Benedetto Lupi lo subbjaccianu



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Benedetto Lupi
LO SUBBJACCIANU
GRAMMATICA NORMATIVA

S U B I A C O 2 0 1 0



Ai miei figli Ella, Marco e Sergio

che, pur nati in Africa, non disdegnano

nel loro parlare il vernacolo sublacense.

Domi habuit unde disceret

(Terenzio, Adelphoe)



Premessa

L'autore - Il nome e cognome sono trascritti in dialetto, Pittúcciu Jupi1 infatti è la traduzione di Benedetto Lupi. Stesso nome aveva mio nonno, classe 1863, figlio di Luigi e di Maria Mari; egli, contadino, sapeva appena scrivere il suo nome e parlava ancora il dialetto genuino. Mio padre, Rafèle, della famiglia Maschjulínu, operaio cartaio, sapeva leggere, scrivere e fare di conto e parlava un dialetto non ancora italianizzato dai mass media. Io, maestro, ho vissuto la meravigliosa avventura dell’insegnamento nelle scuole italiane e in quelle d’ogni ordine e grado della Somalia, in Africa Orientale.

Le circostanze per trent’anni mi hanno tenuto lontano dal paese e quindi dalla necessità di parlare il vernacolo; questa lunga astinenza ha conservato in me il dialetto di quand’ero ragazzo, quello cioè tra le due guerre mondiali, appreso dal seno e dalla bocca di mia madre Nazzarèna, delle gente Bicícia: è stato perciò la mia vera lingua materna.

È rimasto ibernato per tanti anni ed è resuscitato quando sono involontariamente rimpatriato e, proprio allora, sentendo da parenti, amici, conoscenti e paesani tutti parlare un idioma che non aveva piú il sapore antico del dialetto cui ero stato abituato e che non era neanche lingua italiana, ma un ibrido linguaggio di italiano-televisivo-romanesco-sublacense, ho deciso di rifare il cammino all’indietro, di tornare il piú vicino possibile alle sorgenti, di annotare parole, frasi, flessioni e accenti, con lo scopo di fissare sulla carta in modo organico tutto quanto faceva parte dell’antico idioma, captandolo dai discorsi degli anziani, per le strade di paese o di campagna, nei locali pubblici o nelle case private e ricercando e studiando i rari scritti dialettali.

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1) Benedetto in dialetto è Beníttu che, con passaggi successivi (Beníttu-Biníttu-Bittu-Bittúcciu-Pittúcciu) genera appunto Pittúcciu; invece Lupi è Jupi, plurale di jupu (lupo). Si ha anche però la forma j'upu-j'upi (il lupo-i lupi) e allora bisogna fare attenzione perché quando si scrive jupi s’intende solamente lupi, invece quando si dice jupi si può intendere sia lupi (e in questo caso anche Lupi) sia i lupi (j'upi) con l'articolo.

Il dialetto - Non è il caso di ricordare le polemiche culturali avvenute molti anni fa circa il rapporto lingua-dialetto né resuscitare i pregiudizi sociali secondo cui parlare in lingua significava essere signore, invece parlare in dialetto indicava l'appartenenza al volgo; ma è bene chiarire subito che lingua e dialetto sono entrambi necessari, anche se è la prima a beneficiare maggiormente delle peculiarità del secondo.

Qualcuno dice che il dialetto è piú espressivo della lingua, qualche altro che la lingua è piú espressiva del dialetto, ma si dimentica che la qualità d’espressione dipende dalla conoscenza e dalla padronanza che si hanno o dell'una o dell'altro. Il dialetto perciò non va svilito e la lingua deve essere necessariamente studiata, perché solo la proprietà di linguaggio in entrambi i campi permette di rendere concreta di volta in volta e di dare forma a ogni sfaccettatura di quel fatto spirituale che urge dentro di noi e che dall'anima si vuole esprimere con la parola.

