Bella e possibile



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22.12.2017
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BELLA E POSSIBILE

IMMAGINARE, PROGETTARE E VIVERE

LA CITTÀ CONTEMPORANEA
INDICE

Introduzione. Una microfisica dell’immagine urbana VII

PARTE PRIMA LA ‘RISCOPERTA’ DELL’IMMAGINE DELLA CITTÀ:

I PRESUPPOSTI SOCIO-ECONOMICI, CULTURALI E TEORICI

1. Strategie della visibilità

1.1 La città e la comunità urbana ‘in vetrina’. Il marketing territoriale e la

comunicazione pubblica locale

1.2 La visibilità come dimensione culturale e come obiettivo strategico

2. Il postmoderno, le icone della metamorfosi urbana e la crisi della teoria

2.1 Oggetti e soggetti della rappresentazione urbana

2.2 L’immagine della città e la crisi dei ‘grandi racconti’

2.3 Dallo spazio astratto allo spazio concreto e visibile

2.4 Costruzione ed effetti sociali dell’immagine urbana: i ‘new urban studies

2.5 ‘The disappea-ring city’ - La metafora della città che ‘scompare’


    1. La teoria post-moderna: il pensiero si ’spazializza’

    2. La città visibile attraverso le sue architetture

3. Le immagini della città e il ‘nuovo sentire’ urbano

3.1 Emozioni e città nel pensiero sociologico

3.2 ’Sentimenti’ ed ’emozioni’

3.3 I luoghi immaginari e la domanda di felicità

3.4 La crisi dei luoghi immaginari della città

3.5 Esperienze emozionali della città postmoderna


PARTE SECONDA NUOVE IMMAGINI E NUOVE FUNZIONI SOCIALI

DEI LUOGHI URBANI

4. Progettare gli scenari sociali

4.1 Dai luoghi ai ‘frame’ della visibilità sociale

4.2 Il concetto di frame nella teoria sociologica

4.3 Il luogo come ‘finestra’ e come ‘specchio’ della società

4.4 La crisi dei luoghi urbani

4.5 Il luogo come ‘scena comune a tutti’. George Simmel e la funzione della visibilità

nella città moderna

4.6 I frame culturali e la ‘tematizzazione’ degli spazi della città
5. Times Square: una ‘cornice’ senza figure. Un caso limite di frame urbano

5.1 Fortune e crisi del ‘crocevia del mondo’

5.2 La vita pubblica di Times Square negli atrium dei grandi alberghi

5.3 42 nd Street Now! Un progetto di ‘parco a tema’ per Times Square

5.4 Aspetti sociali del ‘nuovo scenario’ di Times Square
6. Città e spazi virtuali
7. I frame dell’esperienza ‘alternativa’ della città: le eterotopie e i non-luoghi

7.1 Michel Foucault e gli spazi ‘altri’

7.2 Eterotopie postmoderne

7.3 I non-luoghi


8. Scenari dell’alterità

8.1 La spettacolarizzazione dell’Altro

8.2 La negoziazione visibile con l’Altro

8.3 Il commercio etnico e la cultura dello shopping come forme di comunicazione ‘visibile’

8.4 La ‘dual city’ e la città ‘mosaico’

INTRODUZIONE. UNA MICROFISICA DELL’IMMAGINE URBANA

Bisogna probabilmente vivere per qualche tempo, anche breve, in una città come

New York – straordinaria per la forza evocativa delle immagini alle quali dà

corpo e per la varietà delle rappresentazioni che l’hanno resa il luogo magico che

tutti conoscono – per convincersi di come l’immagine di un luogo non sia qualcosa

di soggettivo, distante dalla realtà o persino ingannevole. Vivere un’esperienza

urbana in una città come New York ci fa capire come l’immagine sia invece ‘reale

nelle sue conseguenze’, come muova i nostri pensieri e i nostri passi e come, soprattutto

negli ultimi 10-15 anni, sia diventata un fattore importante dell’organizzazione

politica ed economica della città.

È stato durante il mio primo viaggio a New York che queste idee hanno assunto

un’evidenza che prima mi sfuggiva – proprio in quel periodo che le immagini ci restituiscono

come il più caratteristico della Grande Mela, quello invernale dicembrino

che segue il Giorno del Ringraziamento, con le sue strade il più delle volte innevate,

con i vapori della metropolitana che salgono dalle viscere della terra verso l’alto, con

le scene rituali dello shopping da Macy e dei suonatori di jingle prenatalizi, e quelle

immancabili dei pattinatori sulla pista ghiacciata nel cuore del Rockefeller Center.

Certo, conoscevo già prima di quell’inverno newyorkese ciò che sostenevano

fenomenologi come Bachelard, Sansot, o Lefebvre sull’immagine urbana, o le posizioni

di cognitivisti e comportamentisti sulle mappe mentali e quant’altro. Sapevo

che le immagini che mi accompagnavano nell’esperienza della città potevano dipendere

dal fatto di essere un particolare soggetto di percezione, con il proprio capitale

culturale, condizionato dallo scopo del viaggio, dalla situazione emotiva ecc.,

ma qualcosa nell’esperienza che stavo vivendo sembrava mettere in crisi tali motivazioni.

