Canto di natale



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24.01.2018
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CANTO DI NATALE

Il Primo Spirito: La ricerca 04/01/05 1°tappa
Martino posò distrattamente i fogli sul comodino e si esibì in un gustoso sbadiglio spaccamascelle con stiracchiamento incluso. Si alzò dal letto e rilesse svogliato il titolo del raccontino che aveva appena finito “Le tre Frecce”: glielo aveva prestato un ragazzo della parrocchia.

-Beh certo era una favoletta carina- pensava Martino che in un paio di punti della lettura aveva quasi avvertito la presenza di qualcosa scritto apposta per lui. Parlava di tre frecce magiche che devono imparare a crescere e a realizzare ciò per cui sono state create, ovvero centrare il bersaglio: la metafora con la vita era piuttosto chiara ma rimaneva una fiaba, mancava di concretezza, dava spunti buoni ma niente di più. Oltretutto il racconto si fermava sul più bello: diceva che il cammino per crescere è lungo ma poi null’altro e su che fine facessero le frecce non si raccontava nulla.

Che barba, un’altra lettura inutile, un’altra risposta mancata.

Decise che si meritava una notevole fettona di pane e nutella e così si strascicò in cucina.

Martino aveva 18 anni; ragazzo intelligente, sportivo al punto giusto, amante della musica e buon batterista, pieno di passioni ed hobby stimolanti, amici ne aveva molti e anche in gamba ma tanti altri li aveva persi per la strada e molti di quelli rimasti li conosceva solo per metà. Da un po’ di tempo Martino non lo capiva più nessuno. I genitori dicevano che era l’età, gli amici che era innamorato della Federica, i professori insegnavano e non avevano molto tempo per parlare.

Ma Martino non ci si riconosceva in quello che dicevano di lui; i genitori erano troppo vicini per vedere quello che lo agitava, i professori troppo lontani, gli amici troppo occupati, la Fede….beh quello era un altro paio di maniche.

Ma cosa aveva?

Avrebbe dato la sua collezione preferita di fumetti per saperlo! Sapeva solo che provava un gran senso di fastidio per il modo in cui nessuno lo capiva. Certi giorni si sentiva pieno di nuove idee, traboccante di entusiasmo mentre altre volte

(ed erano in aumento) ogni cosa gli sembrava squallida e noiosa, anche quelle che prima lo avevano esaltato: un giorno si sentiva capace di sfidare il mondo intero ma il giorno dopo la più piccola richiesta sembrava essere troppo per lui. Era come essere costantemente su di un’altalena; cambiava di umore anche dieci volte al pomeriggio!

“Sei troppo stressato, ti prendi troppi impegni!” diceva la mamma: e Martino intanto pensava che smettere di suonare col suo gruppo o di far giocare i bambini del catechismo una volta la settimana non avrebbe tolto nulla al suo vuoto.

“Vedi di migliorare i voti a scuola e pensa al futuro che ti attende! Nessuno ti aiuterà!” diceva il babbo: ma intanto al presente chi ci pensa? Era nel presente che Martino stava male, era lì che doveva stare in quel momento.

“Ma smettila di essere triste grullino! Te non hai ragione di essere infelice, pensa a tutti quei bambini del terzo mondo che muoiono di fame!” diceva bonariamente la nonna credendo di consolarlo: ma la sua sofferenza era profondamente personale e paragonarla con altre sofferenze non gli dava nessun aiuto, anzi lo faceva sentire in colpa e senza motivo. Per sentirsi felice non basta sapere che qualcun altro non lo è! Egoismo? Non sapeva perché, ma aveva la certezza che non si trattava di egoismo.

E allora cos’era?

Era Natale, ecco cos’era, la Vigilia di Natale e quella sera doveva andare a suonare nel coro della sua parrocchia: un impegno in più per evitare di pensare troppo. Gli piaceva darsi da fare, era un lavoratore Martino e ne aveva dato prova all’Oratorio estivo; una delle poche esperienze degli ultimi anni che lo avesse davvero coinvolto…e poi era lì che aveva conosciuto la Fede. Era la Vigilia di Natale e lui non sapeva che cosa volesse dire.


Tornò tardi dalla Messa: piuttosto stanco e incavolato con sé stesso. Anzi molto incavolato e la cosa che più gli dava noia era vedere tutta quella gente felice intorno a lui, anche loro sordi, anche loro incapaci di capirlo. Si sforzava di sorridere, di dimostrarsi accogliente come alcuni degli altri ragazzi del coro ma più ci provava e più la rabbia gli montava dentro: poi aveva visto la Fede, gli si era fermato il cuore e compagnia bella, ma lui non aveva avuto neanche il coraggio di salutarla….nemmeno quella volta.

E poi il prete, che parlava di quanto fosse buono il Signore di quanto fosse bella la sua venuta nel mondo…..-Senti Dio prova a venire dentro di me- aveva pensato con astio – vieni a vedere quant’è bello sentirsi rifiutati, ignorati, angosciati e dover sopportare chi ti dice che non hai il diritto di sentirti così solo perché vivi nella parte ricca del mondo! Prova tu a vivere le mie giornate! A sopportare il peso di sentirsi sconfitti e non sapere neanche da chi o da cosa- adesso stava parlando a voce alta senza rendersene conto; la nonna russava sonoramente, i suoi genitori erano via dagli zii.

- Anzi visto che stasera dici di venire al mondo, nel nostro mondo che va sempre peggio per tutti, me compreso, ti voglio presentare il conto!!-

-CHE CONTO SCUSA?!- disse una voce gentile e leggermente nasale alle sue spalle.

Martino si girò di scatto e per poco non gli venne un giovane e precoce infarto. Un asino vestito con un gessato bianco se ne stava amabilmente seduto su una splendida poltrona, che prima non c’era, e lo guardava calmo sorridendogli leggermente quasi a dire “mai visto un asino?”.

Il ragazzo era senza fiato e non bastò scappare in bagno a lavarsi la faccia per schiarirsi le idee.

-HAI LASCIATO IL RUBINETTO APERTO- gli disse cortese l’asino, che intanto si era messo a sorseggiare una tazzina di thé, quando rientrò in camera.

