Bioresistenze – cittadini per IL territorio: l’agricoltura sociale 1 Premessa



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23.11.2017
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Etica civile: cittadinanza… ed oltre?

Paper per il Forum di etica civile – Primavera 2017 Milano

Guido Turus
Bioresistenze – cittadini per il territorio: l’agricoltura sociale

1 Premessa

L’agricoltura rappresenta uno spazio del tutto particolare in cui realizzare impegno e cittadinanza.


Il presente documento si basa sull’assunto che i soggetti del terzo settore non sono i detentori dei valori di impegno e giustizia sociale, tali obiettivi vengono dati dalla nostra Costituzione a tutta la Repubblica, quindi a tutte le componenti della società e a tutti i cittadini.

Per alcuni decenni la società e la politica hanno ritenuto di poter “appaltare” i temi legati alla solidarietà ad un gruppo di associazioni (private) che si riconoscevano in alcuni principii etici.

In realtà la storia del volontariato e della cooperazione sociale nel nostro paese è costellata da continui riferimenti (Luciano Tavazza e Monsignor Nervo, tra i tanti) al fatto che l’obiettivo della nostra comunità non è quello di “produrre” associazioni, tantomeno quello di tenere in vita organizzazioni della società civile fini a se stesse, bensì quello di risolvere vulnerabilità sociali che creando ed alimentando una disuguaglianza sostanziale impediscono alla Repubblica di realizzarsi.

In questo quadro le organizzazioni del terzo settore hanno un duplice ruolo: da un lato quello di dover vedere, in anticipo, l’ingiustizia ed elaborare conseguenti risposte ai mali sociali, dall’altro quello di fungere da catalizzatore di “impegno civile” tra le diverse componenti della società.

Tale duplice ruolo è stato troppo spesso accantonato: sia perché le organizzazioni si sono appaltate la lotta per la giustizia sociale sia perché troppe parti della nostra società hanno ritenuto che l’impegno per le questioni di etica civile non gli competessero.
Il presente lavoro vuole (almeno in parte) richiamare le organizzazioni della società civile all’effettivo ruolo che devono avere: non quello di “privatizzare” l’uguaglianza sostanziale dei cittadini bensì quello di collaborare con il pubblico e il privato per realizzare giustizia ed uguaglianza.

È mia convinzione che le attività agricole possano mostrare (cosa che in realtà già da molto tempo fanno) come sia possibile congiungere temi etici fondamentali al nostro futuro con la possibilità di “stare sul mercato”, e come tale possibilità non solo sia auspicabile ma cresca e si rafforzi attraverso un autentica sinergia con il terzo settore.



2 Perché agricoltura e giustizia sociale?

L’agricoltura non è un’attività di volontariato o, se non altro, non è una pratica abitualmente associata al terzo settore classicamente inteso, ma nonostante ciò le questioni sociali che si sviluppano sulla terra sono numerosissime e di fondamentale importanza.

Prima di analizzare separatamente alcuni dei fili che collegano queste due pratiche voglio fare un brevissimo inciso “storico”.

I canti delle mondine, di cui il più celebre diventerà simbolo della lotta contro il totalitarismo (e lo diventerà globalmente), sono canti di impegno civile per i diritti delle donne e delle lavoratrici che nascono dalla terra; i fatti di Portella della Ginestra, quelli dei Fasci siciliani di fine ‘800, non sono il frutto di una lotta confinata nell’“agricolo” ma momenti di crescita civile per tutto il Paese, così come le cooperative agricole “bianche” e “rosse” che nasceranno nella Pianura Padana rappresentano principalmente momenti di riscatto sociale.

