Biografia e poetica u la vita



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Biografia e poetica


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La vita

Umberto Saba nacque nel 1883 a Trieste (allora appartenente all’Impero austro-ungarico) da Felicita Rachele Cohen, di origine ebraica, e da Ugo Edoardo Poli, discendente da una nobile famiglia veneziana. Il padre abbandonò la famiglia poco prima della nascita del poeta; Umberto lo conoscerà solo all’età di vent’anni, e ne rifiuterà il cognome per assumere quello di Saba, in omaggio alla madre e alla sua origine (saba in ebraico significa «pane» > Approfondimenti, p. 1653).



I traumi infantili e le esperienze dell’adolescenza Felicita Cohen affidò Umberto alle cure di una balia slovena, ma dopo tre anni lo riprese con sé. La traumatica separazione dal- la balia, la mancanza della figura paterna, l’educazione severa e repressiva impostagli dalla madre lasciarono una traccia pro- fonda nella psiche del poeta. Adolescente inquieto (da vecchio, in un romanzo rimasto incompiuto, racconterà di un’esperienza omosessuale), interruppe gli studi ginnasiali, si iscrisse all’Accademia di commercio e nautica, lavorò come praticante presso una casa di commercio triestina e per un breve periodo anche come mozzo su un mercantile.

L’inquietudine della maturità e le raccolte di versi

Nel 1905, nel corso di un breve soggiorno a Firenze, ebbe modo di frequentare l’ambiente della rivista “La Voce”, ma non si riconobbe nella poetica dei «vociani». Nel 1908 prestò il servizio militare volontario a Salerno (era cittadino italiano nonostante vivesse nella Trieste asburgica); al suo rientro a Trieste sposò Carolina Woelfler (Lina), dalla quale ebbe una figlia, Linuccia. Nel 1911 pubblicò con il cognome Saba il volume Poesie. Nello stesso anno inviò alla “Voce” l’importante saggio Quello che resta da fare ai poeti, ma venne rifiutato (sarà pubblicato solo nel 1959 dalle Edizioni dello Zibaldone di Trieste). Dopo la Grande guerra (1915-1918), cui partecipò – ma nelle retrovie, assegnato a ruoli amministrativi – si stabilì a Trieste, dove acquistò la proprietà di una libreria antiquaria. Cose leggere e vaganti (1929), L’amorosa spina e il primo Canzoniere (1921), che contiene le liriche composte nell’arco di un ventennio, videro la luce a sue spese con il marchio editoriale della sua Libreria Antica e Moderna.

Intanto, il peggioramento delle sue condizioni psichiche (già da tempo si erano manifestati in lui i sintomi di una nevrosi) lo portò nel 1929 dal dottor Edoardo Weiss, allievo di Freud e primo divulgatore della psicoanalisi in Italia. Le cure psicoanalitiche, cui Saba da allora si sottoporrà periodicamente, non risolveranno il suo malessere, ma gli offriranno una chiave per comprendere meglio l’origine di esso nell’infanzia e nella adolescenza.

La promulgazione delle leggi razziali nel novembre del 1938 costrinse il poeta a rifugiarsi prima a Parigi e poi a Firenze, dove aiutato da Montale e da altri intellettuali antifascisti, visse in clandestinità fino alla Liberazione.



I riconoscimenti alla sua poesia

Nel dopoguerra per Saba arrivarono la fama e i riconoscimenti. Nel 1945 pubblicò, presso Einaudi, la seconda edizione del Canzoniere, arricchita da nuove liriche. Nel 1946 diede alle stampe Scorciatoie e raccontini, fu insignito del premio Viareggio e ricevette l’offerta, dall’università di San Paolo del Brasile, della cattedra che era stata di Ungaretti. Nel 1948 pubblicò con Mondadori Storia e cronistoria del Canzoniere. Nel 1954 ricevette dal- l’università di Roma la laurea in Lettere honoris causa.

È di questi anni anche la sua adesione al Partito comunista, ma una profonda delusione suscitò in lui la notizia della sconfitta delle sinistre alle elezioni politiche dell’aprile del 1948. Chiuso in uno sdegnoso isolamento, vide riacutizzarsi il suo malessere psichico, che lo costrinse a frequenti ricoveri in clinica. Nel 1956 in seguito alla morte della moglie, stanco e amareggiato, anche a causa di una lite giudiziaria tra Einaudi e Mondadori per i diritti del Canzoniere, si rinchiuse in una clinica a Gorizia dove morì nel 1957. Postumi sono usciti il saggio Quello che resta da fare ai poeti (1959), l’ultima edizione del Canzoniere (1961), il romanzo Ernesto (1975; iniziato nel 1953 e rimasto incompiuto).


