Capitolo I il ciclo fondamentale



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CICERONE: LA REPUBBLICA
LIBRO I

(Si sono perduti i quaderni I e II ed il primo foglio del quaderno III)

I

... né C. Duilio né A. Attilio né L. Metello avrebbero liberato Roma dal terrore di Cartagine, né i due Scipioni avrebbero spento col loro sangue l'incendio della seconda guerra Punica già cominciata, né quell'incendio, già alimentato da maggiori forze, sarebbe stato domato da Q. Massimo né soffocato da M



Marcello; e dalle porte di questa città P. Africano non l'avrebbe potuto respingere entro le mura dei nemici

Era bensì lecito a M. Catone, finché era ancora uomo nuovo ed ignoto, a quel M. Catone che tutti noi che abbiamo le stesse responsabilità sovrasta come un incomparabile modello di saggezza e d'energia, rimanersene piacevolmente ad oziare in Tuscolo, luogo salubre e vicino a Roma. Ed ecco che costoro lo considerano un pazzo quando lo vedono, senza alcuna necessità, ormai arrivato all'estrema vecchiaia, preferire le tempestose onde civili ad una vita perfettamente tranquilla e beatamente riposata. E non parlo neppure degli innumerevoli personaggi che contribuirono alla salvezza di Roma e non voglio neppure accennare a coloro che non sono lontani dalle memorie di questa nostra generazione, perché nessuno si lagni né a nome proprio né a nome di qualche parente per qualche nostra omissione. Mi limito soltanto a precisare che la virtù é talmente necessaria al genere umano per legge naturale e che tanto é l'amore che arde nei petti umani per la comune salute, che tutte le blandizie del piacere e dell'ozio sono vinte da quell'impulso generoso

II

Né la virtù si può possedere come un'arte qualunque che, una volta imparata, si possa metter da parte: bisogna ch'essa, per esistere, sia tutta in pratica; poiché un'arte, anche quando non la si eserciti, la si ritiene per le sue nozioni tecniche, e la virtù invece esiste soltanto nell'uso che se ne fa; ed il più alto uso che si possa farne é quello di governare un popolo e di perfezionarsi in quelle nobili pratiche di cui si fa gran parlare dovunque. Ma, un perfezionarsi, intendiamoci, non puramente oratorio sibbene effettivo. Tutto quel che di giusto e di bello dicano i filosofi, non é che l'effetto e la conferma della virtù di coloro che sono stati legislatori dei popoli. Da chi infatti nasce il senso della devozione o la fede religiosa? Da chi emana il diritto delle genti e quello stesso che si chiama diritto civile? Donde nascono la giustizia, la fede, l'equità? Donde il pudore e la continenza e l'odio d'ogni turpitudine e il desiderio della bellezza e della gloria? Donde la fortezza nelle fatiche e nei pericoli? Certo da coloro che, dopo aver ispirato queste virtù agli uomini con le loro dottrine, parte ne confermarono col costume e le altre sancirono con le leggi. Si racconta persino che Xenocrate, filosofo dei più generosi, essendogli stato chiesto in che cosa ai suoi alunni giovassero le sue dottrine, rispondesse: "nel sapere essi fare spontaneamente quel che loro imporrebbero le leggi" . Quel cittadino dunque che sa costringere tutto un popolo con l'impero e la minaccia delle leggi a far quello che i filosofi potrebbero persuadere con le loro dottrine soltanto a pochi alunni, é dunque da preferire a quegli stessi maestri che sanno soltanto dimostrare la teorica bontà delle leggi. Quale mai squisita eloquenza di questi ultimi potrebbe essere anteposta ad un ordine civile ben costituito per istituzioni e per costume? Come infatti io trovo preferibili di gran lunga, per dirla con Ennio, "le città grandi e imperiose" ai villaggi e ai castelli, così trovo preferibile, per la sicura conoscenza delle cose politiche, chi quelle città abbia governato con saggezza e con autorità a chi sia sempre rimasto lontano dai pubblici affari. E, poiché ci entusiasma in particolar modo l'idea d'accrescere le forze del genere umano, e volgiamo ogni nostro pensiero e ogni nostra fatica ad accrescere la sicurezza e il benessere della vita umana, spinti a questo piacere dagli impulsi stessi della nostra natura, procediamo sicuri per quella via che fu sempre cara ai nostri grandi, e non diamo retta a coloro che vorrebbero suonarci la ritirata e far retrocedere quelli che si son già di buon tratto avanzati



