Canto VII paradiso



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Grosseto 14 novembre 2011

CANTO VII PARADISO

Quando mi è stato proposto di commentare il Canto VII, perché strettamente collegato al VI, da me letto lo scorso aprile, non sapevo che avrei iniziato con un paradosso che sconvolge, forse, l’opinione corrente. Tutti a scuola hanno letto il VI del Paradiso come il canto politico che celebra l’impero e forse nessuno, nel corso degli studi scolastici non universitari, ha letto il canto VII. Ebbene il paradosso è che il canto VI è in funzione e prologo del VII, canto centrale nella concezione teologico-politica della Commedia, ma soprattutto, come dice Sansone, “Canto che scopre il ritmo e la ragione storica del mondo”.

Dopo la visione dell’ordine universale del mondo e quella dei primi due cieli con le anime che li occupano e la riflessione sul tema della libertà umana, il VI canto, a volo d’aquila, ci narra la storia dell’impero voluto dalla Provvidenza divina, perché vi nascesse e morisse quel figlio di Dio, per cui quella storia è anche storia della redenzione dell’umanità e della nascita del Cristianesimo. All’ordine cosmico segue l’ordine storico nel suo aspetto politico (VI) e teologico (VII).

Ed è dal paradosso giuridico di Giustiniano ai vv. 91-93 del VI canto

Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replìco:


poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico

che rampolla il VII, spiegazione allo sbalordimento di Dante, fulcro della dottrina teologico-politica della Commedia in cui si configura quell’avventura dell’intelligenza che segna lo sviluppo delle capacità conoscitive dell’itinerante Dante. E’ per questo che il canto, pur se dottrinario, non è scevro di grande commozione e calore, commozione che deriva a Dante dalla coscienza di essersi impadronito di una difficile verità.

Nel VII canto, le cinque terzine iniziali sono preludio musicale al grande epos teologico che si narrerà in un unico grande discorso, come in un unico grande discorso si è snodato il canto VI. Vi è uno stretto rapporto tematico tra i due canti: la storia umana si spiega solo con la storia divina e il tema della giustizia, svolto nel VI, si completa nel VII, dove c’è il trionfo della giustizia insieme alla misericordia divina. Il lungo discorso si snoda in tre sequenze: nella prima si risponde alla domanda non espressa sulla giusta vendetta, nella seconda si risponde alla domanda perché proprio questo modo fu voluto da Dio per redimere l’uomo e la terza è quasi un corollario. Passiamo ora al “piacere del testo”.

«Osanna, sanctus Deus sabaòth,


superillustrans claritate tua
felices ignes horum malacòth!
».

Così, volgendosi a la nota sua,


fu viso a me cantare essa sustanza,
sopra la qual doppio lume s'addua;

ed essa e l'altre mossero a sua danza,


e quasi velocissime faville
mi si velar di sùbita distanza.

«Osanna, Santo Dio degli eserciti, che aggiungi così grande splendore con la tua luce ai beati fuochi di questi regni» “così, ruotando al ritmo del proprio canto mi parve che cantasse l’anima stessa sulla quale si accoppia una duplice luce; ed essa e le altre si mossero al ritmo della loro danza, e come scintille di fuoco disparvero ai miei occhi per l’improvvisa distanza”.

Il canto si apre con un inno di lode al Dio poliglotta cantato da Giustiniano, un mirabile pastiche innografico dove osanna dall’ebraico hoshi-a-nna è invocazione di salvezza indirizzata dalla folla di Gerusalemme a Dio e sabaòth = degli eserciti è attributo dato a Dio nel Vecchio Testamento, mentre malacòth è plurale biblico = dei regni. Il termine superillustrans ha valore superlativo. Tutta la prima terzina esprime esultanza e abbondanza di luce (figurazione visiva della verità).

V. 5 “fu viso” lt.visum est.

V. 6 “s’addua” parasintetico a prefisso a. La doppia luce in Giustiniano può essere:

1) la maestà imperiale e la beatitudine celeste;

2) la doppia gloria di imperatore e legislatore;

3) la luce di Dio e quella dell’anima.

