Autorità: Cassazione penale sez. IV data



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Autorità: Cassazione penale sez. IV

Data: 24/06/2009

n. 28231

Classificazioni: REATO IN GENERE - Dolo - - alternativo ed eventuale

                    LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                                           SEZIONE QUARTA PENALE                        Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            Dott. RIZZO     Aldo Sebastian -  Presidente   -                     Dott. CAMPANATO Graziana       -  Consigliere  -                      Dott. BRUSCO    Carlo Giuseppe -  Consigliere  -                     Dott. GALBIATI  Ruggero        -  Consigliere  -                     Dott. MARESCA   Maria Francesc -  Consigliere  -                     ha pronunciato la seguente:                                                                SENTENZA/ORDINANZA sul ricorso proposto da: PROCURATORE  GENERALE  DELLA REPUBBLICA  PRESSO  CORTE  D'APPELLO  di NAPOLI; nei confronti di: 1)                M.R. N. IL (OMISSIS); avverso SENTENZA del 23/01/2006 della CORTE APPELLO di NAPOLI; visti gli atti, la sentenza ed il ricorso; udita  in  PUBBLICA UDIENZA la relazione fatta dal Consigliere  Dott. MARESCA Maria Francesca; Udito  il Procuratore Generale in persona del Dott. D'ANGELO Giovanni che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito, per la parte civile, l'avv. BERTONE Nicola, del Foro di Napoli che  ha depositato conclusioni scritte e note spese, concludendo come in esse.                  

Fatto
OSSERVA

1. Con sentenza del 13 novembre 2002, il Tribunale di Napoli riteneva M.R. colpevole del reato di lesioni personali colpose, commesse con violazione della disciplina della circolazione stradale, e lo sanzionava, in applicazione del D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274, istitutivo della competenza penale del giudice di pace in relazione a tale reato, con 30 giorni di permanenza domiciliare, nei giorni di sabato e domenica, con il diniego delle circostanze attenuanti generiche, oltre alla condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile, con il pagamento di una provvisionale nella misura di Euro centomila.

Il (OMISSIS), M.R., alla guida di una moto di grossa cilindrata e procedendo a forte velocità in posizione di "impennamento", invadeva l'opposta corsia di marcia e andava a collidere con il motoveicolo condotto da T.R., che procedeva regolarmente nella propria corsia di marcia; che a seguito della collisione, T.R. riportava un trauma cranico facciale, un "fracasso facciale", un'ampia ferita lacero contusa con lesioni nervoso tendinee e vascolari al ginocchio sinistro, con frattura del condilo femorale allo stesso lato, una sospetta lesione ossea dell'emivitreo dell'occhio sinistro.

2. Avverso detta sentenza interponevano appello sia l'imputato, che il pubblico ministero e la parte civile, eccependo, questi ultimi, l'incostituzionalità, sotto vari profili, del sistema sanzionatorio previsto dal D.Lgs. n. 274 del 2000, artt. 52 e seg. e la parte civile anche l'errata qualificazione giuridica del fatto, che avrebbe dovuto ritenersi integrativo del reato di lesioni personali dolose gravissime, ai sensi dell'art. 582 c.p..

La Corte d'appello di Napoli, con ordinanza del 14 aprile 2004, sollevava, in riferimento agli artt. 3, 27 e 32 Cost., questione di costituzionalità del D.Lgs. n. 274 del 2000, artt. 52, 63 e 64, argomentando sull' irragionevole disparità di trattamento rispetto alle altre ipotesi di lesioni colpose per colpa professionale del medico e per violazioni di norme antinfortunistiche, patimenti a difesa del diritto alla salute, tenuto conto della pena prevista da ritenersi del tutto inadeguata rispetto alla gravità del fatto.