III

A queste ragioni, così solide e così chiare, i nostri avversari oppongono prima di tutto l'improba fatica che ci vuole per reggere uno stato, ed é questo, certo, un impedimento ben lieve, per un uomo di vigilante energia, un impedimento spregevole non solo in così alta materia ma anche in attività o in doveri o in faccende del tutto mediocri. Aggiungono poi, i nostri avversari, i pericoli cui si espone la vita: e con questa turpe paura della morte vorrebbero dissuadere i forti che considerano invece ben più misero lo spegnersi per natura e per vecchiaia che cogliere l'occasione per consacrare alla Patria una vita cui si dovrebbe - pur sempre un giorno rinunciare. E questi nostri avversari si credono poi addirittura irresistibili, quando ci elencano le sciagure capitate agli uomini più illustri e i torti fatti loro dagli ingrati concittadini. E giù con gli esempi famosi della storia greca: Milziade che, vincitore e domatore dei Persiani, non ancora sanate le ferite ricevute nella vittoriosa battaglia in cui s'é gettato a corpo morto, deve perdere in un carcere cittadino quella vita ch'é stata risparmiata dalle frecce nemiche: e Temistocle che, bandito e minacciato dalla Patria che aveva liberata, deve rifugiarsi non nei porti della Grecia ch'egli ha salvata ma in seno della stessa barbarie ch'egli ha contristata. E non mancano invero esempi della crudele leggerezza degli Ateniesi contro i loro più grandi concittadini; e questi esempi, nati ed intensificatisi sul suolo greco, attecchirono, dicano gli avversari, anche nella nostra serissima Rama; e si ricorda o l'esilio di Camillo o l'odio che perseguitava Ahala o l'impopolarità di Nasica o l'espulsione di Lenate o la condanna di Opimio o la fuga di Metello o l'orribile assassinio di C. Mario e le stragi dei principali cittadini o gli orribili malanni che ne seguirono. E non si peritano di fare il mio nome e, poiché credo ch'essi si considerino debitori della loro vita e del loro ozio alla nostra prudenza e ai nostri pericoli, si rammaricano per noi con ancor maggiore tristezza e simpatia. Ma io non riesco a vedere come costoro che, per impararle: a vedere qualcosa, son pronti ad attraversare i mari..

(Manca l'ultimo foglio del quaderno III) IV

...quando, all'uscire dal mio consolato, io potei giurare nell'assemblea popolare, insieme col popolo, chi la repubblica era salva, io mi sentii ben ricompensato di tutte le mie cure e di tutte le mie fatiche. Eppure, i nostri casi erano stati ben più onorevoli che penosi e la gloria aveva certo largamente compensato la molestia, e avevamo avuto ben più grande letizia dal rammarico dei buoni che dolore dalla letizia dei malvagi. Ma, come ho detto, anche se così non fosse stato, di che avrei potuto? Niente infatti mi accadeva che non fosse stato preveduto o fosse più grave di quel ch'io mi aspettassi in ricompensa di tante mie fatiche

Io ero infatti un uomo che, mentre avrebbe potuto trarre dal l'ozio più deliziosi piaceri d'ogni altro per la ricca e delicata coltura in cui era vissuto fin da bimbo, o, se qualche malanno comune avesse colpito la città, prenderne soltanto una parte eguale a quella di tutti gli soltanto una parte eguale a quella di tutti gli acerbe lotte e quasi in un rovinoso torrente per salvare la vita dei concittadini e ricostituire la comune quiete a spese del proprio pericolo. La nostra Patria non ci ha generati col patto che noi non pensiamo a sostentarla e, servendo soltanto ai nostri piaceri, essa garantisca si cura protezione al nostro ozio, e tranquillo asilo; ma perché riserbiamo a lei le più alte forze del nostro animo, del nostro ingegno e della nostra esperienza e la-sciamo al nostro privato uso sol quanto sopravanza dopo aver a lei provveduto

V

Quelle scappatoie cui ricorrono coloro che cercano scuse per vivere in un beato ozio, non devono illudere nessuno: lasciate pur che dicano che la vita politica é piena di uomini che non son nulla di buono e con cui sarebbe vergognoso lottare: e che lottare con la moltitudine, massime quando sia infuriata, sarebbe misero e pericoloso. A sentirli dunque, prender le redini di uno Stato non sarebbe da uomo saggio; non essendo possibile frenare la pazzia e gli, scatti del volgo, né degno d'un uomo libero il battersi con avversari turpi e bestiali e lasciarsi coprire di contumelie, né d'un saggio l'aspettarle e il tollerarle; come se per gli uomini onesti ed energici e generosi, potesse esserci più giusta ragione per entrar nella vita politica che affrontare la canaglia e impedirle di lacerare lo Stato prima che sia troppo tardi per porgergli aiuto



