Capitolo – Indirizzi di politica nell’ue politica ambientale dell’unione europea e principali regolamenti del comparto forestale



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Capitolo 2 – Indirizzi di politica nell’UE
2.1 Politica ambientale dell’unione europea e principali regolamenti del comparto forestale
In linea con le finalità spiccatamente economiche e mercantilistiche che avevano ispirato la creazione della Comunità Economica Europea, il Trattato di Roma (25/03/1957) non conteneva alcuna norma a tutela dell’ambiente e del resto tale problema all’epoca non era ancora inteso come una priorità che necessitasse di una soluzione legislativa.

Il mancato interesse del Trattato sul punto non ha per altro impedito alla Comunità di dare avvio già a partire dal 1973, a programmi di azione in materia ambientale, laddove erano indicati gli obiettivi ed i principi della politica dell’ambiente, sia a forme “embrionali” di interventi normativi nel settore, spesso attraverso lo strumento della direttiva e fondando la legittimità del suo intervento su due articoli del testo stesso, il n° 110 ed il n° 235, relativi al riavvicinamento delle legislazioni degli Stati membri ed ai poteri impliciti della Comunità, e dunque sull’esigenza di ammortizzare i sistemi nazionali di protezione ambientale.

Non si può quindi parlare in generale di una vera e propria politica forestale ma di azioni in campo forestale a sostegno e supporto della politica agraria; infatti, i confini stessi della “agrarietà” nei due campi di applicazione, comunitario e nazionale, non coincidono14.

Le esigenze di cui i legislatori in materia hanno tenuto conto nel delimitare lo spazio delle competenze comunitarie in materia agricola, sono state essenzialmente di carattere pratico, poiché si trattava di «elaborare una legislazione a carattere prevalentemente tecnico ed economico il cui scopo fosse appunto quello di creare un mercato comune per l’agricoltura».15

Al contrario del nostro ordinamento, che assume come elemento rilevante per la definizione di agricoltura l’attività d’impresa, quello comunitario, proprio perchè opera secondo una logica «mercantilistica», si serve invece di un criterio «merceologico», elencando all’art. 32 paragrafo 1 del Trattato istitutivo di Roma categorie di prodotti che per talune caratteristiche possono dirsi agricoli, ovvero quelli del suolo, dell’allevamento e della pesca e quelli di prima trasformazione che sono in diretta connessione con tali prodotti, salvo rimandare al paragrafo 3 dove si stabilisce che i prodotti cui si applicano le disposizioni degli articoli 33-3816 (ex 39-46) (che regolano la PAC) sono enumerati nell’elenco che costituisce l’allegato I del Trattato.

Questo non comprende il legno indubbiamente quale prodotto del suolo: l’incongruenza risalta maggiormente se si pensa che l’elencazione di tale allegato comprende non tanto e non solo i prodotti come il sughero ma soprattutto gli amidi, l’insulina, il glutine che difficilmente possono ritenersi prodotti di prima trasformazione secondo la formula dell’art. 32 del Trattato stesso.

La tecnica usata dalla Comunità nell’individuare i contorni del quadro definitorio della materia agricoltura si muove su diversi livelli.

Da un lato, sul piano analitico, l’allegato II individua una serie di prodotti destinatari di tutta una normativa disciplinante il mercato dei prodotti agricoli; dall’altro, però, la qualificazione di questi riportata nell’allegato II non è un indice di “agrarietà assoluta” né la loro presenza vuole intendere che siano cosa diversa dalla nozione di agricoltura definita al paragrafo 1, poiché, in tal caso, essa risulterebbe, quanto meno superflua.17

Sono certamente comprensibili le perplessità sollevate in ordine al metodo adottato dal Trattato per la definizione dei prodotti agricoli poiché da esso emergono varie incongruenze.