Al riguardo Tullio De Mauro scrive: "Il De Sanctis, l'Ascoli, il D'Ovidio erano decisamente sfavorevoli ad una lotta indiscriminata contro i dialetti, nei quali scorgevano i depositari di un ethos locale da non disperdere, ma anzi da salvare ai fini dell'arricchimento della cultura nazionale; i dialetti, perciò, non andavano messi in ridicolo, ma studiati e confrontati con la lingua, sicché dalla riflessione emergesse netto il senso della diversità di lingua e dialetto, e si diffondesse la lingua senza isterilire quel che di vitale poteva esservi nei dialetti".1
Origine del dialetto sublacense - É assurdo pensare di stabilire la data di nascita di un linguaggio, perché esso non nasce all’improvviso, ma una riflessione al riguardo si può sempre fare. Subiaco si trova nell'Alta Val d’Aniene, territorio che fu dell’antica stirpe italica degli Aequi, soggiogati dai Romani soltanto nel 304 a.C., dopo circa 200 anni dal trattato di pace stipulato fra loro e Tarquinio il Superbo. La lingua latina, lingua

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1) T. De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Bari 1965

dei vincitori, anche se col tempo ebbe il sopravvento, dovette però inevitabilmente assimilare parte della lingua parlata dagli Equi, che per ciò rimase come substrato del nuovo linguaggio che si andava formando.

Da allora ad oggi i mutamenti sono stati enormi: gli Equi, i Romani, S. Benedetto e il monachesimo, i Barbari (per ultimi i Saraceni), la stampa con i caratteri mobili, che ebbe come culla italiana proprio un monastero benedettino (S. Scolastica in Subiaco), gli Abati e i Cardinali Commendatari, lo Stato pontificio e quello italiano, la scuola obbligatoria per tutti, la radio, i giornali e i libri, il cinema e la televisione hanno imposto al dialetto continui ed evidenti cambiamenti proprio in conseguenza delle ragioni storico-sociali anzidette; ma documentare queste trasformazioni del nostro vernacolo è cosa impossibile, perché il dialetto fino ai primi anni del Novecento è stato solamente parlato.

La trasformazione continua ancora ai nostri giorni: il dialetto va morendo nell’uso quotidiano, ma non per questo deve essere dimenticato, anzi, nella consapevolezza di questa lenta scomparsa

dovuta all’urbanesimo, all’alfabetizzazione di massa, alla mobilità geografica e all’elevazione sociale delle persone, è necessario moltiplicare le ricerche per appagare la nostra curiosità intellettuale e gli sforzi per lasciare testimonianze scritte.

Il Consiglio regionale del Lazio il 20.XI.1994 ha approvato la legge per la tutela dei dialetti di Roma e del Lazio, ma qui dopo quindici anni tutto è rimasto come prima.


I testi - L'unico testo sul dialetto sublacense, ma senza alcun brano né di prosa né di poesia, è Il Vernacolo di Subiaco dello svedese Anton Lindström, edito dalla Società Filologica Romana nel l907 a Roma. L’autore, come dice nella premessa, raccolse il materiale nel l899, durante un suo soggiorno di piú mesi a Subiaco e cominciò ad utilizzarlo nel l905 quando vi ritornò per ripassare le annotazioni fatte in precedenza. Presumendo che egli abbia interpellato specialmente persone adulte e tra queste le piú anziane, si può affermare che il dialetto da lui esaminato risale almeno agli anni della metà dell'800.

Il Lindström inizia il suo saggio1 con queste parole: “Il luogo, dove il vernacolo sublacense tuttora2 si mantiene abbastanza puro, e anche un po' sapido della prisca rozzezza, è quello della Valle, nella parte superiore della città, tra il castello sporgente e le falde della montagna; ed è fra la popolazione di questa contrada, composta in maggioranza di agricoltori, che portai di preferenza la mia indagine”.