VI

E si può forse mandar buona loro l'eccezione ch'essi si degnano fare quando. dicono che l'uomo saggio non dovrebbe mai avere alcuna parte nella vita pubblica a meno che le circostanze e la necessità non ve lo costringessero? Come se avessero potuto presentarsi ad alcuno circostanze più imperiose di quelle che si presentarono a noi. Che cosa avrei potuto fare io allora se non fossi stato console? E come avrei potuto diventare console se, fino dalla puerizia, non avessi dato alla mia vita quell'indirizzo che solo poteva permettere a me, nato da famiglia equestre, di pervenire al più alto degli onori? Non é dunque possibile offrirsi alla repubblica d'improvviso, quando si voglia, qualunque sia la gravità del pericolo, se non si sia in condizioni da poterlo fare. Quel che mi pare soprattutto stupefacente in questi discorsi di filosofi é che essi che vorrebbero che gli uomini non prendessero il timone dello Stato, neppure in piena bonaccia, perché non curanti di una simile esperienza, vorrebbero si avvicinassero poi al timone nell'ora della tempesta più minacciosa. Questi filosofi si vantano infatti pubblicamente e molto si gloriano di non aver mai appreso né insegnato alcuna arte di governo né per quel che riguardi le costituzioni né per quel che riguardi la difesa dello Stato e dichiarano che una scienza di questo genere non possa essere concessa a gente veramente colta ma soltanto a gente che s'interessi praticamente di cose simili. Ma, allora, perché permettere al saggio di porger l'opera sua alla repubblica quando la necessità lo richieda, se, quando sarebbe assai più facile governare, nel momento cioé in cui nessuna necessità lo incalza, egli debba ignorare ogni arte di governo? Ma, anche se fosse vero che il saggio potesse scendere a suo beneplacito a regolare i conti della città quando le circostanze lo vogliano, anche in un caso simile io troverei che l'uomo saggio non dovrebbe in alcun modo sprezzare la scienza politica poiché egli avrebbe sempre l'obbligo d'aver quelle nozioni che, un giorno, potrebbero essergli così necessarie

VII

Ho insistito su questo perché, essendomi proposta ed avendo cominciato in quest'epoca una discussione sullo Stato, perché questa servisse a qualche cosa, mi premeva anzitutto togliere ogni dubbio sull'opportunità di darsi alla vita politica e, se qualcuno ci fosse incline a cedere all'autorità dei filosofi, esso dovesse anche un po' volgersi ad ascoltare coloro che fra i più dotti seppero assicurarsi una somma autorità e una somma gloria. E anche se questi non abbiano preso mai parte diretta ai pubblici affari, io amo considerarli, essendosi essi molto informati e avendo essi molto scritto di pubbliche cose, come partecipanti in qualche modo alla vita dello Stato. E vedo infatti che quei sette, che i Greci chiamarono per eccellenza i sapienti, si occuparono quasi tutti dei pubblici affari. Non c'é infatti cosa in cui la virtù umana si avvicini tanto alla potenza degli Déi quanto il creare nuove costituzioni o conservare le già create



VIII

Per queste ragioni, essendoci accaduto di poter noi stessi, nel curare gli affari dello Stato, fare qualcosa degna di memoria ed avendo una qualche possibilità di ragionare sulle teorie politiche non solo per esperienza ma anche per amore d'apprendere e d'insegnare, noi saremmo consiglieri, se non erro, autorizzati, mentre, di quelli che ci hanno preceduti, alcuni non erano che squisiti astrattori di quintessenza che non avevano mai trattato il più lieve affare di Stato, ed altri invece avevano sì una praticaccia sicura ma erano nel discutere ben grossolani. Né, veramente, noi abbiamo intenzione di prospettare qui alcuna nuova teoria politica da noi inventata; ma solo di rinverdire il ricordo di una discussione fra i personaggi più illustri e più sapienti del loro tempo e del nostro paese, che fu riferita da P. Rutilio Rufo a me e a te, che eri allora ancora giovinetto, quando passammo insieme qualche giorno a Smirne, discussione in cui si può dire che nulla si tralasciasse di quanto riguardi i fondamentali principii d'ogni vita politica

