Bestie fantastiche



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01.06.2018
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Bestie fantastiche
I draghi delle Alpi
Michela Zucca


Il dragone di Cymr, dalla tana di Roman, dispiegava con calma le ali sopra le cupole d’oro di Carduel1.
Allora apparve un altro segno nel cielo: di colpo si mostrò un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Poi il drago si drizzò davanti alla donna che stava per partorire, al fine di divorare il bambino che avrebbe messo al mondo2.
Due immagini contrastanti, due universi culturali opposti per descrivere la stessa bestia: dino­sauro misterioso, mitico pachiderma che si sveglia eseguendo esercizi di streching sulle enormi ali di pipistrello, racchiude sotto l'occhio vigile una città favolosa, e mostro immondo divoratore di infanti, causa di immani catastrofi di fuoco, nemico per antonomasia del genere umano: il drago, essere divino o demoniaco, esiste nelle più antiche testimonianze di quasi ogni popolo della Terra.

Pare che il primo ufficialmente entrato a far parte degli annali della storia dell'arte si trovi scolpito sui bassorilievi della città di Babilonia (ora al Louvre), ma ritrovamenti archeologici di sauri incisi, scolpiti, dipinti, graffiti retrocedono le testimonianze a più di 10.000 anni fa: alcuni disegni rupestri fra i più antichi ritraggono quegli enormi rettili che l’uomo non poté mai vedere3. D’altra parte, fra il gran numero di “mostri” tramandati dalle letterature, il drago occupa un posto di indubbia preminenza. Il suo archetipo fondamentale si ritrova, sotto forme praticamente identiche, presso quasi ogni popolo del pianeta: e questa sorprendente ricorrenza, nel tempo e nello spazio, in genti e luoghi senza contatti, di un mito del tutto simile, è davvero straordinaria. L’arco alpino, poi, e il Trentino4 in particolare, sembra pullulare di lucertoloni velenosi, che sputano fuoco e si nutrono di ragazzini e di vergini, bruciano i raccolti dei poveri contadini e sorvegliano tesori nascosti nelle viscere della Terra. Ma non solo: malgrado le maledizioni del clero cattolico, che ha cercato in ogni modo di imparentare il drago col demonio, e di raffigurarlo agonizzante trafitto da lance e spade da un’innumerevole quantità di santi, fra cui i principali sono Giorgio, Margherita, Marta e addirittura Michele Arcangelo5, possiamo ancora vedere il simpatico rettile vomitare acqua dai doccioni degli edifici storici (cattedrali comprese), dalle grondaie delle case, dalle fontane, ornare attrezzi e macchine da lavoro, costituire il soggetto di sculture e oggetti d’uso. Tanta perseveranza me­ri­ta di essere approfondita e, se possibile, spiegata, almeno in parte, per quanto riusciamo ancora ad interpretare: il simbolo nasconde, dietro la mediazione dell’arte, un universo culturale ricchissimo e complesso, dai significati molteplici, degradato a “folklore” dalla civiltà raziona­lista e “scientifica”.

Purtroppo, da tempo i draghi non frequentano più i nostri paesaggi familiari. Hanno abbandonato le nostre foreste e i nostri laghi, ma sono ancora, senza che noi lo sospettiamo minimamente, annidati nelle profondità del nostro inconscio, nello spazio infinito dei nostri terrori rimossi (ma non per questo eliminati).


Il simbolo e l’archetipo:

il Serpente Draco
Il drago dei naturalisti contemporanei, Draco Fimbriatus, non è che un piccolo sauro la cui taglia non supera i 35 cm di lunghezza. Vive sulle coste asiatiche e sulle isole della Malesia, a Su­ma­tra, Giava, Borneo, Celebes. Membrane fluttuanti, attaccate ai fianchi, gli servono da paracadute quando, dall’alto degli alberi o delle rocce, si getta nel vuoto; purtroppo non avendo ali, non può volare. Ma non è questo innocuo animaletto che divenne uno dei simboli più diffusi dell’umanità.

Il drago è parte integrante di quello che dai moderni linguisti viene definito “linguaggio poetico-simbolico”: considerato, nella nostra epoca, prerogativa dei popoli primitivi o “di interesse etnico” (come le varie tribù alpine): cioè di quelle civiltà che hanno tramandato la propria cultura prevalentemente in forma orale, corale e collettiva, che non hanno dato origine a scoperte ecla­tanti in campo scientifico e tecnologico, chiaramente individuabili perché legate al nome di un “genio”, che non si sono distinte per la produzione di opere letterarie “universalmente diffuse e riconosciute” almeno dopo il Medio Evo. Naturalmente, questo modo di pensare è reputato inferiore rispetto a quello che si è sviluppato nei ceti sociali metropolitani più elevati dopo la rivoluzione scientifica del ‘600: in alcuni casi, poi, le segnalazioni di avvi­stamenti o contatti con esseri fantastici, fra cui i draghi, sono ritenute chiari sintomi di ignoranza abietta, allucinazione, follia e malattia mentale. In realtà, ancora oggi (anche se non ce ne rendiamo conto), l’espressione tramite simboli è la più raffinata e complessa: attraverso un semplice segno grafico, astratto, perché non collegato in alcun modo con la realtà dei fatti, si esprimono una pluralità di significati immediati: tradurli in frasi risulterebbe inutilmente difficile e lungo.

Dal punto di vista culturale, il simbolo è, per una determinata epoca, la migliore e la più adatta espressione possibile per designare ciò che è ancora sconosciuto, la cui esistenza è comunque riconosciuta necessaria: per questo motivo, deve provenire da ciò che di più differenziato e complicato esiste nell’atmosfera spirituale del suo tempo. Dato però che un simbolo vivo deve racchiudere in sé ciò che di affine esiste in un gruppo umano di notevoli dimensioni per poter esercitare la propria influenza, esso deve abbracciare ciò che può essere condiviso da tutti i componenti della comunità. E questo “qualcosa” non può, in nessun modo, essere ciò che vi è di più differenziato e di più difficilmente accessibile, che solo pochissimi raggiungono e comprendono. Deve, al contrario, essere un’entità di natura ancora talmente primitiva che la sua esistenza sia al di là di ogni dubbio. Solo se il simbolo comprende questo qualcosa e se lo esprime nel modo più elevato, la sua azione si estende a tutti.

Può essere la raffigurazione di un’immagine primordiale (ciò che lo psicanalista Carl Gustav Jung chiama archetipo) a cui, di solito, non è collegato alcun valore di realtà, ma che, in determinate circostanze, può avere un’enorme valenza psicologica per gli esseri umani, in quanto rappresenta un’esistenzà “interiore” che può prendere il sopravvento su quella “esteriore”. In questi casi, l’individuo non è orientato verso un adattamento alla situazione, ma verso il soddi­sfa­cimento delle proprie esigenze interiori. Un archetipo è sempre collettivo, comune ad un popolo e ad un’epoca. È un’espressione concentrata della condizione psichica totale, e non soltanto o prevalentemente di contenuti inconsci qualsiasi: solo di quelli stimolati dalla coscienza ad emergere, attraverso l’attività subliminale, perché adatti al caso, alla situazione e all’ambiente. È un organismo dotato di vita propria, di potenza gene­ratrice, in quanto l’immagine primordiale è un’organizzazione ereditata dall’energia psi­chi­ca, un sistema solido che non è solo espressione, ma anche e soprattutto possibilità di decorso del processo energetico psichico: l’elaborazione di modelli archetipici, probabilmente, è all’origine di ogni creazione artistica. L’immagine primordiale libera l’energia psichica accumulata e inutilizzabile, restituendo lo spirito alla natura e tramutando il mero istinto naturale in forme spirituali. Di conseguenza, gli archetipi sono espressione, nello stesso tempo, della realtà latente dell’inconscio e di quella, momentanea, della coscienza6. L’interpretazione del loro significato (che può essere molteplice ed avere aspetti discordanti e persino in aperto conflitto, sul piano razionale) deve comprendere il mutuo rapporto fra la coscienza e l’incoscienza, il sogno e la veglia, la trance e la dissertazione razionale.

Per tutte queste ragioni, non è molto interessante stabilire ciò che l’accademia chiama “verità storica”, perché il mito è sempre vero: nel senso che se un’immagine, una proiezione, una sensazione, un ricordo, un qualche cosa che nemmeno si riesce a definire, è diventato talmente importante, per gli uomini del suo tempo, da trasformarsi in archetipo, ciò significa che era sicuramente vero, visibile, tangibile, misurabile. Su un livello diverso della realtà materiale, forse; ma in questo caso, si ha la dimostrazione evidente che è l’immaginazione a creare l’ambiente, e non viceversa.

I draghi sono una delle prove più stupefacenti delle capacità della mente umana: sia che si tratti del ricordo di effettivi avvistamenti di sauri che sono riusciti a conservarsi nascosti fra le acque di laghi isolati, o del prodotto di fantasie estremamente raffinate che hanno creato l’immagine del rettile alato per ammantarla di significati complessi, affascinano ancora oggi.