Questi fatti (impropriamente presentati) solo per ricordare quanto la storia civile del nostro Paese si sia da sempre intrecciata con le battaglie sulla terra con quelle del lavoro agricolo.
(La numerazione che segue l’elenco non va letta in alcun modo in termini di differente valore degli aspetti illustrati ma solo come necessaria astrazione organizzativa)
2.1) Le mafie (contemporaneamente intese) non sono una prerogativa italiana, ma lo è il percorso civile e legislativo che ha portato la Repubblica a dotarsi dello strumento della confisca dei beni riconducibili a fortune createsi attraverso il crimine organizzato. Nel nostro Paese i beni dei mafiosi una volta confiscati vengono amministrati o dallo Stato o da organizzazioni della società civile: tra tali beni una grande importanza è quella rappresentata dai beni agricoli.

Come ricorda Tonio Dell’Olio (responsabile di Libera Internazionale) al momento della raccolta delle firme per “l’utilizzo sociale del beni confiscati” non era stato dato peso ai beni agricoli, Libera e le associazioni della società civile che si erano impegnate per raccogliere le firme necessarie a fare in modo che i beni confiscati venissero ri-immessi nel tessuto sociale non avevano “considerato le terre e i terreni”. Ben presto, però, ci si accorse che le terre confiscate non erano poche e che avevano un valore simbolico fortissimo. Migliaia di ettari di terreni agricoli che rappresentavano (fisicamente) il controllo di un territorio non potevano essere abbandonati a se stessi.

Da questa costatazione nacquero le cooperative di Libera (ma non solo), cooperative di giovani che ieri come oggi coltivano terre che fino a qualche lustro addietro erano terre in cui la Repubblica non aveva significato. La Repubblica non aveva significato perché, è giusto sottolineare, in quelle terre (sottoposte ad un controllo mafioso) non vigevano i diritti e i doveri costituzionali, non risiedevano e non lavoravano cittadini, bensì sudditi.

Questo è il discrimine tra le mafie e le altre forme di criminalità: le mafie controllano il territorio, le mafie sono, e rappresentano, una sovranità alternativa e conflittuale con quella della Repubblica.

Non è sufficiente che i beni agricoli vengano confiscati, se vogliamo lottare e sconfiggere le mafie è necessario tali beni siano in attività, non vengano visti come abbandonati, siano luoghi di lavoro e di produzione, spazio di diritti.

(Un breve inciso: le mafie si alimentano della fatica (o impossibilità) di accesso al mondo del lavoro, le cooperative agricole che gestiscono beni confiscati ai mafiosi hanno anche il significato di costruire opportunità di impiego legali il che significa togliere alle mafie varchi di accesso alla società).

Come dice Ciro Corona (responsabile dell’associazione (R)esistenze che gestisce il Fondo Rustico Lamberti a Scampia) “ogni marmellata prodotta qua sopra è uno schiaffo dato alla camorra, […] allora significa che cambiare è possibile e cambiare significa andare a prendere la zappa e zappare, perché questa non è più la loro terra”.
2. 2) L’esempio appena fatto è particolarmente significativo e forte, già, da solo, sufficiente a tessere un primo legame tra agricoltura ed etica civile, ma credo sia doveroso sottolineare un altro aspetto anch’esso legato all’antimafia: l’agricoltura che fa antimafia preventiva.

Le esperienze, lo ribadiamo, significative ed importantissime che si sviluppano sui terreni confiscati alle mafie hanno molteplici significati ma non possiamo desiderate un agricoltura solo su terre confiscate, dobbiamo lavorare perché non ci siano più terre confiscate. Dobbiamo lavorare affinché il territorio sia presidiato e difeso prima che divenga luogo d’ingiustizia sociale.

Gli agricoltori sono i primi custodi di un territorio, la presenza di un agricoltura civile in uno spazio fisico è il primo passo da affrontare affinché quel luogo non sia spazio di abusi edilizi, di sversamento di rifiuti e di ingiustizia.

Dobbiamo riuscire a vedere l’azione di argine che una certa agricoltura pratica sulle mafie, riconoscere quelle esperienze di cittadinanza che, consciamente o meno, difendono lo Stato di diritto su un territorio.


