Bergson (1859-1941)



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Tempo, durata e memoria


Bergson distingue tra il tempo della scienza e il tempo della vita (o tempo della coscienza).

Il tempo della scienza è costituito da un susseguirsi di istanti omogenei, ossia tutti inevitabilmente uguali. Fra gli istanti non c’è differenza qualitativa, come non sono differenti qualitativamente i punti di una retta. Gli istanti si differenziano solo quantitativamente, ovvero per il loro collocarsi prima o dopo nella linea del tempo, così come i punti si differenziano per il loro stare prima o dopo all’interno della retta.

Un’immagine del tempo così inteso, è offerta dall’orologio, il quale fornisce sempre e soltanto la rappresentazione dell’istante: le lancette (o i numeri digitali) ci dicono in che istante ci troviamo, ma non conservano traccia del passato né alcuna anticipazione del futuro. Un’altra immagine che ci permette di cogliere la natura del tempo della scienza è la collana di perle, tutte uguali e distinte tra loro.

Naturalmente, questa concezione del tempo ha una grande utilità pratica: è grazie alla misurabilità del tempo scientifico che possiamo organizzare la nostra vita sociale (rispettare un appuntamento, prendere un treno, ecc.). Tuttavia, commetteremmo un errore se pensassimo che questo sia l’unico concetto di tempo possibile.

Sulla scia di sant’Agostino, che aveva definito il tempo come una “distensione” dell’anima, Bergson individua, oltre al tempo della scienza, il tempo della vita o tempo della coscienza. Questo non è fatto di singoli istanti tra loro separati, ma è concepito come flusso continuo, incessante movimento degli stati di coscienza (la nostra coscienza non è mai statica) in cui i momenti si fondono, compenetrano e assommano fra di loro. Il tempo della coscienza è dato dal confluire del passato nel presente, grazia alla memoria, e di questo nel futuro, attraverso l’anticipazione (cioè la progettualità).

Mentre il tempo della fisica è reversibile (l’esperimento può essere ripetuto infinte volte), il tempo della vita è fatto di momenti irripetibili (ogni ricerca del tempo perduto è destinata al fallimento).

Il tempo della scienza è dunque un tempo “spazializzato” (un “concetto bastardo”: si concepisce il tempo come se si trattasse di uno spazio, qualcosa che abbia un’estensione) e quindi astratto e esterno. Il tempo della vita-coscienza è invece qualcosa di concreto e interiore e si identifica con la durata.

Il tempo dello spirito è un tempo interiore:



  • è il tempo della durata, il tempo che dura, il passato dura nel presente e durerà nel futuro;

  • è il tempo della vita, cioè delle cose che hanno significato per ciascun individuo singolarmente: l’orario dei treni è importante per l’organizzazione della mia vita, ma non ha il medesimo valore del ricordo di un gesto affettuoso, che per quanto lontano nel tempo possa essere continua ad essere presente alla mia coscienza;

  • è un tempo qualitativo, perché ha senso non in quanto misurabile, ma in ragione della qualità del ricordo che suscita in noi;

  • è un flusso continuo, non soggetto a essere segmentato in parti.

“È, se si vuole, lo svolgersi di un rotolo, perché non c’è essere vivente che non si senta arrivare, a poco a poco, al termine della parte che deve recitare; e vivere consiste nell’invecchiare. Ma è anche, altrettanto, un arrotolarsi continuo, come quello d’un filo su un gomitolo, poiché il nostro passato ci segue, e s’ingrossa senza sosta del presente che raccoglie sul suo cammino: coscienza significa memoria.”

A ben vedere, senza la coscienza non ci sarebbe nessun tempo, nemmeno quello quantitativo della scienza. Siamo noi infatti a contare delle simultaneità, ponendole una dopo l’altra. Ed è la coscienza a collegare questi elementi discreti facendo sorgere il concetto di tempo.

La coscienza dunque si identifica con la memoria. In Materia e memoria, Bergson distingue tre aspetti della memoria:


  • la memoria pura (o ricordo puro)

  • il ricordo-immagine

  • la percezione

La memoria pura è la coscienza stessa, che è pura durata, ossia conservazione integrale dell’esperienza vissuta. Essa costituisce il deposito di tutti i ricordi passati, in quanto registra automaticamente ciò che viviamo nella sua forma originale e globale, pur non avendone consapevolezza. La memoria pura, rappresenta il nostro passato tutto intero che ci accompagna in ogni momento, anche se non ce ne rendiamo conto. Noi non siamo solo attualità, ma anche storia vissuta.

Il ricordo-immagine è invece l’atto con cui il nostro passato si concretizza, facendosi in parte (per frammenti) presente qui e ora. Esso costituisce una piccola porzione della memoria complessiva, una sua materializzazione. La coscienza pur essendo memoria non è sempre ricordo, non è sempre attualizzata; essa è una dimensione più ampia rispetto alla sfera della consapevolezza.

Essendo un fatto fisiologico (dipendente dal cervello) il materializzarsi del ricordo puro nel ricordo-immagine è suscettibile di alterazioni e disturbi. Le malattie che alterano la funzione del ricordo possono colpire solo il ricordo-immagine, la memoria di superficie, non la memoria pura. Ciò che si perde in tali disfunzioni non è il contenuto della coscienza, ma la capacità del cervello di attualizzare il ricordo o di fare da “filtro”. A dimostrazione di ciò sta il fatto che, se la malattia scompare, cioè se il cervello ricomincia a funzionare in modo corretto, il malato ritrova la “memoria”, ovvero il suo passato, conservatosi integro nella continuità della coscienza. Il nostro passato non si perde mai: è virtualmente disponibile sempre, anche se in modo inconscio (echi freudiani). La memoria è più oblio che ricordo.

La percezione è la facoltà che ci lega al mondo esterno e ha la funzione di selezionare i dati che sono più utili ai fini della nostra vita concreta (ha la funzione di limitare in vista dell’azione la vita dello spirito). Memoria e percezione corrispondono a spirito e corpo: il primo comprende la totalità della vita vissuta, il secondo si concentra sul presente e sulle necessità pratiche, portando alla luce solo una parte di quella totalità. Per questo una percezione isolata – un suono, un odore, un’immagine – può essere occasione del riaffiorare del ricordo, cioè dell’emergere di quella memoria profonda che è sommersa, ma che costituisce lo sfondo della nostra vita.





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