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Visto, d’ordine di S. M.

Il ministro: CRISPI.

B I B L I O G R A F I A

A.A.V.V. - Dizionario de’ medicamenti ad uso dei medici e dei farmacisti. – Vicenzi G. & c.. MO, 1836.

“ - Dizionario enciclopedico Melzi - Vallardi. – Garzanti. 1978.

“ - Istruzioni popolari per la difesa individuale contro il tifo esantematico o tifo petecchiale. – Coop. tip. Manuzio. ROMA, 1908.

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“ - Medicamenta. – Sormani. MI, 1964.

Benedicenti A.: Le origini della terapia sperimentale. – S. I. F. C. A.. MI, 1936.

Blaxland Stubbs S. G.: From magic to modern medicine. – Universale economica. MI, 1954.

Biagi G. L.: Compendio di farmacognosia. – Patron. BO, 1971.

Campana A.: Farmacopea. – MI, 1832.

Charrier G. A. - Ghigi E.: Chimica bromatologia e applicata all’igiene degli alimenti. – Patron. BO, 1959.

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Pende N.: Terapia medica speciale. – Siset. MI, 1932.

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Witrel O.: Semiotica e diagnostica chirurgica generale. – Vallardi. Mi.


I N D I C E

Presentazione pag. 3
Introduzione pag. 5
Capitolo Primo

Statuti e provvisioni del XVI e XVII secolo pag. 9


Capitolo Secondo

La farmacopea di A. Campana pag. 45


Capitolo Terzo

Disposizioni sanitarie del Governo Pontificio e della Repubblica

Romana per l’epidemia di colera pag. 51

Istruzioni popolari per la difesa individuale dal tifo esantematico pag. 81


Capitolo Quarto

La legge sanitaria del Regno d’Italia e successivi regolamenti pag. 85


Bibliografia pag. 119



1 Antica moneta d’argento babilonese ed ebraica, il cui nome deriva dall’ebraico sheqel. Presso entrambi i popoli era usata anche come unità di peso.

2 Interessante evidenziare come la tariffa per la prestazione medica non fosse fissata in base alla tipologia dell’intervento, ma rapportata al ceto sociale del paziente: 2 sicli per uno schiavo, 3 per un liberto, 5-10 per un uomo libero. E come, in caso di morte, la pena per il medico andasse dal solo risarcimento del valore commerciale dello schiavo, fino alle mani mozzate se decedeva un libero cittadino.

3 La fumigazione degli ambienti, per risanare l’aria, se vi fosse o fosse stata malaria o altro morbo contagioso, è una pratica antichissima. Peccato che i nostri medici, in quei tempi, non disponessero di validi disinfettanti, ma soltanto di balsami, o poco più: si pensi che durante le epidemie di peste, nel Medioevo, era effettuata con vapori d’aceto o di solfo bruciato.

4 Le tre divinità greche preposte all’umana salute: Apollo, il dio medico, risanatore; Igea dea della salute e dell’igiene (vocabolo che deriva dal nome di lei); e Panacea la dea del rimedio curativo.

5 La suddivisione fra medico “fisico”, cioè colui che curava prescrivendo il medicamento e chirurgo (o cerusico) e flebotomo, che agivano solo con i ferri, la ritroveremo ancora nel Medioevo, assieme alla figura dello speziale che preparava e dispensava il farmaco.

6 Il giuramento d’Ippocrate è anche l’istitu­zione di una prima forma associativa per la classe medica.

7 Il trattato del Ramazzini meriterebbe uno studio a parte, per essere il primo testo organico ampiamente dedicato alla salubrità degli ambienti di lavoro ed alla salute ed integrità di chi in essi operava.

8 Grossi ceri. Dal vocabolo deriva il nostro torce.

9 I ceri usati all’esterno, atti a resistere al vento, per le processioni, quelli speciali per i funerali, per le feste religiose (le offerte), o laiche (le mascherate); o che accompagnavano i dignitari (magistrati) nelle manifestazioni pubbliche.

10 Stoppa o canapa filata.

11 Ben legati.

12 Unità di misura di lunghezza, in uso in molte città italiane, con valori diversi da luogo a luogo. Per ovviare a questo inconveniente i Comuni posero all’ingresso del palazzo pubblico barre di ferro, inserite nel muro, che indicavano l’esatta misura, valida per il loro territorio.

13 O quadrelli, a forma quadrangolare.

14 Le piccole e sottili candele che i cresimandi portano durante il rito della Confermazione.

15 Piviere era detto il territorio di una pieve, retto da un pievano (o piovano). Ci si riferisce qui alle candele comuni, del popolo o usate in chiesa.

16 Particolari ceri intarsiati o decorati con foglie e fiori di cera (da boccio).

17 Le candele da offerta.

Il quattrino era una moneta di basso valore, corrispondente a quattro denari.



18 Come si è gia potuto evincere, la cera rappresentava un settore molto importante per l’economia dell’epoca, per questo erano ritenuti necessari registri per documentarne la lavorazione, la cessione ad altri venditori, come ad esempio i droghieri, la vendita; ed il marchio di fabbrica, che lo speziale era tenuto ad apporre sul lavoro eseguito.

19 Una deroga per le persone di rango. D’accordo per il reato, che può variare di gravità secondo il caso, ma chi delinque non può essere giudicato in base al proprio ceto. A meno che, non ci si riferisca al fatto che, come vedremo subito dopo, i pizzicagnoli ed altri, che compravano le cere dagli speziali per rivenderle, dovessero essere condannati a pene minori, rispetto allo speziale, che invece le preparava.

20 La misura, e quindi il peso delle monete aveva una notevole importanza, se la stessa era coniata in metallo pregiato; ecco il perché della lira piccola e della grossa, altro conio del periodo.

21 Anche ai nostri giorni i farmacisti devono detenere, e rendere ostensibile al pubblico, una copia della Farmacopea Ufficiale.

22 L’ispezione delle spezierie era considerata (e lo è tuttora) un metodo di controllo efficacissimo; ecco che è istituita la figura del”veditore”, con elezione fra gli iscritti dell’arte, e successivo scrutinio periodico, in modo che i controllori cambiassero di volta in volta.

Di nomina del magistrato (il rettore) era invece il medico che accompagnava i veditori.



23 Compito dei veditori era d’ispezionare la quantità e la qualità del medicinale, con la facoltà di gettarlo la prima volta, se fosse inaccettabile, o di fare rapporto e consegnarlo all’autorità, per la condanna dovuta, nelle visite successive.

24 L’esposizione al pubblico del medicinale, in bella vista, ed il controllo della sua composizione e dispensazione, da parte dei veditori, era elemento essenziale della normativa che regolava l’andamento delle spezierie.

