Camminate bibliche romane 24-25 ottobre 2015 solo l'amore resta (1 cor 13)



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CAMMINATE BIBLICHE ROMANE 24-25 OTTOBRE 2015

SOLO L'AMORE RESTA (1 COR 13)

È il famoso Inno all'amore di Paolo... dove si parla di “agape”, per distinguerlo dall'amore erotico e passionale (eros) e dall'amore di amicizia (filìa).


Premessa storica

Scritto durante il terzo viaggio missionario di Paolo da Efeso (53-57 d.C.). Esso si conclude a Gerusalemme (verso la pentecoste del 57-58), dove Paolo viene arrestato; rimane prigioniero fino al 59 o 60, a Cesarea Marittima (cf. At 23). Poi, essendosi Paolo appellato all’imperatore (At 25), viene estradato a Roma nel suo ultimo viaggio, tra il 59 e il 61, le cui peripezie ci sono riportate da At 27. A Roma giunge intorno al 60 ed è agli arresti domiciliari (cf. At 28,16) per almeno due anni. Non sappiamo con esattezza della sua morte, anche perché gli Atti si concludono improvvisamente. Non è sicuro se abbia avuto la possibilità di un viaggio in Spagna (cf. Rm 15,24) ed uno ulteriore ad Efeso. Possiamo comunque ipotizzare che la morte avvenga tra il 64 e il 67 o 68, a Roma, forse decapitato (come vuole la tradizione raccolta alle Tre Fontane di Roma).


Contesto

Va innanzitutto detto che questo testo è rivolto ad un contesto preciso, una comunità, quella di Corinto, che vantava di possedere tanti doni spirituali e in un certo senso si sentiva ormai “arrivata”. Ma era tanto divisa in partiti e partitini (quelli di Paolo, quelli di Apollo, … di Cristo!). Nella chiesa di Corinto si vive un clima di particolare euforia spirituale ed entusiasmo, dando particolare importanza alle manifestazioni più spettacolari dello Spirito, come il dono delle guarigioni o quello della “glossolalia”1, rispetto a quelle più umili e modeste come il servizio, l’assistenza dei poveri, l’amministrazione dei beni. Perciò alcuni tendono a monopolizzare l’assemblea primeggiando con queste loro manifestazioni estatiche che attirano l’attenzione, ritenute superiori alle altre, ma escludono di fatti coloro che non hanno questi specifici doni.

Quello di Paolo non è dunque un discorso astratto sull'amore, ma uno scritto che cerca di colpire alcuni precisi atteggiamenti di quei cristiani “superspirituali” di Corinto che sono contrari allo stile del Vangelo e di Gesù, che è amore concreto e incarnato.
Messaggio

Paolo afferma che è inutile la pratica dei carismi disgiunta dall’amore (vv. 1-3): tra di essi, oltre ai doni della profezia, conoscenza e fede, notiamo i doni della carità verso i poveri, quello della distribuzione dei beni e quello del “dare il proprio corpo per essere bruciato”, che secondo una pratica descritta da Clemente Romano non era il martirio ma il vendersi come schiavi per venire incontro, con il ricavato, alle necessità dei poveri. Infatti anche il più nobile dei servizi caritativi può essere ispirato a orgoglio. Dunque i carismi hanno senso e valore solo in quanto sono fondati nell’amore. D’altronde lo Spirito Santo, tra i suoi doni elencati in Gal 5,22, vede al primo posto proprio l’amore.

Seguono poi le prerogative dell’amore (vv. 4-7) o meglio le caratteristiche di colui che veramente lo pratica. La makrothumìa è la magnanimità/perseveranza nelle prove, la capacità di “allargare l'animo” per affrontare le ingiustizie senza lasciarsi prendere dall’ira o dallo scoraggiamento. L’amore dunque rifiuta la violenza, anche verbale, di chi vuol fare valere i propri diritti.

Le caratteristiche negative che sono poi elencate mostrano ciò che la pratica dell’amore evita: l’invidiare (verbo zeloô = essere zelante), cioè l’impegno attivo che però mira a prendere il posto dell’altro, aprendo la strada al fanatismo; il vantarsi, che coincide pure col gonfiarsi, l’esaltazione orgogliosa di sé; il mancare di rispetto, cioè la mancanza di considerazione per l'altro, lo sfruttamento; il cercare il proprio interesse, coincide con l’egoismo personale o collettivo; l’adirarsi coincide con un atteggiamento violento e irato che porta a decisioni affrettate e colte sull’onda dell’emotività; il tenere conto del male ricevuto è l’esatto contrario del perdonare, cioè lo spirito di vendetta.

