Bonnard, Matisse, Kandinsky, Braque, Chagall, Miró, Giacometti e molti altri artisti animarono l’universo di Aimé Maeght



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26.11.2017
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DA BRAQUE A KANDINSKY A CHAGALL. AIMé Maeght e i suoi artisti

Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 28 febbraio – 2 giugno 2010
Nota informativa
Bonnard, Matisse, Kandinsky, Braque, Chagall, Miró, Giacometti e molti altri artisti animarono l’universo di Aimé Maeght. Figura chiave della scena artistica del secondo Novecento, egli fu un editore di fama e, soprattutto, fondatore a Parigi di una delle gallerie più influenti e innovative del secolo, nonché, a Saint-Paul de Vence, della Fondation Marguerite et Aimé Maeght, un tempio dedicato alla creazione artistica e un crocevia internazionale di pittori, scultori, poeti, scrittori, musicisti e personaggi della cultura.

Aimé Maeght promosse l’attività di maestri affermati e contribuì alla nascita di un nuova stagione della loro arte incoraggiandoli a utilizzare, oltre alla pittura, anche di grande formato, altri linguaggi come il mosaico, la ceramica, la pittura su vetro, l’incisione o il libro d’artista. Allo stesso tempo tuttavia si dimostrò attento alle ricerche delle generazioni più giovani, dando prova di saper competere con le gallerie nordamericane protagoniste del rinnovamento artistico del secondo dopoguerra. Inoltre, la sua instancabile attività di editore fece della Galleria, della Fondazione e della sua stessa abitazione un punto d’incontro del mondo artistico e intellettuale, dal cui confronto nacquero straordinarie creazioni collettive.

Per approfondire la conoscenza di un capitolo così avvincente della storia dell’arte moderna, Ferrara Arte organizza la mostra Da Braque a Kandinsky a Chagall. Aimé Maeght e i suoi artisti, che resterà aperta a Palazzo dei Diamanti dal 28 febbraio al 2 giugno 2010. L’esposizione, a cura di Tomàs Llorens e Boye Llorens, è anche l’occasione per studiare un aspetto della storia dell’arte del Novecento fino ad oggi poco indagato ma assolutamente fondamentale: il mercato dell’arte e i suoi principali animatori, i mercanti e i galleristi.

Un centinaio di opere: soprattutto dipinti, ma anche sculture, ceramiche, disegni, incisioni, affascinanti fotografie e volumi illustrati delle Edizioni Maeght, permettono di ripercorre il ventennio d’oro che intercorre dall’apertura della galleria parigina nel 1945 all’inaugurazione della Fondazione, nel 1964, momento culminante di questa storia sia dal punto di vista creativo che della notorietà internazionale.

La rassegna è suddivisa in undici sezioni tematiche, legate tra loro, come un filo rosso che si snoda lungo tutta la mostra, dall’attività editoriale della galleria e dalla rivista Derrière le miroir, le cui uscite accompagnavano ogni esposizione con funzione di catalogo, entrambe originali traguardi raggiunti nell’intento di far dialogare le altre discipline con quelle figurative.
I.

Aimé strinse amicizia con due grandi protagonisti dell’arte del Novecento come Matisse e Bonnard, grazie ai quali mosse i primi passi nel mercato dell’arte, abilmente aiutato dalla moglie Marguerite. Negli anni Trenta la coppia aveva aperto un negozio e una stamperia a Cannes. Durante la guerra la donna, rimasta sola a causa della partenza del marito per il fronte, vendette fortuitamente, ad un prezzo esorbitante, un quadro di Bonnard conservato nella stamperia per essere riprodotto. L’artista l’apprezzò e le offrì di vendere altre sue opere. In seguito, Aimé aiutò il maestro a recuperare le proprie tele rimaste al di là della linea del fronte. Fu proprio su consiglio di Bonnard e di Matisse che nel 1945 Maeght acquistò la galleria a Parigi, sulla Rive Gauche, inaugurandola con una personale dello stesso Matisse.