Il drago in quanto simbolo si identifica, in realtà, con il serpente7, forse la prima fra le immagini primordiali. Infatti, i draghi più antichi sono sprovvisti di ali e di zampe; acquisteranno il primo paio di gambe nel Medio Evo, il secondo nel Rinascimento. La differenza fra serpente e drago è molto sfumata nel mondo arcaico, almeno nelle opere a carattere zoologico, mentre il concetto di drago affonda le sue radici in mitolo­gemi di antichissima data e di vasta portata (Apollo contro Pytone, Cadmo contro il drago della fontana di Dirce, Ercole contro l’Idra). In Plinio serpente e drago sono spesso sinonimi, e probabilmente allora si doveva intendere per drago un serpente di enormi dimensioni. Sarà il Medio Evo a dare corpo a quell’essere terribilmente bello che tutti conosciamo, dalla lingua biforcuta, a due zampe, alato, che vomita fuoco e dotato di una coda pericolosissima. Di sicuro hanno contribuito a creare questo ritratto fattori diversi: un fondo primordiale (il serpe ingigantito), le saghe germaniche e nordiche, in cui il personaggio era già noto in forme simili a quelle attuali, reintrodotte nella cultura europea al tempo delle invasioni barbariche, e innestate su un substrato di cultura celtica affine di gran lunga preesistente negli strati popolari e alpini, e l’interpretazione in chiave simbolica o mistica di queste fantastiche creature. Con la scusa della rappresentazione dello spirito del male, poi, l’artista, libero, una volta tanto, dai vincoli delle deformità anatomiche cui i soggetti lo forzavano, e ai quali doveva sottostare per volontà del committente, poteva esprimersi senza costrizioni: esplode la libertà grafica, si svelano orride bellezze, che sgorgano dal più profondo dell’inconscio. Questa erpeto­logia esasperata è la sublimazione del mostruoso in quanto entità concettuale, non certamente biologica, alla quale si dà corpo e immagine8.

Jung ritiene che il mostro incarni la psiche inferiore, lo psichismo oscuro, ciò che è raro, incomprensibile, misterioso. Il rettile è una ierofa­nia del sacro naturale, per nulla spirituale ma materiale: come racconta una bellissima leggenda ladina, che parla delle origini di Cortina, di un lago abitato da un drago che


...dentro aveva un’anima di terra...9
Il serpente visibile appare come la breve incarnazione del Grande Serpente Invisibile, o meglio del Drago, causale e atemporale, signore del principio vitale e di tutte le forze della natura, origine dell’immaginazione. In numerose credenze popolari “primitive” il drago (o mostro simile) custodiva la natura contro la voracità degli uomini: era il guardiano degli animali selvatici e delle piante. E potevano uccidere gli animali e raccogliere i vegetali solo quei cacciatori che avessero adempiuto ai riti ed acquisita una completa purezza di cuore10. È il Vecchio Dio primevo, che ritroviamo all’inizio di ogni cosmo­gonia, prima che venga detronizzato dalle religioni spirituali: è colui che anima e conserva la vita. In Trentino,
La prima creatura accanto al Creatore fu uno della stirpe dei serpenti. ... Il Creatore li aveva premiati della loro collaborazione. Aveva unito il loro sacerdote con la Regina della Notte e ne era nata una razza di esseri divini con capacità di pensiero e di conoscenza. Mentre stava cercando la creatura alla quale poi venne dato il nome di “uomo”, il Creatore fu preso da un grande sonno e si addormentò. Così che l’uomo fu terminato dalla stirpe dei serpenti e così pure gli animali. ... La stirpe dei serpenti non aveva sonno e girava per le terre ordinate a vedere se tutto andava bene. Badava a che gli animali avessero da mangiare, che i venti soffiassero e le piogge cadessero e così via. Ma questo si faceva in fretta, perché regnavano la legge e l’ordine. ... Poi anche i serpenti si stufarono di agire e si addormentarono. Tutte le creature si incrociavano selvaggiamente fra loro. ... Il Creatore finalmente si svegliò. Cacciò i serpenti ... Ma alcuni rimasero di quelle razze fantastiche. Il Creatore per lenire le loro sofferenze ne fece dei semidei e li raffigurò nelle sue regge e nei suoi templi.
La stessa leggenda, con pochissime varianti, è anche un arcaico mito cosmogonico celtico11.

Sul piano umano, il serpente è il doppio simbolo dell’anima e della libido. In quanto rettile, può abbandonare periodicamente la sua vecchia pelle, e generarne periodicamente una nuova; può rifare parte dei propri arti tagliati o distrutti in combattimento: simboleggia la periodica rinascita della vita al di là della morte, e si ricongiunge al mito della Fenice.

Molteplice è il drago. Dei mostri mitici, è uno dei più antichi, ed è veramente universale. Investe tutti i paesaggi dell’immaginario. Simile ad un signore misterioso, può risiedere in un castello e regnarvi come i nobili del Medio Evo. Sorge dalle acque e si installa nelle vallate e nelle caverne delle montagne, o anche nel più profondo delle foreste. Frequenta il regno aereo, dove le sue scaglie diventano piume. È un essere ibrido, perché appartiene ad ogni mondo. Deriva il corpo dai rettili, dai pesci, dagli insetti, dai leoni. Ha le corna di cervo, le zampe di aquila, e compone il suo aspetto a seconda di come gli uomini vogliono che sia. Possiede il dono dell’ubiquità e assume una molteplicità di aspetti: si torce, si allunga, scivola, striscia, o ancora, balza, vola, rigenerandosi ogni volta sotto forme nuove. I draghi spaventano ma, nello stesso tempo, incantano.

Il loro significato simbolico è stato ancora poco esplorato, a causa della loro natura multiforme, che sta al di là ed è inconciliabile con la concezione giudaico cristiana, combinata col razionalismo greco e il legalismo romano, tutte culture che dividono nettamente il bene ed il male, il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto: l’antica civiltà animista e panteista invece poteva contare su una mentalità molto più ricca e complessa, che racchiudeva non solo la triade kantia­na tesi-antitesi-sintesi, ma una molteplicità infinita di contenuti diversi. I draghi illustrano, nell’immaginario, ciò che è nascosto nei differenti piani del nostro essere, ai diversi livelli di coscienza. Sono l’ambiguità incarnata. Sono l’archetipo della Bestia, che traduce le paure elementari, i grandi istintivi timori della natura animale. Ma è il drago che protegge l’ordine cosmico, che procura alla Terra la sua fertilità, agli uomini la loro fecondità, e dispensa un’incredibile quantità di energia vitale.

Il drago è l’indifferenziato primordiale, da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna per rigenerarsi. Gli inferi e gli oceani, l’acqua originaria e la terra profonda formano la materia prima del drago. Spirito dell’acqua (nella maggior parte dei casi, vive in un lago o negli oceani), è lo spirito di tutte le acque, sia di quelle sotterranee, sia di quelle che scorrono in superficie. Moltissimi fiumi della Grecia o dell’Asia Minore si chiamano Ophis (serpente) o Draco. Protegge le sorgenti, i pozzi, i laghi, i fiumi e i mari.

In definitiva, non è né Dio, né il Diavolo. Rappresenta la forza tellurica che scaturisce dalle viscere della terra, e le forze del campo eterico che discendono dal cielo (le sue ali). La sua doppia natura, terra-cielo, ne fa il custode di energie strane e nascoste: è il guardiano dei tesori per antonomasia. Sorveglia gemme, oro, giovinezza eterna, regni favolosi, belle principesse, porte che si aprono su mondi fantastici. Custodisce le terre e le caverne proibite, luoghi in cui non esistono né bene né male, ma abitano delle potenze quasi magiche che devono essere impiegate unicamente da uomini di saggezza e conoscenza, dal cuore puro. Le sue forze distruggono, divorano, bruciano, annientano chi le affronta senza essere sufficientemente preparato: è lui che difende il tesoro della conoscenza e il mistero del potere, che domina l’energia dell’universo. Cavalcare il drago significa controllare le potenze ctonie: ciò che possono fare solo il santo, il prode, il mistico. L’eroe, nella lotta con il drago, lascia apparire il tema archetipo del trionfo dell’Io sulle tendenze regres­sive, rappresentate dal rettile. Nella maggior parte delle persone, il lato tenebroso, negativo, della personalità resta inconscio; al contrario, l’eroe deve rendersi conto che l’ombra esiste, e che può trarne forza. È necessario che si accordi con i suoi principi distruttivi, se vuole diventare abbastanza temibile per vincere il drago. L’Io non può trionfare prima di aver dominato e assimilato l’ombra. Il significato profondo - e tremendamente attuale - del tesoro custodito dal drago è quello di una scienza dagli illimitati poteri di distruzione che, nelle sue forme più terrificanti, ci minaccia con l’apocalisse nucleare, chimico, biologico, nascosto in caverne inaccessibili o incapsulato in missili pronti al decollo. Proprio come i nostri poveri mostri.




Draghi, dinosauri e ricordi del Tempo senza nome
La natura può creare delle entità che riusciamo a raccontare solo per percezioni o per “sentito dire” e che la nostra psiche, testardamente, si rifiuta, e con cocciutaggine, di negare interamente. Per molti studiosi, questo è proprio il caso dei draghi, esseri che universalmente vengono descritti come rettili, di struttura serpentina, dal corpo sviluppato prevalentemente in lunghezza, molto mobile e con sezione circolare: il lungo collo e l’interminabile coda, spesso avvolta in spire, sono uniti da un addome rigonfio: l’effetto d’insieme è comunque affusolato. Generalmente, la testa è piccola e larga quanto il collo. Le notizie sulle loro dimensioni sono totalmente imprecise: con ogni probabilità si dava lo stesso nome ad animali diversi, osservati in differenti fasi del loro sviluppo; le unità di misura del tempo erano approssimative, incoerenti e tutt’altro che omogenee. Comunque, malgrado le difficoltà di interpretazione delle descrizioni, si può stimare che gli esemplari adulti raggiungessero i 5 m di lunghezza e li superassero.