-Oh grazie- rispose Martino sovrapensiero, ma quando tornò in bagno e chiuse il rubinetto si ricordò che qualcosa proprio non tornava e si precipitò in camera per controllare se quella ”cosa” era ancora lì .

L’asino era ancora lì, gambe….ehm zampe accavallate (se così si può dire), aveva posato la tazza di thè sulla scrivania e inforcato un paio di occhiali piuttosto spessi con i quali leggeva attentamente una serie di fogli che pescava via via da una voluminosa cartella.

-MMM…..SI’ MARTINO, NATO NEL 1986, PORTATO PER LA MUSICA, ANIMO SENSIBILE E INTROSPETTIVO, ULTIMAMENTE PIUTTOSTO INCLINE AL SILENZIO DEL CUORE, GRAN LAVORATORE….OH OH VEDO CHE SEI INNAMORATO, COMPLIMETI! FA BENE INIZIARE A SCORDARSI DI SE’!- esclamò giulivo l’asino, e gli schioccò un sorriso meraviglioso prima di tornare a sguazzare nel fascicolo –NON SO, QUI NON MI RISULTA NESSUN CONTO DA SALDARE DA PARTE MIA: ANZI MI SEI VENUTO PIUTTOSTO BENE, POTRESTI ANCHE RINGRAZIARE OGNI TANTO SAI?- e con eleganza tornò alla sua tazzina di thè fumante.

Martino taceva a bocca aperta.

-AVANTI FIGLIOLO NONHO TUTTA LA NOTTE! CIOE’ IO SI’ MA TU NO, E POI LE PULCI COMINICIANO A DARMI FASTIDIO-

-Chi sei?- chiese Martino mentre chiudeva la porta di camera.

-DIO-


-Sei un asino…tu …tu-

-PARLO, SI’ E’ VERO. SAI STASERA E’ UNA NOTTE PARTICOLARE E COSI’ HO DECISO DI PRESENTARMI CON QUALCOSA A TEMA….EH EH! E POI IO ADORO GLI ASINI: IMPOSSIBILE NON VOLERGLI BENE E DICONO MOLTO SU QUELLO CHE SIETE-

-E questo chi l’ha detto?- domandò il ragazzo risentito di sentirsi paragonato ad un asino.

-S. FRANCESCO . MA QUELLA LI’ E’ UN’ALTRA STORIA. SENTI VENIAMO A NOI. PARLAVI DI UN CONTO NO?-

Si strizzava gli occhi e non spariva, si dava i pizzicotti e non spariva: se quello era un sogno era il più realistico che aveva mai fatto. Ormai c’era dentro, e così Martino decise di comportarsi come si fa di solito nei sogni più strani….con naturalezza.

-Sì il conto, il conto di tutto. Delle mie angosce, del fatto che mi sono impegnato per gli altri come dici tu e non ne ho ancora ricavato nulla- Martino si accorse di acquistare vigore nel parlare, come se avesse trovato il modo di lamentarsi efficacemente una volta per tutte.

- Ho sgobbato come un matto con quei bambini dell’Oratorio sai? E allora che cambia? Continuo a non avere niente di quello che voglio e spesso mi afferra il terrore di essere destinato a non lasciare nulla, a non fare nulla di buono. Sai che ti dico? Mi sento stanco eppure non ho mosso un dito e non parlo di stanchezza fisica. Forse hanno ragione quelli che dicono che non esisti: se esistessi non permetteresti la presenza del male. Che cosa hai fatto per il Ruanda? Che cosa hai fatto per le guerre del mondo?-

-INTANTO HO FATTO TE- rispose calmo l’asino continuando a trangugiare thé.

- E per me cos’hai fatto? I miei amici spesso mi sembra di non conoscerli nemmeno: stiamo insieme ed è come se fossimo tutti ugualmente soli e incapaci di comunicare; nemmeno in famiglia è tutto bello come sembra quando siamo bambini e il resto…beh il resto fa schifo-

- FRENA RAGAZZO, FRENA. HO CAPITO SAI? MA NON RIESCO A VEDERE ANCORA COSA C’ENTRO IO-

-Come cosa c’entri?- strillò quasi esasperato Martino –fa qualcosa cavolo!-

-MMM VEDIAMO UN PO’- l’asino ritornò a spulciare tra le carte –QUI MI RISULTA CHE SECONDO TE E’ MOLTO MEGLIO FARE CHE PREGARE E CHE NON NECESSARIAMENTE SI DEVE FATICARE PER AVERE QUEL CHE SI DESIDERA. AH E POI C’E’ QUEL PENSIERINO DEBOLE SUL FATTO CHE LA VITA E’ SOLO DOLORE CHE TI E’ VENUTO DOPO CHE HAI LETTO DUE RIGHE DI UN FILOSOFONE PESSIMISTA-.

-E allora? Adesso mi metti la nota sul registro perché non ho detto le preghierine?-

-AFFATTO- rispose serio l’asino guardandolo negli occhi in un modo che lo spogliò di tutta la sua sicurezza –MI CHIEDI DI FARE QUALCOSA MA IO ENTRO SOLO SE MI INVITANO. LA PORTA DEL CUORE HA LA MANIGLIA SOLO DALL’INTERNO E IO NON SFONDO LE PORTE. IO NON HO PROMESSO ALL’UMANITA’ DI VIVERE AL SUO POSTO MA DI VIVERLE DENTRO. PREFERISCI UN PADRE O UN BURATTINAIO?-.

-Bella frase bravo, ma non cambia il fatto che io non so cosa fare di quello che sono e non sono soddisfatto per niente. E rimane comunque il problema del male. Perché non lo fai sparire semplicemente?-

- NON SONO UNO STREGONE; TEMPO FA QUALCUNO CERCO’ DI TENTARE MIO FIGLIO CON QUESTE SOLUZIONI DA BARACCONE, MA GLI RISPOSE PER LE RIME IL MIO RAGAZZO! E POI CHE ONNIPOTENZA SAREBBE LA MIA SE NON COMPRENDESSE ANCHE IL MALE? IO, PERO’, HO SCELTO ILBENE, HO SCELTO DI PASSARE DAL CUORE DELL’UOMO-

- Non so se mi convince; in ogni caso io continuo a non avere orizzonti, a sentirmi senza fiato- stavolta Martino non era più arrabbiato, stava solo dando voce al suo desiderio di ricerca, alle attese che ancora non aveva mai espresso.