Il tema della prima sezione della mostra è proprio l’intima amicizia che legava Aimé e Marguerite ai propri artisti, un legame nutrito anche della sensibilità e dell’ospitalità che la donna seppe sempre dimostrare loro. Ne sono testimonianza i ritratti di Marguerite realizzati da Matisse nel 1944 e da Giacometti nel 1961, due icone che ne esaltano l’una il fascino della maturità, l’altra l’autorevolezza e la profondità dell’età avanzata. In mostra li affianca il bellissimo dipinto di Bonnard, Fanciulla distesa del 1921 (#3), che Marguerite custodiva nella propria camera, un esempio dell’ineguagliabile capacità dell’artista di restituire, con un tono commosso e malinconico, un frammento di vita reale.
II.

Tramite la figlia di Matisse, Marguerite, nel 1945 Aimé conobbe Braque con il quale in breve nacque un’amicizia profonda e uno scambio fecondissimo. Fondatore del cubismo assieme a Picasso, Braque era allora un maestro indiscusso dell’arte moderna: il contratto in esclusiva che firmò con Aimé e la mostra allestita nel 1947 rappresentarono il primo traguardo importante della carriera del gallerista. Questi, a sua volta, incoraggiò Braque a riaccostarsi alla litografia e arealizzare libri illustrati: in mostra sono esposte alcune tavole eseguite per La liberté des mers di Pierre Reverdy – poeta estremamente sensibile alle ricerche cubiste –, un poema che ispirò a Braque una raffinata integrazione di testo e immagine e un sottile gioco di analogie e rispondenze. Aimé acquistò l’intera produzione dell’artista, di cui la rassegna presenta alcune delle opere più significative. Tra queste figurano gli imponenti pannelli decorativi con motivi mitologici del 1931 (#8, 9, 10), una personale rilettura del tema del nudo classico caro a Picasso e Matisse che, nell’uso gesso inciso, riflette l’interesse di Braque per le proprietà tattili dei materiali; oppure uno dei celebri Atelier del 1950-51 (#11), considerati uno dei suoi vertici espressivi, per l’armonia ricca di risonanze musicali che regna tra le componenti formali, vere protagoniste dell’opera.


III.

La terza sezione della rassegna è dedicata ad uno degli episodi che fecero più scalpore nella storia della galleria, la memorabile esposizione Le Surréalisme en 1947 (#103) organizzata da André Breton e Marcel Duchamp. Si trattava della prima grande mostra surrealista del dopoguerra, che segnava il ritorno a Parigi dei principali protagonisti del movimento dopo l’esilio nordamericano durante gli anni della Seconda Guerra mondiale.

In mostra viene riproposto il catalogo con la provocatoria copertina ideata da Duchamp (#201), che presenta, applicata, una protesi di seno femminile in gomma, accompagnata dalla didascalia “si prega di toccare”, in cui viene ribaltato, con spirito dissacratorio, il rapporto tradizionale con l’opera d’arte. Viene inoltre presentata la celebre tela Superstizione – Serpente di Miró (#13), una teoria di motivi arcaicizzanti dipinti dall’artista catalano su di una lunga striscia ondulata di tessuto. Nell’esposizione del 1947 l’opera faceva parte di uno degli “altari” della “sala delle superstizioni”, ed era allestita alle spalle di una donna bendata nuda, come documenta a Palazzo dei Diamanti una gigantografia di una stupenda foto della mostra (#F06).
IV.

La mostra del 1947 fu per Aimé l’occasione per avviare una collaborazione estremamente fruttuosa e stringere una grande amicizia con Alberto Giacometti, che sino alla metà degli anni Trenta aveva militato nelle fila del surrealismo, in seguito abbandonato per tornare a rappresentare la figura (#F08).

