pagato dal fratello Francesco, parroco di Semestene, che di lì a poco sarà in prima fila nel movimento antifeudale. (8)

Tutti questi personaggi più che da un profondo odio antifrancese furono spinte a battersi e a ben figurare da una prospettiva di elevamento sociale, dall’esigenza di onori e prebende da chiedere come ricompensa dei servigi prestati.



Ma soprattutto occorre ricordare la ri-comparsa di un profondo sentimento nazionale sardo che si delinea in quei momenti –è ancora Francioni a sostenerlo ed io con lui- e lo sarà ancor più di lì a poco, come una corposa realtà concreta ed operante. (9)

 

Fu un vantaggio per la Sardegna?

Difficile dire se fu un bene per la Sardegna: molti storici infatti ritengono che sarebbe stata più utile per l’Isola una vittoria delle armi francesi, perché avrebbe messo fine al feudalesimo inserendola nel più vasto circuito e flusso economico dell’Europa.

Fatto sta che l’invasione francese fu respinta per merito –su questo non vi è alcun dubbio neppure da parte degli storici filopiemontesi- sopratttutto dei Sardi che –cito Natale Sanna-(10)- “dopo secoli di inerzia e di supina quiescenza, finalmente consapevoli del proprio valore e la classe dirigente fiera della sua forza e dei risultati ottenuti, credettero giunto il momento di chiedere al re il riconoscimento dei propri diritti, tanto più che a Torino, mentre si concedevano in abbondanza promozioni ed onori ai piemontesi si ignorava l’elemento sardo”.

Infatti –ricorda Girolamo Sotgiu-(11) “seguendo le indicazioni del vice re Balbiano, le onorificenze militari accordate dal Ministero della Guerra furono tutte concesse, con evidente ingiustizia, alle truppe regolari, che avevano dato così misera prova di sé…e alla Sardegna che aveva conservato alla dinastia il regno concesse ben povera cosa: 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari…”. E altre simili modeste concessioni.

 

Le 5 Domande

Di qui la decisione del Parlamento sardo composto dai cosiddetti stamenti: -quello militare (o feudale), quello ecclesiastico e quello reale, (formato dai rappresentanti delle città)- riuniti nel Marzo-Aprile del 1793 di inviare un’ambasceria a Torino per presentare al sovrano 5 precise richieste:

1) il ripristino della convocazione decennale del Parlamento, interrotta nel 1699;

2) la conferma di tutte le leggi e privilegi, anche di quelli caduti in disuso o soppressi pian piano dai Savoia nonostante il trattato di Londra;

3) la concessione ai “nazionali” sardi” di tutte le cariche ad eccezione di quella vicereale e di alcuni vescovadi;

4) la creazione di un Consiglio di stato, come organo da consultare in tutti gli affari che prima dipendevano dall’arbitrio del solo segretario;

5) la creazione in Torino di un Ministero distinto per gli affari della Sardegna.

Si trattava, come ognuno può vedere di richieste tutt’altro che rivoluzionarie: non mettevano in discussione l’anacronistico assetto sociale né le feudali strutture economiche, anzi, in qualche modo tendevano a cristallizzarle. Esse miravano però a un obiettivo che si scontrava frontalmente con la politica sabauda: volevano ottenere una più ampia autonomia, sottraendo il regno alla completa soggezione piemontese, per affidare l’amministrazione agli stessi Sardi.

 

La risposta del sovrano

La risposta del re Vittorio Amedeo non fu solo negativa su tutto il fronte delle domande ma fu persino umiliante per i sei membri della delegazione sarda (Monsignor Aymeric di Laconi e il canonico Pietro Maria Sisternes de Oblites per lo stamento ecclesiastico; gli avvocati Antonio Sircana a Antonio Maria Ramasso per lo stamento reale; Girolamo Pitzolo e Domenico Simon per lo stamento militare)

Il Pitzolo scelto dalla delegazione per illustrare le richieste, non fu neppure ricevuto dal sovrano né ascoltato dalla Commissione incaricata di esaminare il documento….Non solo: il ministro Graneri neppure si curò di comunicare alla delegazione ancora in Torino la decisione negativa del re, trasmettendola direttamente al vice re a Cagliari.

