Capitolo 1°



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Autorivelazioni di Gesù

I sette “Io sono”

Ezio Coscia



LE SETTE AUTORIVELAZIONI DI GESÙ
Il Signore Gesù è venuto nel mondo per condurci al Padre.

Per spiegare meglio il suo pensiero e rendere più accessibili alcune verità spirituali egli le illustrava con esempi molto semplici, tratti dalla vita di tutti i giorni o parlando di oggetti d’uso comune.

L’evangelista Giovanni, forse il più efficace, registra tredici osservazioni nelle quali Gesù usa l’espressione: “Io sono” (Esodo 3: 14), cioè “Dio è vivente”, “Il Signore è il vero Dio, egli è il Dio vivente e il re eterno” (Geremia 10: 10), specialmente se questa espressione è seguita da un oggetto simbolico che ne specifica la modalità.
Possiamo distinguere sette autorivelazioni o raffigurazioni:
1.“Io sono il pane della vita” (Giovanni 6: 35; 6: 41; 6: 48)

2.“Io sono la luce del mondo” (Giovanni 8: 12; 9: 5)

3.“Io sono la porta” (Giovanni 10: 7; 10: 9)

4.“Io sono il buon pastore” (Giovanni 10: 11; 10: 14)

5.“Io sono la resurrezione e la vita” (Giovanni 11: 25)

6.“Io sono la via, la verità e la vita” (Giovanni 14: 6)

7.“Io sono la vera vite” (Giovanni 15: 1; 15: 5)
È appunto il tema della vita che unifica queste immagini, Gesù dice:
Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10: 10).

1. “Io sono il pane della vita” (Giovanni 6: 35, 41, 48)
Questa solenne definizione che Gesù dà di se stesso va collocata nel contesto delle altre sei, che sono sempre precedute dalla formula: “Io sono”.

Questa espressione, enigmatica per noi, era familiare ai Giudei, i quali ricordavano benissimo la rivelazione del nome di Dio fatta a Mosè (Esodo 3:14): “Io sono colui che sono”.

Gesù identifica se stesso con Dio (Jhwh). È come se dicesse: “Io sono colui che sempre fu, sempre è e sempre sarà, al di fuori e al di sopra del tempo e dello spazio.

Io sono il Creatore e Signore di tutto, colui per il quale non c’è né passato, né futuro, ma un eterno presente.

Intorno alla formula “Io sono”, Gesù sviluppa sette importantissimi temi, il primo dei quali è appunto il pane celeste, che dà la vita della grazia in terra e della gloria nel cielo.

Il pane è il cibo più comune che vi sia al mondo. Possono variare gli ingredienti e i metodi di lavorazione, può variare la forma e il gusto, ma il pane è comunque un nutrimento essenziale per tutti.

Dicendo: “Io sono il pane della vita” Gesù parla a tutti gli uomini di ogni tempo.

Egli è essenziale per il nostro nutrimento spirituale quotidiano, come lo è il pane per il nostro nutrimento fisico.

La sua assenza dalla nostra vita ci lascia spiritualmente affamati, la sua presenza è una gioia e una sorgente di forza.

Soltanto il pane celeste proceduto da Dio, dà la vera vita.

Nutrirsi del “pane della vita” non è un atto individuale, ma collettivo, in quanto attinge alla medesima sorgente di vita.

Nel racconto della parabola della moltiplicazione dei pani, Gesù, facendo “sedere la gente” (Giovanni 6: 10), non distribuisce solo del cibo, ma presiede a un pasto comunitario, che ricorda quella che chiamiamo: “la santa cena” (Luca 22: 7-20).

Come verrà spiegato poi, mangiare questo pane significa entrare in un rapporto completamente nuovo con Gesù.

Gesù è il vero “pane della vita” per l’umanità (Giovanni 6: 48-51).

È anche lo Sposo che dona se stesso in sacrificio (in espiazione del peccato), per raggiungere l’unità perfetta con la Sposa.

Non vi è altro cibo che l’amore dello sposo divino stesso e in questo amore sta la vita eterna, la vita secondo l’amore di Dio.


Cinque pani d’orzo e due pesci
L’episodio che consideriamo adesso, a cui Giovanni darà un senso profondo, unendo all’evento il famoso discorso sul “pane della vita” (v.35), si svolge in riva al mar di Galilea (in realtà un piccolo lago) e poi nei pressi del luogo della presenza e della manifestazione di Dio (Esodo 34), lontano dagli influssi della mentalità del mondo.