2. 3) L’agricoltura sociale è stata riconosciuta, e normata, dalla nostra legislazione nel pieno svolgimento di EXPO Milano: nell’agosto del 2015. La legge (141/2015) che riconosce e regolamenta la pratica dell’agricoltura sociale, non possiamo non misurare, sia la presa di coscienza di una pratica che, così come la conosciamo oggi, è pratica già dagli anni ’70. È in quegli anni che alcune associazioni e comunità, in tutta Italia, iniziano a sperimentare le potenzialità inclusive, terapeutiche ed educative dell’agricoltura.

L’agricoltura è pratica inclusiva. Il lavoro in agricoltura è diversificato e variegato, basta la volontà di individuare le azioni possibili per una disabilità, ma ci sono. Dobbiamo sottolineare che affianco alla concreta possibilità di trovare un attività che si presti alle esigenze di diverse disabilità l’agricoltura è, più di altre pratiche, sociale perché insegna la pazienza, l’attesa, umiltà, l’impegno quotidiano che va messo nelle cose affinché crescano (Don Luigi Ciotti).

In altre parole non solo in agricoltura possiamo praticare molteplici attività ma nel praticarle educhiamo e formiamo.

È indubbio, poi, anche se non è in questo luogo che sia possibile approfondire questo discorso, che l’agricoltura anche quando non veniva definita sociale lo era. L’agricoltura è sempre stata sociale. Le masserie, la fattorie, sono sempre stati luoghi di incontro, scambio, reciproca conoscenza, luogo di formazione per la comunità, l’agricoltura è sempre stata sociale perché è sempre riuscita ad impiegare le persone indipendentemente dalla situazione psicologica e fisica in cui si trovavano.

L’agricoltura è sempre stata sociale perché ha sempre fornito servizi alla comunità: non solo cibo.
2.4) Uno degli altri canali attraverso i quali sviluppare il dialogo tra agricoltura e giustizia sociale è quello ambientale. L’agricoltura ha la possibilità concreta di occuparsi dell’ambiente, di difende la biodiversità, il suolo e le fonti d’acqua. È indubbio che l’attività agricola abbia forti responsabilità (e colpe) rispetto al peggioramento della situazione ambientale del nostro pianeta, ma è altrettanto sicuro che ogni discussione e pratica che abbia come obiettivo quello di mantenere, preservare, difendere la “natura” sia obbligata ad apprendere da quell’agricoltura che ha fatto del rispetto ambientale uno dei sui capi saldi.

La vera agricoltura è sempre ambientale, l’agricoltura, se vuole essere non può che lavorare per mantenere e preservare le sue risorse: è nella sua versione “moderna”, quella post bellica degli anni ‘50/’60, che le pratiche agricole vengono appiattite a sole attività industriali che stanno sperperando il patrimonio ambientale.

A tutto ciò va aggiunta un'altra considerazione: salvaguardare l’ambiente non significa incementarlo, non si realizza nel posizionare i parchi in alcune camere stagne. L’astratto ambiente e le concrete forme di vita che lo costruiscono sono esempio di continui mutamenti, di biodiversità sempre cangiante. Difendere la natura non significa bloccarne lo sviluppo per la costruzione di artificiali parchi, peraltro, ad uso urbano, ma restituire agli ambienti naturali la possibilità di dialogare con pratiche umane responsabili, pratiche che non abbiano a solo fondamento il reddito, ma il mantenimento di un capitale gigantesco ma limitato, che se distrutto lo sarà (rispetto ai nostri “tempi storici”) per sempre.

L’agricoltura è la principale pratica umana di interfacciamento, reale, con l’ambiente, dalla quale non è possibile trascendere nell’affrontare le questioni ecosistemiche.