L’amore insomma significa non mettersi al centro, al primo posto, scavalcando o opprimendo gli altri: il non godere dell’ingiustizia e il rallegrarsi del bene (la “verità”) ne sono la conseguenza.

Con quattro verbi si conclude la lista delle affermazioni positive: la carità «tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (v. 7). Non sono da intendere come ingenua mancanza di senso critico nel valutare le azioni degli altri, ma come la capacità di credere malgrado tutto nelle potenzialità positive degli altri e di perdonare loro le azioni che possono aver creato sofferenza.


La caratteristica dell’amore di agape è quella di durare per sempre (vv. 8-13): tutto passa, anche la funzione dei doni particolari di ciascuno nell’edificazione storica della chiesa; ma l’amore di Dio, quello non passerà in eterno. Anche l’esperienza storica della chiesa avrà termine, proprio quando «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28).

Quando avverrà che sarà rimasto solo l’amore? Paolo risponde che all’imperfezione del tempo presente, che coinvolge anche la pratica dei carismi (la conoscenza, la profezia), subentrerà una pienezza di perfezione che è paragonabile alla maturazione del bambino che diventa uomo, o al vedere confuso (come nei rudimentali specchi antichi) che sarà sostituito da un vedere panim el panim, cioè “faccia a faccia” (come Mosè nella teofania del Sinai, Es 33,11). L’esperienza di Dio sarà dunque un’esperienza diretta e piena, senza ombre, una comunione d’amore che durerà per l’eternità.

La conclusione indica le tre cose che rimangono: la fede la speranza e la carità, ma quest’ultima è la più grande (v. 13). Come interpretare questa frase?

Se la particella nyni de (“ora dunque/invece”) ha valore temporale (=“dunque”), risulta che è collegata alla frase precedente e che le tre virtù più grandi, attualmente, sono la fede la speranza e la carità, ma che la più grande è la carità perché questa durerà per sempre, a differenza delle altre due; se invece interpretiamo la particella con valore avversativo (=“invece”), significa che tutte e tre le virtù, a differenza dei carismi del v. 8, rimarranno per sempre, anche se la carità copre sempre un posto di eccellenza. Per non contraddire quanto Paolo affermerà nella 2Cor 5,7 e in Rom 8,24-25 rispettivamente circa la caducità della fede e della speranza, preferiamo la prima soluzione, che afferma che la carità è l’unica realtà che rimane in eterno.

Vorrei concludere con una frase molto bella del teologo greco ortodosso Yannaras: «L’amore comincia laddove finiscono le corazze dell’io. Quando l’altro mi interessa più della mia sopravvivenza, di qualunque pretesa di giustizia, di qualunque garanzia, effimera o eterna. Quando sono disposto ad accettare persino la condanna eterna per amore di colui che amo, di quelli che amo…».

Questa è la via “più sublime” che l’Apostolo ci ha indicato. Adesso sta a noi incarnarla nella nostra vita personale, ma soprattutto nella nostra realizzazione comunitaria.


Cos'è l'amore?

È la sostanza di cui siamo fatti. Per questo siamo fatti per l’amore. Non siamo veramente uomini e donne se non nell’amore. E’ l’amore che compie, cioè perfeziona, rende piena e matura la nostra esistenza. Al di fuori dell’amore non c’è un vero umanesimo, non c’è felicità, non c’è vita.

Mi piace una possibile etimologia della parola amore: a= privativo + mors/mortis= morte, cioè l’amore è ciò che ti permette di superare la morte, è ciò che ti tiene in vita e in effetti quando si ama non si vuole che la vita dell’amato possa mai finire. L’amore è proprio ciò che tiene in vita.

L’amore è un fuoco che va semplicemente risvegliato, liberato nella sua potenzialità. A volte sono degli episodi imprevisti della vita a riaccenderlo.