-COSA CERCHI?-

-La felicità- la risposta gli scivolò naturale dalle labbra e lo fece quasi piangere.

-BENE GIOVANE RICCO, CI INCONTRIAMO DI NUOVO- l’asino si alzò lentamente dalla poltrona guardandolo dritto negli occhi come se niente di Martino potesse sfuggirgli: nulla di lui era goffo o sciocco, emanava solo calore e mistero.

–SE VORRAI STANOTTE RICEVERAI LA VISITA DI TRE SPIRITI. FAI FRUTTARE QUELLO CHE TI MOSTRERANNO. NON SARA’ FACILE MA, SE ACCETTERAI DI RICEVERLI, LA TUA VERITA’ COMINCERA’ A VENIRE FUORI. ALLORA, CI STAI?-

-Ci sto!-

A quelle parole Martino cadde sul letto come una pera. La vista gli si annebbiò e l’ultima cosa che vide fu il muso sorridente dell’asino trasformarsi in una luce accecante.
Quando si svegliò si sentì come se avesse dormito per secoli. Era riposato e tranquillo. La sveglia segnava le 12.30 di notte. Tirò un respiro di sollievo; si era sognato tutto! L’asino, gli spiriti, tutto un sogno! Di sicuro non si sarebbe più ingozzato di lenticchie come aveva fatto quella sera a cena! Allucinazioni alla larga!

-Hai riposato anche troppo ragazzo, si parte-.

Ancora voci! Non era stato un sogno allora. Di nuovo Martino si voltò lentamente preparando il cuore (e la mente) a qualche altra stranezza. Stavolta davanti a lui c’era un uomo vestito di abiti antichi ed orientali. Sembrava uscito da un illustrazione del suo vecchio libro di catechismo e teneva in mano, per l’appunto, un libro. Sul suo capo un cerchio di luce splendeva forte; una enorme torno dalle corna acuminate se ne stava placido al suo fianco e lo fissava con i grandi occhi penetranti.

-Tu dovresti essere il primo..-

-Già-

-E, con precisione, sei…chi sei?- si arrese Martino



-Andiamo non lo capisci?! Ho l’aureola, il libro in mano, un toro a fianco…..-

-Ehm…dunque, l’altro era un asino, tu hai il toro ma sei umano…sei il custode dello zoo?- esclamò Martino ghignando per la sua battutaccia.



-Spiritoso….sono Luca l’evangelista-

-Ok ok non ti offendere. E dove mi porti di grazia?-

L’uomo aprì il libro e cominciò a sfogliarlo; -Dunque, vediamo, capitolo primo…ecco! Ti porto esattamente qui!-. Puntò il dito su una pagina del libro e Martino si ritrovò assieme a Luca in una strada polverosa di una antica città. La sua attenzione fu subito catturata da un uomo da una gran folla vociante che si accalcava all’imbocco di una via: qualcuno, gridava: -Ecco è lui, quello che chiamano il Messia!-. Tutti spingevano per guadagnarsi un posto in prima fila ma nessuno parve far caso a Martino e al suo strano compagno di viaggio che poterono così avvicinarsi tranquillamente. Ora che si trovava sul bordo della strada Martino notò che uno dei presenti si era addirittura arrampicato su un albero per vedere meglio…
Lettura o attività drammatizzata+discussione su Lc 19, 2 OPPURE qualcosa di simile ma su un episodio della vita di S.Francesco (così si può cantare Francesco vai! Eh eh ) però dovrei riscrivere l’ultimo pezzettino di storia. L’episodio sarebbe quello di quando va a Spoleto ma nel viaggio sente una voce che gli chiede se vuole servire Il servo o il Padrone.

PER LA RIFLESSIONE

Senza attese concrete la nostra vita diventa spesso una sconfitta a lungo termine come quella di Martino. Abbiamo tutti delle attese profonde che spesso non sentiamo corrisposte dal mondo e che pensiamo di non poter mai appagare. Le attese, però, pretendono che la persona sia in ricerca e per mettersi in ricerca bisogna sapere quali sono i bisogni veri da soddisfare. Ricerca quindi significa prima di tutto fare ordine dentro di noi, capire bene che cosa ci chiede il cuore, quali sono i suoi punti deboli, le aridità su cui è necessario coltivare qualcosa di nuovo, scartare tutto quello che è in più e non produce frutto. E’ importante cominciare a considerare la propria profondità come un aspetto importante della nostra persona che va molto al di là dei soli meccanismi intellettuali e culturali.


Possiedo l’atteggiamento della ricerca nella mia vita?

Ho delle attese nella mia vita?

Cosa sento di dover cercare?

Il Secondo Spirito: La Felicità 05/01/05 2°tappa
La polvere delle strade di Gerico turbinò intorno a lui e gli oscurò la vista.

-Luca!Luca! Dove sei? Aiuto non vedo niente!-

Ma Luca se ne era già andato e mentre ancora chiedeva aiuto Martino si ritrovò di nuovo nella sua camera senza nemmeno un granello di sabbia addosso.

Ancora non poteva credere di aver visto Gesù di Nazareth in persona…o in sogno. Beh quello che era stato non lo sapeva con precisione, però aveva la sensazione che quella passeggiata indietro nel tempo gli sarebbe servita in qualche modo.

Non fece a tempo a riambientarsi al familiare panorama della sua camera da letto che un ometto basso e cicciottello con in testa un berretto di paglia e vestito con una salopette di jeans sbucò da dentro il suo armadio. L’intruso richiuse la porta dell’armadio e masticando un filo d’erba all’angolo della bocca biascicò un saluto.

-Come hai detto?- chiese Martino senza stare, ormai, a farsi tante domande sul perché un ometto vestito da contadino usciva dal suo armadio.



-Ho detto…sput..sput- l’omino sputacchiò qualche pezzetto d’erba rimastogli tra i denti e si schiarì rumorosamente la gola –ho detto sbrigati cosino che sà da andare!-. Si comportava e parlava proprio da contadinotto.

