Brevi note sul Verbalismo



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22.12.2017
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Brevi note sul Verbalismo


Nando Maurelli
[abstract] Alcune riflessioni sul significato del linguaggio suggeriscono una dimensione del verbalismo legata alla personalizzazione del modo di comunicare. [fine abstract]
Le teorie più antiche relative al linguaggio dei non vedenti hanno creato il termine verbalismo riferendolo all’idea che in assenza di vista e pertanto in assenza di una rappresentazione del reale completa o simile a quella di normodotati, la componente del significante fosse preponderante rispetto al referente o piuttosto che quest’ultimo non corrispondesse al significato e quindi svuotasse di senso il significante stesso.

Insomma il non vedente nel linguaggio avrebbe perso la piena capacità di significare. La sua produzione verbale sarebbe stata sovrabbondante sia nel volume dell’eloquio, riproduzione di parole e di tratti soprasegmentali, sia nella portata eccessiva su aspetti squisitamente fonetici, sia nella compiacenza all’emissione di suoni che a detta degli inventori del verbalismo, sarebbe stata un po’ fine a se stessa.

La ricerca scientifica sul linguaggio ha elaborato delle teorie della comunicazione che ripropongono, sotto una nuova luce, il problema del verbalismo.

Già a partire da K. Bülher1, che attribuisce all’atto della comunicazione tre funzioni quella referenziale o di simbolo, quella espressiva o di sintomo e una terza conativa o di segnale, si può meglio precisare quale delle tre potrebbe privilegiare il linguaggio del privo della vista. Nel parlare, infatti, secondo questa teoria ci si riferisce ad un oggetto o ad un referente (funzione referenziale), si esprime un proprio stato o modo di essere (funzione espressiva) e infine si cerca di tenere aperto il contatto con l’interlocutore (funzione conativa). Nel linguaggio scientifico prevale la prima funzione, con la seconda si fa della poesia e della letteratura e con la terza si fa passare il messaggio; tuttavia le tre funzioni in varia misura sono comunque sempre presenti, perché servono a significare qualcosa, ad esprimere il proprio stato d’animo e a dare un segnale.

Jakobson2 (2) in seguito ne ha messe in campo altre tre, perché alla comunicazione si attribuiscono ancora altre funzioni: quella metalinguistica, quando si parla del codice (e a questo l’atto linguistico fa comunque in piccola o in gran parte riferimento); quella poetica quando mette in evidenza o si riferisce alla materia stessa del linguaggio) e infine quella fàtica in quanto gli atti linguistici portano su di sé un elemento col quale si fa riferimento all’interlocutore.

Insomma un atto di parola ha un valore e soprattutto si realizza se ci sono tutti gli elementi di cui è composto, ovvero un emittente, un ricevente, un codice, un canale, un referente e un messaggio

Queste sei componenti della comunicazione, che danno luogo ad altrettante funzioni, rendono un po’ più complessa la questione del verbalismo, ma meglio si prestano per una riflessione sugli atti di parola dei non vedenti.

Vale la pena di riassumere con le parole di A. Martinet (1969, 126-7) questa complessità:

“Ad ogni termine del processo linguistico (mittente, destinatario, messaggio, contesto, contatto, codice) viene attribuita una funzione: (rispettivamente: emotiva, conativa, poetica, referenziale, fàtica, metalinguistica)”.

Dunque, a seconda dell’elemento che prevale nell’atto della comunicazione, questa assume una funzione specifica e una modalità, che cambia o prevale a seconda di ciò che si dice, di chi compie l’atto di parola, oltre naturalmente alla situazione in cui questo avviene.

Che i non vedenti non abbiano di quel reale che viene conosciuto esclusivamente con la vista una conoscenza adeguata, non è proprio un assioma, anche per coloro che non hanno mai visto; per coloro invece che hanno perso la vista dopo i 4 anni e più, per i quali rimangono immagini visive, il loro patrimonio è variabile e in definitiva si può dire che più è recente la perdita, più vasto è il patrimonio di immagini e rappresentazioni, proprio come ciò accade per un normodotato. Che in qualche modo e in varia misura è deprivato di conoscenze e di esperienze.

Per quanto riguarda il patrimonio conoscitivo che non deriva dalle conoscenze sensoriali, e mi riferisco a nomi astratti, a concetti, a figure retoriche a parti del discorso che non rimandano a cose, il rapporto tra significato, referente e significante diviene sfumato e talvolta scompare nell’identità o nella perfetta rispondenza tra significante e significato; si prenda l’avverbio “naturalmente” o il modo di dire “essere in forma per”, e si provi a trovarne il significato, queste espressioni rimandano a se stesse e i loro significati trovano il loro valore solo attraverso il contesto in cui sono inserite.

Il cosiddetto verbalismo perde ancora più di significato per ragioni ancora più forti legate alla natura della lingua stessa.

La lingua di una società non si dispiega sul reale e sul mondo della cultura come un panno sotto il quale traspaiono le forme, cose e idee in sé, bensì ogni lingua è in sé una cultura, ovvero un modo di vedere il mondo, perché ogni lingua ritaglia la realtà in modi e forme che le sono propri e che hanno dietro di loro una storia, come se fosse il linguaggio a dare vita al reale e non viceversa.

