Calvino, 1982, Tradurre è IL vero modo di leggere un testo



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21.12.2017
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Calvino, 1982, Tradurre è il vero modo di leggere un testo

in Saggi. 1945-1985, a cura di M. Barenghi, Mondadori, II, pp. 1825-1831

(…) Per il traduttore i problemi da risolvere non vengono mai meno. Nei testi dove la comunicazione è di tipo più colloquiale, il traduttore se riesce a cogliere il tono giusto dall’inizio, può continuare su questo slancio con una disinvoltura che sembra   che deve sembrare   facile. Ma tradurre non è mai facile; ci sono dei casi in cui le difficoltà vengono risolte spontaneamente, quasi inconsciamente mettendosi in sintonia col tono dell’autore. Ma per i testi stilisticamente più complessi, con diversi livelli di linguaggio che si correggono a vicenda, le difficoltà devono essere risolte frase per frase, seguendo il gioco di contrappunto, le intenzioni coscienti o le pulsioni inconsce dell’autore. Tradurre è un’arte: il passaggio di un testo letterario, qualsiasi sia il suo valore, in un’altra lingua richiede ogni volta un qualche tipo di miracolo. Sappiamo tutti che la poesia in versi è intraducibile per definizione; ma la vera letteratura, anche quella in prosa, lavora proprio sul margine intraducibile di ogni lingua. Il traduttore letterario è colui che mette in gioco tutto se stesso per tradurre l’intraducibile.

Chi scrive in una lingua minoritaria come l’italiano arriva prima o poi all’amara constatazione che la sua possibilità di comunicare si regge su fili sottili come ragnatele: basta cambiare il suono e l’ordine e il ritmo delle parole, e la comunicazione fallisce. Quante volte, leggendo la prima stesura della traduzione d’un mio testo che il traduttore mi mostrava, mi prendeva un senso d’estraneità per quello che leggevo: era tutto qui quello che avevo scritto? come avevo potuto essere così piatto e insipido? Poi andando a rileggere il mio testo in italiano e confrontandolo con la traduzione vedevo che era magari una traduzione fedelissima, ma nel mio testo una parola era usata con un’intenzione ironica appena accennata che la traduzione non raccoglieva, (…) queste sono tutte cose di cui scrivendo non mi ero reso conto, e che scoprivo solo ora rileggendomi in funzione della traduzione. Tradurre è il vero modo di leggere un testo; questo credo sia stato detto già molte volte; posso aggiungere che per un autore il riflettere sulla traduzione d’un proprio testo, il discutere col traduttore, è il vero modo di leggere se stesso, di capire bene cosa ha scritto e perché.

(…) Da qualsiasi lingua e in qualsiasi lingua si traduca, occorre non solo conoscere la lingua ma sapere entrare in contatto con lo spirito della lingua, lo spirito delle due lingue, sapere come le due lingue possono trasmettersi la loro essenza segreta. (…)

Ci sono problemi che sono comuni all’arte del tradurre da qualsiasi lingua, e problemi che sono specifici del tradurre autori italiani. Bisogna partire dal dato di fatto che gli scrittori italiani hanno sempre un problema con la propria lingua. Scrivere non è mai un atto naturale; non ha quasi mai un rapporto col parlare. Gli stranieri che frequentano degli italiani avranno certo notato una particolarità della nostra conversazione: non sappiamo finire le frasi, lasciamo sempre le frasi a metà. (…) Ora, per scrivere bisogna invece condurre la frase fino in fondo, per cui la scrittura richiede un uso del linguaggio completamente diverso da quello del parlato quotidiano. Bisogna scrivere delle frasi compiute che vogliono dire qualcosa: perché a questo lo scrittore non si può sottrarre: deve sempre dire qualcosa. Anche i politici finiscono le frasi, ma loro hanno il problema opposto, quello di parlare per non dire, e bisogna riconoscere che la loro arte in questo senso è straordinaria. Anche gli intellettuali spesso riescono a finire le frasi, ma loro devono costruire dei discorsi completamente astratti, che non tocchino mai niente di reale, e che possano generare altri discorsi astratti. Ecco dunque qual è la posizione dello scrittore italiano: è scrittore colui che usa la lingua italiana in un modo completamente diverso da quello dei politici, completamente diverso da quello degli intellettuali, ma non può fare ricorso al parlato corrente quotidiano perché esso tende a perdersi nell’inarticolato.



Per questo lo scrittore italiano vive sempre o quasi sempre in uno stato di nevrosi linguistica. Deve inventarsi il linguaggio in cui scrivere, prima d’inventare le cose da scrivere. In Italia il rapporto con la parola è essenziale non solo per il poeta, ma anche per lo scrittore in prosa. (…)

Questo senso problematico del linguaggio è un elemento essenziale dello spirito del nostro tempo. (…)


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