La Corte costituzionale, con ordinanza n. 187 del 2005, dichiarava la manifesta inammissibilità della questione, sia per aver il rimettente omesso di sottoporre a scrutinio il D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 4, comma 1, lett. a), con la conseguenza che un eventuale accoglimento della questione stessa, così come formulata, avrebbe reso "privo di sanzione il reato, che rimarrebbe attribuito alla competenza del giudice di pace e non potrebbe quindi essere punito con sanzioni diverse da quelle stabilite dal D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 52 - neppure ai sensi dell'art. 2 c.p., comma 2 - ove si tratti di fatti commessi precedentemente all'entrata in vigore di tale decreto"; sia perchè lo stesso giudice a quo, "chiedendo per il reato in esame una pronuncia che consenta di ripristinare il meccanismo sanzionatorio applicabile prima dell'entrata in vigore del D.Lgs. n. 274 del 2000", invocava "nella sostanza un intervento additivo e di sistema in malam partem", non consentito alla Corte "in forza del principio della riserva di legge in materia penale".

Ripreso il giudizio d'appello, le parti riproponevano la stessa eccezione di incostituzionalità, estesa anche al D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 4, ma la Corte d'appello la disattendeva per il fatto che, nonostante il coinvolgimento dell'art. 4, la questione di costituzionalità si sarebbe ugualmente risolta in una inammissibile richiesta di intervento additivo in malam partem.

Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte d'Appello di Napoli, in data 23.1.2006, confermava la sentenza di primo grado, respingendole tutte le impugnazioni e, così, disattendendo anche la richiesta della difesa di parte civile di qualificare il reato come lesioni personali dolose.

3. Ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore Generale presso la Corte d'appello di Napoli, deducendo violazione di legge e vizio motivazionale in ordine alla qualificazione del fatto. Rileva il ricorrente che la dinamica dell'incidente, così come ricostruita, in base alla testimonianza del teste oculare S. e dai consulenti tecnici Sa. e C. (elevata velocità, impennatura, circolazione nell'opposta carreggiata e assenza di manovra di rientro), evidenzia l'elemento psicologico del reato come doloso, nella forma del dolo eventuale: accettazione del rischio e del conseguente evento lesivo prodottosi e nessuna sua attivazione per evitare l'evento lesivo. Rileva il ricorrente che lo stesso giudice del Tribunale aveva affermato che il comportamento tenuto dall'imputato denotava l'assoluta indifferenza all'altrui incolumità. Pertanto, dovendo il fatto essere inquadrato nel reato di cui agli artt. 582 e 583 c.p., deve ritenersi sussistente la violazione dell'art. 4 c.p.p. e, altresì, il difetto di motivazione nell'escludere la richiesta di riforma della sentenza, per essere il fatto doloso, e per aver motivato sull'aggravante di cui all'art. 61 c.p., n. 3, insussistente nel capo di imputazione e nell'irrogazione della pena.

Il Procuratore Generale ha, inoltre, riproposto la medesima eccezione di incostituzionalità dedotta nel giudizio di appello.

4. La Corte di Cassazione, con ordinanza del 25 ottobre 2007 14 aprile 2004, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 27 e 32 Cost., questione di costituzionalità del D.Lgs. n. 274 del 2000, artt. 4, 52, 63 e 64, nella parte in cui attribuiscono il reato di lesioni personali colpose commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale alla competenza del giudice di pace con la conseguente applicabilità delle sanzioni previste dal predetto D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 52.

5. La Corte Costituzionale, con ordinanza n. 3 del 2009, ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione sottoposta al suo esame.

Rileva la Corte che la mancata preliminare risoluzione del dubbio in ordine alla esatta qualificazione giuridica del reato in rapporto all'elemento psicologico, rende, allo stato, soltanto ipotetica la rilevanza della questione, in quanto la sussistenza del dolo eventuale - affermata nel ricorso proposto dal Procuratore generale - condurrebbe a qualificare la condotta contestata come reato di lesioni personale dolose, come tale sottratto alla competenza del giudice di pace ed al relativo regime sanzionatorie.