V. 7 “sua” = loro.

Questa è una bella terzina che esprime l’incanto ed il rapimento dell’animo.

Io dubitava e dicea 'Dille, dille!'
fra me, 'dille' dicea, 'a la mia donna
che mi diseta con le dolci stille'.

Ma quella reverenza che s'indonna


di tutto me, pur per Be e per ice,
mi richinava come l'uom ch'assonna.

“Io ero sospeso in un dubbio e dicevo tra me - dillo a lei, alla mia donna che sempre appaga la mia sete (di conoscenza) con le dolci acque del vero - ma quella riverenza che sempre si impadronisce di me all’udire anche soltanto Be e ice mi faceva inclinare il capo come chi è colto dal sonno.

Vv. 10-11 i tre “dille” di incredibile musicalità che rimano con stille, galanteria stilnovistica, danno luogo ad un anacoluto con mia (per tua) che ben si giustifica con “un parlare interno e concitato” (Chiavacci-Leonardi) del personaggio più che dello scrittore.

V. 12 metafora dell’acqua.

V. 13 “s’indonna”: altro parasintetico, neologismo dantesco fondato sul latino domina.

V. 14 secondo Giacalone le sillabe che compongono il nome di Beatrice agiscono sull’animo di Dante come una musica che rapisce l’anima in estasi mistico-amorosa, come in Vita Nova XIV e XV. Anche in Vita Nova “fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che sì chiamare”. Nomina sunt consequentia rerum per i poeti medioevali.

V. 15 “assonna”: indicazione di segno mistico, come vide Momigliano.

Poco sofferse me cotal Beatrice


e cominciò, raggiandomi d'un riso
tal, che nel foco faria l'uom felice:

«Secondo mio infallibile avviso,


come giusta vendetta giustamente
punita fosse, t'ha in pensier miso;

ma io ti solverò tosto la mente;


e tu ascolta, ché le mie parole
di gran sentenza ti faran presente.

“Per poco tempo Beatrice tollerò che io rimanessi in tale stato e cominciò a dire, illuminandomi con un sorriso tale che renderebbe felice l’uomo anche nel fuoco: «secondo il mio infallibile giudizio ti ha messo nel dubbio come potesse una giusta vendetta essere punita giustamente; ma io ti scioglierò subito la mente (dai lacci del dubbio) e tu ascoltami perché le mie parole ti faranno dono di una grande verità”.

V. 17 il sorriso di Beatrice è il segno della gioia e dell’amore divino che, attraverso di lei, si irradia su Dante.

V. 19 “infallibile” perché letto nella mente di Dio.

Vv. 20-21 il riferimento è ai vv. 92-93 del canto VI “Poscia con Tito a far vendetta corse/ de la vendetta del peccato antico” dove la vendetta del peccato antico è la punizione del peccato di Adamo in Cristo, giustamente punita negli Ebrei che la eseguirono, con la distruzione di Gerusalemme. Si evidenzia qui l’urgenza narrativa del problema di fondo: la dottrina dell’incarnazione (Deus homo) e della redenzione.

Non è un impegno dottrinario astratto che ispira questo canto, ma una necessità narrativa che consegue al canto di Giustiniano, circostanziata al tema della Provvidenza che regge la storia umana. Il pellegrino, che qui è mediatore tra l’umano e il divino, fra tempo ed eterno, rappresenta in sé e nel suo dubbio questo affascinante mistero della Provvidenza nella storia (Giacalone). Quella di Beatrice è una forma di “caritas” tesa a divulgare il sapere negli indotti (vedi Dante nel “Convivio”). Dante e Beatrice nel Paradiso sono personaggi in cui si oggettiva il rapporto dubbio-verità. Dante è uomo legato ai limiti di una sapienza terrena che fa del dubbio un metodo di ricerca della verità, Beatrice, anima illuminata da Dio, solvendo i suoi dubbi lo rende via via partecipe della verità e quindi degno di ascendere (è l’avventura interiore di Dante). La spiegazione di Beatrice è così ben inserita nello spazio narrativo e nell’azione dell’itinerario di Dante che integra ed arricchisce di interesse l’incontro tra Dante e Giustiniano, illuminando i rapporti fra l’epopea terrestre dell’Impero nel tempo e la storia metafisica dell’umanità, attuata ab aeterno secondo un disegno della Provvidenza (Sapegno).

