Breve panoramica sulla



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Introduzione


S.G. Blaxland Stubbs nel suo lavoro: “Dalla magia alla medicina moderna” riporta che, già 3000 anni A. C., i Sumeri riconoscevano la professione del medico mediante un sigillo, che veniva rilasciato al sanitario, onde consentirne l’esercizio dell’arte. Del solito periodo sono i reperti delle città di Kish e di Ur (in Caldea), che mostrano come misure d’igiene pubblica fossero dettate per la costruzione delle fogne e dei bagni.

Appartiene al 2000 A. C. circa il codice di Hammurabi, legislatore babilonese, nel quale egli si vanta di aver dato al suo popolo la salute e norme igienico-sanitarie concernenti la professione del medico.

Se un medico opera con una lancetta di bronzo un uomo ferito e gli salva la vita; o se gli apre un ascesso nell’occhio e glielo salva, egli dovrà ricevere 10 sicli d’argento1… Se si tratta di uno schiavo il padrone darà 2 sicli d’argento al medico… Se il medico riaggiusterà un osso o curerà i visceri di un uomo ammalato, questi darà al medico 5 sicli. Se sarà un uomo libero, dovrà dare 3 sicli”.

Pesanti sanzioni erano previste in caso d’insuccesso: se, durante un’operazione, il paziente moriva, oppure perdeva la vista, al medico dovevano essere mozzate le mani. Ma, se il paziente era uno schiavo, il medico doveva pagare un’ammenda, pari al valore dello schiavo deceduto2.

Varie norme rituali d’igiene sono dettate dal Levitico e dal Talmud, a dimostrazione che anche gli antichi Ebrei avevano una, se pur minima, legislazione sanitaria.

Le norme di salute pubblica degli Egizi, nell’antico e medio impero, prevedevano l’istituzione di un “Collegio di scienza medica”, mentre nel nuovo impero si assiste al ritorno ad una pseudo-medicina di tipo magico.

Le civiltà minoica, troiana e micenea non ci hanno lasciato alcun documento che attesti lo stato giuridico della sanità, ma, anche in questo periodo, i reperti archeologici fanno pensare che questi popoli avessero concetti evoluti in campo igienico.

I Greci, svincolati da ogni tipo di dogma religioso, guardarono con molta attenzione alle nuove accezioni mediche: è del sesto secolo A. C. la comparsa dei primi luoghi pubblici di cura, come bagni e veri e propri ospedali, di natura del tutto laica.

Solo un secolo dopo Empedocle codificò un metodo per prosciugare le paludi e fumigare gli ambienti chiusi, al fine di combattere la malaria3.

Con Ippocrate la medicina greca si affrancò dai riti magico-religiosi e dalle imposture, entrando a pieno titolo nella legalità. N’è una dimostrazione il suo famoso “giuramento”, un articolato codice deontologico per il medico dell’epoca.

Giuro per Apollo medico, per Igea, per Panacea4 e per tutti gli dei e le dee, prendendoli a testimoni, che manterrò con tutto il mio potere, e secondo le mie cognizioni, questo giuramento così com’è scritto.



Terrò in conto di padre colui che mi ha insegnato la medicina; lo aiuterò a vivere, e gli darò tutto ciò di cui avrà bisogno. Considererò i suoi figli come miei fratelli. Se vorranno imparare questa professione, la insegnerò loro senza compenso in denaro, né obbligazione scritta; farò loro conoscere i suoi principi, darò loro estese spiegazioni; comunicherò loro tutta la dottrina: ad essi ed ai discepoli che saranno stati immatricolati e che avranno prestato giuramento, secondo l’uso della medicina, ma non ad altri.

Ordinerò ai malati il regime conveniente secondo i miei lumi e il mio sapere. Li difenderò contro ogni cosa nociva e ingiusta.

Non consiglierò mai a nessuno di ricorrere al veleno, e lo rifiuterò a coloro che me lo chiederanno. Non darò ad alcuna donna rimedi per farla partorire prima del termine. Non opererò le persone che hanno la pietra: lascio questa operazione a coloro che ne fanno professione5.