A proposito dei draghi con molte teste, solitamente molto rari (il più famoso è quello dell’Apo­calisse) si può supporre che si trattasse di mutazioni isolate, oppure che fossero esagerazioni enfatiche del loro aspetto già mostruoso e terrificante.

Le zampe sarebbero servite ad aiutarli nei movimenti: un animale così grosso si sarebbe mosso con fatica solo strisciando. Le piccole ali lasciano perplessi: per sostenere in volo una bestia tanto massiccia, occorrerebbero arti ben più grandi del corpo stesso. Potrebbero essere, in realtà, creste ossee o di termoregolazione; oppure, ancora meglio, pinne, visto che normalmente i draghi vivono nell’acqua, come gli antichi dinosauri.

Secondo gli esperti, però, tutti i giganteschi rettili che una volta abitavano la Terra sarebbero scomparsi completamente, per cause ancora non ben conosciute, alla fine del Mesozoico, cioè circa 65 milioni di anni fa. L’estinzione sarebbe avvenuta quasi di colpo, dopo sterminate ere biologiche in cui i dinosauri avevano dominato la biosfera. L’uomo invece, anche nelle sue forme più arcaiche, sarebbe comparso sul pianeta solo pochi milioni di anni or sono: non avrebbe mai potuto conoscere direttamente i bestioni, estinti, già allora, da un abisso di tempo. Ma se la fine dei sauri avvenne per qualche cataclisma globale, di natura biologica, geofisica o astronomica, alcuni gruppi di animali non potrebbero essere sopravvissuti in luoghi protetti, come per esempio i laghi alpini o certe caverne, che l’acqua o le profondità della terra preservavano dai bruschi cambiamenti di temperatura, tanto dannosi per i rettili, per poi riuscire a riprodursi e ad adattarsi alle nuove condizioni di vita? Ed allo stesso modo, non potrebbero essere sopravvissuti sconosciuti “mostri” abitatori del mare? Ricordiamo la sorpresa degli zoologi alla vista del cadavere del calamaro gigante, solo pochi decenni fa. Io stessa ho sentito raccontare dal direttore del Centro di ecologia amazzonico di Leticia (Colombia), naturalista certamente degno di fede, di un animale non meglio identificato che, in occasione della spedizione della Calypso di Jacques Cousteau sul Rio delle Amazzoni, (in cui, fra l’altro, gli scienziati europei e quelli sudamericani venivano tenuti rigorosamente separati, senza la possibilità non solo di scambiarsi dati e fotografie, ma neppure di comunicare fra loro), tranciò di netto il braccio d’acciaio (di diversi decimetri di diametro) a supporto di un monitor che si stava muovendo sui fangosi fondali del fiume. Di qualunque cosa si trattasse, l’artiglio che tagliò il congegno francese corazzato e ipertecno­logico doveva essere dotato di forza prodigiosa. Tanto che la Calypso invertì immediatamente la rotta, e a nessuno venne il minimo desiderio di indagare oltre.

D’altra parte, se scorriamo la storia della ricerca sugli pterosauri, non possiamo ignorare il subitaneo, naturale legame che avvertiamo fra i sauri volanti preistorici, e miti e leggende sui dragoni. Quelli alpini, o generalmente di origine celtica, poi, sono ancora più simili ai dinosauri di quelli cinesi (più vicini a mostruosi bruchi) o di quelli sudamericani (serpenti piumati), che comunque appartengono alla stessa famiglia. Vedi la celeberrima Nessie, raffigurata come un tipico dinosauro erbivoro. Oppure, secondo un’ipo­tesi recentissima, tra le varie possibili spiegazioni scientifiche di misteriosi avvista­menti di “mostri dal collo lungo”, che si registrano ancora oggi più o meno regolarmente nei laghi settentrionali, non solo a Loch Ness, ma anche in molti altri specchi d’acqua europei, asiatici e americani, che hanno in comune il fatto di giacere oltre i 50° di latitudine nord, e che hanno condizioni climatiche simili ai laghetti alpini, dove sono stati segnalati numerosi draghi fino a poco tempo fa, quella ideata nel 1965 da Ber­nard Huevelmans è particolarmente interessante. Per il famoso “cacciatore di animali perduti”, i draghi lacustri che vivono in ambienti freddi non sarebbero dei rettili, ma dei mammiferi della famiglia delle otarie, cioè delle grosse foche, evoluti in condizioni speciali e ormai ridotti a piccoli nuclei relitti, confinati nelle acque dolci o marine racchiuse entro l’isoterma di 10° Celsius. Tanto è vero che molte delle testimonianze leggendarie relative a draghi e basilischi alpini riferiscono della loro solitudine e del loro bisogno di compagnia: il basilisco, per esempio, si poteva catturare solo con uno specchio, perché vedendo un altro esemplare della propria specie si dava a manifestazioni di giubilo che letteralmente gli facevano perdere la testa, e lo rendevano vulnerabile (Mez­zocorona); oppure, dal lago di Boè il bestio­ne solitario raggiungeva la sua compagna nel lago di Pissadù, e con lei sprofondava, avvinghiato, e rimaneva sul fondo per cent’anni. Sembra di sentir parlare degli esemplari superstiti di una popolazione residuale, come per esempio gli orsi delle Alpi, che più che far paura fanno pena!

Per i naturalisti del XVI e XVII secolo l’esistenza dei draghi era ancora realtà provata. Per esempio, nello Schlangenbuch (Libro dei serpenti) del naturalista svizzero (montanaro e alpino) Conrad Gessner, considerato il padre della zoologia contemporanea, datato al 1589, si trova un capitolo sui draghi, in cui ne illustra e ne descrive esemplari di diverso tipo. Nello stesso volume, racconta la battaglia tra un contadino svizzero, Winkel­ried, cacciato dal suo paese per assassinio, e un drago che viveva vicino al villaggio di Wyler, distruggendo e divorando uomini e mandrie. L’uomo si offrì di combattere il mostro in cambio del condono della pena; lo affrontò, lo sconfisse, ma una goccia del suo sangue colò sul suo corpo, e lo fece morire. Il mito del cavaliere che ammazza la bestia immonda che semina il terrore, liberando il suo paese, ma rimane a sua volta ucciso dal veleno è tipicamente alpino: solo in Trentino, la troviamo a Mezzocorona col basi­lisco e a Marebbe col drago e il Gran Bracon. Il fatto è stato illustrato dal famoso intellettuale gesuita Athanasius Kircher, nel suo grandioso lavoro di storia naturale Mundus Subterra­neus nel 1678: “il drago aveva lunghi la coda e il collo, quattro zampe, ed ali”. Il paleontologo viennese Othenio Abel suggerì che il disegno avrebbe potuto basarsi su ritrovamenti fossili, possibilmente plesio­sauri dal collo lungo degli strati geologici del Giurassico del Wurttemberg. In periodi in cui i naturalisti credevano fermamente nella vita di creature favolose e di mostri, la scoperta di ossa fossili e di resti di scheletri nelle caverne potrebbe aver rafforzato l’idea dell’esistenza dei draghi.

All’inizio del XVII secolo la credenza non accennava a scomparire: si diceva che il monte Pilato, vicino a Lucerna, in Svizzera, fosse abitato da un dragone volante. Le cronache riferiscono che il mostro volò fuori da una caverna nel 1619, e svolazzò tranquillamente sopra la città, muovendo placidamente le grandi ali. Athanasius Kircher ritrasse anche questo fatto, che era ancora stampato sulla mappa della Svizzera nell’atlante mondiale di Mattaeus Seutter nel 1730.

Il monumento di Lindwurm a Klagenfurt, che rappresenta un meraviglioso dragone quadrupede, con tanto di cresta, occhi spalancati e rotondi, ali di pipistrello e coda avvolta in spire, fu costruito nel XVI secolo sulla base del cranio fossile di un rinoceronte peloso dell’era glaciale rinvenuto nella zona. Ovviamente, quei poveri resti furono ritenuti la testa di un drago12.

Nel nord Italia si conservano costole di animali giganteschi, mai esaminati con rigore scientifico, in moltissimi luoghi, fra cui Lodi, Orta san Giulio (No), Udine, Verona, Staffarda (Cn), Almenno San Salvatore (Bg), Sombreno (Bg). Si può anche ipotizzare che gli uomini antichi, abituati ad un contatto con la natura molto più ravvicinato del nostro, attraverso il rinvenimento di ossa fossili di dinosauro simili a quelli delle lucertole, delle salamandre, dei rospi e dei ramarri, fossero riusciti, con un lavoro di secoli di associazione visiva e concettuale, a ricostruire l’immagine delle bestie scomparse, creando i draghi; ma è una supposizione molto azzardata.