Innanzi tutto l’inclusione dei prodotti della pesca tra i prodotti agricoli; quali che possano essere le motivazioni di carattere economico e sociale, non c’è dubbio che l’estensione della natura agricola ai prodotti della pesca, anche marittima, «vada contro una radicata tradizione giuridica rilevabile negli ordinamenti nazionali» 18 ma ancora più incomprensibile appare, nella direzione opposta, l’esclusione del legno.

Le condizioni che hanno determinato tale incongruenza devono, in realtà, farsi risalire ad un contesto politico ed economico-sociale ossia all’azione di quei paesi, quale la Germania, caratterizzata da un territorio boscato altamente qualificato, e quindi contrari alla creazione di una organizzazione comune di mercato, per cui non desideravano che la Comunità si facesse carico del deficit di materiale legnoso di Paesi quali l’Italia e la Francia19 .

Documentano che tale situazione non era ascrivibile ad una dimenticanza ma rispondeva a precisi criteri adottati dal Consiglio CE: innanzi tutto il legislatore ha avuto due anni di tempo dall’entrata in vigore del Trattato per integrare in maniera definitiva l’elenco dei prodotti dell’Allegato, ma non ha cambiato atteggiamento nei confronti del legno. L’elenco è infatti da considerarsi definitivamente circoscritto20 dal Regolamento 7-bis del Consiglio CE del 18 dicembre 1959. Nel tentativo di individuare i motivi di tale esclusione si sono adottate, come già detto, ragioni di carattere meramente economico nel senso che, essendo la massa legnosa prodotta dai paesi membri della Comunità insufficiente a coprire la necessità dei consumi, si sarebbe rilevato poco utile creare una organizzazione comune di mercato per il legno e per i prodotti di prima trasformazione da questo derivati21.

Su questo punto si ha ben ragione nel sostenere che «proprio la condizione deficitaria dei paesi aderenti al mercato comune avrebbe dovuto spingere verso una politica del legno tesa ad incrementare la produzione sia per ridurre il deficit, sia per raggiungere una parziale autonomia dei mercati in relazione a questo prodotto strategico dell’ economia»22.

Si è fatto altresì richiamo a ragioni di carattere politico economico, riferendosi all’azione contraria alla creazione di una organizzazione comune di mercato svolta dalla Germania ex Federale, la quale si mostrò tenace assertrice di una politica liberista poiché poteva contare su una produzione legnosa che seppur insufficiente a coprire interamente la necessità dei consumi, si prestava certo più redditizia rispetto a quella degli altri paesi membri23.

Altri autori hanno invece dato un’ interpretazione giuridico - economica di tale esclusione, osservando che per questi prodotti «si è ritenuto conveniente instaurare un regime di mercato regolamentato in modo eccezionale rispetto alle norme generali del Trattato, in relazione alle situazioni preesistenti negli stati membri, ai problemi propri di commercializzazione di questi prodotti ed al particolare interesse che ad essi deriva per il fatto di essere indispensabili per il soddisfacimento dei bisogni essenziali della popolazione», mentre sul piano giuridico «può essere ritenuta necessaria l’elencazione tassativa, dato che al previsto regime eccezionale per i “prodotti agricoli” non può che corrispondere la tassatività dell’allegato II del Trattato»24.

Altri rilievi giustificativi sono stati addotti con riferimento alle peculiarità proprie del mercato del legno rispetto ad altri, poiché «l’utilità dei boschi è qualcosa che trascende il valore economico della produzione del legno e pone il rapporto tra le strutture ed il mercato in termini molto diversi da quelli con cui si pone per altri prodotti»25: analogamente si è considerato il mercato del legno come mercato a se stante, a differenza di quelli dei vari prodotti elencati nell’allegato II tra i quali si instaurano rapporti d’interdipendenza26.