Lo stesso si può dire a proposito dell’acquisto delle sostanze prime (i semplici), e per il loro riordino, in caso che queste fossero esaurite.



25 Si parla qui del registro dello speziale, sul quale costui doveva annotare la qualità e quantità dei semplici presenti nella spezieria, le composizioni e le dispensazioni eseguite.

26 Il salario dei veditori viene posto a carico degli speziali mediante una tassa fissata dall’autorità.

27 Nel caso che, in una determinata località, non fosse possibile, per il basso numero di speziali, reperire i veditori, costoro erano tenuti a mostrare i loro semplici ai veditori del luogo nel quale li acquistavano, e mandare, in caso d’impossibilità dell’ispezione, saggi ai veditori più vicini, ferma restando l’annotazione sul registro.

28 Il controllo dei veditori doveva essere eseguito anche in caso di cessione di altri oggetti, come alambicchi o mobili della spezieria, con vidimazione dell’inventario e del bilancio dell’esercizio. Vedremo l’importanza di ciò, quando andremo ad esaminare le successive provvisioni sulla tara.

29 In questi due ultimi capitoli della provvisione si stabiliscono le pene per chiunque non rispetti quanto stabilito dalla legge in questione, comprese le autorità preposte ai controlli.

30 Il giudice del tribunale penale.

31 Questa disposizione prevede l’istituzione della tara, cioè della tassa che gli speziali erano tenuti a pagare, in base all’inventario ed al bilancio delle loro spezierie; e le competenze dei “taratori”, i pubblici ufficiali deputati al controllo ed alla relativa certificazione.

32 Si stabilisce qui la tassa da pagare sulla taratura.

33 E’ l’elenco delle preparazioni soggette o meno ad ispezione. D’ognuna si riporterà la ricetta più significativa.

34 “I robbi, overo sape, sono i sughi d’alcuni frutti spellati da per loro al sole, o al fuoco tanto, che si possano conservare e s’adoprano principalmente nelle indisposizioni della bocca, o soli o mescolati col mele, o col zucchero, o con la sapa (Ricettario Fiorentino)”.

35 O sciroppo d’agro di cedro di Mesue:

“Agro di cedro tratto libbre 6/ Zucchero bianco lib. 8. Si chiarifichi secondo l’arte, e cotto in forma di manuscristi, si metta in tegame di terra invetriato a fuoco di carbone, mettendovi allora il sopraddetto agro; cuoci a forma di giulebbo, cola per stamigna, e serba”.



36 Lo sciroppo semplice di sugo di viole e quello composto, entrambi di Mesue.

“Viole mammole elette, e nette da’ gambi buona quantità e pesta in mortaio di marmo, e cavatone il sugo, e di detto piglia lib. 3. Zucchero chiarito lib. 2. Cuoci a fuoco lento in buona forma”.

Quello composto conteneva anche: seme di cotogne e di malva, giuggiole, sebesten e acqua di zucca.


37 Sciroppo d’indivia semplice magistrale:

“Sugo d’endivia lib. 20. Poni sopra 'l fuoco tanto, che getti sopra la schiuma, e non bolla, schiumalo, e lascia posare per sei ore, e cola in altro vaso le parti più chiare, ed il resto getta via, e quello ricòla poi per feltro, del quale torrai lib. 3. Zucchero lib. 2. Cuoci e fa sciroppo”.



38 Lo sciroppo di cicoria s’eseguiva esattamente come quello d’indivia.

39 Sciroppo di Fumaria off.-Papaveracee, presente anche in testi più recenti.

40 Sciroppo di mirto composto magistrale:

“Coccole mirtine once 2 e ½/rose rosse, sandali rossi e bianchi, sommacco, balausti, berberi ana dramme 15/nespole dram. 1. Cuoci a consumazione della metà, ed aggiugni: vino di melagrane e di cotogne ana lib. ½/zucchero chiarito lib. 3. Cuoci di nuovo a perfetta cottura”.



41 Sciroppo di menta di Mesue:

“Sugo di mele cotogne, di cotogne strutte, di melagrane dolci e forti di mezzo sapore ana lib. 1 e ½. Infondi in detti sughi per ore 24. Menta soppassa lib. 1 e ½/rose once 2. Cuoci a fuoco lento alla consumazione della metà, e cola, ed alla colatura aggiugni: mele, o vero zucchero lib. 2. Fa sciroppo secondo l’arte, e quando lo riponi aromatizza con galla muscata dram. 1”.



42 Sciroppo d’assenzio di Mesue:

“Assenzio romano secco lib. ½,/rose secche once 2/nardo indica dram. 3/vino vecchio bianco buono ed odorato, sugo di cotogne ana lib. 2 e ½. Infondi in vaso invetriato per un dì, e per una notte, di poi cuoci a consumazione della metà, cola, ed alla colatura aggiugni: mele lib. 2. Fa sciroppo”.



43 Sciroppo di calaminta o nepitella (dal greco kalaminthè) la Satureia calaminta - Labiate, detta anche mentuccia. Conteneva anche levistico, squinanto, passule e miele. Un'altra formulazione conteneva anche galla.

44 Sciroppo di Cuscuta epithimum - Cuscutacee detta anche cuscuta del timo, per il fatto che avvolge i suoi vilucchi alla pianta del timo, o simili; nota popolarmente con i nomi di: capelli d’angelo, refe del diavolo, erba ragna, barba di pianta. Già in disuso nel '800.

Conteneva innumerevoli ingredienti: mirabolani citrini, emblici, bellerici e indi, cuscuta, fumosterno, timo, buglossa, calamento, liquirizia, polipodio, agarico, stecade, rose, semi di finocchio e anice, amoscine, passule, tamarindo, sapa.



45 Lo sciroppo composto di Lavandula stoechas - Labiate. Anch’esso conteneva numerosi ingredienti secondari: timo, calamento, origano, anici, piretro del levante, gengiovo, passule, cinnamomo, calamo aromatico, nardo indica, zafferano, pepe nero e lungo, miele.

46 Sciroppo d’Eupatorium cannabinum - Composite.

“Radici di finocchio, prezzemolo, endivia ana once 2/logorizia, squinanto, cuscuta assenzio, rose ana dram. 6/capelvenere, spina bianca ed arabica, fiori o radici di buglossa, anici, finocchio, eupatorio ana dram. 5/rabarbaro eletto, mastice ana dram. 3/asaro e folio ana dram. 2/acqua lib. 4. Cuoci alla consumazione del terzo, e con sugo di prezzemolo, endivia ana q.b./ zucchero lib. 4, fai sciroppo”.