- Sei il secondo spirito?-



-No sono ì tu nonno da bambino!…Gnamo nanni ciò furia e tò da fa vedere un monte di ‘osine ganze!- l’ometto gesticolava in maniera buffa e pacata insieme; rimaneva vicino alla porta dell’armadio.

-Dove andiamo?-



-Si và a fare una capatina né Giardini di Dio, detti anche Giardini della Felicità. A Lui gli garbano stè ‘ose di piante, vigne e arberi vari…..Sà com’è, a ognuno ì suo…- Aprì la porta dell’armadio davanti a Martino si spalancò un paesaggio vastissimo! Una splendida successione di colline verdeggiante punteggiate di fiori e piante di ogni tipo e colore.

-Porca miseria- esclamò il ragazzo –era proprio tanto che non mettevo in ordine l’armadio!-



-Me l’avea detto San Luca che tu sé un simpatione sì! Moviti!-

E Martino si beccò una sonora spinta che lo fece ruzzolare al di là della soglia….dell’armadio. Per fortuna atterrò su un erbetta morbida e profumata. Si rialzò e guardò più attentamente il paesaggio: la sua buffa guida era accanto a lui mentre della porta dell’armadio nessuna traccia.

Tutt’intorno, fino a perdita d’occhio, Martino vedeva fiori multicolori, spumeggianti di vita. Violette a tappeto, cespugli di rose rosse, azalee, fiordalisi, gerani rampicanti e alberi, tanti alberi tutti ordinati e ben potati. Il tutto era reso ancor più entusiasmante da una melodia dolce e continuamente modulata di fringuelli, passeri e cardellini che frullavano allegramente tra le braccia di una brezza rinfrescante.

-Wow!- fu l’unica cosa che seppe dire Martino.



-Guarda bene tutto Cuagliò! Statte accuorto e nun dimenticare i particolari!- lo riprese l’omino, che intanto aveva cambiato modo di parlare.

Martino guardò bene e vide che tutta quella bellezza era frutto di un ordine che a prima vista non aveva notato. Tutte le piante e i fiori erano raccolti in orticelli delimitati da staccionate bianche. Ogni appezzamento di terra era uguale perfettamente all’altro e per ogni orto c’era un contadino che lavorava sereno e in silenzio alle sue piante. Ogni orto aveva un bel cancelletto d’entrata con sopra inchiodato un cartello. Sui cartelli c’era scritto qualcosa ma Martino era troppo distante per poter leggere.



-Guarda meglio!- rincarò l’omino.

Il ragazzo obbedì e ora che gli veniva fatto notare si accorse che alcuni appezzamenti non erano coltivati oppure erano curati solo per metà. Qua e là c’erano degli orti proprio messi male! Erano pieni di sterpaglie ed erbacce, gli alberi cadevano a terra mezzi marci e i fiori erano tutti avvizziti. Questi orti non avevano nessuno che li curava ed alcuni erano diventati melmosi e pieni di fanghiglia maleodorante.



-Fatti un giro Martino, da questa distanza non puoi apprezzare i particolari. Ti consiglio anche di fare un po’ di domande; io ti aspetto su quella collinetta laggiù- l’ometto indicò una grossa collina verde sovrastata da un enorme faggio; vi si arrivava tramite un vialetto tutto bordeggiato da cipressi. Martino notò che la sua guida aveva parlato normalmente e a dire il vero sembrava cambiato; era più alto e snello, però era sempre lui. Non ci pensò molto e si avviò per un sentiero deciso a fare un po’ di domande a quei laboriosi contadini.

Arrivò in un orto dove un giovane uomo stava armeggiando intorno a certe piante curiose e stranissime. Martino si avvicinò.

-Che cosa coltivi?- chiese

-Felicità- rispose l’uomo senza interrompere il suo lavoro. Il ragazzo si accorse che alcuni conigli stavano rosicchiando le foglie delle piante.

-Attento!- gridò –quei conigli ti stanno sciupando le piante!-

-Oh no- questa volta l’uomo si alzò e guardò Martino in faccia –stanno mangiando le foglie più basse, ma le piante crescono e si offrono a diverse altezze: ce n’è per tutti.-

Il ragazzo proseguì nel cammino e si trovò in un nuovo orto: -Cosa coltivi?- domandò al contadino di turno.

-Felicità-

-Ma le tue piante sono diverse da quelle che ho visto poco fa-

-Certo! Ce ne sono di tanti tipi, per tutti i gusti-.

-Ma che cos’è la felicità?-

Il contadino si fermò di botto e guardò Martino stupito e preoccupato insieme.

-Come? Non lo sai…?- chiese restando in sospeso.

-Sì…lo so…ma forse….- balbettò il ragazzo.

-Meno male- sospirò –mi avevi spaventato. Se qualcuno non sa nemmeno che cos’è la propria felicità la signora speranza resta sola-.

-Certo- disse Martino non sapendo che dire. Ma la curiosità si riaffacciò in lui:

-Quante qualità ce n’è?-

-Non le ho mai contate e francamente penso sia impossibile farlo. Parecchie comunque: dipende da come le utilizzi-.

-E sono tutte equivalenti?-

-No- rispose deciso l’uomo –sono un po’ come i funghi: ce ne sono anche di velenose-.

-E come si distinguono?-

-Non si distinguono, perchè sei tu a renderle buone o velenose a seconda dei casi-.

Martino non sapeva più cosa chiedere e, sinceramente, era piuttosto confuso. Passò all’orticello accanto dove, ovviamente, si coltivavano piante ancora diverse.

-Cosa coltivi?- chiese Martino

-Salvezza- rispose il terzo contadino.

-Salvezza da che cosa-

-Dai limiti e dalle contraddizioni- e indicò delle piante bellissime, ridenti, dalle foglie iridescenti e birichine.

-Ma la salvezza non è legata alla sofferenza o a roba tipo il sacrificio?- chiese Martino stupito –queste piante mi pare mostrino tutt’altra cosa-.

Il contadino lo guardò con aria indulgente.