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La poetica

Poesia onesta significa, anzitutto , chiarezza interiore, sincerità morale . Essa deve portare il poeta ad immergersi nel flusso vitale della vita comune, di tutti i giorni e, attraverso uno scavo interiore (la psicoanalisi gli dà gli strumenti per farlo), deve arrivare a definire ciò che è proprio di ogni uomo.

Onesta è quella poesia che aiuta l’uomo a recuperare la propria identità ed integrità profonda e a partecipare alla vita sociale. (La poesia ha dunque una funzione psicologica e sociale).

La poesia deve svelare la verità più profonda di ogni essere umano, ciò che è comune a tutti indistintamente . Si tratta di trovare quelle pulsioni inconsce che la psicoanalisi può aiutare ad individuare e ad analizzare . Tale verità nascosta e unificante è riconosciuta nelle pulsioni dell’eros , nel principio del piacere freudiano. La poesia deve esprimere questa segreta pulsione unificante.

Ciò che Saba vuole “onestamente” dire , è la malattia tipica del ‘900: la solitudine dell’uomo che non sa più inserirsi nel ritmo della vita. Per Saba, infatti, la salute è l’inserimento nella vita quotidiana , l’adesione alla realtà. Adesione alla realtà significa anche accettare tutto quello che viene, anche le cose malinconiche o tristi. In Saba troviamo sempre e comunque un forte amore per la vita.

La poetica sabiana si avvicina, per l’ansia di sincerità e per la tendenza all’autobiografismo, ad alcune esperienze legate alla rivista “La voce”, con esponenti della quale Saba entrò in contatto, ma se ne staccò ben presto constatando che la sua ricerca andava in direzioni differenti da quelle dei vociani.
N.B Malgrado l’apparente semplicità e solarità dei suoi componimenti, l’ispirazione di Saba è carica di ambiguità e contraddizioni, essendo condizionata dallo scavo nel profondo dell’io. Egli stesso, d’altra parte, è tormentato per tutta la vita da disturbi nervosi che lo fanno sentire spesso forzatamente “diverso” da tutti gli altri.

LA CHIAREZZA

Secondo Saba, il poeta deve scavarsi dentro, ma non per scoprire lacerazioni e contraddizioni irrisolte , bensì per raggiungere una superiore chiarezza.



La chiarezza è una virtù che devono avere tutti quelli che scrivono: bisogna dire le cose chiare, che siano comprensibili a tutti . In Saba c’è un’ansia di comunicazione con i lettori e da questo derivano anche le sue scelte formali:

  • L’adozione di un linguaggio piano e colloquiale, vicino al linguaggio dei crepuscolari ( In Saba però è assente l’ironia, la nostalgia del passato, il tono decadente. I crepuscolari , poi, cantano le cose semplici , ma le considerano di pessimo gusto).

  • La scelta di tematiche narrative e descrittive , più che “liriche” (in questo si sente l’influenza di Montale che Saba frequentò negli anni Trenta, ma nel complesso lo stesso Saba rivendicò, giustamente, l’originalità della sua poesia). Tematiche dunque ,non troppo simboliste o astratte, ma comprensibili a tutti, le tematiche della quotidianità, della realtà umile e dimessa in tutte le sue sfumature

Per questo, Saba è stato considerato a lungo, un poeta “arretrato” perché estraneo alle esperienze poetiche più recenti e innovative come quelle delle avanguardie, dell’ Ermetismo, di Ungaretti e di Montale. Fino al 1945, Saba fu, dunque, piuttosto isolato ed ebbe recensioni critiche poco favorevoli. La sua importanza storica si avvertirà negli anni ’50 – ’60 , quando nella poesia italiana si riscoprirà un linguaggio meno “ermetico” e si ritornerà a temi più vicini alla realtà comune. Si capirà allora meglio il valore delle scelte compiute in precedenza da Saba.
IL RECUPERO DELLA TRADIZIONE - LA LINEA ANTINOVECENTISTA

  • Saba recupera il linguaggio parlato (trite parole) e lo fonde con quello dei grandi poeti italiani accostando termini di uso comune, familiari a termini aulici ed antichi. Per lui la parola deve avere la capacità di descrivere chiaramente le cose, non di evocarle. Il lessico concreto e immediato è pienamente adeguato a quell’ideale di poesia onesta da lui vagheggiato. Il suo linguaggio vuole essere aderente alla realtà lontano dai preziosismi (D’Annunzio) e dai rimandi analogici (ermetismo). Non importa la bellezza dei versi, ma la loro verità. Certo il linguaggio della poesia non è quello della prosa , dunque in Saba ritroviamo anche forme auliche e termini appartenenti al lessico letterario che il poeta però sa rinnovare utilizzandoli in modo originale.