In Matteo 5 (il cosiddetto “sermone sul monte”), il monte è il luogo dell’insegnamento, ma è anche il luogo del banchetto escatologico.


Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli su questo monte un convito di cibi succulenti, un convito di vini vecchi, di cibi pieni di midollo, di vini vecchi raffinati” (Isaia 25: 6).
Una grande folla lo segue, attratta dalle guarigioni che compie.

Gesù, con questo episodio, vuole darci un insegnamento ma anche proporci simbolicamente un cibo nuovo, superiore.

Nel vangelo di Giovanni non compare mai il termine “miracoli”, che nei sinottici indicano la manifestazione della potenza di Dio e sono generalmente una conseguenza della fede in lui; compare invece il termine “segni”, termine che suscita il desiderio di conoscere ciò che sta al di là di essi e di percepire qualcosa del mistero di chi li compie.

Essi hanno la duplice funzione di suscitare la fede e la manifestazione della gloria di Dio.

Il miracolo della moltiplicazione dei pani, in Giovanni, non nasce da una situazione di necessità o dalla richiesta di qualcuno, ma è un gesto puramente gratuito di Gesù,

un gesto di compassione nei confronti di una folla affamata, ma anche un segno ben più esaltante: l’offerta di un cibo spirituale che dura per sempre.

“L’opera dell’uomo riguardo a questo cibo apportatore di vera vita, consiste semplicemente nell’appropriarsi ogni giorno del dono che gli porge colui che Dio ha mandato. Senza questo dono, vana sarebbe ogni opera sua, come d’altra parte il dono non avrebbe efficacia alcuna, se non fosse assimilato mediante la fede” (Godet).

Dove compreremo del pane? (6:5)
La domanda di Gesù a Filippo è provocatoria e sottolinea l’impossibilità per l’uomo di procurarsi per conto suo il “vero” pane.

L’apostolo fa i suoi calcoli economici: nemmeno duecento denari di pane, pari al salario duecento giornate lavorative, sarebbero sufficienti a darne un pezzettino a ciascuno.

Già Isaia aveva proposto di “comprare senza denaro” (Isaia 55:1-2) non cibo che perisce, ma la Parola di Dio, che fa vivere e conduce all’alleanza eterna.

Gesù qui intende aprire l’animo del discepolo a ciò che il nutrimento simboleggia secondo la tradizione profetica. L’apostolo Pietro dirà:


Tu hai parole di vita eterna” (Giovanni 6:68).
Prima che Gesù facesse la sua domanda a Filippo, gli apostoli (Matteo 14:15) avevano già pregato il maestro di mandare la folla a comprarsi da mangiare.

La domanda intendeva soltanto mettere alla prova la fede di Filippo, poiché


egli sapeva bene quello che stava per fare” (Giovanni 6: 6).
Andrea, fratello di Pietro, dice:
C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente?” (Giovanni 6: 9).
Un fanciullo, che di solito conta ben poco nelle emergenze, è chiamato in causa e coinvolto in un evento miracoloso. La presenza del ragazzo è accolta benevolmente dal Maestro, che ne valorizza al massimo la generosità e la disponibilità.

Ma non ha che il “pane dei poveri” (orzo), veramente poca cosa per cinquemila persone!

A dire il vero ha con sé anche due pesciolini, un companatico appena sufficiente per lui, il ragazzo però mette tutto quel che ha, poco o tanto che sia, a disposizione di Gesù.

Viene in mente l’episodio del profeta Elia (1Re 17: 8-16) che, durante una grave carestia in Israele, venne sfamato da una povera vedova di Sarepta (città Fenicia fra Tiro e Sidone).

Anche quello di Elia non fu un atto di egoismo, ma solo un modo per mettere alla prova la fede della donna. Infatti questa donna pagana accettò di buon grado la parola del profeta da parte del Signore e venne ricompensata e ricordata anche da Gesù, contrapponendola come esempio di fede, all’incredulità dei concittadini di Nazaret (Luca 4: 25-26).

Una povera vedova e un ragazzo ci danno così una grande una lezione di vita!