Quali siano le diverse interpretazioni, sembra che la conseguente esclusione del legno prescinda innanzitutto, ed in maniera evidente, da una definizione astratta di agricoltura e risponda invece ad esigenze concrete diverse, probabilmente riconducibili, come è stato opportunamente osservato «alla necessità di rendere omogenea la disciplina dei prodotti alimentari, con riferimento non soltanto al momento della produzione , ma anche a quelli del commercio e del consumo»27: il legno, cioè, al pari degli altri prodotti esclusi dall’allegato I, non essendo”commestibile”, non pone quelle condizioni in base alle quali si riserva una speciale disciplina dei prodotti agricoli.
2.2 Cenni sulla Politica Agraria Comunitaria (PAC).
Ripercorrere la storia della PAC è un po’ come elencare le tappe della complessa e travagliata evoluzione dalla CEE alla UE, perché può intendersi quale specchio dei problemi, dei progressi, delle trasformazioni di quel sogno d’integrazione che da mezzo secolo muove il nostro continente.

La storia prende avvio dalla fase di ricostruzione successiva alla seconda guerra mondiale, quando “mangiare ogni giorno” era una delle priorità, l’agricoltura un settore da rilanciare, sostenere, proteggere e l’Europa, ancora fortemente rurale, era ben lontana da quello scenario di globalizzazione che vede oggi giganti come Cina e Brasile imporsi sui mercati mondiali.

Il settore economico agricolo si è proposto all’attenzione degli estensori del Trattato con forti marcature differenziali rispetto all’ industria e le considerevoli differenze strutturali e di partenza tra i vari Stati non potevano non contrastare con l’adozione di un assetto istituzionale basato sui principi di imparzialità e di parità delle armi, se prima non si fosse provveduto ad un massiccio intervento diretto ad integrare le diverse economie, cominciando prima di tutto dall’ammodernamento delle strutture.

Cosicché, se in ambito industriale il diritto della concorrenza ha consentito all’intervento pubblico di muoversi con lo strumento anti-trust, vietando intese e monopoli, controllando posizioni dominanti, autorizzando e bloccando concentrazioni, il tutto coniugando le variabili economiche con quelle socio-politiche, ma sempre in maniera indiretta, in ambito agrario un forte interventismo pubblico, non privo di eccessiva burocrazia, ha caratterizzato e continua a caratterizzare la PAC in cui si è indirizzata l’iniziativa privata su finalità prevalentemente individuate dagli organi di governo.

Lo studio della PAC impone due considerazioni: la prima riguarda il riconoscimento che il cardine dell’intero sistema comunitario è il principio della libera concorrenza, con le sue possibilità di entrata e di uscita dal mercato e gareggiare liberamente, e del fondamentale rifiuto di trust, cartelli, consorzi, e tale principio, tuttavia trova deroghe quando si tratta di disciplinare i rapporti in agricoltura; la seconda attiene alla preferenza dell’adozione dei termini “struttura” e “struttura agricola” al posto di “impresa” e di “impresa agricola” e ciò fin dalla risoluzione della Conferenza di Stresa.

È opportuno quindi assumere subito la concretezza del significato del termine «struttura» adoperato nei provvedimenti della Comunità, laddove e fin dall’inizio infatti si è parlato di «strutture agricole».

Il termine “struttura” definisce un “sistema”, cioè un’ entità più ampia dell’impresa, quale interpretazione di relazioni funzionali tra vari elementi, ovvero la definizione di un insieme, delle sue parti e dei rapporti di queste fra loro, e che, per quanto dissimili, sono subordinate al tutto ed hanno valore in relazione all’intero.

Un termine, quindi, che meglio si presta per comprendere i fattori giuridici ed economici che concorrono a determinare le condizioni in cui si svolge professionalmente un’attività: un sistema di relazioni sia tra i fattori «interni» della produzione e della commercializzazione, che tra questi e quelli «esterni» che costituiscono l’ambiente, in cui l’organismo produttivo opera e dai quali è influenzato e condizionato.


2.2.1 fase iniziale ed impostazione della PAC

L’attività agricola rappresenta una delle fasi fondamentali che in modo diretto o indiretto ha sempre condizionato gli altri settori economici.