Inoltre, osserva la Corte che il richiamo che fa la rimettente della sentenza n. 394 del 2006, per chiedere per il reato in esame una pronuncia che consenta di ripristinare il meccanismo sanzionatorie applicabile prima dell'entrata in vigore del D.Lgs. n. 274 del 2000, peraltro adducendo soltanto una generica analogia tra la fattispecie allora scrutinata e quella attualmente oggetto di esame, non può indurre a diverso avviso, giacchè non si verte, nel caso di specie, in ipotesi di norme penali di favore.

6. Il ricorso è infondato.

Quanto alla questione di legittimità, sulla stessa vige la pronuncia della Corte Costituzionale.

Per quanto riguarda l'elemento soggettivo del reato in ordine al quale il Procuratore Generale ha dedotto che la dinamica dell'incidente evidenzia l'elemento psicologico del reato come doloso, nella forma del dolo eventuale: accettazione del rischio, si rileva che è noto che la differenza tra dolo eventuale e colpa cosciente risiede nella considerazione che il dolo eventuale è rappresentazione della (concreta) possibilità della realizzazione del fatto e accettazione del rischio (quindi, volizione) di esso; la colpa cosciente è invece rappresentazione della (astratta, o meglio, semplice) possibilità della realizzazione del fatto, ma accompagnata dalla sicura fiducia che in concreto non si realizzerà (quindi, non volizione). La giurisprudenza di questa Suprema Corte ha più volte avuto modo di ribadire siffatti principi, chiarendo che "la linea di demarcazione tra dolo eventuale e colpa con previsione è individuata nel diverso atteggiamento psicologico dell'agente che, nel primo caso, accetta il rischio che si realizzi un evento diverso non direttamente voluto, mentre nella seconda ipotesi, nonostante l'identità di prospettazione, respinge il rischio, confidando nella propria capacità di controllare l'azione" (Cass., Sez. 4^, 10.10.1996, n. 11024). Quindi, "il dato differenziale tra dolo eventuale e colpa cosciente va rinvenuto nella previsione dell'evento. Questa, nel dolo eventuale, si propone non come incerta ma come concretamente possibile e l'agente nella volizione dell'azione ne accetta il rischio, così che la volontà investe anche l'evento rappresentato. Nella colpa cosciente la verificabilità dell'evento rimane un'ipotesi astratta, che nella coscienza dell'autore non viene concepita come concretamente realizzabile e, pertanto, non è in alcun modo voluta" (Cass., Sez. 1^, 8.11.1995, n. 832; id., Sez. 1^, 24.2.1994, n. 4583; id., Sez. 1^, 3.6.1993, n. 7382; id., Sez. 1^, 28.1.1991, n. 5527; id., Sez. 1^, 12.1.1989, n. 4912). Al riguardo, si è anche chiarito che, "al fine di accertare la ricorrenza del dolo eventuale o della colpa con previsione dell'evento, non è sufficiente il rilievo che l'evento stesso si presenti come obiettivamente prevedibile, dovendosi avere riguardo alla reale previsione e volizione di esso, ovvero all'imprudente o negligente valutazione delle circostanze di fatto" (Cass., Sez. 1^, 15.7.1988, n. 6581).

La indagine sulla sussistenza dell'una o dell'altra di tali distinte ipotesi postula, quindi, pur sempre un accertamento ed una valutazione di merito sulla ricorrenza o meno dei distinti presupposti soggettivi sui quali si situa la linea di demarcazione tra le stesse.