-Qui noi coltiviamo felicità e salvezza innestandole continuamente insieme-

-Ed è un’attività che rende?- chiese il Martino più pratico.

-Giudica dai frutti- e nel rispondere il contadino lo invitò a guardare nuovamente a quel giardino meraviglioso.

Martino decise che aveva chiesto anche troppo e così cominciò ad avviarsi su per la collina del faggio. Arrivò in cima senza fatica, riposato; l’ometto, che aveva mantenuto la sua nuova e più elegante forma, stava seduto sull’erba a godersi l’ombra dell’enorme albero.

-Che ti è sembrato?- chiese lo spirito.

-Bello, anzi no… è splendido!- disse Martino voltandosi a guardare i giardini dall’alto. Da lì vedeva proprio tutto.

-Peccato per tutti quei giardini lasciati incolti. Che spreco! Venendo qui ne ho visti molti. Non sono brutti solo per sé ma rovinano tutto il paesaggio-.

-Concordo. Sono i giardini di chi ha smesso di coltivare la propria felicità. Oh ma non ti preoccupare non staranno lì ancora per molto. Quando il proprietario muore il Padrone li fa semplicemente bonificare e li dà a qualcun altro ed è come se non fosssero mai esistiti-

-E quelli coltivati? Quando muore il loro contadino che accade?-



-Rimangono per sempre. Il Padrone dice che i frutti buoni non muoiono-.

-Ma come si fa a sprecare la possibilità di creare una cosa così bella?- si impuntò Martino.

-Niente di più semplice. Ci sono tanti modi. Principalmente è la paura del lavoro e della sofferenza che esso comporta. Poi arriva la pigrizia e infine si diventa totalmente cechi e sordi e non ci si ricorda neanche più di avere una felicità da coltivare-.

-Beh dai non mi sembra che nel mondo vada così male-

-Ma neanche così bene. Io ti sto parlando di felicità piena. Non di soddisfazione momentanea o di raggiungimento di traguardi sociali. E soprattutto non di felicità effimere e fasulle-.

-E bisogna proprio fare i conti con il dolore per ottenerla?-



-Come speri di guarire se non vuoi nemmeno conoscere di cosa soffri?- lo spirito era molto serio nel dire questo –comunque di questo ti parlerà il prossimo spirito. Ora seguimi-.

Lo spirito lo portò al di là della collina e Martino vide un paesaggio simile e differente insieme a quello precedente; ancora altri campi, altri contadini. La sua guida si fermò vicino ad un orto ancora da iniziare a coltivare. Al cancello era fissato un cartello. “Già!” pensò Martino “mi sono scordato di leggere i cartelli!”. Poco male, su quello c’era scritto:


MINISTERO DELLA PUBBLICA TRASFORMAZIONE

SEZIONE GIARDINI PER IL REGNO DI DIO

IMPRESA ANTROPNEUMATICA

CONCESSIONE NUMERO UNO

PROGETTISTA E DIRETTORE DEI LAVORI……..
L’ultima parte era in bianco. Martino si accorse solo allora che lo spirito aveva un pennello in mano e proprio nello spazio vuoto stava scrivendo il suo nome.

Martino era perplesso: cosa significava?



-Questo cancello apre sul tuo territorio- spiegò lo spirito –è a tua disposizione se vuoi-.

-Se torno indietro che succede?-

-Assolutamente niente, ma il tuo nome verrà cancellato-.

-Per sempre?-

-No. Il Padrone ti darà continuamente nuove concessioni, almeno fin quando vivrai. Ti avverto più andrai avanti negli anni senza fare nulla per il tuo orto e più difficile sarà per te accorgerti delle concessioni-.

Martino non sapeva bene che fare ma vedersi cancellare il nome non era una cosa piacevole.

-Va bene entro- sbottò deciso.

Lo spirito gli sorrise per la prima volta.



-Buon lavoro allora. Ricorda che sei il responsabile del tuo orto- e lo invitò a varcare la soglia con la mano.
Martino entrò nel suo orto e cominciò a lavorare, a dissodare, a togliere le erbacce. Era faticoso e si era fece male varie volte, ma sarebbe stato molto peggio non fare nulla e rimpiangere un occasione sprecata.

Stava già cominciando a piantare le prime orchidee, e non sapeva nemmeno da quanto tempo era lì, che una farfalla dai colori sgargianti, la più bella farfalla che avesse mai visto, gli si posò proprio sul naso.

Batteva lentamente le ali, con grazia e gli strofinò le antenne sulla fronte. Improvvisamente Martino si sentì molto più leggero e ci mise poco a capire che anche lui era diventato una farfalla. Scoprì che la sua nuova amica aveva dei begli occhi azzurri e lo guardava con dolcezza: -Seguimi Martino- disse senza bisogno di labbra o bocca, ma parlando direttamente dentro di lui.

Il ragazzo non se lo fece ripetere e sbattendo le sue ali nuove di zecca si addentrò nella foresta insieme al terzo spirito.




ATTIVITA’: Potrebbe essere carino usare la canzone “Il negozio di antiquariato” di Fabi (che non usammo l’anno scorso perché nemmeno riuscivamo a suonarla) e farci una discussione sopra. In ogni caso pensavo che ci starebbe bene minimo 40 minuti massimo 1 ora di deserto personale per rileggere la storia e gli eventuali spunti/domande della sezione successiva. Quindi il deserto potrebbe essere o prima o dopo la canzone (sempre che ci sia). Potrebbe anche essere un’altra canzone, però quella di Fabi mi sembra particolarmente adatta. Dopo il deserto ci vuole in ogni caso una condivisione.