Nel periodo in cui fu a Subiaco la prima volta, i miei nonni paterni avevano entrambi 36 anni; mio padre era appena nato. Devo credere che nonno Pittúcciu e nonna Angelétta, morta centenaria nel l963, agricoltori e saggi, non parlassero un dialetto dissimile da quello parlato dai contadini de la Valle (anche se avevano casa a gliu Còlle e campagna a gliu Casàle, alle pendici del monte Francollànu) e penso me lo abbiano trasmesso direttamente e indirettamente, senza gli inquinamenti avvenuti in modo particolare dalla fine della 2ª guerra mondiale in poi.
Ho rinvenuto soltanto un esempio di prosa in dialetto sublacense in La novella I,9 del "Decameron" nei parlari della valle dell'Aniene - Edizione l930 - (la 1ª edizione dovrebbe essere del 1902) anch’essa della Società Filologica Romana. Questa pubblicazione mi ha spinto a cimentarmi, per la prima volta, in una traduzione dall’italiano al dialetto sublacense, scegliendo un’altra novella boccaccesca: Chichibío.

Invece la lettura del testo Dal dialetto alla lingua... con 18 versioni in dialetto di un brano dei Promessi Sposi di Ciro Trabalza - Ed. Ditta G.B. Paravia e C. - Torino 1917, è stata l'occasione della traduzione dello stesso brano (Il miracolo delle noci) nel vernacolo sublacense.


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1) A. Lindström, Il Vernacolo di Subiaco, Roma 1907.

2) Il Lindström fu a Subiaco nel 1899 e nel 1905.
Gli altri libri consultati, molto piú recenti, sono Musa nostrana dai Canti Simbruini di Romolo Lozzi, Roma 1965, Na rattattuglia ’e vérsi di Achille Pannunzi, Subiaco 1984; Piccolo vocabolario sublacense, basato sul Lindström, di Pina Zaccaria Antonucci, Subiaco 1985.

Per l’etimologia delle parole mi sono riferito al Dizionario etimologico di Giovanni Devoto, 2a edizione, 1968; invece per la fonetica ho preso in esame la Fonologia del dialetto della Cervara in provincia di Roma di Clemente Merlo, edizione 1922, della Società Filologica Romana, che ha moltissime affinità con la fonologia del dialetto sublacense.


Riallacciandomi alla questione dell'opportunità di un discorso sul dialetto oggi, e volendo trarre delle conclusioni, ecco i punti finali che si possono fissare: 1) il dialetto fa parte della nostra identità culturale; 2) lingua e dialetto interagiscono tra loro; 3) in questa interazione la lingua però si rafforza a discapito del dialetto; 4) il dialetto è una forma di cultura e va difeso per questo e non per il velleitarismo di tenerlo per forza in vita in contrapposizione alla lingua nazionale; 5) siccome esso è per molti ancora la vera lingua materna, bisogna prenderlo a base dell’apprendimento della lingua per allenare ed abituare subito la mente al bilinguismo (dialetto-lingua), nell’attesa che la scuola attui in seguito quello lingua italiana - lingua straniera.

Infine, a proposito dei dialetti della nostra Val d’Aniene, mi piace terminare, riportando questo lusinghiero apprezzamento di Clemente Merlo: “... mi era bastato di scorrere le versioni della novella boccaccesca nei parlari dell'Aniene, di proprietà della Filologica, e di sfogliare il saggio del Lindsström sul vernacolo di Subiaco... per accorgermi che il vocalismo di quei dialetti obbediva a leggi di una bellezza e delicatezza meravigliose.1

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1) C. Merlo, Fonologia del dialetto della Cervara in provincia di Roma, Roma 1922



Struttura dell'opera - L'opera è composta di tre parti:
SUBLACUS-SUBBJÀCU-SUBIACO 1 - Grammatica nor-mativa suddivisa in Appunti di fonetica, Note morfologico-sintat-tiche, Varie (polisemia, omografi, omofoni), Cenni di metrica;

SUBLACUS-SUBBJÀCU-SUBIACO 2 comprendente Rime e Prose in dialetto sublacense con la traduzione in italiano ed una Appendice di nomi, soprannomi, toponimi e vocabolarietto; SUBLACUS-SUBBJÀCU-SUBIACO 3 - Lessico con le parole ordinate secondo le vocali tonica e finale della parola, per la fondamentale importanza che ha l’accentazione nel dialetto sublacense, specialmente delle vocali ò-ó, è-é.