E’ per tale motivo che i sei Paesi fondatori del Mercato Comune Europeo avevano, nei rispettivi ordinamenti,una specifica politica che si traduceva in varie modalità, dirette a sostenere la propria agricoltura per assicurare adeguati redditi alle popolazioni ed assicurare la copertura dei fabbisogni alimentari dei cittadini.

Più precisamente, trattatasi di ragioni :



  • economiche che consigliavano di aumentare le esportazioni e ridurre le importazioni dei prodotti agricoli agendo sulle leve fiscale e doganale;

  • sociali che imponevano le garanzie ai ceti agricoli di un’occupazione duratura sulla terra e di elevazione del livello dei consumi alimentari;

  • politiche che suggerivano di assicurare una produzione alimentare autoctona ed autonoma per sostenere il fabbisogno di alimenti in caso di deprecate, ma eventuali, guerre.28

Il soddisfacimento di tali esigenze veniva realizzato con diversi metodi, tra i quali, primariamente, le riforme fondiarie e i contratti agrari, la disciplina speciale per il credito e la creazione di una rete di sovvenzioni e facilitazioni per un diffuso impiego di mezzi meccanici di coltivazione e di mezzi tecnici per l’allevamento, la riduzione dei costi di distribuzione dei prodotti agricoli nel mercato interno ed in quello mondiale, l’organizzazione mondiale di mercato in vari settori agricoli, la riduzione delle imposte nel caso in cui la produzione fosse diretta all’estero.

Il ricorso a tali metodi è stato diverso tra i singoli paesi, sia per intensità sia per i meccanismi adottati, e ciò ovviamente in rapporto alle specifiche situazioni strutturali ed ambientali delle aziende agricole, e delle relative istituzioni, e comunque tutti contraddistinti dal comune denominatore di un forte intervento pubblico nel settore agricolo e del suo protezionismo economico29.

A partire dagli anni '60 il tema della produzione era divenuto assolutamente prioritario laddove, occorreva risolvere il problema dell’insufficienza alimentare e del sostegno economico di una grande parte della popolazione rurale, per cui le direttive della PAC sono state definite nella spinta all’aumento della produzione e nella tutela delle piccole imprese familiari contadine.

L’intervento da parte degli organismi competenti ha cercato allora di trovare precisi confini nelle finalità della politica agricola comune in grado di definire dei “paletti” oltre i quali l’intervento diventerebbe illegittimo.

Fino al 1985 la politica agricola Comunitaria aveva due linee d'azione:

- orientamento: consistente nell’obiettivo di ammodernare le imprese agricole, allo scopo di migliorare la produzione, e rendere il mercato trasparente;

- garanzia: ossia l’attuazione di una politica di "protezione" dell'agricoltura stessa, nel tempo necessario per diventare moderna ed efficiente, con azioni di esclusione della concorrenza esterna e col sostegno indiretto dei redditi mediante il sostegno dei prezzi.

Il FEOGA ("Fondo Europeo per l'Orientamento e le Garanzie Agricole") è la risultante di tali indirizzi ma, in effetti, le due politiche non sono state seguite in modo equilibrato: laddove si considera che il 96% dei fondi sono stati destinati alle azioni di sostegno dei prezzi (garanzia) e solo il 4% al miglioramento delle strutture.

Il meccanismo applicato prevedeva che i Ministri dell'Agricoltura dei diversi Paesi della Comunità riuniti a Bruxelles decidevano un prezzo di “orientamento” in ECU (che poi doveva essere "tradotto" nelle diverse monete nazionali, a vantaggio o svantaggio dei diversi Paesi) per ogni prodotto “protetto” e se gli agricoltori non riuscivano a vendere tutta la loro produzione ad un prezzo almeno pari a quello minimo garantito potevano portarla ai centri di ritiro appositamente costituiti, impegnati a ritirarla al prezzo garantito.