In effetti, queste immagini erano così ‘estremamente reali’ che non sembravano

dipendere soltanto dalle variabili della mia storia, della mia personalità o

dal mio background socio-culturale. Era lo stesso spazio che mi veniva incontro

come insieme d’immagini. Queste sembravano vivere di vita autonoma, al di fuori

e indipendentemente da me, circolando liberamente così come circola qualsiasi

tipo di merce che si desidera o meno possedere – svincolate da ciò che rappresentavano

e nello stesso tempo difficili da distinguere da questa stessa presunta realtà.

Mi resi conto, dopo quel viaggio, della capacità di queste immagini, di come

potessero fungere da ‘medium’, da linguaggio comune e comprensibile anche da

chi quell’esperienza non l’aveva mai realmente fatta. La stessa definizione di ‘esperienza’

dello spazio diventava a quel punto problematica, soprattutto dopo aver

costatato che era possibile riviverla infinite volte secondo i propri desideri – collegandosi

magari tramite il proprio personal computer e la rete Internet a uno di

quei siti che utilizzano le Live-Cam, telecamere digitali attive ventiquattr’ore su

ventiquattro, puntate su molti luoghi significativi di New York, e partecipando in

tempo reale agli eventi e alla vita quotidiana che vi trascorreva. Producendo un effetto

di realtà ancora maggiore, alcune di queste telecamere erano trasportate persino

da taxi che si muovevano attraverso i luoghi conosciuti e sconosciuti della città.

Una cosa certamente ha reso evidente questo viaggio americano: quanto queste

immagini investano tutti gli angoli della nostra esistenza, quotidiana e non, tanto

da farci pensare di non potercene mai liberare; di non poter più vivere in quello

spazio intermedio tra la realtà e l’immagine, che fino ad ora ci ha permesso di

poter discriminare la prima dalla seconda o di poter giudicare la realtà in base alle

immagini che di questa se ne avevano.

L’esperienza di New York è quella di una città a immagine totale – dove ogni

cosa e ogni luogo richiama un’immagine già vista, dove repentino e incessante è

l’oscillare tra le immagini che si portano con sé prima di mettervi piede e quelle

che si presentano davanti agli occhi passeggiando per le sue strade. New York è una

città ‘illusionista’ perché quando si pensa di vivere un’esperienza ‘vera’, al di là di

quelle veicolate dai media, è proprio allora che si sta vivendo fino in fondo nella

cartolina o nel film.

Le immagini ci attraversano costantemente, veicolando flussi di informazioni,

linguaggi e codici di diversa natura, pervadono la nostra vita, ma hanno anche l’effetto

di decostruire in profondità la città tanto da avere la sensazione che nessun

angolo di New York sia in ombra, che non ci siano più aspetti da mettere ‘a nudo’

così come cominciarono a fare le fotografie-choc di Weegee nel dopoguerra.

New York è l’emblema della città ‘sovraesposta’ di cui parla Paul Virilio. Le decine

di Live-Cam che ci restituiscono senza interruzioni ogni punto di vista, ogni

più piccolo segno, angolo o micro-avvenimento di Times Square sono a loro volta

l’esempio più evidente di questa sovraesposizione alla quale questa città è sottoposta.

D’altra parte, questa pervasività di immagini e di immaginari era tanto più evidente

in quanto, in effetti, quel viaggio invernale non poteva proprio dirsi turistico.

Era uno di quei cosiddetti ‘viaggi della speranza’ che a torto non sono considerati

a pieno titolo tra i flussi della globalizzazione, accanto a quelli degli immigrati,

dei turisti, degli uomini d’affari e di cultura. La particolare motivazione del viaggio

gli attribuiva tutte le caratteristiche per connotarlo come esperienza alternativa

della città, le cui mete erano i vari Mount Sinai Medical Center o Sloan-Kette-ring

Cancer Institute, conosciuti certamente non quanto l’Empire State Building,

la Fifth Avenue o il Central Park.

L’aspetto paradossale era che, nonostante la gravità che li accompagnava, le

esperienze di questi luoghi non evitavano di farmi sentire in ogni modo come catturato

da un déjà-vu, protagonista di una scena già molte volte vista – e così che

anche la frenesia delle Emergency Room si sovrapponeva a quella televisiva di E.R.,

la nota serie televisiva sceneggiata da Michael Crichton sull’ambiente di un ospedale

di Chicago. A tratti il Mount Sinai Medical Center e la Fifth Avenue sulla quale

si affaccia diventavano improvvisamente quelli delle scene finali di Love Story, film

di culto degli anni Settanta. Anche in questo caso la realtà era in parte ‘scena’ e

l’incubo era vissuto come all’interno di un sogno, quello di New York tante volte

immaginata, della sua immagine che si ricongiungeva con la realtà. Forte era l’ineffabile

sensazione di ‘ritornare a casa’ e ritrovare tutte le cose al loro posto, come le strade

piene di gente dal passo spedito e dallo sguardo indifferente, come i suoi barboni

avvolti nei cartoni adagiati sugli aeratori della metropolitana.