47 “L’ermodattilo delle spezierie pare che sia il colchico degli antichi, e che per questo sia velenoso, e da non usarsi nelle medicine; nondimeno veggendo, che preso da se solo, nelle sue pillole, e nell’altre composizioni dove egli entra, non fa effetto alcuno maligno, più che gli altri medicamenti purganti, concediamo, che si possa usare nelle ricette, dove entrano gli ermodattili, e si piglino i forestieri, che sieno bianchi, ben nutriti, non intarlati, e senza alcun difetto; lasciando in tutto quegli che nascono ne’ nostri paesi” (Donzelli).

La miva aromatica era una conserva di mele cotogne e vino greco, ridotta a fuoco lento e addizionata di zucchero e varie spezie.



48 Dal Donzelli: “De’ locchi. Quella sorta di medicina, che gli Arabi chiamano locchi, i greci gli chiamano eclemmi, ed eclecta, ed i Latini lieti, perché si pigliano in bocca a modo di lambire, e dissolvonsi a poco a poco, e si lasciano scendere nella canna del polmone; e sono semplici o composti. I semplici sono preparati con la decozzione, o col sugo d’alcuno medicamento, con zucchero, con mele, o con altro liquore. I composti ricevono gomme, frutti, ed aromati. La forma, o corpo loro è nel mezzo tra quella delli sciroppi, e de’ lattovarj, perché anno più corpo, che gli sciroppi, e meno che i lattovarj, acciocché non fuggano di bocca come gli sciroppi, e non sieno difficili a penetrare nella canna del polmone come i lattovarj.

Rimenansi dopo che son cotti nel calderotto acciocché essi diventino bianchi, e così sieno all’occhio più piacevoli, perché usandosi spesso (essendo altrimenti) verrebbono agevolmente fastidio. Durano i semplici un anno nella loro perfezzione, ed i composti infino in due, eccetto quegli che anno mandorle, pinocchi, pistacchi, e simili, che invietano, e si conservano ne’ vasi di terra invetriati”.

Lo psillio è la Plantago psyllum - Plantagineee, i cui semi, piccoli (in greco psylla = pulce) e nerastri, vennero usati come emollienti.

Il loch di psillio magistrale era così preparato: “ Mucellagine di Psillio cavata secondo arte once 2/zucchero chiarito libbre 1. Cuoci il zucchero a bastanza, ed inbianca, e poi aggiungi la mucillagine, e rimena tanto, che s’incorpori, e diventi bianco”.



49 Anche i diacodion erano loch.

“Diacodion semplice di Mesue. Recipe capi di papaveri bianchi, che non sieno nati in luoghi umidi e paludosi, di mediocre grandezza, non troppo acerbi, né troppo maturi nu. 16 o 18/acqua di fonte libbre 4. Infondi per un dì, e per una notte; di poi cuoci a fuoco lento tanto che i papaveri diventino ben cotti, spremi, e cola, e della detta decozione piglia quanto vuoi, alla quale aggiugni zucchero per meta e cuoci in buona forma”.

Galeno diluiva la suddetta decozione con sapa di vino dolce e liquirizia come aromatizzante.

Il diacodion composto conteneva rispetto alla formulazione di Galeno: “miele, mirra, acacia, ipocistide, zafferano, balausti, e confezione di ramic”.



50 Il loch di scilla composto, detto “ad asma”, era così preparato: “Scilla arrostita dramme 4/, marrobbio, isopo ana dram. 1/ghiaggiuolo, mirra, zafferano ana dram. ½/zucchero q.b.”.

51 La descrizione dei giulebbi, sempre secondo il Donzelli: “I Giulebbi degli Arabi sono appresso i Greci una sorta di quelle bevande suavi, e delicate, che essi preparavano per la sanità, le quali erano composte coll’acqua, col vino, con sughi, e con mele. Gli Arabi anno solo descritte quelle, che sono composte coll’acqua, e con i sughi, e l’anno chiamate Giuleb, gli altri Greci moderni Zulapion, Iolauon. Si compongono coll’acque stillate, e sono oggi più in uso, con le decozioni, e con i sughi ingrati al gusto non sono in uso, ma in cambio s’usano i sciroppi semplici. Quegli che si fanno con l’acqua rosa, e di viole, si compongono con once diciotto d’acqua per libbra di zucchero, secondo Mesue; ma oggi per fargli più piacevoli non si piglia tanta quantità d’acqua, e perché s’usano di subito, non si cuociono quanto gli sciroppi”.

52 La polvere capitale calda era composta di: “stecade, noci moscade, bettonica, barbe di peonia, sermontano, persa, legno aloè, garofani (ana dr. 1), musco, ambra (ana grani 2)”. Quella temperata di: “rose, sandali bianchi, labrusca, bettonica, stecade, barbe di peonia, salvia, persa, garofani, sandaraca (ana)”. Esistevano però numerosissime varianti. Lo stesso dicasi per la polvere costrettiva di mele (o miele).

53 L’olio rosato omfacino di Mesue era preparato con olio d’olive acerbe lavato e bottoni di rose rosse.

L’olio rosato completo si preparava invece con olio d’olive mature e rose rosse fresche.



54 Si tratta di mele cotogne.

55 “Olio di mastice di Mesue della seconda descrizione.

Olio sesamino once 18/rosato omfacino libbre 1/mastice once 3/vino odorifero come greco, o simile once 4. Metti ogni cosa in vaso di vetro, e cuoci in bagno a consumazzione del vino”.



56 “Nardo indica once 3/persa once 2/legno aloe, enula, folio indo, calamo ar., alloro, capperi, squinanto, cardamomo ana once 1 e ½. Pesta grossolanamente, ed infondi in vino ed in acqua di fonte q.b. e olio sesamino lavato libbre 6. Cuoci a bagnomaria tanto che si consumi l’umido, di poi cola e serba”.

57 “Olio sansucino d’Attuario.

Foglie di persa manipoli 4/serpillo man. 2/foglie di mortine man. 1/abrotano, menta aquatica ana man. ½/cassia once 2/ olio omfacino q.b.. Taglia e pesta, e metti in vaso di vetro, e tieni al sole per otto giorni, e poi spremi, e rimetti l’altre cose, e ricuoci infino in tre volte, cola, e serba”.

L’olio sansucino di Mesue conteneva solo foglie e sugo di persa in olio comune.


58 “Olio muscellino di Niccolao.

Olio puro lib. 8/acqua lib. 3/folio, nardo indica, costo, mastice ana once 3/storace calamita, mirra troglodita, zafferano, cardamomo, cassia ana once 1 e ½/carpobalsamo, garofani, bdelio ana once 1/musco dramme 3/noci d’India num. IV”.



59 “Scorpioni n. LXX, più o meno secondo che sono maggiori o minori/olio di mandorle amare libbre 2. Metti in vaso di vetro con la bocca stretta, e coperta, e tieni al sole per trenta giorni, e serba”.