Per ogni prodotto interessato da questa politica sono fissate, per mezzo di Regolamenti, le modalità operative effettivamente praticate, che prendono il nome di Organizzazione Comune di Mercato (OCM) cosi per l’olio, lo zucchero e il tabacco.

A lungo andare la continua applicazione del sistema ha creato pesanti distorsioni sui mercati: il prezzo perdeva di fatto il suo significato economico di indicatore dell’andamento della domanda e dell’offerta e se quello minimo garantito era fissato ad un livello superiore a quello di equilibrio com’è in effetti si verifica un’eccedenza di offerta rispetto alla domanda. In condizioni di libero mercato a questo fenomeno si accompagna una diminuzione del prezzo, onde permettere alla domanda di assorbire tutta l’offerta presente, con la conseguenza di determinare, nei tempi occorrenti all’offerta per adeguarsi al prezzo, una diminuzione dell’offerta.

Se viceversa il prezzo non scende, poiché si tratta, appunto, del prezzo minimo garantito, l’eccesso di offerta rispetto alla domanda diviene sistematica, dando luogo ad una vera e propria “patologia”.

Si è dunque generato il problema tale delle eccedenze agricole, che costituisce tuttora l'incubo della Comunità: inizialmente questo fenomeno è stato combattuto imponendo quote di produzione (sullo zucchero dal 1979, sul latte dal 1983), poi si sono attuate politiche di incentivo all’abbattimento di bovini, all’espianto di vigneti e poi dal 1985, l’introduzione del set-aside (Reg. 1272/88), cioè la messa a riposo dei terreni agricoli.

Il fenomeno non è stato tuttavia eliminato: stante il fatto che si è preferito fare dono delle eccedenze ai Paesi in via di sviluppo, con ulteriormente depressione dei sistemi agricoli di quei paesi già “poveri”.

I prezzi minimi garantiti spingono le produzioni ad alti risultati quantitativi, con largo uso di concimi chimici, con danni all'ambiente, favorendo la monocoltura, a scapito di pratiche colturali tradizionali.

Diretta conseguenza dei ricavi artificiosamente “alti” sono costi altrettanto “alti”, per cui i prezzi dei fattori produttivi (suoli agricoli, acqua irrigua, macchine, mezzi tecnici, ecc.) tendono ad aumentare con gravi distorsioni sui mercati.

In effetti i prezzi minimi garantiti praticati all’interno della Comunità hanno isolato il mercato intra da quello extra comunitario, dove le stesse merci vengono collocate ad un prezzo inferiore.

La risultante di tale situazione è stata la creazione di una barriera protezionistica a difesa dal mercato internazionale, costituita da dazi mobili, i c.d. “prelievi all’importazione”, necessari ad elevare il prezzo di entrata all’importazione nella Comunità di quei prodotti agricoli che sul mercato estero hanno un prezzo minore rispetto a quello interno; all’opposto, agli esportatori dalla Comunità verso il mercato internazionale viene assicurata una “restituzione”.

I mercati internazionali vengono stravolti da tale situazione con gravi ripercussioni sugli accordi GATT relativi al commercio mondiale, le cui trattative, iniziate nel 1986 con l’Uruguay round, si sono concluse soltanto nel 1993 con la firma del Trattato, grazie al mutato orientamento della PAC, di cui si dirà in seguito, che ha consentito l’accordo definitivo tra Comunità Europea e USA.

Relativamente al settore forestale, è opportuno ricordare che il legno tondo e lavorato non ha mai goduto di un prezzo minimo garantito e che il commercio internazionale di questi beni, “da” e “per” la Comunità rispetto al resto del mondo, non ha mai subito distorsioni a causa della politica comunitaria.

Il sostegno indiretto del reddito tramite il prezzo minimo garantito genera anche sperequazione laddove si sostiene il reddito di chi produce in misura maggiore, cioè di chi ha già un reddito più alto.

