Bernardo albanrse



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Raimondo Santoro

UN RICORDO DI BERNARDO ALBANESE*

Ho molto esitato prima di risolvermi a parlare di Bernardo Albanese. Me l'imponeva l'officium pietatis che vincola chi è vissuto nella sua scuola: per me una lunga esperienza, durata quasi cinquanta anni, costantemente vissuta nel desiderio di trarre frutto dal suo insegnamento e dal suo esempio. Me ne tratteneva, oltre al rischio comune ad ogni testimonianza, di finire con il parlare di me stesso, un tratto singolare della personalità del maestro, il particolare riserbo che caratterizzava la sua vita.

Io intendo rispettarlo e, perciò, se dirò di lui, è solo per un breve ricordo, in cui cercherò di tracciarne un profilo valendomi della sua stessa testimonianza, che risulta da quelle pagine nelle quali egli ha lasciato scorgere qualcosa di sé. In questi limiti credo di potere, ma al tempo stesso di dovere rievocare la figura di Bernardo Albanese.

Sono poche queste pagine, rispetto alla sua opera vastissima, profonda, modello di ricerca testuale, che richiederebbe ben altro discorso, e, non a caso, destinate ad ambienti diversi da quello dei cultori della nostra scienza. Le più significative, anzi, appartengono ad una raccolta di componimenti poetici, inaspettatamente pubblicata nel 1997, all'indomani della cessazione del suo insegnamento universitario.

Questa data non è che un indizio del significato esistenziale che egli dovette connettere ad una decisione per lui così inconsueta. E' probabile che la prima grave crisi della sua salute l'avesse indotto a pensare come prossima la conclusione della vita, fortunatamente sopraggiunta solo dopo qualche anno.

Di questo significato esistenziale sono per me segno certo le parole della dedica scritta nella copia che mi donò (e probabilmente ripetuta altrove). A differenza dalle tante volte in cui, nelle dediche di altre pubblicazioni, leggevo le parole 'ricordo affettuoso', non sempre accompagnate dalla sua consueta breve firma, che sicuramente non volevano andare oltre l'occasione del dono, qui leggo: 'In ricordo, questo libretto, fuori tema' e la sua firma per esteso.

Questa volta si trattava evidentemente di un ricordo complessivo di sé, offerto con modestia -'un libretto'- e con pudore -'fuori tema'- fuori, cioè, dal consueto campo scientifico.

A conferma di questa interpretazione stanno le date segnate a piè dei componimenti poetici, per il fatto che non si susseguono, come di consueto, seguendo il corso del tempo, ma, nelle tre parti della raccolta (intitolate, nell'ordine, Altro campo; Altre vie; Preistoria) vanno, stranamente, in senso inverso, dalle più recenti alle più antiche. Che questa scelta corrisponda ad un disegno preciso è ribadito dal fatto che l’ultima parte della raccolta è intitolata 'Preistoria'. In effetti, quel che la raccolta nel suo complesso sembra significare è un itinerario, ma non un itinerario poetico, sì bene un itinerario di vita e, tuttavia, un singolare itinerario di vita, poiché, a differenza della storia, si volge verso la preistoria.

Quale sia la conclusione di questa storia, che è un po’ misteriosamente rivelata, dice l’ultima poesia, che è, perciò, la prima per anno di composizione, il 1942, significativamente intitolata ‘Per tutto

Tu hai tratto l’aratro del dolore / entro la terra scura / della mia anima, Signore,

e quel vomere acuto / ha segnato una piaga che non sana.

Poi forse sei tornato, in un crepuscolo / cieco o una notte, se la mia terra ferita /

ad un risveglio si coperse di fiori. / Sii benedetto per la nostra vita /

che governi, Signore, / benedetto per tutto, / per l’ultimo dolore dell’aratura /

e per la grazia della fioritura / che è promessa di frutto.
Con essa costituisce un tutt'uno 'La verde attesa, ' scritta nello stesso torno di tempo (il 1944).




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