In precedente pubblicazione abbiamo riportato una differente ricetta, ma mille sono le maniere, anche con l’aggiunta di diversi ingredienti, che s’usarono per preparare il famoso, e usatissimo, olio.



60 Quello magistrale conteneva, oltre il castoreo, storace calamita, galbano, euforbia, cassia, zafferano, opoponaco, carpobalsamo, nardo indico, costo, capperi, squinanto, pepe lungo e nero, sabina, piretro, vino bianco, e, naturalmente, olio.

61 L’olio d’euforbio si apprestava cocendo ½ oncia d’euforbio in 5 once d’olio di viole e di vino aromatico, fino a consumazione del vino.

62 “Olio di costo di Mesue.

Costo amaro once 2/cassia once 1/cime di persa once 8/vino bianco odorifero q.b.. Pesta, ed infondi, di poi cuoci a bagnomaria a consumazione del vino, cioè per ore sei…”.



63 “Olio rosato omfacino senza sale libbre 1/cera bianca once 3. Cuoci a bagnomaria, e quando è ben agitato, e soffreddo lava con acqua rosa più volte tanto che diventi bianco, ed aggiugni un poco d’aceto rosato”.

64 “Burro fresco once 6/olio di mandorle dolci once 4/olio di camomilla, violato e di gigli bianchi ana once 3/grasso di gallina e d’anitra ana once 2/ ghiaggiuolo dramme 2/zafferano dram. ½/cera bianca q.b.. Struggi la cera, ed i grassi negli olij, di poi lava più volte con acqua di capelvenere, o con acqua d’orzo, e quando è lavato aggiungi il ghiaggiuolo, ed il zafferano polverizzato bene”.

65 Almeno due le formulazioni dell’ ‘olio di stomaco’, la prima contenente: “olio d’assenzio, mastice, rose rosse, coralli rossi, garofani, cinnamomo, legno aloè, mastice, menta, squinanto, cera”, la seconda: “mastice soda, garofani, legno aloé, mace eletta, squinanti, vino bianco e cera”.

66 “Unguento d’Artanita maggiore.

Sugo di pan porcino libbre 3/olio irino lib. 2/(sugo) di cocomero asinino, burro di vacca ana lib. 1/polipodio once 6/polpa di coloquintida once 4/euforbio once ½. Pesta quello è da pestare, ed infondi ne’ sughi, e nell’olio, e metti in vaso di vetro di stretta bocca ben turato per otto giorni, e dà un bollore, e cola. Noi lo spremiamo col torcolo. Ed alla colatura aggiugni: serapino once 7 e ½/mirra dramme 3. Dissolvi la mirra, ed il serapino in aceto in sufficiente quantità, e bolli in detta colatura quasi a consumazione de’ sughi agitando con un bastone, ed aggiugni: cera once 5/fiele di vacca dram. 7 e ½. Dà un bollore tanto che sia strutta la cera, ed aggiugni le sottoscritte cose ben polverizzate: scamonea, aloè, coloquintida, mezereo, turbitti ana dram. 7 e ½/salgemma dram. 4 e ½/euforbio, pepe lungo, gengiovo, camomilla ana dram. 3. Mescola, e fa unguento”.



67 “Madreselva de’ fiori gialli, foglie di bettonica ana manipoli 4. Taglia minutissimamente ed infondi in vino rosso buono libbre 8. Ed aggiugni: olio rosato lib. 6/ragia gialla, trementina, cera gialla ana lib. 1. Misce, e fa bollire a lento fuoco a consumazione de’ tre quarti dell’umi­do, cola e spremi a torcolo, e di nuovo struggi a lento fuoco, e lascia posare, separando l’umido, ed il fondo”. Riportato anche un unguento di madreselva del Carpi.

68 Esistevano due formulazioni d’unguento di tuzia magistrale: il primo di Giovanni di Vico, preparato in mortaio di piombo, s’otteneva aggiungendo all’unguento populeo olio rosato, mirtino e omfacino, cera bianca, piantaggine e solatro, litargirio d’oro e d’argento, tuzia, biacca macinata, piombo arso e canfora; il secondo di Niccolao conglobando in cera bianca solatro, biacca lavata, piombo arso e lavato, pomfolige, tuzia, ovvero spondio minerale e incenso maschio (in mortaio di piombo).

69 L’unguento capitale del conciliatore era composto di: ragia di pino once 4/gomma elemi, trementina, olio rosato once 3/ammoniaco once 2/ cera q.b..

70 L’unguento sandalino conteneva: rose rosse, sandali rossi, citrini, bolo armeno, spodio, canfora, olio rosato e cera bianca.

71 L’unguento apostolorum d’Avicenna era formato da: “cera bianca, trementina, ragia, ammoniaco ana dramme 14/ aristolochia lunga, incenso maschio, bdelio ana dram. 6/mirra, galbano ana dram. 4/ litargirio dram. 8/opoponaco, fior di rame ana dram. 2”. Lunga e complessa la preparazione.

L’ungento egiziaco era un altro, simile, usatissimo preparato a base di verderame, miele e aceto forte (a volte anche incenso maschio).



72 L’unguento della contessa di Guglielmo da Varignana: “Cortecce di mezzo di ghiande, di castagne, di quercia, coccole di mortella, cauda equina, galluzza, gusci di fave, acini d’uve selvatiche, sorbe acerbe secche, nespole acerbe secche, foglie di susini prugnoli, radici di celidonia ana once 1e ½”.

Pesta grossamente, e fa bollire perfettamente in acqua di piantaggine stillata a consumazione della metà lib. 8. Cola. Cera once 9, strutta in olio mirtino lib. 1 e ½. Lava nove volte con detta colatura sempre dimenando. Di poi: cortecce di mezzo di castagne, di ghiande, di querce ana once 1/cenere di stinco di bue, coccole di mortella, acini d’uve ana once ½.

Pesta sottilmente, e di questa polvere piglia due parti. Trocisci di carabe once 2 e scropoli 2. Mescola, e fa unguento in buona forma con detta cera, d olio mirtino, aggiungendo olio di mastice lib. 1 e ½”.


73 L’unguento d’altea con gomma edera conteneva seme di lino e scilla, oltre ad olio, cera, trementina, ragia, pece greca, galbano.