Conserverò la mia vita pura e santa, così come la mia arte.

Quando entrerò in una casa sarà sempre per assistere i malati e mi manterrò puro da ogni ingiustizia e da ogni concupiscenza verso gli uomini, i fanciulli e le donne, schiavi o liberi.

Tutto ciò che vedrò e sentirò nei miei rapporti cogli uomini al di fuori o nelle funzioni del mio ministero, non dovrà essere riferito e lo terrò segreto, considerandolo cosa sacra.

Possa così io vivere a lungo, riuscire nella mia arte e divenire celebre in tutti i secoli, come terrò questo giuramento, senza violarne alcun articolo. Se dovessi mancarvi e divenire spergiuro, che mi capiti il contrario6”.

Il sistema religioso romano arrivò, invece, a proibire, di fatto, ogni pratica di medicina scientifica, riportando alle pratiche di magia ed al fiorire di medicastri e ciarlatani.

Seguirà un millennio di buio che terminerà solo con Bacone e Alberto Magno.

Il Medioevo, pur sempre lontano da una medicina vera e propria, fu caratterizzato dal fiorire di statuti che cercarono di regolamentarne l’applicazione.



è del periodo dei liberi comuni l’istituzione della corporazione degli speziali, cuffiai e correggiai, che fu unita poi a quella dei medici, assumendo così lo status d’arte maggiore. Le nomine degli ufficiali dell’arte si facevano all’inizio dell’anno e le riforme degli statuti necessitavano della maggioranza di due terzi dei presenti alle assemblee. La stessa maggioranza era richiesta per l‘immatricolazione nell’arte, se cittadini del comune, e dei cinque sesti se forestieri. Sanzioni pecuniarie erano previste per gli assenti ingiustificati alle adunanze. Erano poi regolamentate le aperture delle spezierie, i rapporti con i dipendenti che vi lavoravano, i prezzi di vendita dei medicinali, ecc.. Lo speziale remunerava il medico associato alla sua bottega, con un compenso che nel secolo decimo-quinto era all’incirca di sessanta lire l’anno. Nella bottega il medico eseguiva l’ispezione delle orine.

Una commissione istituita dal Comune ispezionava periodicamente le spezierie. Gli ospedali e i servizi mortuari erano, in genere, affidate ad opere a carattere religioso. La chirurgia, ancora nel ´500 era mansione dei barbieri (di fatto semplici flebotomi o poco più).

Lo stesso Paracelso, definito meritatamente il Lutero della medicina, per i suoi instancabili attacchi ai metodi di cura del passato, era contemporaneamente filosofo, mistico, astrologo e alchimista.

I milioni di vittime che mieté la peste, resero urgente l’esigenza di una legislazione organica: nel 1618 il Collegio dei Medici di Londra pubblicò la prima farmacopea, e, alla fine dello stesso secolo, il governo inglese si rivolse al medico R. Mead, affinché trovasse un metodo per prevenire le epidemie. Il suo “Breve discorso sul contagio della peste” (1720) raccomanda per la prima volta la quarantena e altri metodi di profilassi, come l’aerazione degli ambienti e la raccolta dei rifiuti.

E’ del solito periodo il “Trattato sulle malattie dei lavoratori” di B. Ramazzini7.

Di un semplice parroco, S. Hales, la “Descrizione del ventilatore”, un semplice ‘mantice fatto a scatola per estrarre l’aria impura’, ben presto adottato dalle carceri e dalla marina.

Non si può evitare di citare, come esempio di legislazione farmaceutica avanzata, il Ricettario Fiorentino, o altri consimili, come quello ‘Sanese’, stampato in diverse edizioni dal 1498 al 1789, fra le quali quella di G. Donzelli, dedicata a Cosimo Medici, Granduca di Toscana, ‘Unico Signore Nostro’, dove, in appendice, si riporta una copiosa raccolta di leggi sanitarie, che andremo ad esaminare nel cap. I.

Seguiranno un cenno alla famosa farmacopea di A. Campana (1832), ad alcune circolari, disposizioni e norme dello Stato Pontificio e della Repubblica Romana, per finire con la legge sanitaria del Regno d’Italia.




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