Bonilla-silva eduardo



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26.01.2018
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BONILLA-SILVA Eduardo,

Racism without Racists: Color-Blind Racism and the Persistence of Racial Inequality

in the United States,

Rowman & Littlefield, Lanham (MD) & Boulder (CO) 2003, pp. 199.

Com’è mutato il razzismo negli Stati Uniti negli ultimi quaranta anni?

Una circostanziata ed esaustiva risposta a questa domanda può essere rintracciata nella espressione coniata e illustrata in questo volume da Bonilla-Silva: il color-blind racism è quella efficace formazione pratico-discorsiva che riproduce, e spiega, l’ineguaglianza razziale attraverso il ricorso a comportamenti e procedure apparentemente non-razziali. Mentre il razzismo tradizionale muoveva dalla convinzione di una inferiorità biologica e morale degli Afroamericani (e dei Non-Bianchi) e si manifestava in pratiche di aperto ripudio e avversione esplicita, il cosiddetto Post-Civil Rights Era Racism imputa la diseguaglianza razziale a fenomeni di carattere sovraindividuale – le dinamiche del mercato ovvero talune attitudini intese come naturali ma non connotate in senso razziale (per esempio, la presunta tendenza dei gruppi sociali a saldarsi con i propri simili isolando l’“Altro”) – o a pretesi caratteri culturali del gruppo inferiorizzato (la pigrizia, la mancanza di senso di responsabilità) e si manifesta nell’assenza, ossia nel rifiuto e nella distanza: in altre parole, mentre in passato la segregazione residenziale o la discriminazione professionale venivano conseguite in primo luogo esibendo avvisi quali “No Niggers Welcomed Here” o fornendo agli aspiranti inquilini/impiegati risposte di simile tenore, oggi la politica delle agenzie immobiliari e dei datori di lavoro consiste nel destinare gli annunci commerciali a canali di comunicazione utilizzati solo o prevalentemente dai bianchi, oppure nell’applicare canoni di locazione o tassi di interesse differenziati e nel selezionare mansioni diversificate in ragione dell’appartenenza ai diversi gruppi etnico-razziali. Impresentabili (sebbene tutt’altro che estinte) le derive suprematiste, il razzismo indossa oggi i comodi abiti delle innocue routines, ideali per trovare accoglienza e consenso: prima rivendicato quale tratto genetico-strutturale della nazione, poi esecrato quale fenomeno abnorme sebbene regressivo e rapsodico, oggi - utilmente sfrondato delle sue punte più inquietanti – il razzismo (e il suo connesso modo di autorappresentazione) si è fatto clima ideologico quasi confortevole, in quanto strategicamente più efficace e socialmente meno dispendioso sia nel sostenere e rinsaldare le posizioni di privilegio materiale acquisite sia nel fungere da indispensabile piano metalinguistico di legittimazione. Esito di tale evoluzione è allora il ristagno di una condizione di ineguaglianza consolidata ma ora anche più difficile da percepirsi: il convincimento che si fa strada è infatti che la razza non conti più, e che la frattura ancora esistente tra Bianchi e Neri sia dovuta a una serie di patologie socioculturali che affliggono questi ultimi e nulla hanno a che fare con il razzismo bianco.

Scopo di questo libro, sostiene l’autore, è appunto sfidare il senso comune bianco che si è imposto negli ultimi decenni e che ha fatto della razza in America un autentico “enigma”, come recita il titolo del primo capitolo, che riassume premesse e intenti dell’opera.

Ricorrendo a dati empirici e indagini sociologiche di tipo qualitativo il volume affronta poi direttamente le concrete formulazioni e modalità di riproduzione di quella che Bonilla-Silva definisce “ideologia razziale” [racial ideology], vale a dire quel complesso di “strutture discorsive utilizzate dagli attori per giustificare o sfidare lo status quo delle relazioni razziali”, e che sono parte essenziale della “struttura razziale” [racial structure], ossia della “totalità delle relazioni e delle pratiche sociali che rafforzano il privilegio bianco” in una società razzializzata (cioè ordinata tanto materialmente quanto ideologicamente secondo criteri che in qualche modo o misura tengono conto del colore degli individui).

I capitoli 2-5 percorrono le figure semantiche e le tracce argomentative che fungono da elementi di rappresentazione ed espedienti di razionalizzazione nel color-blind racism: un insieme di inneschi narrativi seriali ma disponibili alla declinazione soggettiva (“non sono razzista, ma…”, “ce l’hanno fatta gli italiani, perché loro non potrebbero?”, “le minoranze vengono avvantaggiate”, “ho amici neri, dunque...”, “i veri razzisti sono loro”, etc.) articolano operativamente e circolarmente alimentano le più ampie cornici esplicative che conferiscono loro plausibilità, vale a dire il liberalismo astratto, che perseguendo un ideale assoluto di eguaglianza giustifica l’opposizione a ogni intervento equilibratore; la naturalizzazione, che ravvisa nella regolarità di taluni fenomeni sociali il sintomo della loro immutabilità; il razzismo culturale, che sollecita a riconoscere le conseguenze negative di usi e abitudini dei gruppi etnici inferiorizzati; la mimimizzazione del razzismo, che invita a volgere lo sguardo indietro per apprezzare i risultati raggiunti.

I capitoli 6-7 esplorano la misura espansiva del color-blind racism. Il sesto si occupa dei traditori della razza [race traitors], ossia di quel segmento di bianchi meno disposti a condividere i racial patterns del nuovo (oltre che del vecchio) razzismo, e tuttavia anch’essi significativamente sensibili al potere attrattivo delle sue soffuse ragioni discriminatorie. Il settimo indaga invece l’influenza della rinnovata ideologia razziale sui Neri, facendo risalire la loro estraneità a tale complesso discorsivo non a una semplice divergenza di interessi, bensì alla mancata adesione alle cornici ideologiche sopra indicate (sebbene qui si possa di converso rilevare come nell’omologia tra la diversa appartenenza di gruppo e i modelli di spiegazione utilizzati nell’osservazione del mondo si manifesti proprio il nesso inscindibile e biunivoco tra esistenza materiale e rappresentazione).



Il capitolo ottavo, infine, riepiloga le tesi sostenute e conclude il volume con l’indicazione di cinque punti attorno ai quali avviare un movimento politico interrazziale capace di sviluppare una battaglia controculturale che mostri la fallacia e l’inconsistenza degli argomenti (espliciti ed impliciti) del color-blind racism: il compito è difficile e la proposta idealistica, riconosce l’autore, ma “solo pretendendo ciò che sembra impossibile oggi (eguaglianza di risultati, risarcimenti, la fine di ogni forma di discriminazione) potremo ottenere una genuina eguaglianza razziale in futuro”.

Massimo Gelardi


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