V. 23 la prima delle esortazioni che mostrano l’intento insegnativo del canto che si snoda tra l’elegia-rampogna di Romeo di Villanova (VI) e quella di Carlo Martello (VIII).

Per non soffrire a la virtù che vole


freno a suo prode, quell' uom che non nacque,
dannando sé, dannò tutta sua prole;

onde l'umana specie inferma giacque


giù per secoli molti in grande errore,
fin ch'al Verbo di Dio discender piacque

u' la natura, che dal suo fattore


s'era allungata, unì a sé in persona
con l'atto sol del suo etterno amore.

Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona:


questa natura al suo fattore unita,
qual fu creata, fu sincera e buona;

ma per sé stessa pur fu ella sbandita


di paradiso, però che si torse
da via di verità e da sua vita.

La pena dunque che la croce porse


s'a la natura assunta si misura,
nulla già mai sì giustamente morse;

e così nulla fu di tanta ingiura,


guardando a la persona che sofferse,
in che era contratta tal natura.

Però d'un atto uscir cose diverse:


ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte;
per lei tremò la terra e 'l ciel s'aperse.

Non ti dee oramai parer più forte,


quando si dice che giusta vendetta
poscia vengiata fu da giusta corte.

“Per non voler tollerare un limite alla sua volontà, limite che era a suo vantaggio, Adamo, condannando se stesso, condannò tutta la sua discendenza (Rom. 5,12; Cor. 15,22) per cui il genere umano giacque infermo per molti secoli, in grande errore, finchè il Verbo di Dio decise di scendere là (nel grembo di Maria) dove unì a sé in una sola persona, soltanto con un atto del suo amore eterno, quella natura che si era allontanata dal suo creatore. Ora rivolgi l’attenzione a quello che sto per dire: questa natura unita al suo creatore come fu creta da Dio (in Adamo) fu integra e buona; ma in quanto natura umana essa era tuttavia ormai bandita dal Paradiso, perché si era allontanata dalla via della verità e dalla sua stessa vita (che è Dio). Se dunque la pena inflitta a Gesù con la croce è commisurata alla natura da Lui assunta (quella umana) nessuna pena colpì mai così giustamente come quella; e allo stesso modo nessuna pena fu tanto ingiusta se si guarda alla persona che dovette subirla, nella quale quella natura era stata assunta. Perciò da uno stesso atto (crocifissione di Cristo) derivarono due diverse conseguenze: che una stessa morte fu gradita a Dio e agli Ebrei; per essa quindi la terra tremò e il cielo si aprì. Ormai non ti deve sembrare più difficile da comprendere (che cosa si intende) quando si dice che una giusta vendetta fu poi vendicata da un giusto tribunale (quello celeste)”.

V. 25 per + infinito = causale.

V. 26 “prode” = vantaggio da pro latino.

“Dante, per raccontare la storia dell’incarnazione, comincia dalla creazione e dal peccato di Adamo. L’attacco è solenne e la forza di sintesi propria … dei grandi racconti danteschi: la superbia dell’uomo che non ha limiti, il valore morale del limite stesso (a suo prode), l’estendersi della colpa all’intero genere umano……., un unico periodo, con due sole proposizioni” (Chiavacci-Leonardi).

V. 28 inferma fisicamente e spiritualmente, in quanto soggetta a malattie e alla morte, al peccato e all’errore: è l’infirmitas peccati del “De Monarchia”, la prostrazione morale e conoscitiva, indicata dal verbo “giacque”.

V. 29 il Verbo di Dio è il figlio, emanazione dell’intelletto, la seconda persona della Trinità, cfr. Giovanni I,14 “E il Verbo si fece carne”. San Tommaso nella Summa theol. Dice che “l’unione avvenne nella persona non nella natura”.

V. 31 u = ubi

V. 33 verso grandioso che dichiara la causa prima del misterioso evento, motivo dominante di tutto il canto.

V. 34 seconda esortazione di Beatrice a Dante; l’argomento tocca un punto di particolare importanza, ma il tono della conversazione è più dimesso.