74 Uno caldo di Mesue: “Cera once 2/olio rosato e nardino ana once 4. Infondi insieme, di poi togli datteri freschi num. XL/ biscotti dramme 5. Infondi in vino odorifero quanto basta per due giorni queste due cose, e poi togli polpa di cotogne cotte in vino odorifero, o garbo once 1. Pesta co’ datteri, e biscotti, ed incorpora quelle cose di sopra in mortaio, ed aggiugni le sottoscritte cose ben polverizzate: mastice, incenso, assenzio romano, ana dramme 2 e ½/ legno aloé, mace, mirra, aloè, nardo indica, acacia, galla, trocisci, ramic, calamo aromatico, ladano ana dramme 1. Incorpora e fa impiastro, e meglio sarà mescolare prima con olio, e con la cera, il ladano, ed il mastice…”

Il secondo freddo d’Alessandro conteneva anche storace, sugo d’agresto, fiori di labrusca, rose, sandali citrini, ma non il nardo e il calamo, il vino doveva essere “brusco”.



75 Il cerotto “Gratia Dei” era così preparato: “Galbano, opoponaco, verderame, incenso, aristolochia lunga, mastice, mirra ana once 1/ ammoniaco once 1 e dramme 2/cera once 8/litargirio, olio comune ana once 18/bdelio once 2/pietra calamita, lapis ematite ana once 1/olio d’abezzo once 4/ trementina once 6. Dissolvi le gomme in vino, e riducile a cottura di mele, e salvale da per se. Poi cuoci il litargirio nell’olio, riducendolo a forma di cerotto…; abbi di poi unito la trementina, l’olio d’abezzo, e la cera, ed unisci con l’olio, e col litargirio già cotto, e lascia freddare. Poi a dette cose si aggiunga l’incenso, il verderame, l’aristolochia, il mastice, il lapis ematite, e la calamita diligentemente polverizzate; poi unisci il corpo delle gomme, e fa cerotto…

76 La diacadmia di Lucio Catagete, secondo Galeno, conteneva: “cadmia abbruciata, e preparata in vino, calciti arso ana dramme 16/cera dramme 80/colofonia dramme 64/olio mirtino libbre 1/vino odorifero quanto basta”.

77 L’isis di Galeno comprendeva invece: ”cera dramme 100/pece greca dramme 200/scaglie di rame, verderame, aristolochia sottile, rame arso, sale ammoniaco, ammoniaco ana dramme 8/allume rotondo dramme 6/mirra, aloè, galbano, manna d’incenso ana dramme 12/olio vecchio once 9/aceto quanto basta per dissolvere le gomme”.

78 Il cerotto ossicroceo di Niccolao: “Zafferano, pece nera, cera, pece greca ana once 4/tremen­tina, galbano, ammoniaco, mirra, incenso maschio, mastice ana once 1 e dramme 4”.

79 Complesso l’allestimento del cerotto di pelle aretina d’Arnaldo:

Bolo armeno, mastice, ammoniaco, mummia, galbano, incenso, costo, lombrichi terrestri ana dramme ½/cera bianca e cera rossa, pece nera e greca ana once 1/radice di consolida maggiore, mezzana e minore ana dramme 3/rose, mirra, aloé ana grani 18/palle marine adulte, galluzza, balausti, aristolochia rotonda ana dramme 6/ visco di quercia, trementina ana once 2/sangue d’uomo di pelo rosso once 8. Componi così: piglia una pelle di capretto, o di montone intera con tutti i peli e cuocila in acqua per un giorno intero tanto che ella sia quasi liquefatta, e diventi come colla, e vi rimanga poco, o non punto di acqua; poi cola e di detta colatura piglia libbre una e metti in una pentola nuova, e liquefavvi il visco a fuoco lento, sempre rimenando con bastone, e quando è liquefatto aggiugni i lombrichi pesti; di poi la cera, la pece, la trementina, il mastice, la mirra, l’ammoniaco, ed il galbano, e cuoci a forma di cerotto che sarà quando gettandone una gocciola sopra un marmo si rappiglierà, e di poi le cose da pestare ben polverizzate, e rimena bene e fa maddaleoni. Noi togliamo le once 8 di sangue, e separatone il siero lo tagliamo in pezzetti, e lo mettiamo sur uno staccio al sole a seccare, com’ anco i lombrichi terrestri vanno seccati, e polverizzati, che tornerà a dramme 1 per oncia”.



80 S’intendevano per lisci tutte le preparazioni liquide ottenute da droghe sciolte, sospese od estratte con un determinato solvente. Liscia, o liscivia, da cui deriva il nome, era detto il ranno, cioè la sospensione che s’otteneva ponendo cenere finissima nell’acqua; si usava per il bucato.

81 Essenziale questa normativa, che regolamentava la fabbricazione e la dispensazione del medicinale negli ospedali e nei conventi, il rapporto dei neo-iscritti con la propria arte, e soprattutto poneva rigorosi vincoli nel rapporto professionale fra medico e farmacista; infine legiferava sulle competenze che l’esame per medico o speziale fissava loro, e di quanto, invece, non potessero fare. Cosimo III liberalizzò molto l’esercizio delle professioni mediche, ma con norme che non davano scampo a cialtronerie o abusi d’ogni genere.

82 Ancora sulle competenze di medico-fisico e speziale, sulle modalità di compilazione della ricetta e del registro dello speziale.

83 Si tratta di un riassunto di tutte le normative viste fino ad ora, con riferimenti burocratici e protocollari, ad uso degli addetti ai lavori.

84 Ricette.

85 Per la prima volta si circoscrive l’attività del ciarlatano in campo medico, proibendo a costui la vendita d’unguenti, sospensioni orali, ecc., con caratteristiche peculiari di farmaco; ed, in particolare di dare ricette.

La terra sigillata di Malta: <…Trovasi ancora in Malta una terra bianca, e leggiera, la quale vendono i ciurmadori, che ha virtù contro a i veleni, onde si può, in cambio della terra Lemnia pigliare assai comodamente, o il bolo armeno, o una delle sopraddette… turchesche, benché non siano molto potenti contro al veleno della vipera, e quella di Malta è meno di quelle (Ricettario Fiorentino-1670)>. Considerata un farmaco molto importante, che i ciarlatani potevano vendere, ma pura, e dichiarandone espressamente la provenienza, senza attribuirle false azioni farmacologiche, come ad esempio, l’efficacia contro il morso di vipera.



86 Non è ben chiaro se, per cercatori dell’arte s’intendano i veditori ed i taratori, o più semplicemente i raccoglitori d’erbe, i quali erano tenuti in gran considerazione, spesso più dei medici e dei farmacisti, per la loro competenza sulle proprietà e sull’uso delle droghe vegetali.

87 Si dettaglia qui il rapporto di lavoro del medico e suoi parenti, con gli speziali.

88 Viene proibito agli speziali di somministrare purganti (com’era invece d’ampia consuetudine) senza la prescrizione del medico.

In altra parte si è vista la proibizione di dare legni (di guaiaco, sandalo e legno aloe) considerati droghe eroiche; e stufe, cioè impiastri, cataplasmi, o simili.