Commenta opportunamente il Carta-Raspi (12): ”Ai Sardi non era concesso più di quanto ricevevano dall’iniziativa sovrana, cioè nulla”. E ancora: “Ora più che mai l’avversione contro i Piemontesi non è più solo questione di impieghi e cariche. I Sardi volevano liberarsene non solo perché essi simboleggiavano un dominio anacronistico, avverso all’Autonomia e contrario allo stesso progresso dell’Isola, ma pure e forse soprattutto per esserne ormai insopportabile l’alterigia e la sprezzante invadenza”.

E’ dentro questo corposo contesto storico che occorre situare lo “scommiato” dei Piemontesi, contesto anche psicologico e culturale.

 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  1. 1)      Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Editore Laterza, 1984

  2. 2)      Raimondo Carta-Raspi, Storia della Sardegna, Mursia editore, 1971

  3. 3)      Ibidem

  4. 4)      Federico Francioni, Giovanni Maria Angioy nella storia del suo tempo, Della Torre ed. 1985.

  5. 5)      S. Pola, I moti delle campagne di Sardegnadal 1793 al 1802, Sassari, 1923

  6. 6)      A. Boi, Gioachino Mundula tribuno sassarese, in “La Nuova Sardegna”18 Maggio 1952

  7. 7)      A. Cabras, Il visconte di Flumini e gli avvenimenti sardi dal 1793 al 1812, Cagliari 1960

  8. 8)      Francesco Muroni e il problema dell’eversione feudale, Sassari, 1984

  9. 9)      Federico Francioni, Storia dell’idea di “nazione sarda” in La Sardegna, vol.2° a cura di Manlio Brigaglia

  10. 10)  Natale Sanna, Il Cammino dei Sardi, volume terzo, editrice Sardegna

  11. 11)  Girolamo Sotgiu, L’insurrezione a Cagliari del 28 Aprile 1794, AmjD editore

  12. 12)   Carta-Raspi ibidem

 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

2° CAPITOLO

 

La cacciata dei Piemontesi

 

 

 



Il fatto. Ecco come viene descritto da quattro storici sardi

Carlino Sole(1)

In La Sardegna sabauda nel ‘700, Chiarella editore, pagg.216-220

“L'esasperazione toccò il colmo quando, conosciu­tosi nell'aprile del 1794 il parere del governo sulle «cinque domande», i funzionari piemontesi assunsero un atteggiamento ancor più sprezzante e presero a bef­feggiare con ogni sorta di motteggi i Sardi, che a loro dire uscivano scornati e derisi dal diniego governativo. Non era un mistero che nelle loro conventicole, e per­sino nel palazzo viceregio, si cantassero per dileggio versi di questa fatta: Tirilì, tirilì, crepino i Sardi, i Pie­montesi restiamo qui; tirilì, tirilà, crepino i Sardi, i Piemontesi restiamo qua.

Ad attizzare il fuoco contribuivano le lettere in­cendiarie del deputato Pitzolo; questi scriveva da To­rino che non si doveva avere alcuno scrupolo nel ricor­rere a mezzi estremi per dare agli Stamenti umiliati la più ampia soddisfazione. Si giunse così alla famosa gior­nata del 28 aprile, altrimenti conosciuta come vespro sardo, che segnò la sollevazione generale del popolo cagliaritano, e poi quella delle altre città, contro i Pie­montesi.

Anche se gli Stamenti si affrettarono poi in un Manifesto giustificativo a dimostrare che si era trattato di un «mero accidente», in realtà essa fece seguito a una congiura preparata dai notabili cittadini d'accordo con i capi delle maestranze artigiane e con i sindaci dei tre sobborghi popolari di Stampace, Marina e Villanova. La rivolta sarebbe dovuta esplodere il 4 maggio, in oc­casione della solenne processione per il ritorno in città della statua di S. Efisio; ma poiché il governo viceregio, avuto sentore della trama, aveva manifestato il fermo proposito di fronteggiare ogni possibile emergenza con la forza delle armi, i congiurati si videro costretti ad anticipare la rivolta.