Nel corso degli anni Cinquanta, anche grazie alle mostre che si tennero presso la galleria Maeght, Giacometti vide crescere enormemente la propria fama, fino a diventare una delle figure più rappresentative dell’arte del dopoguerra e, più in generale, della scultura del Novecento.

I bronzi riuniti nella quarta sezione della mostra, e in particolare la Foresta del 1950 (#25), sono rivelatori della capacità di Giacometti di trasmettere, con un linguaggio assolutamente nuovo, il senso di solitudine e di precarietà dell’esistenza umana che accomunava le generazioni che avevano vissuto da vicino la seconda guerra mondiale. La composizione riunisce otto figure di diverso formato, immobili come alberi in una foresta, che si fiancheggiano senza guardarsi. Nelle sculture degli anni Cinquanta le proporzioni si allungano a dismisura dando alla figura umana un aspetto sempre più ieratico, come mostra la celeberrima serie della Femme de Venise del 1956, di cui sono esposti tre splendidi esemplari.

Sono inoltre accostate alcune tele di Giacometti e di Braque a sottolineare una comune sensibilità esistenziale; un’affinità confermata anche dal commosso disegno di Giacometti, toccante testimonianza che ritrae la testa dell’amico Braque sul letto di morte.
V.

Tra i grandi nomi che la Galleria Maeght rappresentò in esclusiva c’era anche Chagall, che vi espose per la prima volta nel 1950 una selezione di dipinti, gouaches, incisioni e ceramiche. La sezione a lui dedicata riunisce un analogo ventaglio di tecniche esplorate dall’artista russo per ricreare visivamente il proprio mondo poetico: vedute parigine o paesaggi russi dove sbocciano fiori provenzali, popolati di coppie di amanti, galli fantastici, asini alati e musicisti. In dipinti della maturità, come il celebre Sole giallo del 1958 (#37) o il più tardo Fiori secchi del 1975, il colore è intenso, steso a pennellate sciolte e sembra fluire spontaneamente dando corpo alla rappresentazione, mentre la luce è quella penetrante e gioiosa scoperta nel 1952 in Grecia con la seconda moglie Vava. A ulteriore riprova dell’amicizia che univa la famiglia Maeght ai suoi artisti, e tra questi Chagall, è esposto anche il dono fatto dal pittore per le nozze del figlio di Aimé: la gouache Pour Paule et Adrien del 1975, che offrì all’artista l’occasione per tornare su uno dei suoi temi prediletti, l’abbraccio degli amanti.


VI.

A differenza della maggioranza delle gallerie dell’epoca, che sostenevano un’unica tendenza artistica, Aimé spaziò dall’arte figurativa all’arte astratta, seguendo una propria poetica personale e una ricerca instancabile della qualità. Per queste ragioni, due anni dopo l’esposizione surrealista, Maeght organizzò una grande mostra dedicata all’opposto versante dell’astrazione. Vi riunì artisti di diversa provenienza, come Kandinsky e Léger, che, per questo motivo, sono qui presentati nella stessa sezione. Del grande pittore russo, fondatore del Cavaliere Azzurro, figurano Cerchio blu II del 1925 e Isolamento del 1930, che documentano, nell’astrazione geometrica, le ricerche che coincisero con l’insegnamento al Bauhaus, e Nodo rosso del 1936 (#22), realizzato dopo il trasferimento a Parigi, nel quale la fluidità delle linee e delle forme compongono motivi biomorfi dalla cromia intensa. Léger (#F10) è presente con due opere: una composizione del 1929, giocata sulla relazione tra le forme e i contrasti di colore che evidenzia l’attenzione dell’artista per le ricerche astratte, e il bellissimo trittico, Grandi code di comete del 1930 (#20). Eseguito probabilmente per un paravento, esso evoca il movimento del corpo celeste che, nella sua stupefacente bizzarria, richiama tanto la sfera dell’immaginario quanto l’ambito scientifico.


VII.