Anche noi dobbiamo mettere nelle mani di Gesù quel che abbiamo, anche poco, per aiutare chi è nel bisogno.

Gesù è l’unico che sa moltiplicare il cibo tanto da saziare gli affamati, così che


tutti mangiarono e furono sazi; e si portarono via dodici ceste piene di avanzi” (Matteo 14: 20).
Ciò che Egli fa, lo fa bene, e in abbondanza.

Il Signore avrebbe potuto compiere il miracolo in modo ancor più spettacolare, magari trasformando le pietre in pane. Invece chiede del pane, prende il poco che ha un fanciullo e ne fa dono a tutti.

Anche oggi possiamo pregare che Gesù aiuti tutti i bambini che muoiono di fame (che sono tanti) ma dobbiamo anche tirar fuori concretamente qualcosa dalle nostre tasche!

Quel pane però non è solo cibo materiale: implica anche ascolto, solidarietà, condivisione, fraternità, annuncio della buona notizia.

Dobbiamo quindi condividere con gli altri quanto il Signore ci ha dato, nella certezza che il “cibo celeste” possa raggiungere moltitudini che attendono la Parola che sazia la loro fame di vita e di eternità.
La Primizia
“C’era molta erba in quel luogo” (Giovanni 6) e i pani erano d’orzo. Questo tipo di pane era il pane dei poveri, ma era anche un segno di primizia, dato che l’orzo era il primo componente a maturare.

La Pasqua era vicina. Era la festa più importante per i Giudei, ordinata da Dio per commemorare la liberazione del suo popolo dalla schiavitù d’Egitto. Questa festa era l’immagine del sacrificio di Cristo, l’agnello di Dio, ucciso per i peccati del mondo (1 Corinzi 5: 7-8).

È Gesù stesso, la “primizia dei risuscitati” (1 Corinzi 15: 20) a distribuire il pane e il companatico a ben 500 uomini (cioè i capofamiglia, senza contare le donne e i fanciulli), quanti ne vollero!

Nei sinottici sono i discepoli a farlo, cioè gli altri evangelisti volevano

far capire la loro responsabilità, ricevendo direttamente dal loro Maestro ciò di cui avevano bisogno.

La folla quindi si sfama veramente, non solo ma il contesto segnala anche il “di più”, già dato, anche se non ancora compreso.

Raccogliere dodici ceste di avanzi non è la prova (del resto non richiesta) del miracolo, né tanto meno una questione (anche se legittima) di pulizia ecologica e di rispetto del cibo, ma molto di più. Il pane raccolto “perché niente si perda” è un pane che rimane, un pane non deperibile, un pane da custodire accuratamente: la Parola.

Anche se la gente nemmeno oggi non capisce, il Signore Gesù continua a moltiplicare quel pane. Il sovrappiù nella Bibbia manifesta la generosità sovrabbondante di Dio nei confronti dell’uomo:


Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più” (Matteo 6: 33).

Dio si prende cura dei nostri bisogni
Gli evangelisti collocano la predicazione e i gesti di Gesù nel contesto di forme e modelli che si rifanno all’Antico Testamento e al mondo circostante, giudaico ed ellenistico. Ma sono anche rilevanti nel vangelo di Giovanni stesso.

Innanzitutto è importante coglierne la dimensione eucaristica (Luca 22: 19; Matteo 26: 27; 1Corinzi 11: 24). Il termine eucarestia significa ringraziamento a Dio, per l’istituzione del “pane e del calice”, come simboli del suo corpo rotto e del suo sangue sparso per noi. I gesti e le parole di Gesù che moltiplica i pani, a ben vedere, sono infatti proprio le parole e i gesti della Santa Cena.

Giovanni non descrive l’istituzione della Santa Cena come i sinottici che la collocano nel contesto pasquale (Matteo 26: 17-20; Marco 14: 12-25; Luca 22: 7-20). Era ormai celebrata in tutte le chiese cristiane, e l’evangelista ne parla in questo lungo capitolo, in cui i fatti corrispondono esattamente a quelli riferiti dagli altri tre evangelisti.

Ma il “segno” della moltiplicazione dei pani ha anche un significato più profondo.

L’uomo non può limitarsi alla sola fame materiale, in un certo senso facile da saziare.

Il “segno” della moltiplicazione dei pani esprime il forte bisogno dell’uomo di essere in comunione con Dio, di avere fame di lui e della sua Parola.