La mattina del 28 aprile il Balbiano, senza consul­tare preventivamente la Reale Udienza, che sicuramente lo avrebbe dissuaso, ordinò l'arresto di uno dei presunti capi della congiura, l'avvocato Vincenzo Cabrar, uomo rispettato da tutti per senno e dottrina, ma reputato dal governo come il principale ispiratore dell'avversione ai Piemontesi. Col Cabras fu arrestato anche il genero avv. Bernardo Pintor, mentre il fratello di questi, Efi­sio Luigi, notissimo avvocato del foro cagliaritano, evitò per puro caso la cattura. I familiari degli arrestati cor­sero per il popoloso quartiere di Stampace chiamando a raccolta quanta più gente potevano. Il tumulto si estese agli altri quartieri ed in breve una gran folla vociante fece ressa davanti alle porte del «Castello» chiedendo il rilascio dei prigionieri. Le porte furono incendiate, le guardie sopraffatte e le vie strette del «Castello» invase da quella turba sfrenata. Vi fu una parvenza di opposizione da parte delle truppe della guarnigione, ma quando una palla colpì a morte il co­mandante di un reparto, il resto dei soldati si arrese al popolo. Il viceré, intanto, aveva trovato scampo nel vicino palazzo arcivescovile.Se era intenzione dei promotori della congiura che il moto si risolvesse con l'arresto dei più alti funzionari piemontesi, l'intervento popolare impresse agli avveni­menti un corso diverso, perché, una volta sfrenatasi la licenza della plebe, riuscì difficile contenerne il dilagare. Ciò che all'inizio era stato uno spontaneo ed indistinto impulso tendente ad ottenere giustizia in favore di due cittadini onorati, divenne via via un chiaro sommovi­mento di rivolta contro il governo costituito, col preciso e dichiarato intento di «buttare a mare» tutti i Piemon­tesi, senza eccezioni di sorta. Fu come una parola d'or­dine passata di bocca in bocca, e la «caccia al piemon­tese» divenne generale. I cronisti narrano che in caso di diniego o di dubbio la prova inconfutabile per rive­lare la originaria identità degli arrestati era data dal modo come questi ripetevano la parola dialettale «cixiri» (cece), che ai subalpini riusciva impossibile pronunciare col suono dolce della x caratteristico della cadenza lo­cale. Si ripeteva, sebbene in modo incruento, ciò che era avvenuto in Sicilia nel 1282 in occasione dei famosi «vespri».

 

Dal viceré al più modesto degli impiegati, dal ge­nerale comandante in capo al più umile dei subordinati, tutti furono posti sotto vigile custodia in attesa di es­sere imbarcati. L'unica eccezione fu fatta, oltre che per le donne, per l'arcivescovo Melano, anch'egli piemon­tese, il quale, anzi, ebbe dal popolo molte attestazioni di stima e di venerazione e fu lasciato al suo posto, benché poi, venutosi a trovare in una specialissima po­sizione, non potesse più presiedere lo Stamento eccle­siastico in veste di «Prima Voce».L'imbarco dei Piemontesi - se ne contarono 514 - avvenne pacificamente il 30 aprile. Il viceré e i più ragguardevoli funzionari furono accompagnati al porto dai maggiorenti della città e fatti segno durante il tragitto all'ossequio dei più moderati; ma contempo­raneamente sullo spiazzo della darsena il popolo si ab­bandonava a festose manifestazioni danzando i balli tra­dizionali e levando grida di giubilo.



 

L'esempio di Cagliari fu presto seguìto dalle altre città, e nel breve giro di pochi giorni tutti i Piemontesi furono espulsi dal resto dell'Isola. Nel Manifesto giu­stificativo reso pubblico subito dopo dagli Stamenti la «emozione popolare» del 28 aprile fu presentata come un avvenimento conforme agli interessi della Sardegna e dello stesso sovrano e tale da aprire «un'epoca di contentamento ai sudditi sardi». Essa diede invece l'av­vio a più gravi torbidi e a profondi sconvolgimenti po­litici e sociali in tutta l'Isola.