V. 36 la natura umana in Cristo era buona, senza peccato, ma era peccatrice in Adamo e quindi occorreva un riscatto che l’uomo, con le sue forze, non avrebbe potuto ottenere.

V. 39 Dante utilizza e trasforma i tre termini evangelici.

Vv. 43 e sgg. latino iniuria = ingiustizia.

Giacalone fa notare l’effetto stilistico di grande contrasto: “giustamente - ingiura”, giusta vendetta giustamente punita …. “Giusta vendetta vengiata fu da giusta corte” che vivifica il tono della discussione. E’ questo il canto della conciliazione degli opposti fatti complementari nella persona di Cristo. Le due terzine presentano una disposizione chiastica degli elementi: ai due estremi “natura assunta” e “persona”, al centro l’atto della suprema giustizia e della massima ingiustizia.

Vv. 46 e sgg. Nella terzina il due che esce dall’uno si risolve in immagini di contrasto tra bontà divina e malizia umana e infine tra terra che trema inorridita (Matteo XXVII,51) e cielo che si apre all’umanità redenta, dove terra e cielo sono opportunamente in posizione chiastica come nel distico vv. 47-48 Dio e cielo sono i due estremi con al centro Giudei e terra e, far da perno, “una morte”, con tutta la forza dell’”una” alla latina. Bellissime terzine in cui si risolve il dramma storico di Cristo e dell’umanità con la potenza drammatica della parola.

Vv. 50-51 “vendetta vengiata” dove quest’ultimo è un francesismo; “giusta corte” = tribunale di Tito e di Dio, dove Tito inconsapevolmente è strumento di Dio.

Ma io veggi' or la tua mente ristretta
di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
del qual con gran disio solver s'aspetta.

Tu dici: "Ben discerno ciò ch'i' odo;


ma perché Dio volesse, m'è occulto,
a nostra redenzion pur questo modo".

Questo decreto, frate, sta sepulto


a li occhi di ciascuno il cui ingegno
ne la fiamma d'amor non è adulto.

Veramente, però ch'a questo segno


molto si mira e poco si discerne,
dirò perché tal modo fu più degno.

“Ma vedo che la tua mente, di pensiero in pensiero è ora chiusa in un altro dubbio dal quale aspetta con grande desiderio di essere sciolta. Tu dici «Capisco bene ciò che ascolto, ma mi risulta oscuro perché Dio abbia scelto proprio questo modo per la nostra redenzione». Questa decisione, fratello, è inaccessibile allo sguardo di tutti coloro il cui intelletto non è cresciuto nella fiamma dell’amore divino. Tuttavia, poiché a questo bersaglio (punto del problema) molti mirano, ma poco viene compreso, ti dirò perché questa via fu più degna”.

Comincia qui la seconda parte del discorso di Beatrice.

Vv. 53-54 continua la metafora del nodo. “solver” ha valore passivo.

V. 55 Beatrice traduce in parole il pensiero di Dante che legge in Dio.

V. 57 questo è il centro del canto: il modo. S. Anselmo scrive “Cur deus homo?”.

V. 60 adulto = cresciuto dal latino adolesco, secondo altri da adoleo = bruciato nella fiamma dell’amore divino.

Questa bella terzina rivela l’insufficienza di ogni spiegazione razionale. Si può comprendere solo con l’amore (sul piano mistico) una decisione motivata dall’amore. Con linguaggio metaforico, in questa terzina Dante, che segue Agostino, Anselmo, Tommaso, ci dà la spiegazione più chiara e più convincente per forza di sintesi e bellezza del linguaggio. (Chiavacci-Leonardi).

La divina bontà, che da sé sperne
ogne livore, ardendo in sé, sfavilla
sì che dispiega le bellezze etterne.

Ciò che da lei sanza mezzo distilla


non ha poi fine, perché non si move
la sua imprenta quand' ella sigilla.

Ciò che da essa sanza mezzo piove


libero è tutto, perché non soggiace
a la virtute de le cose nove.