PER LA RIFLESSIONE
Siamo molto abituati a considerare le nostre felicità come delle esperienze ad intermittenza, intervallate da più o meno lunghi periodi di tristezza. E’ vero che tutti passiamo momenti difficili in cui proprio ci sentiremmo fuori luogo ad essere felici; ma è pur vero che chi sperimenta una felicità piena fa anche esperienza di speranza, ovvero di una luce diffusa su tutti i nostri giorni, che prepara la felicità anche (e proprio) nei momenti bui. Eppure quando parliamo di speranza abbiamo come la sensazione di qualcosa fatto per i boccaloni, per gli sciocchi, per i sognatori, gente poco seria che non capisce la realtà. Ma la speranza è anche una delle tre virtù teologali insieme a Fede e Carità, e le virtù teologali dovrebbero essere vie di vita concreta per il cristiano e non semplici paroloni. Leggiamo un brano di un libro del poeta francese Christian Bobin:
“Il mondo è alla mercè delle persone che non sono fatte per la felicità. Questa frase non è mia ma di Bernanos e ora la formulo a modo mio: chi reprime ha iniziato col reprimersi. Il nulla non è nella morte ma nella vita. Il nulla è nell’anima di coloro la cui tristezza cresce contemporaneamente al potere. Il nulla è l’oblio dell’infanzia, della gioia e dell’amore. Il nulla è un padrone che obbedisce a un padrone più forte di lui: l’ambizione, il denaro, il rancore. Hitler è morto quando aveva vent’anni, perché marcire tutta la vita nella solita vecchia storia è essere morti. Dalla sua morte è nato il potere. (…) Poiché il vero segreto è questo: non c’è ancora umanità. L’umano è ciò che ancora deve venire. Partiamo dal basso, da molto in basso. Siamo così in basso che non siamo nemmeno all’altezza degli occhi di un bambino. Sappiamo, dunque, quello che ci rimane da fare: lavorare per rendere vivo ciò che non lo è ancora.

Ma le cose non sono così semplici, ci sentiremo obiettare. Non potete, in maniera così sommaria, opporre l’infanzia al mondo. Vi manca l’arte delle sfumature che è l’arte adulta per eccellenza. Le tristi persone per bene hanno sempre sostenuto che le cose sono molto complicate e che bisogna maturare molto prima di capirle. Queste persone avrebbero redarguito anche Cristo: è affascinante la tua storia. Ah, che fortuna poter sognare, ascolta: siamo d’accordo, ti seguiremo quando avremo messo a posto le nostre faccende. Disgraziatamente quando le faccende sono a posto, il cuore è a un punto morto”. (tratto da “Autoritratto” di C. Bobin)


Riesci a individuare dei momenti nella tua vita di profonda felicità?

La felicità è uno stato di grazia momentaneo o un modo di vivere?

Che ruolo ha l’ordine nel tuo giardino?

Hai mai pensato alla speranza come ad un ingrediente della felicità?



Il Terzo Spirito: Nel fuoco 05/01/05 3°tappa
Volarono leggeri per molto tempo e Martino non seppe mai dire per quanto. Sterzarono tra rami e cespugli, evitarono roveti e planarono su fiori e prati danzando con l’aria e col soffio dei venti.

Era bello volare in quel modo e Martino sperava di non smettere mai.

Atterrarono infine su una collina baciata da un sole splendido. Lo spirito distese le ali per catturare tutto il tepore di quei raggi benefici e il ragazzo/farfalla lo imitò.

-Siamo arrivati- disse lo spirito –là c’è il Gran Consiglio delle Farfalle- e indicò una grossa roccia su cui erano posate decine e decine di farfalle tutte intente a discutere fra loro. Le farfalle ricoprivano tutta la superficie del masso che sembrava, così, colorato da un pittore pazzo in vena di accostamenti sgargianti e colori vivaci.

Volarono sul masso e lo spirito fece cenno a Martino di ascoltare. Intanto tutti i presenti si erano zittiti e guardavano verso una farfalla dall’aria saggia e anziana.

-Benevenuti a tutti- disse l’anziana –oggi abbiamo deciso che le farfalle devono conoscere qualcosa di più sul fuoco- a quelle parole tutti annuirono vivamente.

-Quindi abbiamo deciso che manderemo tre esploratori a cercare il segreto del fuoco!-

Ancora approvazione.

Si fecero avanti tre giovani farfalle che, salutati gli amici e i parenti, decisero che sarebbero partite a turno. Tra gli applausi e le grida di incoraggiamento la prima farfalla spiccò il volo.

-Forza Martino, seguiamola-

E così seguirono la prima farfalla che viaggiò per molti giorni prima di arrivare ad un villaggio. Si fermò alla finestra di una casa e da lì, attraverso il vetro, vide un caminetto e dentro un focherello allegro che scoppiettava. Credendo di aver completato la missione ritornò al Gran Consiglio e riferì tutto.

-Non è abbastanza- disse la farfalla saggia.

E così partì il secondo esploratore: Martino e lo spirito sempre dietro.

La seconda farfalla volò fino in una grande città e lì, attratta da un lampione, cominciò a svolazzargli intorno insieme altri insetti. Credendo di aver completato la missione tornò di corsa al Gran Consiglio e raccontò tutto.

-Ancora non basta- disse serio la farfalla saggia.

Partì così l’ultimo esploratore. Martino e lo spirito non avevano più parlato, solo osservato e il ragazzo non capiva cosa stessero cercando di comunicargli.

La terza farfalla volò per mari e monti e alla fine arrivò in una radura al cui centro ardeva un fuoco immenso: la farfalla fece per avvicinarsi ma inizialmente dovette desistere perché il calore era davvero tanto. Poi si fece coraggio e cominciò ad abituarsi a quel fuoco; volò ancora un po’ intorno, giocò con i guizzi delle fiamme, più si avvicinava e più desiderava avanzare ulteriormente, non gli bastava mai. Poi, con un ultima rincorsa decisa, si gettò nel fuoco e bruciò.

Martino e lo spirito tornarono da soli al Gran Consiglio e raccontarono l’accaduto.

-Ecco una farfalla che ha scoperto il segreto del fuoco- disse la farfalla saggia.


-Ok adesso voglio sapere che cosa significa tutto questo- chiese Martino indispettito allo spirito/farfalla una volta rimasti soli.

-Lo vivi solo standoci dentro-

-Cosa vivi da dentro?- cominciava ad averne abbastanza di fare domande.

-L’Amore lo vivi solo da dentro e l’Amore è la gioia piena. Qualsiasi tipo di Amore tu intenda, che sia amicizia, affetto per la famiglia, innamoramento: lo vivi solo bruciandoci dentro. Se ti accontenti di svolazzargli intorno puoi scordarti la Felicità. Fa paura lo so ma è anche bello; il dolore e la gioia sono due aspetti unici del tuo essere creato per l’Amore, del tuo essere scelto come figlio Amato-.