 

Il bando dato pacificamente ai Piemontesi non rappresentava un fatto costituzionalmente rivoluziona­rio, ma solo una manifestazione di forza tendente a riaffermare e rendere effettivamente operante l'Autono­mia del regno sancita dagli antichi ordinamenti. Invece la posizione assunta dagli Stamenti fu indubbiamente rivoluzionaria ed apertamente innovatrice rispetto ai dettami della vecchia costituzione. Questa prescriveva che in assenza o per impedimento del viceré il governo fosse assunto temporaneamente dalla Reale Udienza, il massimo organo giurisdizionale dell'amministrazione vi­ceregia: essa doveva esercitare il potere in nome del re e con le stesse amplissime facoltà riservate al viceré. Per contro nelle cose di governo nessuna autorità era riconosciuta agli Stamenti, che erano corpi rappresen­tativi unicamente abilitati a concedere al sovrano il pre­scritto «donativo», a richiedere in cambio di tale elar­gizione grazie e privilegi e a dargli consulta se richiesti. In realtà però gli Stamenti sovvertirono le istituzioni attribuendosi il diritto di partecipare al governo con una speciale delegazione e pretendendo addirittura di esercitarne la direzione facendo acclamare come presi­dente la «Prima Voce» dello Stamento militare.



 

In questo atto rivoluzionario si può configurare, secondo autorevoli studiosi di diritto costituzionale, una vera e propria usurpazione di poteri, più che uno sconfinamento del potere legislativo, che i tre ordini non avevano né potevano avere, in quello esecutivo. Ma la delegazione stamentaria per circa due anni, anche dopo l'arrivo in Sardegna del nuovo viceré, il debole ed irresoluto marchese Filippo Vivalda, regolò di fatto il governo della cosa pubblica arrogandosene quasi l'e­sclusività ed esercitando in vario modo una forte pres­sione sull'organo legittimamente investito dei poteri.

 

Tuttavia sulla Reale Udienza e sugli stessi Sta­menti cominciava ad avere il sopravvento l'elemento popolare, il quale, se pur si rendeva conto del peso della sua forza numerica, non aveva però altrettanta consa­pevolezza dei fini da raggiungere, manovrato com'era da poco scrupolosi e male improvvisati tribuni. Fra questi primeggiava quel Vincenzo Sulis che l'anno pre­cedente si era distinto nelle principali azioni guerresche contro i Francesi.



 

Nato da umile condizione, dopo una giovinezza burrascosa era riuscito a farsi una nuova reputazione dandosi a fortunate speculazioni commerciali e conse­guendo il titolo di notaio. Nel pieno vigore di una vitalità straordinaria, aveva preso a signoreggiare sulle masse facendo leva sulla sua eloquenza animata e pas­sionale e sul fascino di una personalità fuori del comune.

 

 

da Raimondo Carta-Raspi(2)



in Storia della Sardegna, Mursia editore, pagg.793-798

 

“Ma durante l'anno trascorso non era stato superato, come forse si credeva a Torino, il periodo cruciale dopo gli avvenimenti in difesa dell'isola, sí che tutto sarebbe dovuto rientrare nella supina normalità. Al contrario, specialmente i Cagliaritani e gli abitanti dei piú prossimi villaggi, ai quali la resistenza alle truppe francesi aveva dato un improvviso intuito della propria forza anche poli­tica, dimostravano sempre maggiore irrequietezza e il ràncore da lungo tempo accumulato verso i Piemontesi ancor piú che contro il governo era ormai all'estremo limite allorché si diffuse la voce che tutto doveva rimanere immutato e che i Piemontesi avrebbero continuato a spadroneggiare.



 

L'avversione contro i Piemontesi non era ormai una questione d'impieghi, come già durante l'ultimo periodo della signoria spa­gnola e come hanno fatto credere i dispacci del viceré Balbiano e la richiesta degli stamenti. I Sardi volevano liberarsene, non solo perché essi simboleggiavano un dominio sempre piú anacronistico, avverso all'Autonomia e contrario allo stesso progresso dell'isola; ma pure e forse soprattutto, per esserne ormai insopportabile l'al­bagia e la sprezzante invadenza.

 

Lo stesso Manno non concesse attenuanti all'esasperante osten­tazione dei Piemontesi, « i quali erano montati in tale tracotanza, che il loro contegno, incominciato da qualche anno a sussiego, era finalmente degenerato in beffa » - « Quasi giunto perfino a dar ca­denza e ritmo a quelle villanie (motti che deridevano i Sardi) in alcuni versi da colascione che cantavansi obbrobriosamente nel palazzo stesso del viceré ». Ma nulla meglio di alcune strofe del­1'Innu de su Patriottu Sardu scritto in quegli anni ci fanno com­prendere lo stato d'animo dei Sardi alla vigilia dei moti cagliaritani.



