Avvento prima settimana domenica gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!»



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21 DICEMBRE
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo... (Lc 1,39-41).
MEDITATIO
Dopo la stupenda esperienza di Nazaret che la promuoveva a ruolo di "Madre di Dio", Maria non appare una creatura beata in se stessa, isolata nella sua intimità divina, bensì un essere corporeo, fatto di concretezza, di sensibilità e di disponibilità. Lascia la mistica tranquillità della sua casa e si mette in cammino per andare da Elisabetta.

Lo spostamento fisico testimonia la finezza interiore di Maria, non chiusa a contemplare in modo privato il mistero della divina maternità che si compie in lei, ma proiettata sul sentiero della carità. Il viaggio, non privo di fatica e di disagi, favorirà la bella immagine di "Maria pellegrina".

Non compie una semplice visita di cortesia, tanto meno un viaggio turistico. Si muove per portare aiuto all'anziana parente, futura mamma, chiamata solo dall'urgenza di un bisogno. Preziosa sarà questa giovanile presenza, se pensiamo all'età matura di Elisabetta e alla sua inesperienza di maternità. Maria dimostra fine sensibilità e concreta disponibilità, condite con "carità sopraffina". Chiamiamo carità sopraffina quell'aiuto che arriva senza essere richiesto. Se è già pregevole ricevere una risposta positiva alla richiesta di un bisogno, è ancora più bello essere aiutati, quando ancora non è stata espressa la richiesta. Significa che l'altro ha intuito, precede la richiesta, evita la piccola umiliazione del chiedere. Veramente una carità d'oro.

Due donne diverse per età e per situazione, sono accomunate nel magico gioco divino, chiamate in quest'ora solenne della storia della salvezza ad essere lo strumento docile e intelligente del Signore della vita. Due madri si incontrano, ciascuna portando dentro di sé una vita fecondata in modo sorprendente, fuori da ogni logica biologica. Due storie diverse, eppure accomunate da un unico disegno e tessute dalla mano silenziosa della Provvidenza che fa incontrare i due concepiti, portati dalle rispettive madri.

Il mistero di quella singolare visita è il mistero della comunicazione di due donne, diversificate per età, ruoli, ambiente, caratteristiche, eppure accomunate nel costruire la storia della salvezza. Anziché parlare di sé, parlano di Dio, della sua grandezza, dei suoi interventi prodigiosi. Sono madri capaci di lodare, di ringraziare, di esultare. Grazie a loro, l'incontro di due madri in attesa diventa l'incontro del frutto che hanno in grembo. Il passaggio, delicatamente accennato, assume grande spessore teologico: Giovanni ancora nel seno materno percepisce la presenza del suo Signore ed esulta, esprimendo con il suo sussultare la gioia a contatto con la salvezza. Di tale salvezza si farà interprete Maria nel successivo canto del Magnificat.

Siamo sollecitati a metterci in viaggio come Maria per portare Gesù, a lasciarci riempire dello Spirito Santo per cantare, come Elisabetta, il miracolo della vita, e, come Maria, a lodare il Signore in un infinito Magnificat.


PER LA LETTURA SPIRITUALE
Maria, Zaccaria e tutte queste figure in attesa devono guardare soltanto al futuro? La promessa di Dio può essere una semplice parola? Sì, certo, qui l'importante è aspettare, il compimento è tutto nel futuro; qui si tratta di una promessa e "soltanto" di una promessa. Si deve credere e solo credere. Ma quando l'attesa riguarda Dio e la realizzazione della sua parola, quando il futuro e la promessa è Lui, la parola "soltanto" non può significare una restrizione.

Poiché proprio dove si crede "soltanto" alla promessa di Dio, Dio è presente! E così leggiamo di Maria e di Elisabetta come di coloro che hanno ricevuto la promessa. Ora vi sono persone umane che hanno ricevuto la promessa. Con ciò è già avvenuto qualcosa di nuovo, anzi possiamo ben dire che qui è già tutto cambiato, qui il mondo è divenuto nuovo. Due donne, una giovane e una vecchia, due creature insignificanti, sconosciute, impotenti, assolutamente incapaci di affrontare tutta la problematica dell'umanità. Che deve fare qui la piccola Maria, che deve fare qui la vecchia Elisabetta? A che serve loro la promessa? Che ne guadagna il mondo? Nulla, assolutamente nulla altro che il fatto che è così.

Maria ed Elisabetta sono in reciproca relazione, non solo perché parenti, non solo perché esteriormente i loro destini sembrano simili, ma perché entrambe hanno ricevuto la promessa, e in forza dell'urgenza della grazia che hanno trovato presso Dio. Esse si salutano. Questo è un saluto, un impareggiabile saluto fra persone che si conoscono mutuamente come coloro che hanno ricevuto la promessa di Dio! Come sono unite tali persone! Che cosa è mai tutta la conoscenza e la parentela, tutta l'unione e l'affetto che solitamente esistono tra persone, che cosa sono accanto a un saluto come quello che si scambia qui fra Maria ed Elisabetta? Questa è la relazione e la comunione degli uomini nella chiesa. La chiesa è qui, dove due persone — e non importa che persone siano — persone insignificanti, due semplici donne, sono legate e unite nella speranza, data loro dalla parola di Dio e annunziata nel loro cuore. In questa speranza è già presente colui che si spera.

Là dove vi è la chiesa, vi è proprio ciò che nella vita fisica si chiama gravidanza; qui nella speranza vi è anche la presenza di quello che si spera, qui non soltanto si sa della grazia, vi è la grazia stessa. Là dove vi è la chiesa vi è già colui che è la speranza della chiesa, senza il quale la chiesa non sarebbe, come non sarebbe il mondo che Dio ha creato dal nulla.

Dove vi è promessa vi è già compimento, in quelli che hanno ricevuto la promessa; pur con tutto il "non ancora", è presente il "già fin d'ora" (K. BARTH, L'Avvento — Il Natale, Morcelliana, Brescia 1992, 52-56, passim).




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