Più l'è conforme, e però più le piace;


ché l'ardor santo ch'ogne cosa raggia,
ne la più somigliante è più vivace.

Di tutte queste dote s'avvantaggia


l'umana creatura, e s'una manca,
di sua nobilità convien che caggia.

Solo il peccato è quel che la disfranca


e falla dissimìle al sommo bene,
per che del lume suo poco s'imbianca;

e in sua dignità mai non rivene,


se non rïempie, dove colpa vòta,
contra mal dilettar con giuste pene.

“La divina bontà che respinge da sé ogni forma di invidia, ardendo in se stessa, produce luce fuori di sé, così che diffonde le sue eterne bellezze mediante la creazione (che è un atto d’amore). Ciò che deriva da lei senza cause intermedie non ha poi fine, perché la sua impronta quando è impressa in esse come un sigillo non può mai cancellarsi. Ciò che proviene da lei direttamente è del tutto libero, perché non sottosta all’influenza delle cause seconde (es. i cieli). E’ più simile a lei e per questo le piace di più perché l’ardore di carità che illumina ogni cosa è più vivo in quella che le è più simile. Di tutti questi beni ricevuti in dote (l’immortalità, la libertà e la somiglianza a Dio) si avvantaggia la creatura umana e, se uno solo di questi viene a mancare, di necessità decade dalla sua condizione privilegiata. La sola cosa che può toglierle la libertà è il peccato che la fa dissimile dal sommo bene (Dio), per cui poco risplende della sua luce (la luce della grazia); e non ritorna più alla sua dignità se non riempie il vuoto che la colpa ha causato con un’espiazione adeguata contrapposta al cattivo piacere goduto”.

Siamo arrivati al cuore del canto, dove si narrano la creazione, la caduta, il mistero dell’incarnazione e la redenzione.

V. 64 la creazione è frutto di amore e le fonti di questo passo possono essere Boezio ma anche la Bibbia (Sapienza 11,25 - tu ami tutte le cose e nulla odi di quanto hai creato) e addirittura il Timeo di Platone nella versione di Calcidio.

Il brano sulla creazione è il più potente del canto, con termini latini come “sperne” e “livore”, tre enjembement (vv. 64-65; 68-69; 71-72) che ampliano lo spazio, mentre le veloci immagini sono affidate alle forme verbali “sfavilla, distilla, sigilla, piove”.

Tre sono i beni di cui è dotato l’uomo e ciò che è creato direttamente da Dio: v. 68 “non ha poi fine”, l’immortalità; v. 71 “libero è tutto”, la libertà; v. 73 “più l’è conforme”, somiglianza a Dio. E ciò che Dio crea senza mezzo sono le intelligenze celesti, i cieli, l’anima razionale e la materia prima.

V. 81 “poco s’imbianca” significa perde lo splendore vivace della luce di Dio e quindi la grazia divina, perché perde la somiglianza. Il bianco per Dante è colore di altissima gradazione simbolica.

V. 84 “dilettar” è infinito sostantivato.

Vostra natura, quando peccò tota
nel seme suo, da queste dignitadi,
come di paradiso, fu remota;

né ricovrar potiensi, se tu badi


ben sottilmente, per alcuna via,
sanza passar per un di questi guadi:

o che Dio solo per sua cortesia


dimesso avesse, o che l'uom per sé isso
avesse sodisfatto a sua follia.

Ficca mo l'occhio per entro l'abisso


de l'etterno consiglio, quanto puoi
al mio parlar distrettamente fisso.

Non potea l'uomo ne' termini suoi


mai sodisfar, per non potere ir giuso
con umiltate obedïendo poi,

quanto disobediendo intese ir suso;


e questa è la cagion per che l'uom fue
da poter sodisfar per sé dischiuso.

Dunque a Dio convenia con le vie sue


riparar l'omo a sua intera vita,
dico con l'una, o ver con amendue.