Secondo una stima svolta dalla Comunità l’80% dei contributi è andato al 20% dei produttori e di contro a pagare questa politica sono, proporzionalmente, i consumatori più poveri; considerato che aumenta il prezzo finale dei prodotti alimentari, quali beni primari laddove minore è il reddito del consumatore e maggiore è la quota del reddito stesso dedicata al loro consumo.

Inoltre, il sostegno del prezzo non è stato di uguale intensità per tutti i prodotti per cui è avvenuto così che le distanze fra Paesi comunitari più e meno efficienti si sono accentuate invece che attenuarsi, proprio perché i Paesi con maggiori difficoltà strutturali ed una più inefficiente macchina amministrativa, come l'Italia, non hanno saputo indirizzare la loro politica verso un miglioramento delle strutture 30.

I prodotti dell’agricoltura continentale hanno ricevuto dalla politica comunitaria un sostegno più che proporzionale alla loro importanza, laddove si registra per i seminativi, che rappresentano l’11% della produzione della Comunità la destinazione del 44% della spesa totale, mentre per le colture mediterranee, pari al 25% della produzione agricola, è solo il 12% della spesa.

Le prime significative azioni di orientamento volte al miglioramento delle strutture delle aziende si sono avute nel 1972: con l’emanazione di tre direttive socio- strutturali, (n°159, 160, 161) recepite in Italia solo nel 1975 a livello nazionale e nel 1977 a livello regionale31.

Nel 1985 viene emanato il Reg. 797 finalizzato al "Miglioramento agricoltura in zone svantaggiate" e rappresenta il primo Regolamento della Comunità che finanzia interventi anche forestali da parte di privati e si pone come obiettivo anche il miglioramento delle condizioni ambientali.

Maggiore attenzione, a far data dal 1985, viene dedicata all’ambiente e significativa a tal proposito è l’introduzione nella letteratura giuridica contemporanea dell’ espressione «plurifunzionalità dell’agricoltura», che meglio di ogni altra sta a significare la convergenza degli obiettivi della PAC.

Gli obiettivi che il Reg. 797/85 intende perseguire si possono individuare:



  • nel riequilibrio fra domanda e offerta dei prodotti agricoli;

  • nel miglioramento delle strutture produttive delle aziende;

  • nello sviluppo delle zone montane e svantaggiate;

  • nella protezione dell’ambiente e la conservazione delle risorse naturali.

Sono altresì previste diverse azioni (applicate ancora oggi, ma con gli aggiornamenti e modifiche apportate nel tempo dai i Regg. 1760/87, 1753/91, 2328/91 e 950/97), tra cui appare opportuno ricordare:



  • la riconversione e l'estensivizzazione agricola per cui la stessa quantità di prodotti è ottenuta con una maggiore quantità di terra;

  • gli investimenti di capitali fissi mediante i “piani di miglioramento materiali” e il “premio di insediamento ai giovani agricoltori”;

  • le azioni di supporto allo sviluppo dell'agricoltura; quali contabilità, associazioni, servizi di sviluppo;

  • specifiche misure a favore di zone montane e svantaggiate (Art. 13).

La nuova idea di fondo dell’ordinamento comunitario è la capacità dell’agricoltura di conservare le zone sensibili e dare l’opportunità agli agricoltori di utilizzare le cosiddette “indennità compensative” (art. 15, par. 3) di cui ne beneficiano gli imprenditori che coltivano almeno 3 ha per 5 anni in zone svantaggiate E' un tipo di sostegno diretto del reddito che si esplica attraverso:



  • azioni specifiche per la protezione dell'ambiente (art. 19);

  • misure forestali (art. 20) eseguite da privati, nelle aziende agricole, per migliorare l'accesso, la struttura del popolamento, le possibilità di utilizzazione. Si tratta di contributi in conto capitale fino all'80% per il miglioramento del suolo e fino al 60% per tutti gli altri interventi;

  • misure a favore della formazione professionale.


2.2.2 La riforma della PAC
Dal 1985 la Politica Agricola Comunitaria è rivolta a contenere le eccedenze e a cercare di arginare i problemi emersi nella gestione della precedente.