-Ma non era necessario. Insomma la farfalla è morta!-



-Era una fiaba….una metafora…-

-Ma è morta!-

-E dove sta scritto che non si muore? E’ stato scritto che si vive dopo la morte, ma prima bisogna morire. Non c‘è perdita nelle nostre vite, perché le nostre vite sono caratterizzate proprio dalla mortalità, svaniscono momento dopo momento eppure Dio ha promesso che in queste vite si possono realizzare opere perfette; quindi hai solo da guadagnare, se ami. D’altronde che cosa importa di più se non questo? Non è vero forse che anche tu spesso non ti senti bene come vorresti? Che cosa ti manca?-

-E come faccio a fare questo? Se anche fosse vero dove trovo questa gioia?-

-Davvero non lo sai?-

-Proprio no!- urlò Martino prossimo alle lacrime.

-Per prima cosa fuori di te. L’Amore chiede libertà ha bisogno di diventare concreto in chi ti sta accanto: non è un cagnolino da tenersi tutto per sé. Va portato a spasso. L’Amore è sovrabbondanza, basta chiederlo e se ne avrà dieci volte tanto. Pensaci bene: tra gli animali non esiste l’Amore come tra gli esseri umani eppure gli animali vivono da millenni senza problemi. L’Amore, quello vero, è conquista e se lo sceglie mettendo da parte tutto quello che non è essenziale diventa ben presto necessità forte. In molti non scelgono l’amore, ed è una scelta anche quella, di mediocrità certo, ma è una scelta, si vivacchia, ci si lascia assorbire solo e soltanto dai nostri interessi, dagli hobby, dalle cose: l’Amore invece è una follia divina, è un “in più” che Dio vuole amplificare all’infinito, anche dopo la morte-.

-Ma il dolore? E’ proprio necessario?-

-Se c’è bisogno di un restauro alla tua casa ascolti l’architetto che ti dice che ci sono delle crepe oppure fai finta di nulla e abiti la casa finchè non ti crolla addosso? Il mondo passa il tempo a convincerti che il dolore va evitato come la peste: è roba da vecchi e da terzo mondo, puzza d’ospedale ma se te ne stai nel tuo nido non ti farà nulla. Dolore non significa assenza di gioia, così come gioia non significa assenza di dolore. Spesso siamo più disposti a sopportare un dolore fisico che non un dolore interiore. Col dolore Dio ti sta indicando dove sono le tue crepe: scegli tu se far finta di nulla e farti crollare la casa addosso fino ad arrivare alla disperazione oppure se fare qualcosa-.

Martino era spossato. Tutto quel parlare: e poi qualcosa in lui cominciava a fare un po’ male.

-Ora basta, voglio tornare a casa- disse con un filo di voce.

-Hai ragione, meglio tornare…..tanto più che sei atteso-.


ATTIVITA’

Pensieri liberi su questa striscia di Peanuts:

PER LA RIFLESSIONE

Il cammino della ricerca è un cammino di scelte consapevoli non di pensieri fumosi e riflessioni astratte e niente è più concreto dell’amore. All’amore noi possiamo dare i volti di chi amiamo, i nostri gesti, le nostre parole. Per questo l’amore va curato e alimentato. E allora che c’entra il dolore? Insomma l’amore deve essere piacevole, no? No. L’amore non è piacevole, non è sentimentalismo, non è nemmeno solo istinto o fisicità, non è romanticismo, non è il vestito della domenica; l’amore è estremamente di più, è un gigante. L’amore, e quindi vivere, non significa svolazzare intorno alle cose: non significa accontentarsi di un lieve tepore ma buttarsi nel fuoco. L’amore fa piangere e ridere insieme, ha in sé la grandezza del mistero e la piccolezza dei gesti semplici, e Dio, che è il gigante dell’amore, vuole solo questo per i suoi figli. Un amore più grande di loro. Certo un gigante quando ti abbraccia, anche non volendolo, ti fa un po’ male, ma Dio non stritola: il suo abbraccio è come quello del padre del figlio prodigo. Non ti trattiene ti lascia ogni libertà, anche quella di andartene via in paesi lontani con la tua parte di eredità a combinarne di tutti i colori; il suo abbraccio, però, è sempre lì che aspetta il tuo ritorno e il figlio prodigo, dopo il dolore e l’umiliazione del proprio fallimento umano, torna da quell’abbraccio che intanto non si è mosso di un solo millimetro. Ha sofferto il figlio prodigo nello scoprirsi arido e solo? Sì ha sofferto ma quella sofferenza gli ha aperto il cuore e l’ha restituito alla casa del padre, a tutto ciò che è buono per la sua persona.



Asini che volano 06/01/05 4°tappa
Martino si risvegliò semplicemente sul pavimento di camera sua. Non si sentiva stanco e nemmeno spaesato: era il cuore a fargli male e non sapeva perché. Aveva bisogno di tempo per riflettere, per pensare.

-AVRAI TUTTO IL TEMPO CHE VUOI, NON TEMERE- una voce familiare si introdusse nel filo dei suoi pensieri:

Martino alzò lo sguardo e vide l’asino sulla solita poltrona ma senza tazzina da thé. Lo guardava profondamente con occhi a metà strada tra il mistero e la comprensione.

-FATTO BUON VIAGGIO?-

-Ancora non lo so- disse il ragazzo rialzandosi pensoso da terra.

-Penso che ora dovrei poter rispondere a domande del tipo: “cosa dà senso alla mia vita?” ma per adesso ho solo un gran vuoto dentro-.

-LA DOMANDA E’ LEGGERMENTE MAL FORMULATA-

-Come scusa?-

-NON DOMANDARTI: “COSA DA’ SENSO ALLA MIA VITA?” MA “COSA MI DA’ VITA?”. LO SENTI CHE E’ DIVERSO? E’ MOLTO PIU’ BELLO!- l’asino sorrideva rassicurante (se un asino che sorride può essere rassicurante, beninteso!!).

“Cosa mi dà vita?” pensò Martino. Beh forse qualcosa ci sarebbe…..