Negli ultimi anni, però, si sta facendo strada un’altra affascinante ipotesi, portata avanti dagli studiosi che si occupano dell’estensione delle facoltà mentali attraverso l’assunzione di sostanze allucinogene, come Terence Mc Kenna13. Le civiltà arcaiche, su gran parte del globo, sono state caratterizzate, per millenni, da pratiche sciamaniche che prevedevano (e prevedono) l’uso di sostanze psicotrope contenute nelle piante in dosi massicce, al limite della tossicità, generazione dopo generazione. Secondo gli sciama­ni, questi agenti allucinogeni “aprono le porte della percezione” e trasmettono a chi ne fa uso “la saggezza e la memoria delle piante”: che sono gli esseri viventi più antichi e più ricchi di conoscenza del pianeta. Il ricordo dei dinosauri avrebbe potuto tramandarsi nella mente dell'uomo tramite l’assunzione di piante e di principi attivi psico­tro­pici, gli enteogeni, sostanze che, secondo modalità ancora sconosciute, ingerite ed entrate a far parte integrante del cervello e della psiche umana con la loro memoria genetica, avrebbero conservato e tramandato l’immagine dei rettili trasformati in draghi. La “sapienza delle piante”, ovvero la “memoria degli alberi”, e in certi casi proprio la pianta psicoattiva stessa, personificata, avrebbero, secondo le testimonianze degli sciamani, trasmesso il proprio sapere: anche e soprattutto quello accumulato nel periodo in cui l’uomo non viveva ancora sulla terra. L’immagine terrificante del mostro sarebbe la reminescenza ancestrale di incontri con esseri come i brontosauri o i paleon­tosauri, o dei tirannosauri. Questi enormi lucertoloni preistorici, avvistati realmente od emersi dagli abissi dell’inconscio durante un viaggio sciama­nico, avrebbero potuto esercitare un’azione profonda e traumatica sulla psiche, e trasformarsi in draghi meravigliosi. L’istinto, la lotta per la vita, la violenza, la forza, la lontananza nel tempo, l’arcaicità, la primordialità, tutto questo si è cristallizzato nella figura del drago, ed è divenuto ricordo archetipo.

Il piacere che ci danno ancora i draghi è il sapere che, se da un lato sembra che non esistano, dall’altro ci rimane sempre un piccolo, piccolissimo dubbio, e la speranza, che alla fin fine esistano per davvero, nascosti da qualche parte.

In effetti, nel corso della storia della zoologia, si sono avverate diverse previsioni ritenute “fantasiose” dalla scienza ufficiale: ed esseri “favolosi”, spesso bollati come “mostri” a causa di caratteristiche stravaganti e formidabili, si sono rivelati soltanto animali rari e imperfettamente conosciuti, mitizzati al nostro pensiero emozionale, deformati e poetizzati per essere ricondotti a tutta una gamma di archetipi che riflettevano ambizioni, paure, pregiudizi e conflitti culturali umani. Dal XIX secolo in poi, il dogmatismo, il settarismo, il ricorso al principio di autorità, non sono stati più appannaggio esclusivo della Chiesa cattolica, ma si sono estesi ad altri ambiti culturali: primo fra tutti quello, incontestabile, perché fondato sulle “prove inconfutabili”, della “scienza”.

Da qualche decennio, però, si è formato un nuovo campo di ricerca: la criptozoologia, ovvero la zoologia che cerca di rintracciare animali ritenuti perduti. Dal 1982 l’International Society of Criptozoo­logy ha trovato sede presso lo Smithsonian Institute di Washington, tiene una riunione annuale presso un’università, un museo o un istituto di ricerca ufficiale. Il Gruppo criptozoologia Italia, costituito da Franco Tassi nel 1986, è ospitato, insieme al Comitato parchi nazionali d’Italia, presso il Centro parchi, viale Tito Livio 12, a Roma, e fa uscire “Criptozoo­logia”, il suo bollettino di informazione: l’ultimo numero è del dicembre 199714.


Il drago cristiano
A leggere gli scritti degli antichi maestri della dottrina cristiana, Origene, Arnobio, Gerola­mo, Agostino, sembra che il primo millennio cristiano abbia prestato attenzione soltanto al drago maledetto delle Scritture ebraiche e dell’Apo­ca­lisse di Giovanni, animale favoloso che sembra essere nato, molto tempo prima di re Davide, da un esagerato sviluppo del coccodrillo. Ma l’autore latino Macrobio, che viveva nel V secolo, era cristiano e commensale dell’imperatore Teodosio il Giovane, e ha lasciato scritto:
Il serpente draco è uno dei principali emblemi del sole grazie al nome “derkeim” che significa vedere. Il suo occhio penetrante e vigile si dice che partecipi della natura del sole. Si designa quindi il serpente come guardiano dei templi, degli oracoli, degli edifici pubblici e dei tesori15.
Ai suoi tempi, dunque, il simbolismo collegava ancora i rettili alla luce, ed il drago era considerato un’entità positiva. Secondo Tertulliano, che visse tra il II e il III secolo, i primi cristiani chiamavano Cristo “Il Buon Serpente”. In seguito divenne un simbolo ambivalente: sia Cristo appeso all’albero della vita per essere sacrificato (la saggezza), che il Diavolo nel suo aspetto ctonio e sotterraneo.

Come emblema di salvezza e di guarigione, il serpente è ricordato in alcuni classici episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Lo stesso Cristo si paragonava al salvatore e profetico serpente di rame, costruito da Mosè su ordine del Signore, quando diceva:


E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo perché chiunque creda in Lui abbia la vita eterna.
Anche la prudenza, come immagine di una virtù che discende dalla comunione con la sapienza divina, è un’altra prerogativa cristiana del serpente. Dice Gesù nel Vangelo:
Siate prudenti come serpenti e puri come colombe.
È per affermazioni come queste che padri e dottori della Chiesa come Ambrogio di Treviri (340-397), Isidoro di Siviglia (560-636), Bernardo di Chiaravalle (1091-1153) e addirittura Tom­ma­so d’Acquino (1225-1274) affermavano che “l’immagine della croce è il serpente di rame”, che, appunto come simbolo della croce, appariva nella Tau mistica dell’iconografia cristiana16.

Fu solo più tardi, durante il Medio Evo, che l’idra del Nilo, considerata la raffigurazione del demoniaco drago dell’Apocalisse, fu raffigurata come un vero piccolo drago, talvolta alato. Ma un simbolo che per millenni ha protetto le acque e i raccolti non può trasformarsi subito nell’emblema del male assoluto. Così, nella stessa epoca nacque la credenza nell’esistenza di un altro drago benefico. Alcuni ricordi classici sostenevano questa leggenda: gli antichi non avevano forse parlato di geni “dragoniani” propizi ai mortali? E Svetonio dice che il drago è di essenza divina: Divus Draco. Questo “agato-demone” (genio benefico) sarebbe vissuto -naturalmente!- sotto i cieli ardenti dell’Etiopia e nei mari bagnati dal mare delle Indie, il mare Eritreo del Vecchio Mondo.

Combattuti senza tregua dai “cattivi dra­goni”, i “buoni dragoni”, si diceva, soccom­bevano spesso sotto i terribili denti e i feroci artigli dei loro avversari; e il loro sangue, caduto sulla sabbia calda del deserto o sulle rocce bollenti delle montagne, assumeva un aspetto resinoso, color porpora scuro, e diventava uno dei più preziosi rimedi conosciuti dagli uomini: il “sangue di drago”, appunto, che guariva, meglio di ogni altro medicamento, sia le spaventose ferite che le armi da taglio procuravano ai cavalieri, sia i morsi degli animali selvaggi, quando questi si gettavano disperatamente sugli arditi cacciatori. Un sangue che curava in modo così meraviglioso poteva colare dal cuore di un animale maledetto? Nessuno, naturalmente, lo volle credere, ed il pensiero di tutti accostò simbolicamente il liquido benefico a quello che si sparse sulla roccia del Calvario e con il quale l’umanità fu guarita dalla ferita originale.

Sui blasoni nobiliari poi, i draghi rappresentavano ardore e vigilanza: fra i più noti, quello che compare sulla bandiera gallese, e quello, mitico, di Uther Pendragon, padre di Artù. Un grande intellettuale del XII secolo, Alberto Magno, nella sua opera sugli animali, diceva che “il drago si recava al combattimento come un torrente impetuoso che scende dalle montagne” e che “dal suo petto esce un alito tanto bruciante da infiammare l’aria”. Ma il mostro che diventerà sinonimo del Maligno appare anche sotto una veste religiosa: sugli stemmi dei Caritat di Condorcet, che portano un drago volante in campo d’oro, armato e lampassato di nero, con la bordura rossa, la bestia rappresenta l’ardore della carità: carità che è amore e che trae il proprio livello di valore da quello del proprio ardore17.

Oggi, mentre i testi sacri cristiani documentano i due aspetti del simbolo, la Chiesa tende a considerare solo quello negativo e maledetto.


Le dragonesse, le donne e la Grande Prostituta
L’universalità delle tradizioni fanno del serpente il signore delle donne: e, guarda caso, anche il drago è associato a luoghi e simbolismi sessuati e sessuali, di indubbia matrice femminile.

Prima di tutto, è il protettore delle acque, e vive nei laghi o nelle caverne: spazi cavi, umidi, bui, temperature costanti, che li accomunano all’utero materno. Si confonde con la Terra, madre primigenia, Dea fecondatrice e feconda. Presso le antiche nazioni del Mediterraneo orientale, il serpente (e, di riflesso, il drago) occupava un posto molto importante nelle cerimonie religiose associate ad Astarte, la dea-madre fenicia, trasformata poi in Afrodite dai greci e in Venere dai romani: ad ogni passaggio perse un po’ del proprio arcaico potere matriarcale. Ma ad Astarte venivano dedicati culti ancora in gran parte misteriosi, che arrivavano fino alla prostituzione sacra.