 

Fi' pro sos Piemontesos

Sa Sardigna una cucagna;

Che in sa Indias s'Ispagna

Issos s'incontrant inoghe;

Nos alzaia' sa 'oghe

Finzas unu camareri;

O plebeu o cavaglieri,

Si deviat umiliare.

 

Issos dae Gusta terra



Ch'ana 'ogadu miliones.

Benian senza calzones

E si nd'andaian gallonados.

Mai ch' esserent istados

Chi c’ ana postu su fogu!

Malaitu cuddu logu

Chi creia' tale Zenia!

Issos inoghe incontràna

Vantaggiosos imeneos,

Pro issos fin sos impleos,

Pro issos fin sos onores,

Sa dignidades mazores

De cheia, toga e ispada:

E a su Sardu restàda

Una fune a s'impiccare.

 

Sos disculos nos mandàna



Pro castigu e curressione,

Cun paga e cun pensione,

Cun impleu e cun patente.

In Moscovia tale zente

Si mandat a Siberia,

Pro chi morza' de miseria,

Però non pro guvernare.

 

La scintilla dell'insurrezione di Cagliari giunse da Torino e fu una lettera del Pitzolo, che, deluso ed esasperato della subdola politica del sovrano e del suo governo, scriveva agli amici che non v'era ormai piú nulla da sperare dal dispotismo piemontese ed era necessario un gesto coraggioso, dimostrazione di forza e di volontà. È opinione del Manno che non sarebbe stato il messaggio del Pit­zolo a suscitare la sommossa cagliaritana, in quanto « il tumulto era stato premeditato in una congiurazione fatta di proposito, con lo scopo determinato di allontanare dall'isola tutti i pubblici ufficiali stranieri ». Non in ogni caso tuttavia, poiché probabilmente non sarebbe avvenuto se le decisioni di Torino fossero state favore­voli ai desideri espressi nel memoriale; non necessario, sarebbe stato per giunta controproducente.



 

Predisposta per il 4 maggio, onde profittare del trambusto po­polare per il ritorno del simulacro di S. Efisio da Pula e poter oc­cupare le porte e disarmare le guardie, la sommossa dovette essere tempestivamente anticipata alla notte fra il 28 e il 29 poiché il viceré, avutone sentore, aveva disposto misure precauzionali. In­formato anche dei nuovi disegni, senza neppure consultare come avrebbe dovuto il Reggente la Reale Cancelleria e la Reale Udienza, il re volle agire in tutta segretezza e tempestivamente, ponendo in stato d’allarme tutte le truppe dislocate nella città e, perché i congiurati non fossero scoraggiati, facendo subito arrestare quelli che riteneva fossero i capi, gli avvocati Cabras e Pintor.



 

Città capitale e sede di governo fin dall’occupazione aragonese Cagliari aveva sempre beneficiato di questa prerogativa e gli abitanti, catalani e aragonesi, via via sardizzati e solo in piccola parte affluiti in ultimo dagli altri centri, non avevano mai in precedenza dato segni di malcontento; anche perché oltre ai privilegi di cui godevano, per l’accentramento di tutti gli uffici, il notevole traffico del porto e il confluirvi di scambi commerciali fra l’Isola e l’oltremare, godevano di attività e benessere di gran lunga superiori a qualunque altro centro del regno.I settantenni di dominio sabaudo non avevano modificato queste particolari condizioni, né in senso politico sociale né in senso economico; e l’improvvisa sommossa popolare non può essere spiegata che con lo stato d’animo che si era creato in Cagliari e nei villaggi vicini conseguente alla vittoriosa difesa contro l’armata di Truguet, che aveva suscitato ancora impercettibili nei fermenti che germogliavano, i primi sintomi di effettiva autonomia. Ormai non era più nostalgia della Spagna, né ancora sardismo; fu all’inizio solo antipiemontesismo, accentuatosi progressivamente fino ai primi mesi del 1784 e culminato alla notizia che tutte le richieste della delegazione inviata a Torino erano state respinte, compresa quella che più stava a cuore dei Sardi, di avere voce e uffici nel governo locale dell’Isola. Fu anzi il disconoscimento di questa aspirazione sempre viva a far traboccare il risentimento, non già lo scioglimento degli stamenti o il diniego a una generica riconferma di privilegi che nuoceva quasi esclusivamente alla classe feudale.