Negli anni '90 tale orientamento trova ulteriori conferme nei provvedimenti che ne accentuano l’indirizzo.

Nel 1995, durante il consiglio europeo di Madrid, la Commissione ha presentato agli stati membri una nuova strategia agricola, in una prospettiva di lungo termine.

Il documento mette in evidenza la necessità di un ulteriore adeguamento della PAC da operare partendo dall’impostazione operata nel '92, includendo lo sviluppo di una strategia globale che tenesse anche conto delle esigenze della Comunità, senza abbandonare il sostegno al reddito, ma sostituendo gradualmente l’intervento diretto con l’ indiretto.

Obiettivo ultimo riuscire a non alterare i prezzi di mercato con le politiche di sostegno del reddito, destinati a riassumere il ruolo di indicatori dell’andamento della domanda e dell’offerta.

Gli interventi di politica economica che non hanno ripercussioni sui mercati prendono il nome di interventi “disaccoppiati”.

Quando si riesce ad eliminare i sostegni indiretti attuali, basati su prezzi minimi garantiti concordati in sede politica dai partner dell’Unione, si prevede l’abbattimento delle distorsioni di mercato e la formazione di eccedenze, (di molti agricoltori europei) pur con un drastico ridimensionamento dei redditi. Per questo si prevede il mantenimento di forme di integrazioni del reddito mediante il sistema della compensazione.

La riforma “Mac Sharry”32 che vara la nuova impostazione della politica comunitaria prevede quindi l’introduzione di "Misure di accompagnamento", con lo scopo di "ammortizzare" gli impatti negativi e di concorrere a raggiungere più efficacemente i suoi fini.

La PAC si fonda su due pilastri di uguale valore: la produzione e lo spazio rurale, facendo perdere così all’agricoltura quella sua originaria visione monolitica produttivistica che vedeva nelle misure strutturali un semplice insieme di misure di accompagnamento.

L’obiettivo della Riforma Mac Sharry (Reg. 1765/92 e Reg. 1766/92) è la diminuzione i prezzi dei prodotti agricoli avvicinandoli gradualmente a quelli internazionali, senza la contestuale diminuzione dei redditi, attraverso l’introduzione di una compensazione diretta.

In questo modo il reddito degli agricoltori risulta composto dal ricavato dalla vendita dei prodotti e dalla compensazione diretta della Comunità.

Quest’ultima è proporzionale alla superficie arabile coltivata (superficie arabile = seminativo coltivato con colture annuali) e può essere forfettaria ad ettaro per i “piccoli produttori” oppure specifica per coltura effettivamente praticata per i “produttori professionali”. Soltanto la superficie arabile dà diritto alla compensazione mentre sono esclusi i terreni che alla data del 31/02/1991 erano destinati a colture permanenti (prati permanenti, vigneti, frutteti, arboreti da legno), pascolo, bosco, impieghi non agricoli.

Il regime semplificato per i piccoli produttori è riservato a coloro che coltivano una superficie di terra arabile la cui produzione potenziale, espressa in frumento, sia minore o uguale a 92 tonnellate all'anno. Per ogni Regione e ogni zona geografica sono state definite rese di riferimento, cosi ad esempio in Piemonte tale produzione si ottiene con:

- 15 ha in pianura

- 20-25 in collina

- 45 in montagna

per cui in pratica, la quasi totalità degli agricoltori rientra in questa categoria.

Per ogni ettaro di superficie arabile si riceve una compensazione fissa, indipendentemente dalla specie coltivata pari a circa 557.000 £/ha (odierni € 287,67 ) in pianura e 467.000 £/ha (€ 241,19) in collina (campagna 1994/95).