Nella mitologia greca, i draghi trainavano il carro di Trittolemo, a cui la dea della fertilità, Demetra, dea madre di origine frigia, precedente all’invasione della civiltà achea patriarcale, aveva affidato il compito di seminare il grano ovunque sulla Terra. Ma il serpente cornuto, antenato del drago, è anche simbolo di Dioniso, figlio di Demetra, dio delle forze oscure che sorgono dall’inconscio, che presiede agli stati di estasi, di ebbrezza e di trance, trascina le folle con la danza e la musica, precipita nella follia coloro che non l’hanno onorato nel giusto modo e hanno negato la sua importanza di fronte al lato razionale della vita. Egli porta agli uomini i doni della natura, soprattutto quelli della vita; assume forme molteplici, suscita illusioni, è autore di miracoli. Rappresenta le forze della dissoluzione della personalità, la regres­sione verso le forme caotiche e primordiali della vita, che provocano le orge caratteristiche del suo culto; un’immersione della coscienza nel magma dell’inconscio. Il serpente, ovviamente, fu l’insegna delle sacerdotesse di Dioniso-Bacco, che si ornavano della sua insegna e lo portavano vivo con loro. E durante la celebrazione dei momenti culmine dei misteri eleusini, in cui si consacravano i nuovi iniziati, si introduceva un serpente dorato nella scollatura del vestito del nuovo adepto, di solito un inoffensivo colubro vivo, e lo si tirava fuori dal di sotto dell’abito, cantando questi versi enigmatici:
Il Toro è il padre del Drago, e il Drago è il padre del Toro,
oppure
Un serpente non diventa mai drago volante se non divora un altro serpente
I riti di Dioniso erano praticati soprattutto da donne: e furono gli unici culti misterici prima del cristianesimo che lo stato romano, di solito tanto tollerante verso le religioni altrui, soffocò nel sangue. In effetti, dietro la glassatura patinata dei travestimenti “classici” tramandati dalle meravigliose sculture e dai bellissimi bassorilievi che ritraggono educate baccanti e satiri birichini, orge che sembrano allegri picnic in campagna o cene fra amici burloni, non si fa fatica ad intravedere in queste cerimonie i resti dell’arcaica religione sciamanica, basata sulla trance e probabilmente sull’assunzione di allucinogeni, tipica di una società matriarcale, in cui erano le donne a giocare i ruoli decisivi. Un simile culto negava l’ordine costituito e metteva in pericolo i fondamenti stessi dello Stato e della legge, di qualsiasi legge: tanto che fu perseguitato ovunque, dai legislatori ateniesi, che però lo consideravano necessario, dai giuristi romani e dagli inquisitori ecclesiastici, quando lo riscoprirono e lo bollarono di stregoneria.

Passando dal Mediterraneo alle zone celtiche, che comprendono l’intero territorio alpino, i druidi che, al dire di Strabone, storico latino, erano tra gli uomini più saggi del mondo antico, hanno occultato dietro l’emblema del serpente diverse tra le più alte concezioni del loro misterioso insegnamento. Del resto, sembra che abbiano adottato lo stesso pensiero arcaico che faceva del rettile, sorto alla Terra-Madre dalla quale esce a primavera come rinnovato, l’immagine della vita e della Dea. E sono proprio i celti che ci hanno lasciato alcune fra le più belle immagini, incise, scolpite o cesellate in gioielli di splendida fattura, dell’animale fantastico, “ereditate” poi dai monaci irlandesi che le hanno dipinte su stupendi codici miniati, e che hanno diffuse poi sul continente europeo. Il serpente, venuto dalle profondità viscerali del pianeta, conoscitore di ogni segreto, come la donna era il tramite fra questo e l’altro mondo, perché sapeva parlare agli spiriti. Era associato alle acque e alle sorgenti miracolose. Era il simbolo della dea madre Brigit, raffigurata di solito con un serpente che le cingeva il capo, segno di fertilità. Le leggende più antiche (le storie di Beowulf, Sigfrido, Tristano e Isotta, Artù e Merlino, dello stesso Thor e di Llud, il fondatore di Londra; ma anche le saghe dei Fanes della Val di Fassa) fanno del drago e del serpente il guardiano dei tesori nascosti. Il serpente cornuto, o con la testa di ariete, simboleggiava Cernunnos, dio della virilità, associato anche al cervo. Le relazioni fra celti, traci ed illirici, che gli antichi davano per certe, ci permettono di accostare i rettili cornuti della Gallia druidica a Zagreo, il serpente cornuto dei misteri orfici traci e greci18. Da questi al drago il passo è breve.

Ad un certo punto, però, ritroviamo la povera bestia, scarlatta (dalla vergogna?) e ricoperta di nomi blasfemi, cavalcata da una donna sontuosamente vestita, che tiene in mano la coppa colma delle iniquità, degli abomini e delle turpitu­dini perpetrate sulla Terra: “Babilonia la Grande”19. Dopo di allora, femmina (se non vergine e madre) e draghi saranno associati per secoli nella stessa immagine demoniaca: la Bestia cavalcata dalla Puttana. Che cosa è successo?

L’ideologia cristiana e giudaica, fra le più maschiliste e patriarcali che la mente umana sia riuscita ad elaborare (quanto meno nella sua versione ecclesiastica) è arrivata ad imporsi a livello culturale. Tutte le qualità impersonate dalla donna-serpente-drago (la fisicità, la materia­lità, la sessualità, l’ombra, il sottosuolo, l’indifferenza alla morte che serve per generare una nuova vita, la mobilità e l’ambiguità dell’acqua, l’utero, l’istinto, l’indistinto, la primordialità, l’irrazionalità) sono ritenute l’esatta antitesi di un mondo che, sempre più, si cerca di forgiare “a misura del maschio guerriero e vittorioso”: che deve essere chiaro, solare, razionale, disprezzare ciò che viene dal corpo e ragionare col cervello, adorare un dio solo che non ha volto, che è puro spirito, rispettare una gerarchia politica e religiosa ben definita, abitare in città o borghi, in case stabili e non nel folto delle selve o randagio e nomade sul territorio, e, più di ogni altra cosa, deve dominare la donna, precipitare la sua essenza nel baratro del peccato e del non-essere, negare e rigettare il proprio lato femminile.



Così il drago, poveretto, comincia ad essere assimilato al peccato e al diavolo tout cour; e la sua immagine si fonde con quella della donna-serpente: il rettile assume volto di donna nella scena biblica della tentazione nella cattedrale di Amiens, in un affresco di Michelangelo nella cappella Sistina, in un altro di Raffaello nelle Logge del Vaticano, in un bellissimo incunabolo dell’Arca Mystica di Riccardo di San Vittore, stampato a Basilea da Jean de Amerbach nel 1492, sul pettorale dell’angelo nel quadro di Nicolas Froment nella cattedrale di Aix en Provence... Alla fine del XV secolo, Jehan de Cuba scriveva che i Draconcopèdes sono dei grandi serpenti con il viso di vergini umane, e che verosimilmente il diavolo si servì di questo genere di rettile per ingannare Eva nell’Eden, attirando la donna con sembianze simili alla sua20.

In realtà, il mito della donna-drago fa fatica a sparire, anche in ambiente cristiano, e si ripresenta con la storia di Melusina, che, addirittura, è l’antenata mitica della potente famiglia nobile francese dei Lusignano, a Lusignan nel Poitou, in Acquitania, nella zona occitana della Francia, sulle Alpi occidentali. La sua vicenda, malgrado le mutazioni mostruose, suscita più pena e solidarietà che ribrezzo, sia nel narratore che nel lettore. Racconta un romanzo cavalleresco del XV secolo (che ha solo reso popolare una leggenda molto più antica) che Raimondo di Lusignano, un giorno che vagabondava nella foresta durante una battuta di caccia, incontrasse una bellissima donna, di cui si innamorò perdutamente e che chiese in moglie. Lei accettò di sposarlo, promettendogli di farne il primo personaggio del regno, di portargli fortuna, ricchezze, figlioli e di... rimanere sempre giovane e affascinante come lui l’aveva conosciuta. Il sogno di ogni uomo! Però, la mitica creatura pose una condizione (che il fidanzato accettò immediatamente, senza neanche pensarci): il sabato, voleva fare il bagno; e non voleva che né il marito, né nessun altro, oltrepassasse la porta della sua camera. Passano gli anni, e la coppia, felice, mette al mondo numerosi figli, maschi e femmine, tutti belli e intelligenti. Raimondo divenne potentissimo e ricco, e si circondò di consiglieri influenti e invidiosi. Da maschi repressi, non vedevano di buon occhio l’affetto che il re portava alla moglie; ed erano invidiosi di lei, ancora fresca e leggiadra dopo tanti anni di matrimonio e molte gravidanze. Cosa non avrebbero dato, loro, per una donna simile! Così, cominciano ad insinuare il sospetto nella mente del sovrano: il sabato pomeriggio, in realtà, la regina non stava a mollo nella tinozza, ma... riceveva il proprio amante. E che altro, dato che non voleva farsi vedere dal legittimo consorte? Sicuramente il tabù non era causato dall’amore per l’igiene (del resto poco apprezzato in quell’epoca): di certo non poteva fare niente di lecito. E dagli oggi e dagli domani, alla fine, un brutto giorno Raimondo aspetta che Melusina si chiuda nella sua stanza, e poi, piano piano, esitando, la spia dal buco di un muro (o spinge la porta. Le versioni possono essere leggermente diverse). Lentamente, abbacinato, guarda la sposa immersa nella vasca da bagno di pietra: il viso stupendo, il petto, le braccia dalla pelle candida e morbida... e fin qui tutto bene... l’acqua, che possiamo immaginarci cosparsa di petali di fiori e profumata... e anche fin qui tutto bene... ma quale la sorpresa del pover’uomo quando, al posto delle belle gambe affusolate che era abituato a conoscere, vede uscire dalla vasca una ributtante coda di serpente! La sua Melusina, in realtà, era un demone, una donna-drago! Immediatamente, lei si accorge del tradimento. Getta un urlo disperato, e si trasforma in un essere fantastico, si alza in volo in un baleno, lanciando spaventose grida di pianto e di lamento; gira tre volte attorno al castello, con la velocità del vento, e poi sparisce. Raimondo impazzisce, e muore di nostalgia. La leggenda dice che la si sente aggirarsi attorno alla torre del castello, emettendo suoni lugubri, ogni volta che un Lusignano deve morire. Comunque la storia è talmente diffusa che l’ultima trascrizione, a tempo di rock, è stata fatta da un gruppo occitano solo pochi anni fa: la vicenda è ambientata a Peveragno, un paese del cuneese, e la fata si chiama Mariabìs­soula: è stata trasformata in serpe da “gelosia e maledizione”. La canzone esorta a non aver paura della serpoulina: lei aspetta che qualcuno passi, che la guardi con amore: e allora principessa tournarà21.