Esautorati anche dalle modeste funzioni che il beneplacito sovrano aveva consentito talvolta di esercitare, dai tre bracci del Parlamento e dalle classi e interessi che vi erano rappresentati, l’azione stimolatrice verso il governo locale e di cauta resistenza verso quello centrale si trasferiva ora, sviluppandosi in un moto di rinnovamento progressista nella borghesia, soprattutto delle professioni liberali. Non più a difendere o a sollecitare privilegi d’antico regime, ch’erano propri seppure reclamati in nome della Sardegna, bensì a rimuovere gli impedimenti politici e sociali al progredire dell’Isola, che provenivano principalmente dal feudalesimo che sopravviveva con tutti i privilegi oppressivi delle popolazioni e sullo stato di rigida dipendenza e di inferiorità in cui il sovrano e il suo governo tenevano la Sardegna, comprimendone qualunque impulso, anche il più legittimo. Animatori di questo fermento furono gli elementi più colti e progrediti, principalmente gli avvocati e i magistrati, ma anche del ceto mercantile. Tra i più noti nelle vicende di quegli anni abbiamo visto il Pitzolo, gli avvocati Cabras e Pintor, in seguito l’avvocato Mundula, il notaio Ciocco, il parroco Murroni ed altri sui quali doveva sovrastare il giudice della Reale Udienza G. M. Angioy. Questi uomini che in quegli anni ebbero il destino dell’Isola, avrebbero potuto trionfare d’un governo impopolare ed imbelle, obbligandola a concedere all’Isola una radicale riforma ai suoi antiquati ordinamenti e un’effettiva autonomia vitale e operante, se e come sempre nei momenti culminanti non li avessero divisi e opposti gli uni agli altri rivalità, gelosie e ambizioni.

 

La Cagliari della fine Settecento –come del resto ancora del secolo scorso- non era molto estesa e la voce dell’arresto deel Cabras e del Pintor potè diffondersi in un baleno nei sobborghi della città; e gli abitanti, mentre le campane suonavano a stormo, come per un segnale convenuto, s’affollarono rapidamente presso le porte che suddividevano i quartieri e, trovandole sbarrate, v’addossarono cataste di legno appiccandovi il fuoco. Fu un susseguirsi rapido e deciso, che colse le guardie di sorpresa poterono essere disarmate senza neppure avere offerto resistenza; solo la compagnia della darsena, costituita da Sardi, fece uso delle armi ma le depose allorché venne ucciso il comandante.



 

Accorsa nella maggior parte disarmata, la folla dei rivoltosi si era via via impadronita delle armi tolte alle guardie e di alcune batterie, tosto puntando i cannoni verso la città alta, il Castello, per abbatterne le porte: vi fu un attimo di sosta: cedendo alle intimazioni della folla tumultuante, il viceré aveva consentito che i due prigionieri fossero condotti sugli spalti d’un bastione affinché potesse vedersi ch’erano vivi; sì che cadesse ogni ragione di tumultuare. Il viceré si era rassegnato a questo spettacolo per l’intervento del reggente la real cancelleria del generale delle armi e dell’arcivescovo Melano, oltre che dei marchesi di Laconi e di Neoneli, i quali avevano sperato che ciò sarebbe valso a tranquillizzare la folla, inducendola in tal modo a desistere dall’agitazione.