-COMINCIA AD ABITARE IN PROFONDITA’ MARTINO. INVECE DI ANDARE DI FUORI IL SABATO SERA COMINCIA AD ANDARE “DI DENTRO”; E’ MOLTO PIU’ DIFFICILE, ALTRIMENTI IL MONDO NON TI SCONSIGLIEREBBE DI FARLO, MA E’ ANCHE INFINITAMENTE PIU’ BELLO!-

-E come si fa?-

-BEH, INTANTO LA PREGHIERA: MA EVITA QUELLE COSINE SU “PER FAVORE FAMMI PRENDERE UN BEL VOTO A SCUOLA”. IO NON GIOCO A MONOPOLI CON I MIEI FIGLI, LI AMO: E UN INNAMORATO VUOLE ESERE ASCOLTATO NON SENTIRSI PROPORRE DEGLI SCAMBI. ANCHE PERCHE’ POI SE QUALCOSA VA MALE SE LA RIFANNO SEMPRE CON ME-.

-Quello che dici è affascinante, lo ammetto, è qualcosa che comincia a conquistarmi. Ma nel mio viaggio ho visto anche cose che non mi sono piaciute. Ad esempio quei giardini tutti sciupati. Se ci ami così tanto dovresti far qualcosa anche per loro prima che muoiano- si accalorò Martino.

-MA IO LA MIA PARTE LA FACCIO. TI RIPETO NON TI ASPETTARE MANI DAL CIELO, QUELLA E’ UN IMMAGINE FALSA E SUPERFICIALE DI ME. CIO’ CHE L’UOMO SCEGLIE GLI VIENE DATO: SE DECIDE DI COLTIVARE 10 AVRA’ 10 COME FRUTTO, SE DECIDE DI COLTIVARE 100 AVRA’ 1000 E COSI’ VIA. SI DIVENTA CIO’ CHE SI AMA, CARO MARTINO-.

Martino non seppe più cosa dire. Non che non avesse dei dubbi, in realtà forse erano aumentati; ma adesso sentiva che poteva prendere coscienza di sé, dei suoi limiti, dei suoi doni. Quanto tempo sprecato in inutili depressioni, quante occasioni sprecate di rapporti belli e profondi; quante possibilità di amare mancate o ignorate per paura del rifiuto o per ripiegamento in sé stesso…a cominciare da quella ragazza.

-TI DICO UN ULTIMA COSA- gli disse l’asino stringendolo teneramente per le spalle e fissandolo con amore –SE SI DA’ RESPIRO ALLE FERITE E LE SI METTONO SOTTO LA LUCE DELLA RINASCITA E NON DELLA DISPERAZIONE, SE SI CREA SPAZIO NEL CUORE SI PUO’ AMARE COSI’ TANTO DA FAR VOLARE ANCHE GLI ASINI….-

-Gli asini? Far volare gli asini?…Io…forse capisco ma….è… non è facile-

-FACILE? NO, NONE’ FACILE PERO’ E’ SEMPLICE DA CAPIRE E QUINDI FATTO PER I SEMPLICI. SAI….. OGNI TANTO QUALCUNO CI RIESCE-
Sparì d’un tratto così come era apparso la prima volta. Martino cadde subito addormentato e al mattino si sentì animato da una nuova, strana speranza. Non aveva mai creduto che un asino potesse parlare, ma da quel giorno, forse, poteva almeno tentare di farli volare.

ATTIVITA’



PER LA RIFLESSIONE


Ricerca, felicità, ferite. Che cosa mi interroga profondamente di questi temi? Visto così l’amore che Dio ci promette di vivere suona quasi pauroso.

E’ un amore totale che invita e non si aspetta che l’invito sia accettato, ma non per questo smette di ardere: è un amore che non si stanca, che dona tutto continuamente. Ma cosa ci dice a noi una cosa così misteriosa? Se Dio non desiderasse che questo amore fosse anche nostro, delle nostre giornate e dei nostri rapporti, le sue sarebbero promesse vuote; ma così non è perchè Gesù è il modo che Dio ha escogitato per dirci di cercare questo amore, per dirci che è possibile viverlo; siamo chiamati a vivere gli stessi passi di Gesù e a riconoscerci figli del Padre, figli amati, scelti.

Eppure viviamo tempi di oscurità interiore, in cui ci diciamo che valiamo ben poco, che ci meritiamo di essere rifiutati, rifiutiamo noi stessi e siamo pieni di risentimento senza neanche sapere perché. Questo buio dell’anima ci costringe a stare zitti, a non esprimerci, a non sentirci né amati né scelti anzi: cominciamo a pensare che nessuno ci capisca, che tutti ci rifiutino, che niente di quello che meritiamo ci viene dato e quindi di qualcuno deve essere la colpa (dei genitori, degli amici, di Dio che non sente o non esiste, etc etc).

Se ci si addormenta su queste cose, come rischia di fare Martino all’inizio della storia, si finisce col lasciarsi schiacciare da quello che di noi non ci piace, ad essere ossessionati dal fatto che non siamo simpatici come quello o belli come quell’altro; i limiti diventano macigni e non più confini dai quali cominciare a uscire.



Nel Vangelo c’è una frase brevissima e stupenda che ci racconta il senso della storia di Martino e che parla alla nostra vita e alle nostre scelte; la frase è “chiedete e vi sarà dato”. Amate e sarete amati, ascoltate e sarete ascoltati, non siate nuvolosi nel cuore, chi chiede ottiene cento volte tanto,…anche solo per insistenza, come dice la parabola; e rieccolo lì l’amore che non si stanca, che bussa in continuazione, che accetta anche il rifiuto senza perdere il gusto di continuare la sua strada! E’ l’amore silenzioso dei genitori, è l’amore che si dona senza riserve degli innamorati, è l’amore generoso degli amici, è l’amore immenso del Padre, l’unico ad essere Amore perfetto e ad attenderci ad ogni tappa della nostra vita. Però bisogna viverle queste cose, non sono magie o filosofie, non si avverano da sole, hanno bisogno di noi. Ecco perché la storia di Martino non finisce, sarà lui a scegliere cosa fare dopo; come noi.


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