IX

Infatti, sotto il consolato di Tuditano e Aquilio, avendo Publio Scipione l'Africano, figlio di Paolo Emilio, deciso di passare le ferie latine. nella sua villa ed avendogli promesso i più intimi di visitarlo spesso in quei giorni, ecco, nella prima giornata delle ferie, di buonissimo mattino, arrivare il figlio della sorella di Scipione, Q. Tuberone. Ed avendolo accolto cori festosa cordialità: "qual buon vento, gli chiese Scipione, ti porta, o Tuberone, così di buon mattino? Queste ferie ti davano pure un'ottima occasione per i tuoi studi letterari". E allora Tuberone: "per i miei libri ogni stagione é buona poiché essi son sempre a mia disposizione, ma é invece una gran cosa trovare disoccupato te, massime in tanta agitazione dello Stato". E Scipione: "cogli nel segno, ma bada ch'io sono più disoccupato di faccende che di pensieri". E Tuberone: "ma bisognerà pure che tu ti decida a riposare anche la mente; siamo in parecchi qui, pronti, come avevamo deciso, se la cosa non t'annoia troppo, a profittare con te di questa vacanza". E Scipione: "ben volentieri, se questo ci ricondurrà un po' ai nobili pensieri della scienza"



X

E allora Tuberone : "ti dispiacerebbe, dal momento che tu m'inviti a ciò in qualche modo e mi dai speranza, di spiegarmi questo innanzi tutto, o Africano, prima che arrivino gli altri: che ci sia di vero in questo secondo sole di cui s'é dato l'annunzio in Senato? C'é infatti non poca gente seria che afferma d'avere visto i due soli, tanto che pare che non sia più questione di credere o no ma soltanto di rendersi ragione del prodigio". E Scipione: "quanto vorrei aver qui il nostro Panezio che s'occupa col consueto studiosissimo acume anche di questi fenomeni celesti! Ma io, o Tuberone - per dirti franco il mio pensiero - non sono in questo del tutto d'accordo col nostro grande amico il quale, trattandosi di cose di cui é appena possibile congetturare, ne parla proprio come se si potesse tutto veder con gli occhi e toccar con mano. In questo, mi pare ben più saggio Socrate che ha rinunciato assolutamente ad ogni indagine di questo genere e ha dichiarato, una volta per tutte, che questi problemi naturali o sono più alti dell'intelletto umano o non hanno nessun interesse per la vita umana". E Tuberone : "non capisco, veramente, o Africano, come questa tradizione sia nata che vuole Socrate nemico d'ogni questione di questo genere ed intento a discutere soltanto della vita e dei costumi. Qual mai autore infatti é più pieno di Socrate che Platone? Ebbene, nell'opera di Platone, in moltissimi luoghi Socrate parla non solo dei costumi e delle virtù e di tutto quel che abbia attinenza alla vita pubblica, ma anche dei numeri e della geometria e dell'armonia delle sfere, come un perfetto pitagorico". E Scipione: "é proprio così: ma credo, o Tuberone, che tu abbia sentito come Platone, dopo la morte di Socrate, si recasse dapprima in Egitto per istudiare, e poi in Italia e in Sicilia per conoscere le teorie di Pitagora, e come s'intrattenesse a lungo col Tarantino Archita e con il Locrese Timeo e come raccogliesse le opere di Filoleo ed essendo in quei luoghi e in quei tempi in fiore il nome di Pitagora, si desse completamente ai Pitagorici e alle loro dottrine. E, amando Socrate più d'ogni altro al mondo e volendogli attribuire ogni onore, osò contessere all'arguzia e alla finezza del discorso Socratico i dogmi oscuri e le gravi dottrine di Pitagora"

XI

Aveva Scipione appena detto ciò, quando vide arrivare in gran fretta L. Furio e, dopo averlo salutato, lo prese per mano con grande affetto e lo fece sedere presso di sé; ed essendo nello stesso momento arrivato quel P. Rutilio che ci riferì tutta questa discussione e avendo Scipione salutato anche lui, gli disse di sedersi accanto a Tuberone. E allora Furio: "e di che state discutendo? Abbiano forse fatto finire col nostro arrivo qualche vostro discorso?". "Tutt'altro, rispose l'Africano, perché quella intorno a cui Tuberone aveva cominciato a interrogarmi é una di quelle questioni di cui anche tu vivamente ti appassioni; quanto poi al nostro Rutilio, egli soleva persino sotto le mura di Numazia domandarmi qualcosa di quel genere". "Ma di che si trattava infime?" domandò Filo. E Scipione: "di questi due soli su cui sono impaziente, o Filo, di sentire il tuo parere"