Si trattava in realtà di immagini costruite a distanza e sedimentate nel tempo,

anche soltanto attraverso quelle iconografie che l’industria delle comunicazioni

fabbrica, immagazzina e diffonde.

Ma queste non erano le sole immagini che mi accompagnavano nell’esperienza

della città, altre se ne aggiungevano, come quelle che scaturivano dalla consapevolezza

di New York di essere una città-mondo, dalla necessità di rispondere ai tanti e diversi

sguardi rivolti su di essa.

New York è una città che a volte sembra anche condannata a sottostare alle leggi

della visibilità, a mantenere l’aura che la caratterizza cambiando continuamente

la fisionomia dei suoi luoghi, persino di quelli che hanno un’immagine forte e

consolidata da molto tempo – come, ad esempio, la famosa Times Square e l’area

circostante. Da qualche anno, infatti, il ‘crocevia del mondo’ – come questa anomala

piazza è chiamata – sta cercando di dare una connotazione di sicurezza, di

familiarità a quello che è stato per lungo tempo il luogo del vizio, della prostituzione

e del malaffare oltre quello dei teatri e dei cinema. Rappresenta il segno più

evidente di come una sorta di ossessione della comunicazione possieda questa città,

protesa continuamente a riscrivere il senso dei suoi spazi. Si tratta di una comunicazione

generalizzata, che non investe però soltanto il suo centro turistico di massa

– la 42 nd Street, il Rockefeller Center, Times Square o Broadway –, ma anche le aree

occupate prevalentemente dai gruppi minoritari e dagli immigrati, che per molto

tempo hanno prodotto immagini per un consumo ‘interno’ alle stesse comunità. Little

Italy e Chinatown ad esempio, o quartieri diversi da Manhattan come Brooklyn,

hanno anch’essi avvertito la necessità di costruire, sempre più in modo intenzionale

e strategico, un senso coerente e soprattutto visibile, immagini ‘esportabili’ degli ambienti

di vita, soprattutto in funzione di un loro consumo turistico. Sostenuti da una

nuova offerta pubblica e privata di spazi, da operazioni di preservation planning, i ghetti

e le enclave sono diventati quasi dei parchi a tema etnici, nei quali i segni sedimentati

della diversità etnica e culturale si integrano nell’immagine globale e positiva di

New York come città della diversità.

Vivere l’esperienza di una città con così tante e diverse immagini non poteva – citando

Sansot che attribuiva un grande potere alle immagini dei luoghi e agli spazi

simbolici – ‘rendermi più lo stesso di prima’. Questa vertigine d’immagini fungeva

durante quel soggiorno come il più forte e potente degli anestetici. Certamente mi

permetteva di sopportare qualcosa che in un altro contesto forse non sarebbe stato

possibile.

La curiosità, la voglia di consumare tutte quelle esperienze nuove, lì sulle sue

strade, facevano dimenticare in molti momenti tutto il resto.

Mi sento di dover ringraziare quella città come se fosse stata un’amica e credo

che proverò ancora per molto tempo un certo senso di riconoscenza verso New York.

Le città diventano friendly non solo per ciò che di concretamente offrono, ma

per come vengono incontro ai nostri bisogni e ai nostri desideri e soprattutto alle

immagini che ne abbiamo.

Queste ultime ci permettono di entrare in comunicazione con l’umanità variegata

che le popola, ci permettono di farne parte – di comprenderne i segni che

questa lascia nello spazio e di viverli con un senso di familiarità.

Non conoscevo prima di allora la forza e il potere che la città ha sulla gente, e

non conoscevo fino a che punto avesse la capacità di creare emozioni. Non credo

che si trattasse dell’emozione della prima volta, della prima esperienza, né di quella

particolare magia del viaggio che sospende e mette tra parentesi la realtà soggettiva

quotidiana. Credo invece che l’impatto sarebbe stato diverso se non ci fosse stata

una ‘socializzazione anticipatoria’ della città attraverso, appunto, le immagini.

Da allora probabilmente è maturata la convinzione che l’immagine non è una

variabile debole o marginale dell’azione umana e sociale e che valeva la pena spendere

del tempo e dell’inchiostro per questo motivo.

Da allora è iniziata quell’attenzione verso il modo in cui le città si presentano

e comunicano.

Le immagini delle città si costruiscono anche attraverso gli occhi e le parole di

chi incontriamo sulla nostra strada. S’intrecciano e spesso si sovrappongono ad

altre immagini – a quelle che attraversano l’etere, che percorrono cavi telefonici o,

ancora, che si confondono nei luoghi comuni e nelle immagini conosciute e incorporate

nella nostra cultura quotidiana. Altre volte se ne pongono a distanza, tentando

nello stesso tempo di mettervi ordine, ma creando a loro volta nuovi punti

di vista. Devo ringraziare per questo il prof. Giandomenico Amendola, per le sue

‘immagini della città postmoderna’ e per i preziosi consigli che hanno accompagnato

la stesura di questo testo, ma anche per le suggestioni che mi ha trasmesso



su questa città straordinaria che è New York, prima ancora di averne fatto diretta

esperienza.



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