“La vostra natura umana, quando peccò nella sua totalità (tota latino in corsivo), nella persona del suo progenitore, Adamo, fu allontanata da questi privilegi come dal Paradiso (terrestre); e questi privilegi non si potevano recuperare, se rifletti con attenzione, in nessun modo, senza passare per una di queste vie: o che Dio perdonasse solo per la sua liberalità (con atto di gratuita misericordia) o che l’uomo soddisfacesse con le sue sole forze alla follia che aveva commesso (atto di smisurata superbia). Punta ora lo sguardo dentro l’abisso della decisione divina, tenendolo fisso al mio ragionamento quanto più puoi. L’uomo nei suoi limiti non poteva mai riuscire a soddisfare, perché non poteva scendere tanto in basso umiliandosi nell’ubbidienza, quanto, disobbedendo, aveva preteso di innalzarsi; e questa è la ragione per cui l’uomo fu escluso dal poter dare soddisfazione da sé. Era necessario dunque che Dio riportasse l’uomo alla sua condizione primitiva, usando le sue vie, cioè con una o ambedue”.

V. 85 il termine latino “tota” scritto in corsivo rafforza il significato dell’essenza che vi è implicito; ricorre in S. Anselmo.

V. 91 “cortesia”: termine cavalleresco che indica liberalità.

V. 92 “dimesso” latino biblico = rimettere, perdonare.

L’uso di questi termini indica che “Dante per questo suo nuovo linguaggio ha attinto alla tradizione scritturale, classica e mistica come se in esso si compendiasse, anche sul piano linguistico, tutta la storia dell’umanità” (Giacalone).

V. 93 “follia” è lo stesso termine usato per Ulisse in Inferno XXVI,125 per indicare la temerarietà dell’uomo che vuol farsi simile a Dio. L’esigenza di una umiliazione commisurata alla presunzione è già in Riccardo di San Vittore.

V. 103 “le vie sue” sono la misericordia e la giustizia; cfr. S. Tommaso “Summa theologiae” dove si dice “che l’uomo fosse liberato per mezzo della passione di Cristo fu conveniente sia alla misericordia che alla giustizia di Dio. Alla giustizia, perché con la sua passione Cristo rese soddisfazione per il peccato del genere umano. Alla misericordia, perché non potendo l’uomo riparare da solo alla sua colpa Dio gli donò come riparatore il proprio Figlio”.

V. 104 “riparar”: termine tomistico, usato in teologia per la redenzione dell’uomo dal peccato.

Ma perché l'ovra tanto è più gradita


da l'operante, quanto più appresenta
de la bontà del core ond' ell' è uscita,

la divina bontà che 'l mondo imprenta,


di proceder per tutte le sue vie,
a rilevarvi suso, fu contenta.

Né tra l'ultima notte e 'l primo die


sì alto o sì magnifico processo,
o per l'una o per l'altra, fu o fie:

ché più largo fu Dio a dar sé stesso


per far l'uom sufficiente a rilevarsi,
che s'elli avesse sol da sé dimesso;

e tutti li altri modi erano scarsi


a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio
non fosse umilïato ad incarnarsi.

“Ma poiché l’opera è tanto più cara a chi la compie, quanto più in lei si manifesta la bontà del cuore dal quale è uscita, la divina bontà che impronta il mondo di sé, si compiacque di procedere con tutte e due le vie, per risollevarvi (dopo la caduta in basso per il peccato). E dal primo giorno all’ultima notte della creazione non vi fu né vi sarà un evento ugualmente alto e mirabile compiuto per l’una o per l’altra delle due vie: perché più generoso fu Dio nel donare se stesso affinchè l’uomo fosse capace di risollevarsi, che se egli avesse perdonato “per sua cortesia” (V. 91); e tutti gli altri modi sarebbero stati insufficienti per la giustizia, se il figlio di Dio non si fosse umiliato ad incarnarsi”.

Vv.108-109 si ripete il termine “bontà” e al v. 109 “divina bontà” con cui si era aperto il ragionamento al v. 64. “I due attacchi uguali, rari nella Commedia a così breve distanza, sottolineano il tema che regge tutto lo svolgimento del canto: l’amore divino, causa unica ed insondabile dei processi qui narrati: di creazione e redenzione” (Chiavacci-Leonardi). Al v. 109 ritorna anche l’immagine del sigillo dove “imprenta” è verbo, mentre al v. 69 è sostantivo. Questo verso sembra ricapitolare i versi della creazione.