Orbene, ciò posto, deve riconoscersi che, nella specie, i giudici del merito hanno dato congrua contezza del percorso argomentativo seguito nel pervenire alla resa statuizione. Hanno, in sostanza, rilevato che "la condotta di guida del M., che ha scagliato la sua grossa moto contro la moto guidata da T., per quanto sconsiderata, imprudente ed azzardata, per quanto posta in essere nella riprovevole indifferenza contro l'altrui incolumità, non può ritenersi come protesa con impegno di volontà verso l'evento, con accettazione del rischio del suo probabile e concreto verificarsi con conseguente modifica dell'imputazione e della relativa condanna con riferimento alla ipotesi delle lesioni personali dolose, siccome configurabili nella forma del dolo eventuale". Affermano i giudici che non vi sono elementi che inducano a ritenere "che il M. abbia voluto scagliare la sua grossa moto contro qualcuno", accettando, così, sia pure in forma eventuale, l'incidente produttivo delle lesioni in danno al malcapitato e che avrebbero potuto arrecare danni e lesioni a lui stesso.

Hanno, in sostanza, considerato che la condotta di guida tenuta dal M. per quanto imprudente, superficiale e posta in violazione delle regole sulla circolazione stradale: guida di una moto di grossa cilindrata, a forte velocità, in posizione di "impennamento", nell'opposta corsia di marcia, non può far di per sè ritenere che egli avesse voluto scagliare la sua grossa moto contro qualcuno e, pertanto il fatto doveva essere mantenuto nell'ambito della colpa.

Affermazione corretta, in quanto anche se i giudici hanno affermato che il M. "scagliava" la moto contro il malcapitato, detta espressione è stata usata per figurare la violenza dell'azione, ma non la volontarietà dell'evento. La condotta tenuta dall'imputato, infatti, denota la spavalderia del soggetto, che respinge il rischio, confidando nella propria capacità di controllare l'azione.

Per quanto riguarda l'aggravante di aver agito con previsione dell'evento (art. 61 c.p., n. 3), si rileva che la Corte nulla afferma in relazione a detta circostanza. Del resto non essendo stata mai contestata l'aggravante, correttamente il dispositivo non pronuncia in ordine ad essa. La Corte ha solo messo in rilievo la gravità della colpa, giustificando, altresì, la conferma della pena inflitta commisurata al massimo edittale.

La Corte territoriale, nell'argomentare, si fa, pertanto, carico della delibazione di tutti gli elementi di giudizio e circostanze acquisiti alla realtà procedimentale e procede ad una loro valutazione di merito che si appalesa improntata ad inscalfittibile scrupolosità, non caducata o inficiata, in particolare, da rinvenibili vizi di illogicità, che, peraltro, la norma vuole dover essere manifesta, cioè coglibile immediatamente, ictu oculi.

D'altra parte, il vizio di motivazione deducibile in sede di legittimità deve, per espressa previsione normativa, risultare dal testo del provvedimento impugnato, o - a seguito della modifica apportata all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 8 - da "altri atti del procedimento specificamente indicati nei motivi di gravame", il che vuoi dire - quanto al vizio di manifesta illogicità -, per un verso, che il ricorrente deve dimostrare in tale sede che l'iter argomentativo seguito dal giudice è assolutamente carente sul piano logico e che, per altro verso, questa dimostrazione non ha nulla a che fare con la prospettazione di un'altra interpretazione o di un altro iter, quand'anche in tesi egualmente corretti sul piano logico; ne consegue che, una volta che il giudice abbia coordinato logicamente gli atti sottoposti al suo esame, a nulla vale opporre che questi atti si prestavano ad una diversa lettura o interpretazione, ancorchè munite, in tesi, di eguale crisma di logicità (cfr. Cass., Sez. Un., 27.9.1995, n. 30).

Non sussiste, pertanto, nè la violazione dell'art. 4 c.p.p., trattandosi di reato di competenza del giudice di pace, nè il dedotto difetto di motivazione.

7. Il ricorso va, dunque, rigettato.

Nulla è dovuto alla parte civile per le spese, trattandosi di ricorso proposto dal Procuratore Generale.


Diritto

PQM
P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 26 giugno 2009.

Depositato in Cancelleria il 9 luglio 2009



 
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