Infine questo “segno” conduce al riconoscimento della vera identità di Gesù.

Gesù non è solo un profeta. anche se l’espressione:


Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo” (6: 14),
richiama effettivamente la figura di Mosè, il profeta per eccellenza (Deuteronomio 18: 15)
Per te il Signore, il tuo Dio, farà sorgere un profeta come me; a lui darete ascolto”.

Gesù è il Signore della vita.

Soltanto sotto la sua signoria l’uomo può condurre un’esistenza pienamente realizzata e godere di vera abbondanza (il numero “dodici” riferito alle ceste degli avanzi, nel simbolismo biblico indica proprio abbondanza, pienezza e completezza).

Giovanni qui ci presenta il miracolo in tutto il suo valore di “segno” e fa capire al lettore che Gesù è il vero “pane della vita”.

La narrazione di Giovanni ricorda quella del profeta Eliseo, che esorta chi aveva portato dei pani a darli alla gente (2 Re 4: 42-44).

Anche da quel racconto traspare la stessa incredulità e la stessa qualità di pane, ma anche la generosità di Dio che supera ogni grettezza umana.

Il miracolo è opera di Dio, ma esige la disponibilità dell’uomo.
Il pane vero

Gesù sapeva bene quello che stava per fare” (6: 6).


Gesù non stava soltanto per moltiplicare i pani: ma dà molto più del cibo materiale e anche della stessa parola udita dal Padre. Dà la sua stessa persona: “Il pane che io darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo” (6: 51).

In questo capitolo Gesù parla di Dio


Non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo”,
di sé stesso
Io sono il pane della vita”
e dell’uomo, sempre alla ricerca di ciò che lo può soddisfare
Signore, dacci sempre di codesto pane”.
Questa catechesi (istruzione orale) consiste perciò nel presentare i grandi temi della Bibbia, vissuti dal popolo nell’Antico Testamento e ripresi da Gesù, che dà loro il pieno significato e la definitiva realizzazione.

Per esprimere tutto ciò, l’evangelista Giovanni usa l’aggettivo “vero” (6: 32).

Questo termine ha un significato molto profondo e un intenso valore teologico.

Indica che tutta la Parola è orientata verso Gesù e in lui solo acquista il significato definitivo.


Su di lui il Padre, cioè Dio, ha apposto il proprio sigillo” (6: 27).
Il sigillo, in quel tempo, indicava la proprietà. In senso simbolico esprime il concetto di appartenenza di una persona a un’altra, come tra il Padre e il Figlio. Quello che Gesù fa e dice sono le azioni e le parole del Padre.

Gesù vuole che i suoi ascoltatori lo riconoscano come il “vero” pane, il segno più autentico della vera vita anche nelle nostre città così caotiche e disordinate. La persona di Gesù non va valutata dai miracoli


Quale segno miracoloso fai, dunque, perché lo vediamo e ti crediamo?”(v.30)
e neppure dal fascino, ma dalla fede.

Anche oggi l’uomo non può accostarsi a Gesù o mettersi a cercarlo solo per soddisfare la fame e la sete materiale o per ricevere un miracolo o una grazia particolare.


Voi mi cercate, non perché avete visto dei segni miracolosi, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati”, (v.26),
Lo deve fare credendo che il Padre, in Lui, dà il vero pane che viene dal cielo (v.32) e che è Lui “il pane sceso dal cielo” (v.38), che dà la vita.

Chi crede in Lui e si mantiene unito a Lui, possiede la fonte di ogni bene e il suo amore lo solleverà al di sopra di tutti i timori.

La gente, visto il segno che Gesù ha compiuto, vuol “ rapirlo per farlo re” (6:15).

Questo è comprensibile dato che il segno dei pani rievoca, sotto certi aspetti, il miracolo della manna: infatti la folla riconosce in Gesù il profeta promesso da Mosé, il Messia capace di liberare gli Ebrei dai Romani, così come Mosè aveva liberato gli Israeliti dalla schiavitù d’Egitto, e vorrebbe che lo facesse proprio nei giorni di Pasqua.

Gesù avverte, nell’entusiasmo della folla, la confusione tra l’aspetto escatologico e quello politico, perciò non si lascia prendere; ma, quando sarà giunta l’ora, sarà lui a lasciarsi “condurre” alla morte per diventare “pane” per la moltitudine.