  • La sintassi delle sue poesie è piana, chiara e ben definita. Rifiuta il frammentarismo (Ungaretti) , le innovazioni più radicali (avanguardie), i versi liberi e gli esperimenti simbolistici.

  • Il tipico impasto sabiano di aulico e di prosaico , di antico e di nuovo, è tutt’altro che umile e facile. La semplicità delle forme e dei contenuti non esclude , infatti, la profondità del discorso che scaturisce dai suoi versi, tanto che Pier Paolo Pasolini considerava Saba “il più difficile dei poeti contemporanei”.

  • I modelli per Saba sono Petrarca ed i grandi poeti sette – ottocenteschi (Parini, Foscolo, Leopardi). In questo modo egli, rivela anche il bisogno di inserirsi nella grande tradizione lirica italiana e di darsi una misura, una regola ben chiara .( non dimentichiamo che è nato a Trieste, una realtà provinciale e di confine)Saba ha bisogno , inoltre, di sicurezza , di riferimenti certi e ben consolidati da contrapporre polemicamente alle ricerche formali tipiche del suo tempo.

  • Il ricorso allo stile “ classico” serve anche a creare una certa distanza dalle inquietudini interiori e dalle pulsioni irrazionali : l’attenta elaborazione formale serve cioè al poeta per cercare di dominare i moti dell’anima , per non essere travolto dalla loro immediatezza e istintività.

  • La poesia di Saba rifiuta lo sperimentalismo del Novecento e si ispira alla tradizione poetica italiana: recupera l’endecasillabo, il settenario e la struttura chiusa del sonetto , (ma ricerca la facilità e la chiarezza di comunicazione, tutti elementi poco comuni a inizio Novecento). Anche le rime predilette sono quelle tipiche e tradizionali, quasi scontate (Come lui stesso dice nella lirica Amai: “Amai trite parole che non uno / osava. M’incantò la rima fiore /amore, / la più antica difficile del mondo..”).

  • Alla tradizione ci riporta anche l’andamento ritmico dei componimenti, spesso vicino al “canto” (non a caso la sua opera più importante si intitola “Il Canzoniere”). Da qui l’uso di assonanze, consonanze, frequenti rime , tutte quelle caratteristiche disdegnate dagli altri poeti a lui contemporanei.


I TEMI DEL CANZONIERE: VITA E DOLORE DELL’UMANITÀ


I

L’unità del Canzoniere e le relazioni tematiche

Il Canzoniere è nato nell’arco di quarant’anni: dalla prima edizione del 1921 all’ultima del 1961, il poeta è intervenuto aggiungendo nuove sezioni, sopprimendo o collocando in un ordine diverso i testi. Nel suo insieme esso registra la ricerca di Saba sul significato della vita, le sue emozioni e le sue intime contraddizioni. La tendenza a raccontare, non solo se stesso e i propri sentimenti, ma anche fatti, e a delineare figure, fa di quest’opera una sorta di romanzo psicologico in versi, la cui unità nasce dall’unità che Saba stabilì tra poesia e vita: vita come sentimento doloroso dell’esperienza umana trasfigurata nel canto poetico. È quanto Saba spiega in Storia e cronistoria del Canzoniere: «A un certo punto, per quel suo persistere a scavare nel profondo, a non mollare un sentimento anche (specialmente se) doloroso, prima di averlo esaurito (superato) nel canto; ad aggiungere come un muratore che fa la sua casa pietra su pietra (magari con l’intima ferma persuasione che ogni poesia dovesse essere l’ultima di una serie, se non addirittura della sua vita) egli si trovò poi questa come altre volte; ma nessuna come questa ad avere nelle mani il libro bell’e fatto. E il libro, nato dalla vita, dal “romanzo” della vita era esso stesso, approssimativamente, un piccolo romanzo. Bastava lasciare alle poesie il loro ordine cronologico; non disturbare, con importune trasposizioni, lo spontaneo fluire e trasfigurarsi in poesia della vita».

Il criterio ordinatore del percorso poetico del Canzoniere non è semplicemente cronologico, i vari testi sono collegati da una fitta rete di richiami e rimandi tematici tra una sezione e l’altra con una tendenza all’armonia e alla chiarificazione, perché le esperienze di vita trovino unità e coerenza.


La totale accettazione della vita: amore e dolore

L’atteggiamento del poeta nei confronti della vita è quello di una totale accettazione, e pertanto egli ne registra la gioia e il dolore, la purezza e la corruzione. La vita del poeta è la vita di tutti, della gente più umile cui egli si accosta con profondo rispetto. Aderire alla vita comune e alle cose concrete della realtà quotidiana significa per Saba recuperare la propria umanità, sentirsi uomo tra gli uomini.