Melusina è il Dragone delle profondità della terra: portatore di vita e di ricchezza, non invecchia (cambia la pelle come tutti i rettili). Non deve essere disturbato, altrimenti porta con sé nell’abisso chi osa turbare la sua esistenza. In Francia, abita in diversi luoghi, molti dei quali legati all’acqua. La si può trovare tra la Yonne e l’Aube, nella foresta di Maulnes: la si sente singhiozzare dal suo maniero ormai in rovina. Se si passa troppo vicini, si viene colpiti selvaggiamente. Le hanno affibbiato la brutta reputazione di rapire i bambini, come le streghe, probabilmente molto più tardi rispetto allo sviluppo del mito e del simbolo. Ma in qualche modo la religione ufficiale doveva denigrare una divinità troppo potente: vicino a Crécy-en Brie c’è un pozzo da cui le madri tengono lontani i figli minacciandoli di fargli vedere il “pesce con la testa di donna” sul pelo dell’acqua. A Saone-et-Loire, riap­pare sotto le sembianze della Bestia Fara­mina, che ha razziato raccolti e bambini del paese per anni e anni. Nella regione di Metz, è la Graouilly, altro mostro dragonesco e distruttore. In Franca Contea e in Auvergne, dei basilischi melusiniani fanno morire chi attinge l’acqua a certi pozzi. A Salmaise vive dentro i pozzi, e mette grande una gran paura ai bambini che non fanno i bravi e che vengono minacciati di esser buttati dentro. La sua ombra aleggia attorno alla torre del castello di Forgères, e porta il suo nome; l’altra torre, significativamente, è quella del Gobelin, altro spettro terrificante22.

Esiste anche un altro bellissimo testo medioevale, datato all’inizio del XIII secolo, Le Bel Inconnu (Il Bello Sconosciuto), di cui l’autore è un certo Renaud De Beaujeu, che parla di una dragonessa. Il contesto del romanzo è interamente arturiano, e la cosa non sorprende, dato che il ciclo della Tavola Rotonda ha recuperato la maggior parte dei temi dalla mitologia precri­stiana dell’Europa celtica. L’eroe della storia è un aitante cavaliere di cui si ignora il nome, che si trova coinvolto in avventure senza fine. Dopo aver superato numerose prove, che certificano il suo valore, entra in una fortezza semidiroccata, che è teatro di sorprendenti sortilegi. Deve affrontare guerrieri mostruosi e, per terminare l’impresa, deve sconfiggere una mostruosa dragonessa, che riunisce in sé tutti i fantasmi più orripilanti dell’umana immaginazione, ma nasconde un segreto. Forse, dentro la sua testa, c’è la pietra meravigliosa che regala la ricchezza e, soprattutto, l’immortalità. Per questo l’eroe si arrischia fra le rovine: ed ecco che si apre un grande armadio, e ne esce un mostro ributtante. I suoi occhi sono lucenti come gemme: l’intero palazzo ne è rischiarato. La fiera avanza verso il cavaliere, che si fa il segno della croce e mette mano alla spada. Ma lei si inchina, in segno di umiltà: il Bel Cavaliere Senza Nome rimette l’arma nel fodero. Di nuovo, la dragonessa si muove verso di lui. L’uomo sta per colpirla, ma il rettile si inchina ancora, come se volesse dimostrargli dell’amicizia, e continua ad avvicinarsi. Lui fa un passo indietro, ma è affascinato, resta immobile, ammira la bocca bella e vermiglia dell’essere spaventoso che si fa sempre più vicino, è accanto a lui, lo tocca, e sente il freddo bacio delle sue labbra. Getta un grido: ma la bestia è sparita. Improvvisamente, si fa giorno nella sala: seduta a tavola, c’è una dama meravigliosa, riccamente vestita con un abito di porpora foderato d’ermellino, cintura guarnita d’oro e di pietre preziose. Al contrario di Mariabissoula, la Melusina occita­na che aspetta ancora chi la guardi “con amore” per liberarla dal corpo di serpente, la nostra dragonessa ha trovato l’uomo che ha superato la repulsione per il suo aspetto, l’ha accettata per quello che è e per questo viene premiato. È il contatto fra due entità contrastanti (uomo-cavaliere/donna-drago), fra due esseri che, se non si fossero toccati, sarebbero rimasti prigionieri ognuno della propria individualità che può cambiare il destino e generare nuova vita (ricchezza dell’abito della dama, luce nella sala).

È in questo senso che bisogna interpretare molte delle rappresentazioni del drago, in cui è contenuta la donna. La bella signora sta già racchiusa dentro il drago, anche se nessuno lo sa, prima della presa di coscienza provocata dal “fiero bacio”. A prima vista, la dragonessa rappresenta un elemento femminile di assoluta nega­tività: perché, nell’opinione corrente (e non solo a quei tempi!) il femminile è negativo, e il maschile positivo: ma la donna, malgrado la negati­vità attribuitale dalla cultura cattolica e cristiana, continua ad essere creatrice e dispen­satrice di vita, in quanto madre. Seguendo lo stesso ordine di idee, possiamo affermare che Maria, che spesso è ritratta mentre schiaccia la testa del serpente o del drago, contiene in se stessa il rettile: e il suo gesto, di appoggiare il piede sulla testa dell’animale, non fa che confermare e ammettere la presenza anche della bestia23. Certo, questo non veniva spiegato al cristiano “normale”: anche perché la conoscenza dei simboli dell’antica religione, in cui il drago era un’entità positiva associata all’eterno femmi­nino che produceva vita e ricchezza, dopo persecuzioni, crociate ed inquisizioni durate secoli, era diventata patrimonio degli iniziati, che la tramandavano di nascosto in sette esoteriche o ereticali. È la tenace volontà di affrancamento della natura umana dalla dittatura della ragione che fa nascere le sette gnostiche, le eresie tanto combattute dalla Chiesa romana, in cui, a differenza della religione ufficiale, le donne potevano godere di largo spazio. Ciascuno di questi movimenti lotta, a suo modo, in difesa del serpente: nessun essere, proclamano i Perati, gno­stici del III secolo, né in cielo né in terra né agli inferi, si è formato senza il serpente. E gli Ofiti (il cui solo nome, serpente in greco, è una professione di fede) aggiungono:


veneriamo il serpente perché Dio lo ha fatto causa della Gnosi per l’umanità... I nostri intestini, grazie ai quali ci alimentiamo e viviamo, riproducono la figura del serpente24.
Oltre a simboleggiare le qualità più deleterie della femmina, il drago, nella maggior parte delle tradizioni, è portato a divorare, cioè ad assorbire, una o più donne. Non chiede mai vittime maschili; i suoi pasti sono fatti di fanciulli o, meglio ancora, di donzelle e principesse, che qualche volta tiene prigioniere senza mangiarle. Da un punto di vista alchemico, ma anche e soprattutto psicanalitico, ogni nutrimento deve essere assorbito quando deve potenziare una forza ed un’essenza identiche.

Il drago riflette, in realtà, l’immagine profonda dei poteri femminili, che sono quelli di generare la vita e di nutrirla, di completare, con la sua azione passiva, l’aggressività inerente alla natura istintiva dell’uomo: in poche parole, la capacità di “civilizzarlo”. In questo senso, la lotta contro il drago significa la riconquista dei poteri femminili, senza i quali neanche l’uomo può essere completo, e conquistare il tesoro. Combattendo la bestia, il cavaliere (o l’iniziato o il santo) realizza una triplice operazione: purifica, con il suo coraggio e la sua volontà, le forze che gli impedivano di sconfiggere il proprio drago interiore; recupera l’elemento femminile complementare e si apre la via di accesso al tesoro. Vincere il drago equivale a superare la prova iniziatica attraverso la cattura delle forze femminili che fanno paura agli altri uomini, associate al fuoco ed al sangue.