Lo scopo di questa Grammatica è quello di fare cosa gradita ai compaesani che, pur parlando in qualche modo il dialetto, si trovano poi in enormi difficoltà se lo devono leggere o, peggio ancora, se lo devono scrivere.

La frase di Terenzio, a pagina 2, “domi habuit unde disceret” (ha avuto in casa chi gli insegnasse) vuol indicare la genuinità del dialetto appreso tra le mura domestiche.

L’Autore


P A R T E P R I M A

APPUNTI DI FONETICA

Addó scàreca j’àsinu / ci aremane ju turturu

CAPITOLO PRIMO: GENERALITÀ
1ª.1º.1 Osservazioni generali d’ortofonia e ortografia
a) L'accento sulla e e sulla o serve per indicare il suono aperto o grave (`) e quello chiuso o acuto (´): fèle (fiele), fèlla (ferita), èllo (ecco là); bòna (buòna), còre (cuore), bòcco (baiocco), mònaciu (monaco); cércia (quercia, ghianda), amméce (invece), écchi (qui), éo (io); móra (sasso, masso), frónne (fronda), córbo (colpo)...

Esso è importante nella formazione sia del femminile sia del plurale: béglio-bèlla (bèllo-bèlla), zóppo-zòppa (zòppo-zòppa), bóno-bòna (buòno-buòna); pònte-pónti (pónte-pónti), bòe-bói (bue-buòi), èrme-érmi (vérme-vèrmi), méa-mèie (mia-mie), pèie-péi (piéde-piédi), jènte-jénti (dènte-dènti)...

Anche le parole mono-plurisillabiche tronche hanno l’accento tonico segnato, sebbene in moltissimi casi ci vorrebbe l’apostrofo, per indicare l’avvenuto troncamento (apocope), ma si è optato per l’accentazione, per evitare troppi segni diacritici, specialmente con le finali e ed o che avrebbero avuto altrimenti l’accento e l'apostrofo (è', é', ò', ó'): Es. à (dare), fà (fare), viní (venire), veté (vedere), pà (pane), tè (tè, tiene, tieni!), té (tieni), vè (viene), vé (vieni), dí (dire), í (andare), ò (vuole), ó (vuoi), pò (può), pó (puoi), Rò (voc. di Rocco, Rosa, Romolo, ecc.), Ntò (Antonio, voc.), nzoddó (non so dove), fergió (dentone), furió (piena), vastó (bastone), dottó (dottore!), signó (signore!), pirú - perú (per uno, ciascuno) ...
b) La lettera r è sempre scempia, cioè non raddoppia mai: ro (fèrro), ar(arrivare), re (corre, correre), buru (burro), ra (terra), carittu (carretto), anche se, per enfasi, talvolta si raddoppia: amórre! buciàrrdu!...

La v è quasi sempre scempia: avísu (avviso), avantaggiàrese (avvantagiarsi), davéro (davvero), proveté (provvedere); ma a volte raddoppia, cambiando addirittura le due v in due b: abbotà (avvoltare, avvolgere), abbambà (avvampare), abbàlle a(v)valle).



c) La lettera j, in determinati casi, sostituisce la l (elle); come primo esempio prendiamo l’articolo ju e vediamone la provenienza: illum illu lu ju . Da ciò sembra errata la grafia iu ed anche quella con l'accento, perché superfluo. Come si vedrà, ju quando raddoppia diventa gliu ed anche la grafia glju pare errata, poiché il suono è quello mouillet di gli e non gl(u); quindi va bene gliu con un suono vagamente gutturale sonoro. Il digramma gli (che da solo, in certi casi, è anche articolo maschile plurale) della parola maglia e dei suoi derivati ed alterati si trasfoma, forse unico caso, in ghi: magghia, anzi magghja con ghj analogo al particolare suono dialettale di chj.

Nell’elisione allora si ha j’ (e non j-), gli’ (e non gli- o glj' ): ju úrdimu = j’úrdimu (l'ultimo), co gliu úrdimu = co gli’úrdimu.