 

Vano tentativo, poiché se i rivoltosi chiedevano a gran voce la libertà dei prigionieri, neanche la loro scarcerazione li avrebbe placati; già appariva chiaro infatti che i propositi andavano ben oltre: richiesta senza ottenerla la liberazione del Cabras e del Pintor, con accresciuto impeto e incuranti di truppe e di cannoni, i più arditi riuscirono a incendiare le porte dell’Aquila e dell’Elefante, e disarmati i soldati a penetrare nella città-castello seguiti dalla moltitudine impaziente. Anche nelle tre strade che conducevano alla reggia erano state schierate truppe regolari; ma esse scapparono allorché s’avvidero che gli insorti erano forniti di artiglieria e si rifugiarono nella reggia, di dove spararono sulla folla, deponendo le armi quando fra gli alti ufficiali era caduto anche il comandante della guardia svizzera. I rivoltosi non trovarono nella reggia il viceré; poco prima si era rifugiato nell’attiguo palazzo dell’arcivescovado.



Tutto si era svolto nella notte fra il 28 e 29 Aprile con una sorprendente rapidità; e altrettanto breve doveva essere la seconda fase: avendo occupato i punti strategici piazzandovi i cannoni e costituito i primi battaglioni di milizie affidandone di nome il comando al generale delle armi marchese di Neoneli, di fatto al capopopolo Vincenzo Sulis, cominciò il rastrellamento dei Piemontesi.

 

Dopo tanti anni di prepotenze e di umiliazioni che avevano subito covando nell’animo il proposito di vendicarsi, ora che era venuto il momento di attuarlo e l’impeto e il furore che avevano infranto ogni ostacolo ancora eccitavano i rivoltosi, doveva essere ineluttabile un epilogo di violenze e di sangue: ma non fu torto un capello ad alcuno; a nessuno venne sottratta alcuna cosa. Come d’incanto l’irruenza svanì nel tripudio del successo e la ricerca e la cattura dei piemontesi avvennero senza incidenti, quasi ostentando riguardo; l’unico eccesso fu commesso nel palazzo viceregio ove molti popolani, dopo esservi penetrati, si lasciarono tentare dalla ben fornita dispensa del viceré facendovi copioso spuntino.



 

Intanto mentre i piemontesi venivano via via accompagnati nei chiostri, la Reale Udienza subentrava nei poteri e il viceré venne fatto rientrare nel palazzo ove furono accompagnate anche le maggiori autorità piemontesi perché fossero meglio protette né a disagio, attendendovi il momento dell’imbarco che doveva concludere la più bella pagina della storia cagliaritana.

 

Dopo l’infuriare della sommossa nella notte fra il 28 e 29 Aprile, il giorno successivo cominciarono a svolgersi i preparativi per la partenza con le tre navi ormeggiate nella darsena; e la mattina del 30 già discendevano incolonnati dal castello verso il porto i 514 piemontesi di Cagliari. Apriva il corteo il viceré, accompagnato dalle prime voci degli stamenti e da alcuni nobili e seguiti da funzionari e ufficiali piemontesi; lo chiudeva la lunga serie di carri e carrette che trasportavano i bagagli, così voluminosi e in gran numero che i popolani esclamavano: ”ecco le ricchezze sarde trasformate in ricchezza straniera; non giungeano qui con tanto peso di bagaglio o con questa dovizia di guarnimenti; assottigliati ci veniano e scarsi quelli che oggi si dipartono con fortuna così voluminosa” (Manno, Storia moderna). E la tentazione di travolgere e distruggere tutto venne frenata a stento nei popolani più irritati.



 

Mentre si svolgeva l’imbarco e il viceré veniva accompagnato alla sua nave con dignitosa cortesia, raggiunse il culmine l’esultanza della popolazione che tra canti e applausi danzava il ballo sardo. Pochi giorni dopo anche gli altri centri dell’Isola, ove risiedevano piemontesi seguirono l’esempio di Cagliari. Unica eccezione era stato l’arcivescovo Melano che da tempo si era cattivato la stima dei Cagliaritani.

