Avvento prima settimana domenica gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!»



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PER LA LETTURA SPIRITUALE
La capacità di perdonare è una delle facoltà morali più alte dell'essere umano, è la capacità di guardare con altri occhi.

A volte basta riuscire a immedesimarsi con chi ci ha fatto del male, sforzandoci sinceramente di capire come ciò sia potuto accadere, per guardare una persona con altri occhi.

L'offeso comprende che deve gradualmente sviluppare sentimenti e atteggiamenti di compassione, di bontà e di misericordia. Chi perdona riesce a sviluppare l'aspetto più sublime e prezioso degli esseri umani: la tenerezza, la compassione. È un momento di divinità, di grandezza infinita. È somigliare a quel Dio la cui misericordia non ha fine.

Bisogna capire che cos'è e che cosa non è il perdono. Robert Enright, autore classico in materia, lo definisce «la disposizione ad abbandonare il diritto al risentimento, al giudizio negativo e alla condotta indifferente verso chi ci ha offesi ingiustamente, coltivando piuttosto atteggiamenti di compassione e bontà verso quella persona».

Perdonare è molto più che accettare o tollerare l'ingiustizia, molto più che frenare la rabbia e il dolore derivanti da un torto. Un errore comune è pensare che perdonare equivalga a dimenticare. Perdonare non significa assolutamente dimenticare, ma ricordare con altri occhi.

Nel cristianesimo il sacramento dell'eucaristia costituisce un potente esercizio di "amministrazione del ricordo". «Fate questo in memoria di me», dice Gesù. È la memoria triste di un assassinio trasformata in memoria che redime. Perdonare non significa neanche condonare le ingiustizie.

Le istituzioni della giustizia devono applicare le leggi in vigore in ogni Paese. Il perdono è piuttosto esercizio di pulizia interiore, di catarsi che serve a ritrovare benessere, ma anche per evitare le ritorsioni e l'escalation di violenza attraverso la spirale delle vendette. I governi possono decidere di concedere amnistie e indulti. Ma il perdono è, e sarà sempre, privilegio esclusivo delle vittime. Come l'amore, riguarda l'intimità dell'essere e non può essere regolato sul piano giuridico.

Penso che una persona che riesce a perdonare sia una persona capace di comprendere i propri limiti e di sentire la propria fragilità come creatura. Quando non si perdona, in qualche modo è come se ci si volesse rendere eterni. Non perdonare è un atto di orgoglio inutile e vano. Invece quando capiamo che siamo tutti limitati, che tutti siamo finiti e imperfetti, comprendiamo anche la vanità del rancore e della rabbia e, più ancora, la vanità della vendetta.

Hannah Arendt arriva a definire il perdono allo stesso tempo come un riconoscimento della limitazione dell'essere umano, ma anche come una delle possibilità più grandi offerte all'uomo per far vivere Dio dentro di lui e così rendersi eterno (L. NARVAEZ GOMEZ - A. AMATO, La rivoluzione del perdono, San Paolo, Cinisello B. 2010, 19-135, passim).




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