89 Lo zafferano era spesso sofisticato, se non, addirittura sostituito in toto, con altre piante o con parti della pianta stessa diversa dai pregiati stimmi.

Lo zucchero Santommè (una pregiatissima qualità), i saponi, e, come abbiamo gia visto, le cere, dovevano essere sottoposti a controllo e registrazione pena condanne molto severe. Ed era proibita la cera tedesca, sofisticata con grassi animali e vegetali, a meno che non si dichiarasse l’aggiunta, e se ne riducesse il prezzo di un terzo, sia se il pagamento avveniva in contanti, sia a credito.

La zaura o zara (dall’arabo zahar = dado) era un gioco, che si faceva con tre dadi, diffuso in medio Oriente e in Italia: qui s’ intende, per estensione, la posta del gioco, in altre parole il valore della cera diluita con grassi. .

Seguono poi regolamenti sulla manna, i turbitti, l’aloe, il rabarbaro, e in particolare sulla scamonea, da non prepararsi con le pere cotogne, se non approvata per la dispensazione dai veditori.



90 Il Ricettario Fiorentino viene eletto come farmacopea ufficiale del tempo.

91 La descrizione della mummia è chiara. Qui si vuole solo rilevare come la mummia estratta dai cadaveri delle “persone ignobili” non fosse considerata di buona qualità, perché contenente bitume e pece; poi, quando si viene a fare la mummia artificiale, si fa con bitume e pece!

92 “De’ trocisci, e de’ sieffi. I trocisci sono di varie forme, e parte da pigliare dentro al corpo da per loro, e parte servono alla composizzione d’altre medicine, come i trocisci di vipera, e di squilla nella triaca, ed altre, parte s’usano fuori del corpo, e sono composti di medicamenti metallici, e servono a gli ulceri da umori maligni causati, ed alle indisposizioni degli occhi. Di quelli, che si pigliano dentro al corpo, alcuni sono composti di frutti, di erbe, e di alcuni medicamenti purganti, come i trocisci d’agarico, e di rabarbaro; ed alcuni ricevono per la loro composizione dell’oppio. Compongonsi pigliando medicamenti secchi, e pestandogli come è detto, mescolandogli con acqua, o con sugo, o con decozione tanto che facciano pasta simile alle pillole. Formansi in girellette, onde da' greci sono chiamati trocisci, e da’ latini pastilli, forte della qualità della figura loro. Seccansi all’ombra, e conservansi, come delle pillole si è detto. Durano un anno, o più, e gli oppiati, come le pillole oppiate. Quelli che servono ad applicarsi al di fuori del corpo, per esser composti di medicamenti, che non si risolvono così di leggieri, durano due, o tre anni. I sieffi degli Arabi non sono altro, che i trocisci, e i collirj de’ Greci, che s’è detto usarsi nelle indisposizioni degli occhi, differenti solo nella figura…”.

I trocisci edicroi contenevano, oltre ad una lunga serie di piante aromatiche, asaro e maro, due droghe velenose impiegate come sudorifere, nell’asma, nei dolori reumatici. In particolare le donne della tribù nordamericana Pomo come contraccettivi; nella medicina orientale per regolarizzare il mestruo e come stimolanti del parto; la tribù Ojibwa usava l’asaro, associato all’aralia, in cataplasmi da applicare sulle fratture.



93 Brassica napus - Crucifere.

94 Teucrium scordium - Labiate.

95 Indifferentemente uno dei tanti balsami usati: del Perù, del Tolù, copaive, ecc..

96 Si nominava agarico bianco il Boletus purgans - Funghi, detto anche boleto del larice. Ritenuto purgativo, antielmintico, antiemorragico. Fu usato spesso in veterinaria.

97 Costum arabicum - Burseracee e altre piante, da cui s’estrae la resina opoponax.

98 Andropogon nardus, Lin., in disuso. Più oltre vedremo la spiga celtica: “Una pianta picciol, che ha foglie lunghette, ed in cima larghe, fa il fiore giallo, produce alle sue radici minute molti talli piccoli, simili a certe spighette” (Donzelli).

99 “Lo squinanto dovrebbe essere il fiore del giunco odorato, ma perché quello lo mangiano i Cameli, a noi si porta solamente la pianta… Si vede di color di paglia, che in qualche parte rosseggia, ed i frutti sottili in forma di fieno, i quali stropicciati con le mani, spirano odore quasi di rose”.

100 O dittamo cretico. Origanum dictamus - Rutacee. Aromatico, nervino eccitante.

101 Marrubium vulgare - Labiate, da non confondere con la Ballota nigra o marrubio nero, sempre delle Labiate.

102 Rheum raponticus - Poligonacee, una delle molte specie di rabarbaro, da non confondere con il Rù pontico che vedremo più avanti.

103 Helichrysum stoechas - Composite.

104 Il prezzemolo, importato, un tempo, da Creta e dalla Macedonia.

105 Pistacia terebinthus - Anacardiacee.

106 Detto anche gengevo, gengero, ginger, zenzero. “Con belle galle di gengiovo e con bella vernaccia…” (Boccaccio).

107 Potentilla reptans - Rosacee.

108 Teucrium polium - Labiate.

109 Aiuga chamaepytis o iva - Labiate, detta anche iva artetica, per il suo impiego nelle affezioni articolari.

110 Storace. Styrax off. ed altre Stiracacee da cui s’estrae l’omonimo balsamo.

111 Antico nome del cardamomo. “…erba né biado in sua vita non pasce, ma sol d’incenso lacrime ed amomo” (Dante).

112 Meo. Meum athamanticum - Ombrellifere, detto anche finocchio alpino. Meo era detto anche il ricino.

113 La più nota delle terre sigillate.

114 Una varietà di Rhus (Anacardiacee), ricca di tannino, da cui s’estrae il sommacco, usato per la concia delle pelli.

115 Laurus cassia - Papilionacee.

116 Il carbonato di calcio usto.

117 Citisus hypocistis - Papilionacee.

118 Amyris gileadensis - Santalacee.

119 Seseli praecox - Obrellifere.

120 Thlaspi arvense - Crocifere.

121 Ferula orientalis - Ombrellifere.

122 Trachispermum amni o Amni copticum e Amni majus - Apiacee.

123 Daucus visnaga o Amni visnaga - Apiacee.

124 Panax ginseng - Araliacee.

125 Bubon galbanum - Ombrellifere, da cui s’estrae la gommoresina omonima, usata in farmacia: che può essere molle, simile alla trementina, di colore rosso-bruno; in lagrime, di colore giallo-rossastro, e bianco all’interno; in masse, verdognole o bruno chiare. Ha odore balsamico simile a quello del finocchio.