Questa complementarietà vita-morte, associata alla donna, è l’attributo fondamentale di tutte le dee madri delle civiltà animiste e panteiste, che non dividevano il “bene” dal “male” ma ritenevano il positivo e il negativo soltanto due facce della stessa medaglia, entrambe necessarie, allo stesso modo, alla continuazione dell’esistenza del ciclo vitale.

La Dea, simbolo del ciclo vegetativo, della fertilità e della fecondità, mantiene caratteristiche buone e terribili. Nella mentalità arcaica, la Donna è amata per la sua funzione benefica, di dispensatrice di vita, di piacere, di bellezza, di cultura, di conoscenza, che arriva dalla sua cavità generatrice; ma, nello stesso tempo, anche temuta per la sua funzione malefica, illustrata dal ventre “che ingoia” (in psicanalisi, il complesso della vagina dentata).

In effetti, fino a quando non furono sterminate dai roghi, erano le donne, streghe e matriarche, che dominavano la vita, facendo nascere i bambini, curando gli ammalati, ma che davano anche la morte, chiudendo gli occhi agli agonizzanti, facendo sparire i “conigli” o le “bestioline” che nascevano da amplessi maledetti (handicappati o malformati, forzatamente im­pro­dut­tivi, che una comunità già povera non avrebbe potuto mantenere, e che venivano seppelliti senza che neanche la madre li vedesse; figli di unioni illegittime che venivano abortiti prima della nascita); rivelando la ricetta di un buon veleno per liberarsi da un marito violento, imposto, traditore o semplicemente inopportuno.

Le origini ctonie del drago nel suo aspetto di serpente lo associano in modo del tutto naturale alla Grande Dea Madre, di cui è una delle creature, amata ed odiata. Perché la bestia, in quanto possessore e guardiano della terra e dei tesori che contiene, le consente di mantenere la fertilità dei suoli, degli animali e degli umani, ma deve essere continuamente combattuto per obbligarlo a consegnarle quei tesori. La Vergine Maria dei cristiani altro non è che una trasfi­gura­zione e una sovrapposizione dell’antica Dea: e può agire solo quando ha poggiato il suo piede sulla testa del serpente, quando l’ha domato. Ma non può esistere senza di lui, perché è parte del suo corpo e della sua immagine.




Il drago alchemico
Il drago è, probabilmente, il più antico simbolo figurato dell’alchimia di cui abbiamo prove documentate. La maggior parte dei testi alchemici evocano l’immagine di un mostro dalle ali di avvoltoio, con la testa di elefante e con la coda di drago, unendo così, in uno stesso corpo, gli elementi aerei, terrestri ed acquatici. L’essere fantastico si uccide, o meglio si autodivora, sposa se stesso e si feconda da sé. Associato all’aria, rappresenta lo spirito sottile delle cose; alla terra, la materia; all’acqua, la materia primordiale. È la rappresentazione del “Tutto è Uno” e di “Tutto è in Tutto”.

L’importanza dell’alchimia per la storia della chimica (e della scienza in generale) è risaputa: le due parole sono originate persino dalla stessa radice (araba). Viceversa, la sua importanza per la storia dello spirito è ancora praticamente sconosciuta: eppure, per secoli, ha formato una specie di corrente sotterranea del cristianesimo che regnava alla superficie: il suo contributo nella formazione della psiche umana è enorme.

Il rapporto tra alchimia e cristianesimo è equivalente a quello fra sogno e coscienza. E come il sogno compensa i conflitti della coscienza, così l’alchimia tende a colmare quelle lacune che la tensione dei contrari e l’antagonismo esasperato fra bene e male tipico dell’ideologia cristiana hanno lasciato aperte. L’espressione più epigrammatica di questo stato di cose è probabilmente l’assioma che accompagna, come un leitmotiv, l’alchimia per mille settecento anni, e che, guarda caso, è stato scritto da una donna, Maria Prophetissa, intellettuale ebrea di cui si hanno scarse notizie. Nel suo celebre epigramma (“L’Uno diventa Due, i Due diventano Tre, e per mezzo del Terzo, il Quarto compie l’Unità”: è noto che i numeri dispari, fin dall’antichità, e non solo in Occidente ma anche in Cina, sono maschili; quelli pari, invece, femminili) tra le cifre dispari del dogma­tismo cristiano basato sulla trinità si inseriscono le cifre pari che denotano l’elemento femminile, la terra, il sotterraneo, il male stesso. La loro personificazione è il serpens mercurii, il drago che genera e distrugge se stesso, mangiandosi la coda, l’uroborus, che rappresenta la prima materia, il mondo primordiale matriar­cale. La forma circolare dell’Uro­boros suggerisce che l’universo non ha né inizio né fine. Smembrare il drago significa scoprire le sue componenti fondamentali, partorire nuovamente il creato. Gli elementi caotici dell’inconscio sono trasformati in coscienza: lo smembramento prelude all’ordine.

Il drago è Ermete, Mercurio, ermafrodito, a volte rappresentato sotto vesti femminili e vergini, col drago come figlio al posto del Bambin Gesù, accomunato all’orso e al leone, aspetti pericolosi ma necessari della prima materia. Il drago simboleggia l’esperienza viva, la visione dell’alchimista che lavora e “teorizza”. In lui si combinano il principio sotterraneo del serpente e quello aereo dell’uccello. Mercurio è il divino spirito alato che si manifesta nella materia, dio della rivelazione, signore del pensiero e del linguaggio, messaggero degli dei, ma anche psico­pompo cioè, tramite fra questo e l'altro mondo. Il metallo fluido, l’argento vivo, è la sostanza miracolosa che esprime perfettamente la sua essenza, il potere di ciò che splende e vivifica dal di dentro. Quando l’alchimista parla di Mercurio, intende esteriormente l’argento vivo, interiormente però lo spirito nascosto o prigioniero nella materia, creatore del mondo: il drago.

Il drago appare come mangiacoda in raffi­gurazioni antichissime: per esempio, nel Codice Marciano, del X-XI secolo, con la legenda in greco “Uno, il Tutto”. Nel corso e della storia, gli alchimisti non fanno che ripetere che l’Opus sorge da “una” cosa e riconduce nuovamente all’”uno”, che dunque, in un certo qual modo, segna un circuito, come un drago che morde la propria coda. Per questo motivo, l’Opus è spesso chiamato circulare, oppure rota. Il mercurio sta all’inizio e alla fine dell’opera: come drago divora se stesso, e come drago muore per risorgere poi come Lapis (la pietra filosofale, il risultato). È l’essere iniziale ermafrodito, che poi si scinde nella classica coppia di fratello e sorella, e si riunisce nella coniunctio per ricomparire nella figura raggiante del lumen novus del Lapis. È metallo eppure liquido, materia eppure spirito, freddo eppure ardente, veleno eppure bevanda salubre, simbolo unificatore dei contrari25: un drago, insomma!


Il drago nella rappresentazione popolare
Malgrado le demonizzazioni, che hanno confinato i poveri lucertoloni a rappresentare il Maligno in tutte le salse, in ambito popolare i draghi sono sempre stati fra i soggetti preferiti: specialmente dagli artigiani del ferro battuto, che hanno potuto dar prova della propria abilità forgiando le mitiche contorsioni dei fantastici animali con instancabile passione. E così, gli eredi dei dinosauri sono diventati di tutto: dai portalampade ai candelabri, dai portabandiera alle fioriere.

Ma è principalmente come doccione che il drago ha dato il meglio di sé: sputando acqua invece che fuoco, nella sua arcaica funzione di protettore delle acque, ha convogliato il prezioso liquido in condotte e cisterne da cattedrali, castelli e umili dimore: una volta niente veniva sprecato. E la sua lingua biforcuta purificava le acque potabili dell’intero continente.

Ma il rettile esercitava le sue mansioni apo­tropaiche anche direttamente sugli attrezzi agricoli. Ancora all’inizio di questo secolo, le campagne emiliane e romagnole erano percorse da carri bassi a quattro ruote, molto pesanti e robusti, trainati da coppie di buoi: simili, forse, a quelli descritti da Virgilio nelle Georgiche. Per il contadino il carro non era solo un importante strumento di lavoro, ma anche un simbolo di prestigio sociale. Al momento di ordinarne uno nuovo, guardava certo alla sua funzionalità, ma era per gli elementi accessori e decorativi che non badava a spese. Poi, con l’avvento della mecca­nizza­zione, in pochi decenni questo tipo di veicolo scomparve definitivamente dal contesto rurale.

Solo pochi carri sono giunti integri fino a noi, e sono custoditi gelosamente presso collezionisti o musei della vita contadina. Molto apprezzati da chi si interessa la rapporto fra arte e natura sono le cosiddette maledisiòun, accessori in ferro battuto a forma di drago, collocati sulla robusta trave longitudinale che collegava le due coppie di ruote. Nella credenza popolare, animali mitici come questi scacciavano gli spiriti maligni e la grandine, cioè, ancora una volta, l’acqua nella sua accezione negativa.

C’erano poi altri arnesi a forma di serpente, i saltarelli: erano elementi di bloccaggio fissati alla parte posteriore del carro tramite un bullone che passava per il foro. Imperniato al bullone e libero di oscillare ruotandoci attorno, il salta­rello poteva calare con la sua parte anteriore su una ruota dentata, e bloccarne la rotazione inserendosi fra dente e dente, con la parte appun­tita foggiata a mascella: così restava fermo l’argano, e la corda che legava il carico rimaneva in tensione. Anche in questo caso, una funzione simbolica, simile a quella della maledisiòun, accompagnava questa usanza, e i fabbri ferrai si cimentavano in mille variazioni, più o meno stilizzate, sul tema.