XII

Aveva appena parlato, quando uno schiavo annunziò che stava per arrivare Lelio e che era già fuori di casa. Allora Scipione, messi i calzari e le vesti, uscì dalla stanza e dopo aver per qualche istante passeggiato per il portico, salutò Lelio che arrivava e quelli ch'eran venuti con lui, Spurio Mummio che gli era particolarmente caro e C. Fannio e Quinto Scevola, generi di Lelio e coltissimi giovani e già nell'età della questura. Salutati tutti, Scipione si volse per guidarli e mise nel mezzo Lelio poiché nella loro amicizia s'era creata questa specie di diritto: che, sotto le armi, a causa dell'insigne gloria militare, Lelio venerasse l'Africano come un Dio ed in Patria invece, essendo Lelio più anziano, fosse trattato rispettosamente come un padre da Scipione. Essendosi poi scambiati qualche parola ed essendo quell'arrivo più che mai grato e diletto a Scipione, si stabilì di sedere in quel punto del prato ch'era più esposto al sole, poiché era inverno. E, mentre si accingevano a far ciò, ecco sopraggiungere un uomo di grande esperienza e a tutti infinitamente caro, M. Manilio, che, salutato con grande cordialità da Scipione e dagli altri, sedette accanto a Lelio

XIII

E Filo: "non mi pare, disse, dal momento che questi sono arrivati, che si debba mutare argomento ma ci corra l'obbligo di trattarlo con maggior cura e di dire qualcosa che sia degna del loro orecchio". E Lelio: "di che cosa stavate parlando quando siamo arrivati?" Filo: "Scipione mi aveva domandato quel ch'io pensassi di questi due soli che oramai consta essere stati visti". Lelio: "ma dimmi un po', Filo, siamo noi a tal punto eruditi circa le questioni che riguardano le nostre case e il nostro Stato da poterci interessare di quel che stia accadendo in cielo?" E Filo: "e non credi tu che interessi anche le nostre case il sapere quel che accada nel nostro paese? Ed il nostro paese non é soltanto chiuso fra le pareti domestiche ma é tutto questo mondo che gli Déi ci hanno voluto dare come domicilio e come patria dividendolo con noi. E se noi ignorassimo quel che qui accada, ci condanneremmo ad ignorare molte e grandi cose. E per me, e certo anche per te, o Lelio, e per tutti gli avidi di sapienza, la scoperta e la contemplazione del vero sono già di per se stesse una grande dolcezza". E Lelio: "non lo nego, massime quando si sia in ferie, ma possiamo anche noi sentire qualcosa o siamo arrivati troppo tardi?" Filo: "non si é ancora neppure cominciato a discutere e poiché l'argomento é ancora intatto, io ti cedo volentieri la parola, o Lelio". Lelio: "ma io vorrei invece sentire te, a meno che per avventura Manilio non voglia tentare una transazione tra i due soli in lite, in modo ch'essi possano dividersi il cielo d'amore e d'accordo". E allora Manilio : "quando la finirai dunque, o Lelio, di prendere in giro quell'arte in cui tu stesso eccelli e senza di cui nessuno potrebbe mai nettamente distinguere fra il proprio e l'altrui? Ma basta di ciò; ora ascoltiamo Filo che vedo essere consultato su materie ben più gravi di quelle su cui si soglia consultare me o P. Mucio"



XIV

E Filo: "non vi dirò niente di nuovo né cosa ch'io abbia meditata o inventata; mi ritorna soltanto alla mente C. Sulpicio Gallo, uomo fra i più dotti, come ben sapete. In giorni in cui si diceva d'aver visto un prodigio di questo genere, trovandosi egli a caso presso M. Marcello ch'era stato console con lui, ordinò che si portasse la sfera che l'avo di M. Marcello aveva tratto, dopo la presa di Siracusa, da quella città ricchissima ed ornatissima, sola preda ch'egli avesse voluto portare in patria. Di questa sfera di cui avevo tanto sentito parlare, data la gloria di Archimede, io rimasi a prima vista un po' disilluso; era infatti ben più appariscente ed insigne all'occhio del volgo quell'altra sfera di Archimede, che Marcello aveva fatto mettere nel tempio della Virtù; ma non appena Gallo ebbe cominciato a spiegarci con la più profonda dottrina il senso dell'opera, mi parve che in quel Siciliano fosse un ingegno ben più alto d'ogni altro ingegno umano