2.5) L’articolo 9 della nostra Costituzione ci assegna un compito: difendere e custodire il paesaggio. Il paesaggio (così come l’ambiente) non è il soggetto di un quadro o di una cartolina, non è lo sfondo ad una fotografia, il paesaggio è (citando Elena Granata docente al Politecnico di Milano) “ciò che sanno fare le nostre mani, ciò che hanno fatto le mani dei nostri genitori, […] il paesaggio è ciò che sappiamo di noi stessi”. In altre parole il paesaggio è un soggetto attivo, non uno skyline immutabile (e quindi morto), è il frutto di continue sovrapposizioni artistiche, culturali ed agricole. Il paesaggio in Italia (ma non solo) è il frutto del lavoro di generazioni di agricoltori che hanno speso le loro fatiche per ricavare cibo dalla terra e nel farlo hanno costruito lo spazio in cui una comunità si riconosce.

Il paesaggio è una risorsa per tutto il territorio, il paesaggio, come dice Carmine Nardone (Fondazione Futuridea), “non è clonabile” è l’insieme non replicabile di connessioni culturali e sociali. Il paesaggio, come dice Giulia Maria Crespi (FAI), è il luogo che dà senso alle nostre opere architettoniche.

C’è un agricoltura che lavora con il territorio salvaguardando e modificando responsabilmente il paesaggio, ricreandolo quotidianamente.

Rispetto all’articolo 9 della Costituzione sottolineiamo un altro aspetto: in questo articolo si formalizza il mandato a difendere e tutelare non solo il paesaggio ma anche il patrimonio storico e artistico (saldando una volta di più i nessi tra questi elementi), secondo Salvatore Settis questo articolo è rivoluzionario perché “assegna questo patrimonio” (tutto) al popolo sovrano, lo toglie ai pochi (le aristocrazie), per affidarlo a tutta la Repubblica. Se è da questi elementi che ci costruiamo come comunità ed è in questi che troviamo spazio e significato non potrebbe, dall’altronde, che essere così.


2.6) Fino ad ora abbiamo tralasciato l’aspetto fondamentale delle pratiche agricole, l’aspetto centrale che più di tutti la descrive: il produrre cibo.

L’agricoltura è la pratica umana che ci consente di produrre cibo, cioè di nutrire e sfamare l’umanità.

L’agricoltura è quel sistema di conoscenze, esperienze e abilità, che ci permette di raccogliere l’unica vera fonte di energia che abbiamo a disposizione, quella solare, e di convertirla in chilocalorie necessarie alla vita.

La società civile organizzata non può non avere nella questione dell’alimentazione (e quindi della fame, della sottonutrizione, delle malattie alimentari, nell’obesità) uno dei sui cardini.

Il problema dell’accesso al cibo è complesso ed articolato, sottoposto a molteplici fattori (principalmente questioni finanziarie e logistiche) ma, in ogni caso, non può prescindere da chi quel cibo lo produce e da come lo produca.

L’accesso al cibo è una questione di diritti umani e come tale va affrontata, non possiamo discutere di umanità omettendo questo diritto.


Come scrivevo in apertura di questa lista di interconnessioni tra impegno civile ed agricoltura, tali connessioni non vanno lette in maniera astratta: le questioni sollevate sono tutte collimanti e sovrapposte e vanno affrontate nelle loro relazioni.

Come mi ha detto, nel 2013, un agricoltore biologico di Rosarno: “ha senso fare agricoltura biologica e sfruttare il lavoro, ha senso coltivare arance e mandarini biologici per farli raccogliere a schiavi senza diritti?”.



3 La sicurezza

Tutti questi fili che, a mio modo di vedere, legano le pratiche e le questioni agricole a quelle sociali sottendono un altro macro argomento: quello della sicurezza.

Ovviamente non voglio abusare di questa espressione, troppo spesso strumentalizzata, ma condurla ad un suo significato scevro da quelli utilizzati in questi anni da alcuni politici nostrani.

L’agricoltura nel contrastare le mafie costruisce sicurezza sociale, nel suo difendere il paesaggio ci difende dai rischi idrogeologici, nel suo custodire l’ambiente assicura le future generazioni, nel fornire un cibo sano fa sicurezza alimentare.

