Avvento prima settimana domenica gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!»



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VENERDÌ
Liberati dall'oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno. Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore (Is 29,18s.).
MEDITATIO
La parola di Isaia ci trova contemporaneamente smarriti e confortati. Smarriti per il buio della vita, confortati da una certezza che ci rasserena.

La paura del buio equivale al timore di ciò che non si vede o di ciò che non offre contorni definiti. Tale è pure la preoccupazione di fronte al futuro, un'incognita spesso dipinta a tinte fosche: «Di questo passo dove andremo a finire?» si chiede la gente, perplessa di fronte all'oggi e timorosa del domani. Viene spontanea la fuga all'indietro, in quel passato che si ricorda vagamente e che si ama idealizzare: «Una volta sì che... ai miei tempi...».

Anche noi non deroghiamo alla regola generale: avvertiamo l'incertezza del domani e ci sentiamo a disagio.

Abbiamo bisogno di essere aiutati a capire e a sperare. La parola profetica garantisce la presenza efficace di Dio accanto a noi, senza però deresponsabilizzarci. Ci sentiamo richiedere un impegno più forte, caratterizzato da una serie di imperativi; è necessario prima di tutto stare all'erta, per non lasciarci trarre in inganno. Gesù aveva detto un giorno che il suo discepolo deve essere semplice come una colomba e astuto come un serpente (cfr. Mt 10,16). È con questa astuzia che dobbiamo accorgerci di quelle lusinghe pseudo-profetiche, capaci perfino di operare prodigi, ma incapaci di rispondere complessivamente e integralmente alla volontà divina. Rifiutiamo dunque i paradisi artificiali costruiti dall'uomo e propagandati dalla nostra società.

Il mistero del male, con le sue punte estreme, rientra nello stesso processo della storia e fa parte, tragicamente, della nostra realtà quotidiana. Il realismo di questa cruda affermazione però non ci destabilizza, né ci scoraggia; ci invita, piuttosto, a guardare con occhi disincantati la storia e il mondo. Ci sentiamo animati dalla speranza, anzi dalla certezza che Cristo è il vincitore. Il futuro dei verbi (vedranno, si rallegreranno) delimita il tempo di quell'attesa che noi ci sforziamo di riempire fruttuosamente.

Finché siamo nel tempo, noi cristiani ci impegniamo a costruire un mondo più umano, più giusto e più fedele a Cristo. Questo significa per noi restare svegli e rendere fruttuosa l'attesa, come scrive J. Mouroux: «Il cristiano è colui che lavora, si dona e si rende disponibile per affrettare la venuta del Signore, perché Cristo è sempre colui che deve venire».

L'attendere diventa lo spazio tra l'ignoranza delle cose divine e la consapevolezza della dignità di figli che attendono il ritorno glorioso del fratello Gesù. Per tutti vale il suggerimento di Kahlil Gibran: «Fate che ciascuna stagione racchiuda tutte le altre, e il presente abbracci il passato con il ricordo, ed il futuro con l'attesa».

Allora il buio sarà sostituito dalla luce, l'incertezza dalla dolce presenza di colui che assicura e fonda la piena realizzazione della nostra vita. E sarà gioia piena.





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