Bergson (1859-1941)


Conoscenza, intelligenza, intuizione



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Conoscenza, intelligenza, intuizione


La conoscenza umana può essere di due tipi.

1) Possiamo conoscere un oggetto dall’esterno, descrivendone i singoli caratteri e utilizzando simboli (concetti e parole) per rappresentarli, così come possiamo conoscere una città dalla somma di molte fotografie. In altre parole, si tratta di compiere un’analisi dell’oggetto per ricomporre poi sinteticamente i diversi aspetti studiati. Per fare questa operazione ci serviamo dell’intelligenza, che isola gli aspetti della realtà considerata, offrendo un’immagine razionale, ma necessariamente parziale e astratta. È una forma di conoscenza rivolta all’azione, funzionale all’adattamento dell’uomo all’ambiente.

2) Una seconda modalità conoscitiva è invece quella che si basa sull’intuizione, la quale conosce l’oggetto nella sua interiorità, compiendo un atto di “identificazione simpatetica”: l’oggetto non è scomposto o analizzato, ma viene colto immediatamente, dall’interno, nella sua totalità. Nell’esempio della città, essa non viene conosciuta attraverso la ricostruzione fotografica, ma con un’esperienza diretta che permette di coglierne l’atmosfera.

L’atteggiamento conoscitivo che si avvale dell’intuizione è proprio della metafisica. Se questa disciplina è stata criticata (dagli empiristi e razionalisti) è perché si è tentato di penetrare l’oggetto metafisico con lo strumento dell’intelligenza. Ma ciò non significa che non sia possibile conoscere la realtà tramite l’intuizione. Con ciò Bergson non vuole intendere che la conoscenza scientifica non abbia valore, l’importante però è non avere la pretesa di estendere le categorie della scienza al di là del loro ambito legittimo: la scienza consente il progresso tecnico, la produzione e l’elaborazione di strumenti sempre più sofisticati per agire sulla realtà, ma non può offrirne la piena “conoscenza” né penetrarne l’essenza.

I concetti e le parole (gli strumenti della scienza), infatti, comportano necessariamente la divisione, la scomposizione e quindi la “distorsionedella realtà, la quale per essere compresa nella sua essenza, non può essere concettualizzata, né espressa in termini linguistici (la simpatia per cui ci si trasporta all’interno di un oggetto… è inesprimibile). Paradossalmente lo stesso filosofo si trova in difficoltà a comunicare e a trasmettere la visione del mondo che ha colto mediante l’intuizione. Egli non può far altro che divenire indicatore di percorsi, avvalendosi perlopiù di immagini e di metafore. Da qui l’interesse di Bergson per l’arte, considerata un vero e proprio modello conoscitivo (critica: spesso il filosofo quando arriva ad individuare i limiti della conoscenza concettuale e comprensiva e del linguaggio, va a cercare la soluzione in altri campi, come nell’arte – vedi Schopenhauer e Nietzsche - o nella religione – vedi Kierkegaard, come se investendo su questi campi una capacità conoscitiva e quindi solutiva, penetrativa, una capacità di accedere, che invece alla filosofia è preclusa).




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