Per i produttori professionali la compensazione nel regime generale è diversa a seconda della specie coltivata33, con la fissazione di rese medie regionali, diverse per pianura collina, per essi vige altresì la clausola del set-aside, che consolidandosi diventa obbligatorio per cui almeno il 15% delle terre arabili deve essere sottratto alla coltivazione ogni anno e tale superficie è alla compensazione.34

In caso d’inosservanza di tale obbligo:

- non si riceve la compensazione per la superficie che sarebbe dovuta entrare nel 15%;

- si riceve una multa pari alla compensazione che si sarebbe dovuto ricevere;

- l'anno successivo si deve mandare in set-aside il 15% della superficie arabile più la parte di terreno che doveva andarci l'anno precedente.

Il regime generale è piuttosto complicato, anche perché è necessaria una documentazione complessa per l'autocertificazione e, paradossalmente, in Italia il controllo sul rispetto di tali procedure, è demandato al CFS.

La Riforma Mac Sharry sembra essere efficace nel contrastare il problema delle eccedenze ma di contro i suoi costi sono elevati e non consente di raggiungere l'obiettivo di ridurre la spesa per la PAC.

Con le misure di accompagnamento sono stati approvati programmi d’intervento volti ad incidere attraverso la manovra sui prezzi, incentivi e sovvenzioni, sull’assetto produttivo delle imprese agricole, rendendosi rappresentativi di una notevole riforma della PAC, tanto da poter affermare che la politica strutturale e la politica del mercato convergono d’ora in avanti in un tutt’uno.35

Il Reg. 2078/92 poi modificato dal reg. 2772/95 introduce un regime di misure di sostegno per chi usa tecniche di coltivazione ed allevamento ecocompatibili, mirati a ridurre l'offerta di prodotti e l’impatto sull'ambiente.

In realtà, anche se tale Regolamento è spesso indicato come finalizzato al miglioramento dell'ambiente in realtà si tratta, di un ammortizzatore sociale con lo scopo ultimo di integrare il reddito degli agricoltori.

Per l’agricoltura ecocompatibile non s’intende soltanto quella biologica ma ciò che si desidera ottenere con questo Regolamento è la riduzione delle sostanze chimiche impiegate. Al riguardo è diversa la posizione tra molte Regioni Italiane laddove alcune hanno sostenuto che l'agricoltura è sempre ecocompatibile, per cui tutti gli agricoltori hanno diritto ai contributi mentre altre hanno applicato maggiori distinzioni. In ogni caso, si tratta di un Reg. "destinato a molti".

Il Reg. 2079/92 punta a ridurre la forza lavoro in agricoltura e consentire l’avvio di processi di ampliamento e/o ammodernamento delle aziende; con l’erogazione d’incentivi gli agricoltori prossimi all’età pensionabile di anticipare tale data, ed il finanziamento dei costi previdenziali che l’operazione comporta.

E' probabile che questo Reg. sia destinato a fallire, come era già fallita la Dir. 160/72 (che aveva lo stesso obiettivo), stante le resistenze di natura psicologica da parte degli agricoltori, caratterizzati da un rapporto particolare con la loro attività, è difficile che tale regolamento trovi larga applicazione come già registrato dalla precedente Direttiva 160/72.

Il Reg. 2080/92( poi modificato dal reg. n. 231/96) di cui si avrà modo di parlare più compiutamente nel prosieguo si pone obiettivo di concorrere alla riduzione della produzione agricola diminuendo per un certo tempo la disponibilità del fattore "terra". Se i terreni che producono eccedenze vengono destinati all'arboricoltura da legno si ottiene il duplice vantaggio di ridurre le eccedenze agricole per alcuni decenni (obiettivo primario) e produrre legname da industria di cui la Comunità è deficitaria (obiettivo secondario).

Un terzo obiettivo che s’intende perseguire è il miglioramento dei boschi esistenti ed a tal fine si prevede il finanziamento di interventi selvicolturali, aiuti all’impianto di nuovi boschi e azioni a favore della viabilità forestale.

La somma di tali motivi porta a considerare tale Regolamento come “forestale”, ma non va mai dimenticato il suo scopo principale.




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