L’agricoltura, nell’assicurare le comunità, contribuisce a creare quello spazio in cui svilupparsi e crescere, aiuta a costruire un contesto diametralmente diverso da quello bellico. È utile ricordare che la nostra Costituzione rifiuta la guerra riconoscendo nello stato militare una situazione in cui alle persone non è data la possibilità di svilupparsi, non rifiuta la guerra per vezzo o buonismo, ma perché riconosce che in una situazione di insicurezza sociale l’uomo non è, e non può essere, libero. Io vedo, in quell’agricoltura che abbiamo sommariamente descritto, una pratica di messa in sicurezza della società, messa in sicurezza che permette a chiunque la piena espressione di sé.

4 Il futuro: ridare un senso all’innovazione

Voglio sottolineare che le forme di agricoltura, velocemente richiamate in questo documento, non sono e non vanno lette come forme di arretratezza, tutt’altro sono e rappresentano forme di effettiva innovazione.

Qui basti sottolineare come l’espressione “innovazione” sia stata quasi completamente catturata dall’orbita gravitazionale dell’agricoltura industriale, ma qui vogliamo sottolineare il fatto che innovazione significa saper individuare degli obiettivi e delle questioni ed affrontarli in modo “effettivamente” nuovo.

Le sfide che abbiamo di fronte (sfide sociali ed etiche) necessitano della capacità di conoscere quanto sia stato già fatto ma anche dell’ingegno di elaborare nuove risposte: come sfamare l’umani senza compromettere le future generazioni è una delle domande a cui dare una risposta. Domande cui dare una risposta sapendo che se vogliamo rispondere correttamente dobbiamo elaborare una soluzione capace di tenere insieme le due facce del quesito: la risposata che risolvesse solo una delle due questioni non è corretta.



5 Conclusioni

Quelli fatti solo alcuni degli esempi su come una pratica economica, di mercato, come quella qui presentata si prenda (consciamente o meno) cura dell’umanità, costringendoci ad aprire le discussioni sulla coesione sociale con un settore che, pur non appartenendo al terzo settore, ha la concreta possibilità (già realizzata e compiuta in molteplici esperienze di cui tutta la Repubblica è costellata) sia di lavorare per la giustizia sociale che di fornire spunti di riflessione a chi su questo fronte si impegna quotidianamente.


Queste considerazioni, nel percorso che abbiamo realizzato, si innestano su alcune questioni fondamentali di etica civile: la prima è quella dell’impegno per i beni comuni (acqua, aria, suolo), ma anche dell’impegno che i consumatori devono saper mettere nello scegliere prodotti che sono espressione di cittadinanza. La seconda è quella del saper scegliere, è quella di prendere posizione per essere dalla parte dei diritti e della giustizia sociale. La terza è quella fondamentale del futuro: se i beni comuni si concretizzano nel loro essere necessari al futuro della umanità, difenderli e tutelarli, è una pratica di costruzione di futuro, è impegno votato alla costruzione un determinato futuro.

(fuori tema)



Essere incompiuti

Piero Calamandrei ha descritto la nostra Costituzione come “la grande incompiuta”, vorrei, andando quasi fuori tema, dire che la Costituzione (che io spero innervi le righe scritte) è necessariamente incompiuta perché le sfide sociali che ci troviamo ad affrontare sono sempre nuove e cangianti. L’uguaglianza sostanziale così come la giustizia sociale non sono obiettivi raggiungibili una volta per tutte, sono un continuo camminare in quella direzione, e sta nel cammino il senso di impegno civile.



Essere incompiuti non è una limitazione o un peccato originario ma il sapere che dobbiamo ogni giorno fare la Repubblica, in questo percorso la capacità di attesa, la pazienza, la curiosità di sperimentare nuove strade, sono elementi costitutivi dell’agricoltura, elementi da cui attingere per continuare a camminare.

Guido Turus


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