La j si trova anche in corso di parola: àsuja (asola), càuju (cavolo), ju (filo),ju (pelo), ju (solo), Subbjàcu (Subiaco), ecc...; spesso la j cade e si ha: fíu, píu , ecc...

All’infuori della j, non sono state usate altre lettere (k, w, x, y), per non complicare di piú lo studio del nostro dialetto. Si è seguito l’uso dell’ortografia del sistema alfabetico italiano.



d) La b e la g dolce raddoppiano sempre, però all’inizio di parola si scrivono scempie: arobbà (rubare), bbeta (debiti), Subbjàcu (Subiaco); baggèlla (pagella), cuggínu (cugino), riggína (regina); (b)búcia (buca), (g)giumèllo (gemello), ecc...
e) La g gutturale e la d intervocaliche si cambiano rispettivamente in c gutturale e t: lacu (lago), macu (mago), caru (sigaro); àspitu (aspide), petalínu (pedalino), spata (spada), ecc...; ju còbbo (il gobbo), ha ta fà (hai, ha da fare, devi, deve fare; nel testo però si troverà scritto sia da che ta ).

Questo cambiamento avviene anche quando sono seguite dalla lettera r: acru (agro), crema (lagrima), latru (ladro), patrone (padrone), ecc...


Dopo n la g gutturale può diventare c gutturale, mantenendo però nella pronuncia, anche se lievemente, il suono originale e si può scrivere o l’una o l’altra forma: fanca-fanga (fango), funcu-fungu (fungo), léncua-léngua (lingua)...

Il contrario, cioè c gutturale che diventa g gutturale, non è molto frequente; si preferisce scrivere sempre c, ma, nel parlare, con la tendenza alla sonorizzazione: juncàta (giuncata), jénco (giovenco), ncútina (incudine), ecc...



La c palatale dopo n si cambia in g palatale: angínu (uncino), vàngia (guancia), vénge (vince, vincere), accóngia (acconcia), làngia (lancia), ecc...
f) Anche le sorde s, t, f dopo la nasale n, e p dopo la nasale m, tendono a sonorizzarsi, cioè a trasformarsi rispettivamente in z, d, v, e b, ma piú che altro nella pronuncia e non nella grafia; solo la s accetta spesso questa trasformazione grafica: génzo (incenso), nzunu (insieme), nzinu (in seno), ecc...
g) Le forme qua, que, qui, quo possono essere sostituite da cua, cue, cui, cuo, poiché la vocale u tende allo iato ed anche perché, sulla base di un criterio rigorosamente fonetico, qu e cu seguite da vocale hanno lo stesso suono: àccüa=acqua, léncüa=lingua, cüattro=quattro, cincüe=cinque, ecc...
h) La z iniziale di parola è sempre sonora, ma sarà scritta semplicemente z e ha suono sempre doppio; invece nel corso della parola, quando sarà necesario, verrà indicata con z: zàcana (nastro), zippu (stecco), zuzzu (sozzo), ziu (vizio), jenzana (genziana)...
i) Le parole in zione hanno la i che tende allo iato; inoltre la z può essere sorda o sonora, sebbene nella boccca dei piú anziani sia quasi sempre sonora: duizïone-duizïone (devozione), laurazïone-laurazïone (lavorazione, impresa), ocazïone-ocazïone (vocazione), ecc...
l) Le vocali e ed o si segnano con l'accento, grave o acuto, quando in italiano hanno accento diverso: béglio-bèllo, bótto-bòtto, pétto-pètto, cóglio-còllo, canéstra-canèstra, cóppia-còppia, réto-diètro, cénto-cènto, génzu-incènso, ecc...
1ª.1º.2 Tutte le lettere dell'alfabeto

a

- È la desinenza:

- del singolare della maggior parte dei nomi, aggettivi e pronomi femminili: àccia, ara, arda, capòccia, lanca, chésta, chélla,a, róscia, ,...

- del plurale di certi nomi che al singolare sono maschili o femminili: cocorózza, para, prata, vaca, cerasa, fícora, prunca, sòroa...


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