L’uomo in ebraico è ish e la donna è ishà e hanno in comune proprio esh che è il fuoco dell’amore, quella scintilla che si accende quando ish e ishà si incontrano.
Noi conosciamo molte forme di amore, non ce ne è una sola, basta pensare all’amore materno, d’amicizia, coniugale. Potremmo dire l’amore più originario, più ancestrale è quello materno. L’amore materno è l’amore assolutamente unidirezionale, immotivato, è l’amore che ci fa esistere, che ci partorisce, che ci accetta comunque, che ci perdona qualunque cosa facciamo. Poi c’è l’amore del padre, che è un altro tipo di amore. E’ l’amore che fa crescere, che ti da delle regole, è l’amore che ti butta fuori perché tu possa fare delle esperienze, la tua vita. Non è l’amore della madre che ti tiene, ti protegge, ti fa vivere ma è l’amore che ti espone.

Poi c’è l’amore di coppia, che è un amore speciale perchè chiede la reciprocità. Non è l’ amore unidirezionale come quello della madre per il figlio e non è neanche quello che ci fa crescere responsabili come quello del padre. Non è una gran cosa quando nella coppia uno fa da padre o da madre all’altro. L’amore di coppia è proprio l’amore della reciprocità, dello scambio; è l’amore libero, potremmo dire totalmente disinteressato. Ed è per questo che è un amore più alto, più libero e liberante. Mentre l’amore materno e paterno ad un certo punto possono diventare anche delle gabbie, questo amore libera. Per questo nella Genesi è scritto “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e saranno una carne sola” perché la coppia ha bisogno di trovare una propria, come dire, collocazione al di fuori della famiglia di origine. Il punto di arrivo del nostro amore è questo amore disinteressato, che sperimentiamo nella reciprocità.


A mò di conclusione...

Se l'amore è l'unica cosa che resta, resta proprio perchè è il motore per compiere l'esistenza. Se alla fine di tutto e di tutti resta l'amore, vuol dire che il tempo si è ormai compiuto e che la realtà tutta è giunta alla sua piena maturazione. Paolo direbbe che ogni cosa ha raggiunto la piena statura del Cristo.

L'etica cristiana è dunque un'etica fondata sull'amore. Non sulla legge, sul dogma, sul ragionamento...(che sono aspetti tipicamente maschili), ma sull'amore, sulla misericordia, la compassione, la protezione della vita (… che sono aspetti tipicamente femminili). Perchè solo l'amore fa crescere, fa maturare, fa compiere l'umano.

Ogni volta che giudichiamo, che siamo invidiosi, che ci gonfiamo orgogliosamente e siamo tronfi di noi stessi... denunciamo solo il ritardo di maturazione, il basso livello di maturazione e di evoluzione personale in cui mi trovo. Ogni volta in cui siamo capaci di non giudicare, di stimare il bello e il bene che vediamo negli altri, ogni volta che non ci ripieghiamo nei nostri stretti interessi, allora viviamo da persone compiute, mature, vramente cristiane.

Questa è la nuova primavera che Cristo è venuto a portare: un'era fondata sulla misericordia, sull'amore, sul non giudizio verso chi sbaglia, sul materno accompagnamento verso l'evoluzione e la trasformazione del nostro essere.

Possa anche la nostra attuale chiesa romana – a conclusione del Sinodo sulla famiglia – diventare sempre più simile a quella tratteggiata da Paolo e desiderata da Gesù, e prenda sempre più coscienza del suo compito femminile e materno di misericordia e di accoglienza verso tutti!



Luca Buccheri

1La “glossolalia” è un parlare o pregare estatico attraverso suoni gutturali e inarticolati, facendo ricorso a vocaboli di altre lingue, che per lo più risultano sconosciute e dunque incomprensibili. Per questo dopo queste forme di preghiera “in lingue”, che irrompevano spontaneamente nell’assemblea non appena il glossolalo si sentiva investito dall’impulso spirituale – e che dunque spesso si sovrapponevano –, si attendeva l’intervento di qualcuno che aveva il dono di interpretarle; ma non sempre ciò avveniva, cosicché quelle preghiere nessuno poteva comprenderle e ciò impediva una vera edificazione della comunità. Quello che Paolo non accetta è la passività della comunità di fronte a questi fenomeni estatici, che risultano per lo più incomprensibili ai credenti. Per questo al cap. 14 Paolo stabilirà che dopo al massimo 2 o 3 interventi “in lingue”, fatti in modo ordinato uno dopo l’altro, ci fosse l’interprete che ne rendesse pubblico il contenuto, a beneficio dell’intera assemblea.




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