126 La descrizione dei componenti della prescrizione che segue, discorda, in parte, con l’elenco fornito prima, in più di un punto, a riprova delle numerose e diverse formulazioni che si potevano avere per un solito medicamento.

127 La scelta del vino era considerata un elemento essenziale di buona preparazione.

128 Il primo, sistema di peso inglese (e americano), era usato per pietre e metalli preziosi e medicinali. L’ounce troy corrispondeva a g. 31,10.

Il sistema avoirdipois per tutte le altre merci (oncia = 28,349 g.).



129 Il frutto del romice, Rumex acetosella - Poligonacee o del simile lapazio, era usato per contenere i pani d’oppio, nei quali si potevano trovare anche i semi della pianta-contenitore.

130 O sapone amigdalino ottenuto per saponificazione con idrato di sodio dell’olio di mandorle: in genere, però, per il balsamo Opodeldoch s’usava il sapone molle di potassa ottenuto per saponificazione con idrato di potassio dell’olio di lino o di canapa.

131 Il corno di cervo, oltre che per ottenere l’olio empireumatico di cui si parla (comunque alcalino per la presenza della calce spenta), s’utilizzava per l’estrazione dell’ammoniaca, di cui è ricco, prima della scoperta, in Africa, dei giacimenti d’Ammon (da cui deriva il nome), dai quali si cominciò ad estrarre i sali d’ammonio in quantità industriale.

132 Altre importanti pandemie del passato furono la peste ed il tifo petecchiale.

Della prima ben poco si può dire, per ciò che riguarda la legislazione sanitaria, anche se gli statuti medioevali riportano norme atte soprattutto alla prevenzione.

Nel `300 non si conoscevano nemmeno i batteri: la peste era considerata alla stregua di un veleno e la cura scientifica era fatta in base alla teoria degli umori. Definita un male umido doveva essere affrontata col calore, o al più con purganti e salassi, il ché produceva un aumento del bacillo, e debilitazione ulteriore del paziente.

Il miasma, o fumosità del morbo, veniva ostacolato con la fumigazione delle case infette con oli aromatici essenziali, o solfo.

Si faceva poi inalare aceto, considerato un valido antisettico, e si somministrava la triaca, panacea per tutti i mali incurabili, secondo il concetto del “similia similibus curantur”, cioè veleni contro il veleno.

E’ nota la processione dei Bianchi di quel periodo, atta a scongiurare la peste, definita un flagello di Dio. L’igiene, di per sé scarsa a quei tempi, fu peggiorata dal fatto che non ci si doveva lavare (per non aumentare “l’umidità” del male), e dal riunirsi in luogo comune in gran numero.

Nemmeno valsero i provvedimenti contro la peste del 1630: l’espulsione di forestieri, saltimbanchi, ebrei (sic), poveri, mendicanti; e la proibizione della coltura e lavorazione del baco da seta (che portava cattivi odori) - che troviamo anche nelle disposizioni di questo capitolo per la prevenzione del colera -.

Decisamente inutili furono poi i rimedi preconizzati, nei secoli, come cura: sangue di drago, citra mala, luppolo, pimpinella, fichi con ruta/sale/ noci, amarene, cannella, colombi, e ancora il difensivo magistrale,



Più mirate le “Istruzioni popolari per la difesa individuale contro il tifo esantematico o tifo petecchiale”, per cura del Ministero dell’Interno, del 1908, che riportiamo al termine di questo capitolo.

133 Le fumigazioni del Morveaux e dello Smith erano effettuate con gas di cloro e anidride solforosa, in assenza del malato. In sua presenza s’usavano invece semplici balsami, e più blandi disinfettanti; ad esempio la miscela disinfettante dello Smith conteneva: fenolo/eucaliptolo ana g. 15, essenza di trementina g. 100. Il suo bagno aromatico (usato però soprattutto nel reumatismo blenorragico) era così composto: essenza di rosmarino g. 10, essenza di trementina g. 100, carbonato di sodio g. 500, per ogni litro d’acqua.

134 Un tipo di copricapo, letteralmente berretto.

135 La forza pubblica.

136 L’ufficio regionale di sanità.

137 Le liste della dote erano una graduatoria, in cui venivano inseriti i nomi di giovani donne nubili nullatenenti, onde consentire loro di avere un minimo corredo, indispensabile patrimonio per potersi maritare. Erano tenute da istituti religiosi o a carattere assistenziale.

138 Pulizia.

139 O aether cum spiritu: ana p. d’etere etilico e alcool 95°.

140 Tintura madre di castoreo, la secrezione delle ghiandole perianali del Castor fiber.

141 E’ l’ambra gialla, il fossile di conifere di cui è ricca la zona del mar Baltico.

142 Alcuni sali di manganese furono preconizzati come attivatori delle ossidasi, ma senza prove scientifiche certe.

143 O salnitro, il nitrato di potassio, forte ossidante. Ricordiamo, fra tutte le preparazioni del passato, la carta nitrosa composta, usata per fumigazioni, perché bruciandola liberava nitrati e nitriti, potenti analettici e cardiotonici.

144 La noce moscata è il seme, privato del guscio e dell’arillo della Miristica fragrans e altre - Miristicee. Il macis è il suo arillo.

145 Il cajeput è la Melaleuca leucodendron - Mirtacee, la cui essenza fu usata come antisettico polmonare, antispasmodico e analgesico nelle otalgie. Da non confondersi con il cajeputolo che è sinonimo d’eucaliptolo.

146 Anche la cassa di beneficenza era un’istituzione, pubblica o religiosa, atta a garantire una sussistenza minima ai miseri, onde prevenire, con una più idonea alimentazione ed igiene, il contagio di morbi ad alta diffusività.

147 Facsimile.

148 La quarantena, sia per i malati o sospetti tali, sia per i loro abiti ed oggetti d’uso.

149 La capsula di coccio o porcellana resistente al fuoco.

150 Moneta d’argento romana e meridionale, dal valore di un soldo.

151 Grossa moneta di metallo nobile, e quindi d’alto valore, coniata in varie parti d’Italia, in particolar modo a Firenze e Venezia, dal XVI secolo. Portava su una delle due facce uno scudo araldico, da cui il nome.

152 La malaria.

153 Quel “perfino” ci fa ben capire come, ancora nel 1848, la donna fosse considerata di rango e capacità inferiori.

154 Si può facilmente evincere come la professione del medico, detto fisico, fosse separata da quella del chirurgo e del flebotomo; e che quella dello speziale era divisa in due categorie, una dedita alla preparazione e dispensazione del farmaco, l’altra alla produzione d’elaborati come le cere, le biacche, ecc..