Ci diceva infatti Gallo che quell'altra sfera, solida e piena, era un'invenzione anteriore di Archimede e che Talete di Mileto ne aveva dato prìmo il modello che poi dal Cnidio Eudoxo, discepolo, corre si diceva, di Platone, era stato ornato con la raffigurazione delle costellazioni, e che tutta questa ornamentazione descrittiva, desunta da Eudoxo, era stata molti anni dopo esaltata in versi da Arato che non aveva alcuna coltura astronomica ma solo un certo estro poetico. Seno.nché, una rotazione sintetica, comprendente il moto del sole e della luna e delle cinque stelle che si chiamano erranti, e quasi vagabonde, non avreb= be, ci spiegava Gallo, mai potuto essere riprodotta in quella primitiva sfera solida, e in ciò per l'appunto era il lato mirabile dell'invenzione di Archimede: egli aveva trovato il modo di riprodurre in una rotazione unica gli ineguagliabili moti delle stelle e la loro varia corsa. Mentre Gallo faceva muovere questa sfera, si vedeva la luna succedere al sole nell'orizzonte terrestre ad ogni giro come gli succede anche in cielo e si verificava la stessa scomparsa del sole dal cielo e lo stesso collocarsi della luna nell'ombra della terra non appena il sole fosse dal lato opposto..

(Si sono perduti tre paia di fogli interni del quaderno VI all'infuori del solo foglio 59-60 che Angelo Mai congetturò essere il quinto di quei sei fogli, di modo che quattro fogli anteriori a quello si sarebbero perduti ed uno posteriore)

XV

Scipione: "ero io stesso molto affezionato all'uomo che sapevo essere stato stimato e prediletto anche dal padre mio Paolo. Ricordo che, essendo îo ancora giovinetto ed essendo mio padre, console, in Macedonia e trovandoci noi al campo, tutta l'armata fu d'improvviso presa da un sacro terrore perché nella notte serena, d'improvviso, la luna candida e piena era scomparsa. E allora lui (Gallo), essendo nostro generale un anno prima all'incirca d'essere eletto console, fu pronto, il giorno dopo, a spiegare pubblicamente in campo come non ci fosse nessun prodigio e come quello ch'era avvenuto in quel momento e che si sarebbe ripetuto sempre in futuro alla stessa data, fosse dovuto al fatto che il sole era in un punto in cui non poteva più illuminare la luna". "Ma é proprio vero? Ma é straordinario!" esclamò Tuberone



"Quell'uomo osava spiegar cose simili a gente grossa e osava dire cose simili a gente assolutamente ignara di tutto". Scipione: "Proprio così e con una grande..

(Scipione): "nessuna vana ostentazione e nessuna parola indegna d'un nomo tanto serio; ed ottenne il più grande successo perché riuscì a liberar quella gente angosciata da un infondato terrore religioso

XVI

E qualcosa di simile capitò anche in quella grande guerra che Ateniesi e Spartani si fecero con così disperato furore. Il famoso Pericle, primo della sua città per autorità, per eloquenza e per prudenza



essendosi d'improvviso fatto buio per un oscurarsi del sole ed essendo stato invaso l'animo degli Ateniesi dal più cupo spavento, si vuol che dicesse ai suoi concittadini quel che egli aveva appreso da Anassagora, di cui era stato alunno: che, cioè, quello accadeva per necessità di cose e a tempo determinato quando tutta la luna si frappone fra il sole e noi, e che, benché la cosa non accadesse ad ogni nuova luna, doveva pur avvenire in qualche novilunio. Avendo spiegato questo con tutti i debiti argomenti, liberò il suo popolo dal terrore. Si trattava infatti allora di quella nuova e ancora ignota spiegazione che Talete di Mileto si dice aver per il prime dato dell'eclissi di sole per interposizione della luna. La cosa non sfuggì poi neppure al nostro Ennio poiché egli stesso scrive che, nell'anno 350 della fondazione di Roma, "il cinque di giugno, il sole f u tolto agli uomini e al sole si oppose la luna e la notte". E questa osservazione é così giudiziosa e acuta che da quel giorno, il cui ricordo troviamo registrato non solo da Ennio ma da tutti quei grandi annalisti, si poterono calcolare anche le anteriori eclissi solari sino a quella avvenuta il sette di luglio sotto il regno di Romolo, durante la quale oscurità lo stesso Romolo fu tolto ai vivi per una causa certo del tutto naturale ma che il volgo amò attribuire al cielo"



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