V. 110 Dio scelse tutte e due le sue vie, giustizia e misericordia, per dimostrare con la sua opera la sua “essenza d’amore”.

V. 111 l’espressione indica il premuroso amore di chi rialza un caduto.

Vv. 112-114 la terzina esprime il commosso commento dell’autore: nell’intero corso del tempo, dal primo giorno all’ultima notte, espresso con la figura dell’inversione (hysteron-proteron) a significare l’assenza di durata e direzione del tempo in ordine all’eternità; non vi fu e non vi sarà mai un evento paragonabile a quello di cui si parla: la Redenzione. “La Redenzione è, nella concezione figurale di Dante, al centro della storia universale … la prima creazione è presentata come figura della nuova creazione ... l’incarnazione è la creazione del nuovo universo”. Il problema per Dante ha un significato escatologico di primo piano se si pensa all’analogia di Beatrice con Cristo. Giacalone asserisce che il poema di Dante partecipa del poema divino, in cui, al centro del tempo e della storia, viene e muore Cristo, e poi verrà di nuovo, come Beatrice che, dopo la sua morte e la sua ascesa in cielo, è tornata sulla vetta del Paradiso terrestre a giudicare Dante ed anche a salvarlo, compiendo un atto di misericordia e giustizia. Nell’avventura spirituale del viaggio di Dante si riflette la figura della Redenzione, che è come una rigenerazione dell’uomo al suo stato di integrità primitiva. La storia interiore di Dante è, dunque, figura della storia universale dell’uomo nel tempo, ma vista in rapporto all’eternità. Questo tema grandioso non poteva non essere connesso intimamente con quello dell’Impero, simbolo della giustizia divina in terra, condizione indispensabile per il raggiungimento di quella felicità celeste, che la crocifissione e la Redenzione di Cristo ha procurato all’umanità con la Sua misericordia.

V. 115 “largo”: traduce il latino abundans. E’ un aggettivo stupendo che ben indica “il dilatarsi dell’essere divino per eccessivo amore”.

V. 117 “dimesso” come al v. 92.

V. 120 “umiliato”: con questo termine biblico (S. Paolo “Ai Filippesi” II,8) si conclude sulle orme di Riccardo da S. Vittore, S. Tommaso e S. Anselmo la risposta al “cur deus homo”.

Comincia ora la terza parte.

Or per empierti bene ogne disio,
ritorno a dichiararti in alcun loco,
perché tu veggi lì così com' io.

Tu dici: "Io veggio l'acqua, io veggio il foco,


l'aere e la terra e tutte lor misture
venire a corruzione, e durar poco;

e queste cose pur furon creature;


per che, se ciò ch'è detto è stato vero,
esser dovrien da corruzion sicure".

Li angeli, frate, e 'l paese sincero


nel qual tu se', dir si posson creati,
sì come sono, in loro essere intero;

ma li alimenti che tu hai nomati


e quelle cose che di lor si fanno
da creata virtù sono informati.

Creata fu la materia ch'elli hanno;


creata fu la virtù informante
in queste stelle che 'ntorno a lor vanno.

L'anima d'ogne bruto e de le piante


di complession potenzïata tira
lo raggio e 'l moto de le luci sante;

ma vostra vita sanza mezzo spira


la somma beninanza, e la innamora
di sé sì che poi sempre la disira.

E quinci puoi argomentare ancora


vostra resurrezion, se tu ripensi
come l'umana carne fessi allora

che li primi parenti intrambo fensi».