Dunque la comunicazione tra due soggetti che parlano la stessa lingua passa attraverso questo patrimonio comune. Per esempio i colori per l’italiano hanno nomi che li designano fino a certe sfumature, al di là delle quali bisogna usare delle espressioni più complesse; in bretone e in altre lingue due colori sono sotto la stessa voce per cui Glass vuol dire allo stesso tempo verde e azzurro. In altre culture i colori sono definiti in funzione del grado di umidità che si attribuisce loro. In francese “cafard” non ha un corrispettivo e bisogna renderlo con nostalgia triste. Si pensi al ok tanto usato in anglosassone: l’italiano può tradurlo in moltissimi modi a seconda del contesto come: “va bene”, “sì”, “certo”, “d’accordo”, “stai tranquillo”, ecc.. La ricchezza di una lingua sta nella cultura che essa porta su di sé e nella varietà dei ritagli che è riuscita a fare sul reale durante la sua storia.

Il significato, è ormai assodato, viene stabilito dall’uso che si fa della parola, la “cosa” (referente) scompare e i significanti comunicano per il loro significato connotativo, ovvero per quello che generalmente si intende per quella parola. Dunque i disabili visivi non debbono temere di farsi capire o di non capire, perché il segno o la parola è contestualizzata e porta dentro di sé il significato “socializzato” e non il referente. Verde è il colore dell’erba, il verde scuro quello di una quercia, ma verde è anche il colore della speranza, verdi sono gli anni giovanili, verde è il colore di moda in un certo periodo, e bene si abbina con un altro colore.

Chi non vede è difficile che usi con poca proprietà la parola “rosso”. La stessa cosa può valere per espressioni come “essere di sbieco”, “sciallato”, ecc. In definitiva avere veduto il referente verde, colore formato dal giallo e dal blu, è irrilevante.

Dobbiamo allora cercare altrove le caratteristiche del linguaggio dei non vedenti, che per qualche aspetto lo usano in funzione di alcune esigenze proprie forse della minorazione visiva, ma non solo.

Diciamo subito che la disabilità visiva che non consente il pieno contatto con l’interlocutore, deve per questo fare uno sforzo in più e accentuare la funzione del contatto, ovvero tenere bene aperto il canale della comunicazione. Allora è possibile che essi usino qualche parola in più o qualche espressione con la quale si accertano che l’altro è presente e che il segnale passi.

Il timore che il messaggio non passi accentua la funzione della ridondanza, secondo la quale vengono fatte ripetizioni e usate espressioni esplicative non sempre necessarie in una normale comunicazione. Tale modalità non è propria del disabile visivo, ma di tutti coloro che per qualche aspetto non sono sicuri d’essere “intesi”.

Un terzo aspetto della comunicazione e del linguaggio dei non vedenti è strettamente connesso al significato denotativo delle parole o delle espressioni verbali. È noto che ogni parola ha un significato che definirei “sociale” sul quale, insomma sono tutti d’accordo. Ma poi ogni parola ha un significato denotativo, ovvero quello specifico di ciascun parlante, secondo il quale una parola porta su di sé un’esperienza particolare, personale, non socializzata. Per esempio la parola “cavallo” è l’animale quadrupede, da corsa o selvatico nelle prateria della puszta, ma poi per ciascuno di noi è quell’animale che non abbiamo mai cavalcato, che ci ha fatto paura da bambini, che abbiamo visto nei western, o quello a dondolo della nostra infanzia.

Allora questo significato denotativo che fa la differenza tra i cavalli di due interlocutori, può dare luogo ad equivoci, può portare su di sé aspetti emotivi diversi, può essere gettato in un contesto senza alcuna ragione per uno degli interlocutori, ma a ragione per un altro.

Sotto questo aspetto le parole possono portare su di sé sensi e valori legati semplicemente al suono delle parole, a fatti riguardanti la loro articolazione e quindi gettati nel discorso solo in apparenza come manifestazioni verbali.

In definitiva l’antico verbalismo cade nella particolarità del soggetto e diventa idioletto, ovvero una personalizzazione del modo di comunicare. Sotto questo aspetto ognuno di noi può essere affetto da verbalismo, per ragioni che talvolta dipendono dalla nostra formazione; così da apparire prolissi e noiosi nella comunicazione, perché facciamo troppo uso di significati denotativi, non teniamo conto del nostro interlocutore, non ci atteniamo ad un codice comune, e magari ci piace farci avanti e imporci con la sola voce articolata in parole e dire senza sapere bene cosa si dice, come spesso avviene in troppe occasioni, in una società della rappresentazione iconografica, dove ciò che conta è l’immagine, l’apparire, il sembrare più che essere.



Bibliografia


Ducrot, O. (1972). Dictionnaire encyclopédique des sciences du langage. Paris: Seuil.

Martinet, A. (1969). La linguistica. Milano: Rizzoli.



Mouloud, N. (1969). Langage et structures. Paris: Payot.
Nando Maurelli



1 Sulla Sprachtheorie di K. Bühler vedere N. Mouloud (1969), pp. 59 e ss.

2 Sulle funzioni di R. Jakbson vedere Ducrot (1972), pp. 246 e ss.






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