Esistono poi le feste del drago, in cui si celebra la liberazione di una città dal mitico mostro: fra le più note, quelle del Sud della Francia.

Ma è di un’altra festa che vorrei parlare: si tratta di uno sport che, dall’Estremo Oriente, in pochi anni si è diffuso velocissi­mamente sui laghi alpini e in particolar modo trentini: le regate dei draghi.

L’abitudine di travestire le barche da draghi non è prerogativa dei cinesi: i vikinghi sono sbarcati in America sui drakkar, imbarcazioni che non solo portavano il nome il nome del meraviglioso animale, ma anche la sua testa scolpita sul legno della poppa. Quando il primo drago -cinese- da Roma arrivò a solcare le acque del lago trentino di Caldonazzo, quasi per scherzo, nessuno si sarebbe immaginato il successo dell’iniziativa: ma nel giro di poco tempo, ogni paese della provincia con uno straccio di specchio d’acqua si è dotato di barca con muso dalla lingua biforcuta e di relativo equipaggio. Alcuni addirittura dispongono di più di un team dragonesco. Oggi come oggi, questo tipo di attività sportiva è diffusa sull’intero arco alpino, comprese le regioni tedesche e austriache, dotate di bellissimi laghi ognuna con i propri draghi galleggianti.

Altra particolarità curiosa: al contrario di quasi tutti gli altri sport, per la stragrande maggioranza maschili, gli equipaggi delle dragon­boats sono rigorosamente misti, o femminili: le donne adorano cavalcare i dinosauri acquatici!

Ma, anche se non si è ancora vista una barca a basilisco (“un drago che ha sulla testa una corona d’oro, grandi ali spinose, coda di serpente che termina con la cresta di un gallo”), probabilmente perché chi fabbrica le teste non conosce la tradizione alpina dei lucertoloni lacustri, che non ha niente da invidiare, in quanto a ricchezza iconografica, a quella cinese, è sulle magliette, fabbricate e disegnate dalle società sportive autoctone, che si vedono rifiorire e fiammeggiare le familiari figure panciute e sauresche dei draghi nostrani. Una delle più belle, addirittura, mostra un’amazzone in armatura sexy, dotata di ogni attributo femminile in assoluta evidenza, in sella ad un drago stupendo, che tiene per le redini. Equipaggio evidentemente unisex, in rosa, che ha composto anche un inno alla Signora tanto bistrattata dai preti e dalla Chiesa: “Lady Drago”!

E la moda non accenna a diminuire: anzi. Le regate diventano occasione di festose mascherate, in cui non di rado capita di vedere elmi cornuti di sapore celtico-vikingo, che con i cinesi non hanno niente a che fare, ma con i draghi invece hanno molto a che spartire...

Nessuno se ne rende conto (a parte gli specialisti), ma le maschere, o i travestimenti, in realtà non occultano proprio niente, ma mostrano senza veli l’immagine e la personalità che ognuno di noi sogna e desidera di poter far conoscere agli altri, senza le inibizioni e le imposizioni dettate dalla cultura corrente (repressiva). I Carnevali sono occasioni catartiche di liberazione e rinascita, che dovrebbero tenersi più volte durante l’anno, per elevare la qualità della vita.

A questo punto, chi ancora dubita del buon funzionamento della memoria archetipa, o del cervello di rettile, farebbe bene a farsi una gita sui laghi trentini d’estate.

Penso che l’organizzazione della finale europea della gare di dragon­boats sul Loch Ness in Scozia, per tener compagnia a Nessie, povero cuore solitario in balia di giornalisti e curiosi increduli e senza più sogni, riscuoterebbe un successo strepitoso.



E poi verrà anche il momento in cui si capirà che
Tutti i draghi della nostra vita sono forse delle principesse che attendono di vederci belli e coraggiosi. Tutte le cose terrificanti sono forse cose prive di soccorso in attesa del nostro aiuto26.

1 Da un’antica saga celtica, citata in Umberto Cordier, Guida ai draghi e ai mostri in Italia, Milano, SugarCo, 1986, p. 26.

  1. Giovanni, Apocalisse, XII, 3-5




3 Umberto Cordier, Guida ai draghi cit., p. 21 segg.
4 Nel solo Trentino, per esempio, si possono trovare i draghi a e i basilischi a Mezzocorona, a Castel san Gottardo, costruito dentro una grotta; all’eremo di san Colombano, ricavato anch’esso dentro una cavità della montagna; al lago Boè; al lago Pissadù (drago femmina), al lago Pisorno; a Tezz, dove vive in un gelido lago verso Cima d’Asta; a Viarago; a Costalta, sull’altopiano di Pinè; in val Badia; a san Vigilio di Marebbe; e perfino sull’Agordino e a Cortina... e via dicendo; confronta Bruna Maria Dal Lago, Il sogno della ragione, Cles (Tn), Mondadori, 1991; Mauro Neri, Mille leggende del Trentino, Trento, Panorama, 1997; Ulrike Kindl, Le Dolomiti nella leggenda, Bolzano, Frasnelli-Keitsch, 1993. Proprio dal Trentino, inoltre, provenivano le “pietre del veleno” più richieste in Italia. Le sante “pietre del veleno”, conosciute anche come “pietre di san Domenico”, o “di san Paolo” nelle regioni centrali e meridionali, o “di san Giuliano” in Settentrione, ma soprattutto in Trentino, erano amuleti di selce, serpentine, scisti argillosi, più raramente lapislazzuli di origine vesuviana, molto ricercati perché il colore oltremare della lazurite gli conferiva un non so che di magico, che venivano sfregati sulla parte e del corpo lesa dalle zanne o dai denti dei serpenti, per fermare l’attività del veleno e guarire il morsicato. In Italia, la più grande quantità di queste pietre si trova lungo le sponde e nella fonte del Lago di san Giuliano, situato in una valletta laterale della Val di Genova, in Trentino, a 1938 metri di altezza. Narra la leggenda che chiunque raccoglierà uno di questi sassolini e lo porterà con sé non avrà nulla da temere da parte dei serpenti. Silvio Bruno, Stefano Maugeri, Serpenti d’Italia e d’Europa, Milano, Giorgio Mondadori, 1990, p.24.

  1. AA.VV, Storia dei santi e della santità cristiana, Milano, Eraclea, 1991.


6 Carl Gustav Jung, Dizionario di psicologia analitica, Torino, Bollati Boringhieri, 1997, alla voce “simbolo” e “immagine”.

7 Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Milano, Rizzoli, 1986, vol. I, p.394.

8 Erminio Caprotti, Mostri, draghi e serpenti nelle silografie dell’opera di Ulisse Aldovrandi e dei suoi contemporanei, Milano, Gabriele Mazzotta, 1980, p.28 e p. 31.

9 Ulrike Kindl, Le Dolomiti nella leggenda cit., 1996, p. 37.

10 Daniel Beresniak, Michel Random, Il drago, Roma, Mediterranee, 1988, p. 21.

11 Come tradizione orale trentina, è raccontata da Anna Lechner, Villabassa, riferita da Bruna Maria Dal Lago, Fiabe del Trentino Alto Adige, Cles (Tn), Mondadori, 1997, p.192; come tradizione cosmogonica celtica, è riportata da Bruna Maria Dal Lago, Il sogno della ragione cit., p. 23-25.

12 AA.VV., Pterosaurs, Crescent Books, p. 20-21.

13 Terence Mc Kenna, Il nutrimento degli dei, Milano, Apogeo, 1995.
14 Le pubblicazioni del Gruppo criptozoologia Italia sono: Criptozoologia - Una nuova scienza per risolvere gli antichi misteri, bollettino informativo a cura di Franco Tassi, supplemento occasionale di Natura protetta, Roma, Stampa Almadue, marzo 1995, dicembre 1996, dicembre 1997.

15 Macrobio, I Saturnali, Libro I, XXI.

16 Silvio Bruno, Stefano Maugeri, Serpenti d’Italia e d’Europa cit., p. 19.

17 Louis Charbonnay Lassay, Il bestiario di Cristo, Roma, Arkeyos, 1994, vol I, p. 559-562.



  1. Louis Charbonnay Lassay, Il bestiario cit., vol. II, p. 405-408.


19 Giovanni, Apocalisse cit., XVII, 4-5, e XX, 2-4.



  1. Jehan de Cuba, Hortus sanitatis, 2° parte, XLIX.



  1. Il testo intero della ballata, trascritto e musicato da Rita Viglietti e Maurizio Giraudo, è contenuto nel disco Kalenda Maia e in Rita Viglietti e Maurizio Giraudo, I Kalenda Maia, in AA.VV., La civiltà alpina - (R)esistere in quota, a cura di Michela Zucca, Trento, edizioni del Centro di ecologia alpina, vol. II, Le storie, p. 327.



  1. Jean Markale, Le mont Saint Michel et l’énigme du dragon, Parigi, Pygmalion, 1987, p. 243-244.


23 Jean Markale, Le mont Saint Michel cit., p. 301-305.

  1. Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli cit., vol II, p. 365-366.




  1. Carl Gustav Jung, Psicologia e alchimia, Torino, Boringhieri, 1995, p. 27, 70, 96, 186, 283-285.



26 Reiner Maria Rilke, Lettera ad un giovane poeta.



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