Ora però si sottrae all’entusiasmo della folla che lo distoglierebbe dalla sua missione e si ritira sulla montagna, in solitudine, per riprendere il contatto con il Padre.


Il Pane che dà la vita
Il giorno dopo Gesù è a Capernaum. Abbandona ogni riserva e svela pienamente il significato del “segno” del pane.

Non è un pane fisico ma un pane sceso dal cielo (v.38), un pane diverso, che sfama per sempre l’uomo mantenendolo in vita per l’eternità.

Anzi, quel pane è una persona con la quale entrare in comunicazione, è lo stesso Figlio di Dio, il pane della vita” (v.48).

Scatta allora la reazione incredula e sarcastica: “Non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe, del quale conosciamo il padre e la madre?”

Ancora una volta Gesù si appella alla stessa relazione fra le sue pretese e lo scopo del Padre (v.44) per comunicare loro una cosa di vitale importanza, ben più di qualunque risposta ai loro mormorii: il dono, l’unico con cui si ottiene la vita eterna è “credere in lui”, poiché solo Colui che è generato da Dio può ammaestrare gli uomini intorno alle verità divine.

Poi Gesù ritorna (v.40) sul concetto:


Chi crede in me ha la vita eterna” (v.47),
affermando così la superiorità del pane celeste rispetto alla manna, che non solo non poteva far nulla per l’anima, ma non poteva nemmeno salvare dalla morte quelli che se ne cibarono nel deserto.

Il Pane che dà la vita non è per un popolo solo, ma per tutti gli uomini, Ebrei o Gentili, “poiché questa è la volontà del Padre mio”:


chiunque contempla (conosce) il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (v.40).

Carne e sangue
Gesù dichiara ora solennemente che il pane promesso è la sua stessa carne (v.51), che egli sacrifica come espiazione per il peccato del mondo.
Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (v.53-54).
I Giudei non comprendono la metafora del mangiare, prendono alla lettera il messaggio simbolico, allusivo e preparatorio della futura istituzione della Cena del Signore e ne sono indignati.

Quando poi il Signore Gesù aggiunge che per ottenere la vita eterna devono pure bere il suo sangue, inorridiscono.

Da sempre Dio aveva vietato di
mangiare carne con la sua vita, cioè con il suo sangue” (Genesi 9: 4).
(solo nel Levitico questa legge è ripetuta diciassette volte).

Dio aveva fatto del sangue un mezzo di espiazione del peccato, prescrivendo che fosse posto sull’altare, quindi era sacro, e l’uomo non poteva mangiarne.

Quel sangue di animali era figura del sacrificio di Cristo sulla croce (Ebrei 9: 11) offerto “una volta sola per portare i peccati di molti” (Ebrei 9: 28).

Purtroppo le medesime parole, respinte come assurde dai giudei, vengono usate anche oggi a sostegno della dottrina della transustanziazione. Quello della transustanziazione è un dogma, decretato dal papa Innocenzo III nel 1215, che afferma la presenza di Gesù Cristo nell’Eucarestia mediante la conversione della sostanza del pane e del vino nel suo reale corpo (carne) e nel suo sangue, dopo la consacrazione fatta dal sacerdote, che vi partecipa in modo corporale e carnale). Noi sappiamo bene però che in realtà il mangiare il pane e il bere il vino sono solo dei simboli: il pane è l’emblema del corpo di Cristo rotto e il vino è l’emblema del Suo sangue. Il sacrificio di Cristo, così simboleggiato, rappresenta il prezzo con il quale i credenti sono stati “comprati a Dio” (1Corinzi 6: 20).

È comprensibile che i Giudei non abbiano compreso il senso di queste parole che sono invece facili da capire per noi, alla luce del suo sacrificio sulla croce.

Se il Signore non avesse inteso dare alla Santa Cena un significato simbolico, avrebbe detto: “Fate questo in sacrificio di me e non in memoria di me” (1Corinzi 11: 23-26; Luca 22: 20).


Il Signore Gesù, nella notte che fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me. Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”.
La Santa Cena quindi è il banchetto in cui la comunità dei credenti si riunisce per ricordare la morte di Cristo, nella gioiosa attesa dell’avvento del suo regno, del quale quella morte li ha resi eredi.