Una piccola sezione della mostra è dedicata a due artisti che, pur appartenendo alla generazione dei “maestri”, ottennero una tardiva notorietà negli anni Cinquanta in seguito al rapporto stabilito con la galleria Maeght, Bram Van Velde e Pierre Tal Coat. Entrambi operavano nell’ambito dell’astrazione, il primo con una marcata espressività affidata ai contrasti cromatici, il secondo più lirico e tonale. Accanto ai loro dipinti, vengono presentati due preziosi numeri di Derrière le miroir (#305-306) a loro dedicati, con testi di Samuel Beckett, Jacques Kober e Gaston Bachelard.


VIII.

Segue una raffinata sezione dal titolo Bianco e nero, che rende omaggio alla sensibilità di Aimé per l’attività grafica e le ricerche incentrate sull’economia dei mezzi espressivi. Ne è un esempio emblematico il grande Cespuglio (#45) realizzato da Matisse nel 1951: pochi tratti di inchiostro e gouache delineano un’immagine ad un tempo straordinariamente semplice e monumentale. Lo affiancano alcuni fogli dell’americano, a lungo residente a Parigi, Ellsworth Kelly, presente alle mostre dedicate da Aimé ai giovani talenti. Si tratta di alcune litografie ispirate al giardino di Saint-Paul de Vence, che costituiscono una variante delle sue ricerche sulla semplificazione di particolari della realtà e che testimoniano la sua profonda ammirazione per l’ultima produzione di Matisse. Un affascinante contrappunto tridimensionale all’arbusto di Matisse è poi offerto dal sorprendente In piedi, 1972 (#46), dello scultore americano Alexander Calder, che sembra sfidare la legge di gravità. L’opera è uno dei “mobiles” dell’artista, termine coniato da Duchamp per qualificare le sculture cinetiche di Calder, realizzate con materiali esili e poveri, il cui movimento è attivato da un minimo spostamento d’aria.


IX.

Tra le presenze più assidue della galleria vi furono due personalità come Miró e Calder – cui è dedicata la nona sezione – entrambi legati ai Maeght da un contratto di esclusiva e da una solida amicizia. Con il suo atteggiamento sperimentale e le sua propensione per la grafica, Miró fu l’artista che meglio seppe valorizzare la strumentazione e l’esperienza tecnica offerta dai Maeght in quell’ambito, come testimonia il corpus di circa 1500 litografie ed acqueforti prodotte dall’artista. Tra i fogli presenti in mostra, la tecnica mista Per i 70 anni di Aimé mette in luce un’audace integrazione del segno con la parola, che, utilizzata con funzione grafica, invade la superficie in tutte le direzioni. La sezione presenta inoltre gouaches e olii tra i quali il suggestivo Gioia di una fanciulla davanti al sole del 1960. Il dipinto rivela un rapporto con le ricerche degli espressionisti astratti, per l’immediatezza e la gestualità delle pennellate con le quali l’artista ha trasferito sulla tela la commozione suscitatagli dalla volta celeste. Con Miró, che frequentava dal 1928, Calder condivise l’ispirazione alla natura e al cosmo e l’atteggiamento giocoso e sperimentale. Un’attitudine che traspare dai due eccentrici uccelli modellati in fil di ferro attorno al 1930 e nel Gatto serpente (#111). In seguito, gli studi di ingegneria gli permisero di utilizzare l’astratto linguaggio della scienza per creare un universo parallelo di forme aeree derivate dalla natura. La mostra presenta il bellissimo Sumac V del 1953 (#60), donato ad Adrien Maeght, figlio di Aimé, in occasione delle sue nozze, che evoca la suggestione della chioma rossastra di un albero in autunno.


X.

Nel giro di pochi anni la Galleria si era imposta come il principale punto di riferimento dei maestri riconosciuti del movimento moderno. Nel contempo essa aveva dedicato un’importante linea di lavoro ad artisti emergenti – come Kelly o Chillida –, dimostrando un atteggiamento di grande apertura raro nel panorama delle gallerie dell’epoca.