La città di Trieste: luogo dell’anima

Accanto alle persone domina un luogo, Trieste. La città, crocevia di popoli e di culture (tedesca, latina, slava), brulicante di vita (il porto, i vicoli, le osterie, i caffè) ma nel contempo riservata e diffidente, rispecchia la contraddittorietà dell’anima sabiana. Trieste non è soltanto un luogo, è la vita stessa che il poeta vede fluire e, come nei confronti della vita, il suo rapporto con la città è ambiguo, oscilla tra attrazione e repulsione. Saba proietta nella città solitaria e chiassosa, dolce e aspra insieme, le proprie tensioni e ambivalenze affettive: animato dal desiderio di immergersi nella sua «calda vita» e dalla tentazione opposta del- la solitudine, talvolta si allontana per contemplare quei luoghi dall’alto, da un «cantuccio» solitario, da dove può cogliere l’«aria natia», fatta di felicità e di dolore insieme, che così bene rispecchia il suo animo. La lirica Città vecchia, anch’essa della sezione Trieste e una donna, esprime quel bisogno, innato in Saba, di «fondere la sua vita a quella delle creature più umili ed oscure»: egli si immerge nella vita di tutti (la prostituta, il marinaio, il vecchio che bestemmia, la donna che litiga, il militare, la giovane impazzita d’amore) e riscopre nell’umiltà le ragioni autentiche dell’esistenza.



La volontà di adesione e di solidale partecipazione alla vita della gente comune, per trovare sollievo alle angosce del proprio animo, ritorna nella lirica Il Borgo della sezione Cuor morituro. Il tema è ancora l’amore per la vita, ma rispetto alle poesie precedenti si acuisce l’impossibilità di pacificazione e di integrazione. Tra le antiche strade di un quartiere collinare di Trieste, Saba ha tentato di assaporare la vita come un cibo genuino, come il pane e il vino, ma la consapevolezza della propria solitudine e diversità è motivo di dolore e di nevrosi sin dagli anni della giovinezza e tale resterà per tutta la sua esistenza, nonostante l’effetto consolatorio che gli deriva dalla pratica della poesia. La stessa vocazione letteraria se è un privilegio è anche una condanna, in quanto lo chiama a contemplare la vita degli altri ma non a parteciparvi. In Storia e cronistoria Saba racconta lo stato d’animo che ha ispirato la lirica: «Quelli (e sono necessariamente pochi) che hanno letto il primo Canzoniere, ricorderanno forse, sia pure vagamente, una poesia, molto giovanile, di Saba, che si intitolava essa pure Il Borgo. Era una poesia di scarso o nessun valore, con note di “poesia civile”, carducciane e socialisteggianti, alla maniera in uso nei primissimi anni del Novecento. Nella prima strofa di questa (poeticamente) disgraziata poesia (nel secondo Canzoniere Saba si affrettò a toglierla), l’autore (non ci regge qui il cuore di chiamarlo poeta) parlava, a vent’anni, di “estreme giornate di mia vita”. Si pensava allora molto ammalato; e più – aggiungeva una nota in calce – d’ani- mo che di corpo. Forse era affascinato dall’idea del suicidio; certo è che, con quella poesia, egli temeva, o sperava, di aver salutato per l’ultima volta il suo amato borgo. Nella lirica omonima della maturità, Saba rievoca quel suo stato d’animo, quel suo grande e, in parte, superato dolore. Lo rievoca, e ne dà, a se stesso, la ragione profonda, essenziale. La commozione, l’intenerimento che lo vinse allora, alla vista degli operai che tornavano in lun- ghe file dal lavoro, era il desiderio di uscire dal proprio io, di fare parte anche lui della comunità umana. Il male del quale aveva sofferto la sua giovinezza era stato quella di sentirsi diverso da- gli altri, irrimediabilmente diverso e disperatamente solo».


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Dolore individuale e universale

Il dolore è sentito da Saba come personale e, nel contempo, universale, perché presente in tutte le creature. Nella sezione Casa e campagna il poeta accomuna gli animali e gli uomini nel medesimo destino di sofferenza: così l’ascolto del belato di una capra gli fa dire che il dolore è eterno, / ha una voce, e non varia (> La capra,). Lo stesso sentimento anima le liriche della sezione 1944, riferita all’occupazione nazista in Italia nell’ultima fase della Seconda guerra mondiale. L’amarezza provocata dagli avvenimenti storici e la ritrovata speranza nei giorni della Liberazione aprono a un senso di uguaglianza e di solidarietà frater- na tra gli uomini (> Teatro degli Artigianelli,).




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