Nella Santa Cena Cristo è quindi presente solo spiritualmente.

Molti discepoli di Gesù ritengono il suo discorso difficile da accettare “Questo parlare è duro” (v.60) e se ne vanno.

E quel parlare è duro davvero, dato che indica una sola via, difficile da accettare e da imboccare. Gesù non li trattiene poiché vuole che chi lo segue lo faccia nella più grande libertà,


Abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in Cristo” (Efesini 3: 12).
Un Pane che non si mangia in privato
Con la stessa incredulità che le parole di Gesù suscitano nei Giudei ci misuriamo tutti i giorni.

Accettare Gesù come vero nutrimento spirituale è coinvolgente e faticoso. È tutt’altro che una scelta superficiale che lascia tutto come prima: è un cammino di giustizia e di condivisione che trasforma gli uomini e il loro mondo.

Il segreto del “pane” che ci propone Gesù non si può mangiare da soli e nemmeno in una comunità dove si è divisi e nemici. E condividere il pane non è una semplice suddivisione aritmetica, non è una uguaglianza formale: è rispetto di ciascuno, della sua unicità, dei suoi bisogni, della sua storia.

Spezzare il pane significa cambiare il cuore, far morire il vecchio uomo con le sue numerose ostinazioni e chiusure per far vivere l’uomo nuovo, che parla, pensa e ama in modo molto più elevato.

Il Signore si è fatto simile a noi perché noi diventassimo come lui, vuol farci crescere nella comunione: in famiglia, dove l’incontro va ritessuto ogni giorno attraverso i sentieri ardui del dialogo, del perdono, dell’amore; nella comunità e nella vita sociale, dove la passione per la comunione diventa gioiosa testimonianza di servizio, di rispetto per la persona, di attenzione verso la fatica dei deboli, di misericordia paziente.


Parole di vita eterna
Nella lettura dell’evangelista, la gente cerca il Gesù del “pane moltiplicato”; ma abbandona il Gesù del “pane della vita”. E sorprende che siano proprio i discepoli di Gesù a rifiutarlo. Hanno condiviso tutto con Gesù. Emersi dall’anonimato della folla, si sono accostati a lui instaurando un rapporto personale di amicizia, di rispetto e di accoglienza di ogni sua parola.

Interrompendo ora questo rapporto, essi diventano l’immagine di tante persone che, per lungo tempo, hanno seguito in tutto la persona e gli insegnamenti di Gesù, ma poi, di fronte al permissivismo imperante, illudendosi di addomesticare il cristianesimo, hanno dichiarato “duro” e “inaccettabile” il suo messaggio e le sue esigenze per l’uomo e la società del nostro tempo (l’indissolubilità del matrimonio, la sacralità della vita fin dal concepimento, ecc.).

Tali comportamenti sono sempre attuali e anche oggi c’è il rischio di rifiutare l’insegnamento di Gesù, o con un rifiuto aperto o tentando di giustificarlo con la scusa che i tempi sono cambiati.

Alla domanda di Gesù: “Non volete andarvene anche voi?” (v.67) facciamo dunque nostro l’atteggiamento di Pietro:


Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (v. 68-69).
Ossia tu sei Colui che è stato eletto, santificato e consacrato per stabilire il regno di Dio.

Tu solo hai parole che danno la vita eterna e saziano tutti i nostri desideri.

Tu solo hai promesso:
A chi vince io darò da mangiare dell’albero della vita, che è nel paradiso di Dio” (Apocalisse 2: 7).
Noi non possiamo vivere senza di te, le nostre anime hanno bisogno di te, perché
Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che perviene dalla bocca di Dio” (Matteo 4: 4).
Diciamo anche noi con il profeta Geremia:
Appena ho trovato le tue parole, io le ho divorate; le tue parole sono state la mia gioia, la delizia del mio cuore” (Geremia 15: 16).
Sia ringraziato il Signore che, malgrado tutto, la sua voce non si è affievolita e il suo sacrificio è ancora oggi valido per gli uomini che vanno a lui per essere saziati di verità e di giustizia, per essere perdonati dai peccati, per essere riconciliati con Dio Padre.

Perciò, come dice lo Spirito Santo


Oggi se udite la sua voce non indurite i vostri cuori” (Ebrei 3:7).



Il chicco di grano



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