L’accostamento di opere di Léger e Chillida in questa sezione risponde a quello stesso spirito spregiudicato e sperimentale che animò la programmazione della Galleria, che si connotava come una costellazione di poetiche individuali. Ad accomunare le ricerche di due artisti così distanti per provenienza ed età è l’importanza preponderante assegnata da entrambi alla costruzione plastica dell’opera e, in questo caso, l’ispirazione agli elementi naturali: le possenti forme sbalzate da Léger nel 1941 ricordano ad esempio i rami del corallo (#113) e il complesso disegno delle radici, mentre protagonista della terracotta di Chillida Lurra XXIX del 1979 è proprio la terra con impressi i segni primordiali della presenza dell’uomo. Il lavoro dell’artista basco nasce infatti da una riflessione sui materiali, le cui leggi governano la costruzione dell’opera.
XI.

La mostra si chiude con un’ampia sezione dedicata alla Fondazione (#F16), un progetto che, sin dalla sua genesi, deve molto agli artisti di Aimé. Dopo la tragica morte del figlio giovanissimo del gallerista, Bernard, Braque e Léger lo incoraggiarono ad aprire in sua memoria un centro dedicato all’arte moderna. Maeght raccolse l’idea e pose mano alla realizzazione di una sorta di “opera d’arte totale”, un luogo dove i diversi linguaggi espressivi potessero dialogare tra loro.

Una selezione di affascinanti foto storiche ricostruisce la nascita e momenti della vita di questo straordinario complesso, dalla fase progettuale, che vide la stretta collaborazione dell’architetto catalano Josep Lluís Sert con Aimé e la sua cerchia di artisti, fino all’inaugurazione e alle “Soirées de la Fondation Maeght”, animate dalla partecipazione dei massimi nomi della musica e della danza contemporanee, come Duke Ellington (#F18), Olivier Messiaen, John Cage, Edgar Varèse, Karlheinz Stockhausen, Terry Riley o Merce Cunningham. Accanto alle foto, a ricreare la straordinaria suggestione del luogo, vi sono i bozzetti di alcune sculture di Miró, l’Arco e L’uccello lunare (#118), che popolano il labirinto da lui realizzato nel giardino, uno dei vertici del suo percorso artistico. Vi è inoltre il suo dipinto a dimensione murale del 1968, La faticosa marcia guidata dall’uccello fiammeggiante del deserto (#77), che trasmette l’immediatezza e la vitalità di un graffito. Il cantiere della Fondazione offrì a molti artisti l’opportunità di lavorare su grande scala. Braque, ad esempio, realizzò il mosaico della piscina e la vetrata meridionale della cappella. Quest’ultima è dominata dal volo di un uccello, un motivo ricorrente nella produzione di questa fase, che ritorna sintetizzato e amplificato nella misteriosa tela Gli uccelli neri, del 1956-57 (#80), offrendogli l’opportunità per un’estrema, rigorosissima, riflessione sul tema a lui caro del rapporto fra la figura e lo spazio. Anche Calder realizzò opere monumentali che collocò tanto negli spazi esterni, quanto in quelli interni, come il magnifico “mobile” ispirato ad un planetario I tre soli gialli.

Uno degli angoli più compiuti e intensi della Fondazione è il cortile terrazzato che ospita le grandi sculture di Giacometti: affacciato sul cielo e su una pineta esso enfatizza la forza drammatica e la tensione verso l’assoluto trasmessa dalle scarne silhouette della Donna in piedi I e dell’Uomo che cammina I del 1960 (#78, 79), cui, in mostra, viene accostato il celebre Cane del 1957 (#119) della famiglia Maeght.



La mostra, a cura di Tomàs Llorens e Boye Llorens, è organizzata da Ferrara Arte in collaborazione con le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, il Comune di Ferrara, la Provincia di Ferrara, la Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara e la Cassa di Risparmio di Ferrara.


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