“Ora, per saziare ogni tuo desiderio torno indietro a darti spiegazioni su di un punto perché tu sia in grado di vedere (quella verità) così come io. Tu dici (ancora una volta Beatrice legge il pensiero di Dante): «Io vedo l’acqua, io vedo il fuoco, l’aria e la terra e tutti i loro composti essere sottoposti alla corruzione e durare poco; eppure anche queste cose furono creature di Dio, perciò, se quello che è stato detto è vero, dovrebbero essere immuni dalla corruzione». Gli angeli, fratello, e la regione pura in cui tu ti trovi (i cieli) si possono dire creati direttamente così come sono nella loro interezza, ma gli elementi che tu hai nominato e i loro composti sono stati invece dotati di forma da una virtù creata (dall’influenza dei cieli). Creata direttamente fu la materia prima di cui sono fatti, creata direttamente la virtù che imprime la forma, virtù riposta in quelle stelle che girano intorno ad essi (gli elementi). La luce irraggiata e il moto circolare della sante stelle estrae l’anima (sensitiva) di ogni animale non dotato di ragione e quella (vegetativa) delle piante da una data mistura di elementi che la racchiude in potenza; ma la vostra vita (l’anima) la infonde con il suo soffio senza alcun intermediario la suprema bontà e le infonde un tale amore di sé che poi essa per sempre lo desidera. E da ciò puoi dedurre anche la resurrezione dei vostri corpi se ricordi che la carne dell’uomo fu fatta quando furono creati i nostri primi progenitori”.

Beatrice prevede una domanda in Dante e con lo stesso modulo (tu dici) movimenta il suo lungo monologo che risponde all’obiezione di Dante che i quattro elementi e i loro composti, in quanto creature di Dio, in base a ciò che Beatrice ha detto ai vv. 67-69 dovrebbero essere immuni da corruzione e quindi immortali.

V. 130 Beatrice, con la consueta indulgenza affettuosa per chi viene dalla terra e non comprende (frate) spiega che solo ciò che è creato direttamente da Dio e non ha cause seconde è eterno, così la materia prima, i cieli con la loro virtù informante, gli angeli e l’anima dell’uomo.

V. 137 per “virtù informante” si ricordi Stazio in Purgatorio XXV; “creata” ripetuto anaforicamente vale qui creata direttamente da Dio.

V. 139 “Bruto” è l’essere non razionale; si ricordi il termine nel canto di Ulisse.

Vv. 142 e sgg. il tono in questa terzina cambia e si solleva: si celebra ciò che sempre commuove Dante, la dignità umana. La costruzione inversa (il soggetto posposto al verbo) sottolinea l’eccellenza di “vostra vita” e Dio è denominato dalla sua bontà. Il verbo “innamora” in rilievo a fine verso esprime il rapporto creatore-creatura quale Dio ha voluto che fosse. Traduce la celebre frase di Agostino “Ci hai fatto per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Confessioni 1,11). Il sintagma “senza mezzo” è qui ripetuto da Beatrice per la terza volta nel canto dopo i vv. 67 e70, perché tutti noi vi facciamo caso, a significare la creazione diretta e quindi la nostra responsabilità morale.

Vv. 145 e sgg. la conclusione, originale e splendida, ci indica dunque il nostro privilegio: l’eternità acquistata e perduta con i nostri progenitori (lt. parentes), riconquistata in forza dell’incarnazione e morte di Cristo. Al dogma della resurrezione sarà poi dedicato un altro canto: il XIV del Paradiso.

L’ellitticità della chiusa e la forza incisiva degli accenti dei due verbi “fessi” e “fensi” mettono in rilievo il senso drammatico della creazione che è anche condizione dell’immortalità dell’uomo (Giacalone).

Il canto VII, dunque, il più compatto e il più bello dei canti teologici del Paradiso, narra il più grande evento della storia cristiana, come in un “epos” i cui attori soprannaturali sono Dio e il Verbo di Dio e umani Adamo, i Giudei, l’imperatore Tito, con la stessa potenza con cui nel canto precedente ha raccontato la storia dell’impero. La teologia è qui veramente nata dall’entusiasmo e dall’impegno del poeta che ha saputo offrire, in chiave diacronica, il dramma cosmico della storia umana, dall’Impero a Cristo e da Cristo al nuovo evento posteriore alla redenzione.
Bibliografia

Paradiso con il commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi ed. Zanichelli

Paradiso a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio ed. Le Monnier

Paradiso commento di Vittorio Sermonti ed. scolastiche Bruno Mondadori



Paradiso commento di Giuseppe Giacalone ed. Angelo Signorelli


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