 

da Girolamo Sotgiu (3)

In Storia della Sardegna sabauda, editore Laterza, pagg. 159-162

“E fu così che il 28 Aprile 1794, come narrano le cronache “si videro i soldati del reggimento svizzero Smith vestiti in parata”. La cosa passò inosservata perché si pensò che si trattasse di esercitazioni militari. Ma “sull’ora del mezzogiorno furono rinforzati i corpi di guardia a tutte le porte, tanto del Castello, come della Marina », e questo fatto cominciò a susci­tare qualche preoccupazione fino a quando « sull'un'ora all'incirca, quando la maggior parte del popolo è ritirata a casa e a pranzo, fu spedito un numeroso picchetto di soldati comandato da un Capitano Tenente e tamburo battente con due Aiutanti ed il Maggiore della piazza » ad arrestare Vincenzo Cabras, « Avvo­cato dei più accreditati e ben imparentato nel sobborgo di Stam­pace », nonché il genero avv. Bernardo Pintor e il fratello Efisio Luigi Pintor, che poté sfuggire alla cattura perché assente (4)

I due arrestati furono condotti alla torre di S. Pancrazio e furono subito chiuse tutte le porte, mentre già il popolo si radunava tumultuando.

Il Manno dice che il Cabras era « un vecchio venerando per dottrina e probità », che nel lungo esercizio della professione aveva « tratto a sé amistà e clientele in gran numero », ed Efisio Pintor, che era sfuggito all'arresto, « benché in giovane età [era] uno dei dottori più illustri del foro cagliaritano, nel quale bril­lava per pronto e sagace giudizio e per vigoroso ragionare » (5)

L'arresto di uomini noti anche per la partecipazione attiva alla vita pubblica apparve subito quello che probabilmente doveva essere: l'inizio, cioè, di una rappresaglia più massiccia.

Da qui l'accorrere tumultuoso di centinaia, migliaia di persone, l'assalto alle porte, che furono bruciate o divelte, l'irruzione nei corpi di guardia, il disarmo dei soldati, la conquista del bastione e delle batterie dei cannoni. Tutto questo nel rione di Stampace, dove si erano verificati gli arresti. All'insorgere di Stampace seguì in rapida successione la sollevazione dei borghi di Villanova e della Marina.

La folla, superata la resistenza dei soldati, aprì le porte che tenevano divisi i sobborghi l'uno dall'altro che la massa del popolo unita poté rivolgersi alle porte del Castello.

Negli scontri rimasero uccisi alcuni popolani e alcuni soldati. L'assalto al Castello, dove il viceré voleva organizzare una più efficace resistenza, avvenne subito dopo. Bruciata la porta, lunghe scale appoggiate alle muraglie, «facendo scala delle loro spalle l'uno sopra l'altro»(6), i dimostranti riuscirono a entrare nei locali dove erano ammassate le truppe a difesa del viceré e del suo quartier generale.

In realtà, lo scontro fu di breve durata. Sempre il padre Napoli racconta che subito «si vidde la poca voglia avean gli svizzeri di offendere i paesani, poiché essendo iví di guardia in buon numero neppure tiravano una fucilata »(7) L’unica resi­stenza, anche se non di lunga durata, fu opposta dai dragoni piemontesi.

In poco tempo fu così conquistato il palazzo viceregio e tutta la città si trovò nelle mani degli insorti.

Gli stamenti, nella narrazione che fecero di quanto accaduto in un Manifesto giustificativo (8), inviato al sovrano, e che, col contrapporre le malefatte dei funzionari alla benevolenza e sag­gezza del re, esprime la volontà di ristabilire rapidamente un accordo con il potere regio, così narrarono gli avvenimenti suc­cessivi:

 

resosi il Popolo padrone di tutto il Castello, e in particolare del Palazzo viceregio, calmò in un momento tutta la sua furia e fu tenero spettacolo il vedere allora confusamente abbracciati i soldati coi cit­tadini. Al Viceré che temeva tutto dal giusto sdegno di un Popolo irritato si presentarono alcuni cittadini e riconoscendo in lui l'eccelso carattere di rappresentante di Sua Maestà, non solo lo rassicurarono intorno ai suoi timori, ma si astennero financo da ogni tratto ingiu­rioso ed altero, ed esprimendo la volontà dello stesso Popolo prete­sero unicamente per sua soddisfazione lo scommiato dall'isola di tutti i piemontesi impiegati e non impiegati non eccettuato esso Viceré, a riserva di Monsignore Arcivescovo di Cagliari e degli altri prelati di quella nazione”.(9)



 

Poi, a testimonianza della continuità di governo, si riunì secondo gli ordinamenti del regno il magistrato della Reale Udien­za, con la partecipazione dei soli membri sardi, che decise le modalità da seguire per lo scommiato dei piemontesi.





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