155 Le ostetriche che esercitavano a domicilio.

156 La sieroterapia e la vaccinoterapia contro la peste ebbero indubbiamente risultati positivi; ma solo quando si capì l’importanza della derattizzazione (con acido cianidrico o anidride solforosa) dei topi ammalati e dell’eliminazione delle pulci portatrici, mediante petrolio sul suolo, ed altre misure di profilassi, si poté estirpare il terribile flagello dai paesi europei.

157 La sperimentazione clinica si effettua sempre sulla pelle della povera gente! A tutt’ oggi, in nazioni evolute, come gli U. S. A., vengono pagati i diseredati per testare l’efficacia, ma anche i danni che possono provocare i farmaci di nuova acquisizione.

158 Gli infetti.

159 Siamo nello Stato della Chiesa. Evidentemente case di cura religiose, note al nostro funzionario, si occupavano solo dei corpi degli “eletti di Dio” e non degli “infedeli”!

La stessa ingerenza sulla pubblica sanità, la possiamo notare subito dopo, quando ci si preoccupa d’avere notizie sulla somministrazione dei sacramenti, e sul rispetto delle norme religiose della “vigilia” del venerdì.



160 Una sorta di bagno turco e sabbiature.

161 Da usarsi in caso di dubbio di morte apparente per rianimare il “finto” defunto.

162 Ancora il controllo, a tappeto, del clero sui morti.

163 Oneri.

164 L’ammontare della pensione o della “buona uscita”.

165 La calce è tuttora in uso per disinfezioni di questo tipo.

166 L’aspo è la macchina che serve per avvolgere il filato, formando una matassa.

167 Provincia dello Stato Pontificio composta dal circondario della città di Roma.

168 La rosa dei venti è formata da più rombi che s’intersecano, gli angoli dei quali segnano la provenienza dei venti principali.

169 La scottatura delle gallette, cioè dei bachi da seta, con il vapore, era una misura preventiva per evitare eventuali contagi, che si presumeva potessero essere trasmessi dai bachi stessi.

170 Pagliericcio.

171 Il creosoto è il prodotto della distillazione frazionata del catrame di legno di faggio. In questo caso era sciolto in alcool saponato.

172 Il fenolo puro.

173 Infezione degenerativa dell’orecchio medio.

174 Il moccio o morva è una malattia infettiva, spesso letale, tipica degli equini, provocata dal Malleomices mallei, che si manifesta con ulcerazioni sulla pelle e sulle mucose, provocando un’abnorme produzione di muco.

Il farcino degli equini si manifesta invece con accessi e noduli, mentre il carbonchio colpisce equini, bovini e, a volte, l’uomo, ed è caratterizzato da pustole nerastre di tipo ed emorragico.



175 La piemia è la presenza di germi piogeni (stafilococchi, streptococchi) nel sangue, originata da un focolaio flogistico localizzato. Dal greco pyon = pus.

La saproemia è patologia caratterizzata dalla presenza d’elementi in decomposizione.

La cachessia è uno stato patologico caratterizzato da grave deperimento generale con alterazione di alcune, o tutte, le funzioni biologiche. In questo caso vermi parassiti attaccano la funzione epatica, provocando ittero.

Il mal rossino è una malattia infettiva del suino, che si propaga con alimenti inquinati, feci e secrezioni infette, e contagia anche l’uomo, manifestandosi con febbre, depressione nervosa, anoressia e successiva comparsa di macchie rosse sulla pelle.



176 Trichinosi. Malattia parassitaria, determinata da Trichinella spirulis, che, nell’uomo, viene introdotta nell’organismo con le carni di suini infestati. Dopo un’incubazione che va dai tre ai venti giorni, si manifesta con diarrea diffusa, febbre elevata e continua, edemi al viso, in particolare alle palpebre, dolori muscolari; in seguito un grave deperimento, con complicazioni polmonari.

La panicatura è l’aspetto della carne macellata, quando è infestata da cisticerchi, cioè dalle larve di tenia, che per forma e dimensione ricordano i semi del miglio.

La tubercolosi bovina, caratterizzata da lesioni dall’aspetto lucescente.


177 Contagiosa infezione del bestiame caratterizzata da vescicole tipiche sulla mucosa orale.

178 In un periodo in cui mangiare carne rappresentava un lusso, si consentiva di vendere carni d’animali ammalati di determinate patologie, ma separatamente dalle carni di prima qualità, in determinati spacci di bassa macelleria. Tali carni dovevano essere però vendute in un lasso breve di tempo dalla macellazione, e consumate cotte. Generalmente non si potevano impiegare per fabbricare insaccati.

179 Piccoli pani simili al burro prodotti con l’olio di colza ottenuto dai semi della Brassica rapa deifera - Crocifere, un olio tossico, ad alte dosi, spesso usato per la sofisticazione dell’olio d’oliva assieme a quello di ravizzone (Brassica napus oleifera - Crocifere). L’olio di colza è attualmente impiegato nella fabbricazione dei saponi, come lubrificante, e come agente temprante dell’acciaio. Il nome deriva dall’olandese e significa, letteralmente, seme di cavolo.

180 Pianta erbacea delle Papilionacee, usata come foraggio, ma non negli animali da macello, per il sapore forte che può dare alla carne.

181 O loppa. Sottoprodotto della trebbiatura o della sbramatura dei cereali, costituito dalle brattee che avvolgono i chicchi.

182 Per non essere confusa con la pasta all’uovo.

183 Tutti i monosaccaridi hanno un forte potere riduttore per la presenza di un gruppo ossidrilico libero; in particolare fu chiamato zucchero riduttore il glucosio.

184 Malattia del vino che si guasta, assumendo colore cupo e sapore aspro. Il termine deriva da cercone o vino da cerca, cioè quello che si dava in elemosina.

185 Il kirsch è un’acquavite di ciliegie fermentate preparata nei Vosgi, Alsazia, Lorena, Foresta Nera.

L’arrak (anche arac e arak) è un’acquavite orientale, di colore giallognolo, ottenuta per distillazione del riso, fatto germinare in tini contenenti acqua, e fermentato assieme a melassa di canna o sugo di palma.



186 Caucciù. Il termine deriva dalle lingue caribica (kahuchu), dalla guachua (chauciuc) e, in fine, dalla francese, che è la forma che troviamo nel testo.

Costituente essenziale della gomma e della guttaperca, si ottiene dal lattice, che s’estrae per incisione, di diverse piante appartenenti alle Apocinacee, Euforbiacee, ecc..



187 La recente legislazione sui cosmetici: “Norme per l’attuazione delle direttive della CEE sulla produzione e la vendita dei cosmetici” del 11 ottobre 1986 e successive modificazioni, riporta copiosi elenchi di coloranti e sostanze chimiche di sintesi o vegetali che non possono essere impiegate per la fabbricazione dei cosmetici, o che sono limitati in quantità percentuale.


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