Capitolo I lo svolgimento del processo


PRESIDENTE: dice, come mai prima del 4 novembre, lei avendo parlato del trasferimento... MARCHESE G



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PRESIDENTE: dice, come mai prima del 4 novembre, lei avendo parlato del trasferimento...

MARCHESE G.: Sig. Presidente, io rispondo agli interrogatori quando mi vengono fatti, io mica sono io a dire questo, questo e quell'altro. Io, quando mi venne chiamato un Magistrato, parliamo degli argomenti che gli espongo, e dopo mano, mano, vengono gli interrogatori.

PRESIDENTE: ma chiaro. Insomma, l'avvocato vuole sapere questo, lei visto che prima del 4 di novembre aveva parlato di questo trasferimento di Riina da Borgo Molara a San Giuseppe Iato, come mai nella stessa circostanza non ha parlato dell'episodio riguardante Contrada e della comunicazione data a Riina?

MARCHESE G.: perchè stavamo parlando di un altro argomento.

PRESIDENTE: perchè stavano parlando di un altro argomento, dice, questa la risposta>>) cfr. pag. 127 trascrizione udienza 22.4.1994).

Come puntualmente rilevato dal Procuratore Generale nella memoria depositata il 14 novembre 2005, le parole "...Io mica sono io a dire questo, questo e quell'altro... " significano che l'argomento da trattare viene proposto dal Magistrato, alle cui domande (“interrogatori”) il collaborante dice - com’è ovvio - di rispondere quando gli vengono poste.

La congruità delle spiegazioni del Marchese - e cioè l’avere risposto a domande diverse, su argomenti diversi, in contesti diversi - risulta vieppiu’ evidente, come lineare ed incisiva è tutta la narrazione dell’episodio, non appannata dai vistosi limiti culturali ed espressivi del dichiarante, che ha risposto senza tentennamenti e con costanza alle domande rivoltegli in sede di controesame.

Ad ulteriore riprova del fatto che il Marchese non ebbe a “riciclare” un tema da lui precedentemente affrontato per farne materia di una falsa accusa nei confronti del dott. Contrada – in tal modo assecondando chi, avendo interrogato Gaspare Mutolo, avrebbe inteso dare concretezza e specificità alle sue dichiarazioni - vengono in considerazione le modalità del definitivo allontanamento del Riina dalla Villa di Borgo Molara, narrate nel primo dibattimento di appello dal collaborante Giovanni Brusca.


Quest’ultimo, all’udienza del 16 dicembre 1998, ha riferito di essere andato a prendere personalmente a casa il Riina, che in quel frangente era con la moglie ed i tre figli, per accompagnarlo a San Giuseppe Jato, ed ha collocato questo episodio a ridosso della esplosione della seconda guerra di mafia: <<Quando sta per scoppiare la guerra di mafia con l’uccisione di Stefano Bontade e lui smette di abitare in contrada Molara...>>.
Ha precisato, inoltre : <<Salvatore Rina sapeva che c’erano gli scappati, come si suol dire i perdenti, avevano individuato la casa, la zona dove lui abitava, al che’ se ne e’ scappato, e ci sono andato io prima a prenderlo, assieme a lui, cioe’ lui ha messo moglie e figli in macchina, io ho preso la roba piu’ necessaria e me lo sono portato, cioe’ lui e’ venuto a San Giuseppe Jato (pag. 69-72 della trascrizione).
Lo stesso Brusca ha soggiunto che, nella circostanza, il Riina si era messo alla guida di una “Golf”.
Sollecitato dalla domanda del Presidente del collegio <<Non era una mercedes che aveva Riina ? >>, ha risposto <<Aveva una Mercedes e una Golf, in quell’occasione la Mercedes la mando’ da Oliveri, e lui con la golf e’ venuto con me a San Giuseppe Jato, che teneva una mercedes che teneva in garage...
PRESIDENTE:Prima dell’omicidio di Bontade e’ questa circostanza che lei lo va a prendere per farlo andare via da Borgo Molara ?
BRUSCA: Si’, giorni, quando lui se ne e’ andato da San Giuseppe Jato, da Borgo Molara...a Giuseppe jato, subito dopo poi e’ scattato la morte di Stefano Bontade.
PRESIDENTE: Le risulta che attorno allo stesso periodo o poco prima, o poco dopo, ci fu un’altra occasione che si allontano’ da Borgo Molara il Riina?
BRUSCA:No, io so solo questo, poi se in altra occasione precedentemente a questo, se ci sono altri fatti io non li so>> (ibidem, pagg. 69-72).
Quest’ultimo concetto è stato ulteriormente ribadito dal Brusca nel prosieguo dell’esame (pagg. 101-104 della trascrizione):
<<PG DOTT. GATTO:...Lei ha parlato di un allontanamento di Toto’ Riina dalla villa di Borgo Molara dove abitava, che avvenne poco prima dell’inizio della guerra di mafia, e in questa circostanza fu lei che lo ando’ a prendere con tutta la sua famiglia, lo fece rifugiare nella casa di vostra disponibilità’ a San Giuseppe jato, e’ giusto ?
BRUSCA: Si ?
PG DOTT. GATTO: Quindi siamo a poco prima della guerra di mafia.
BRUSCA:Si ?
PG DOTT. GATTO: Precedentemente le risulta, qualche mese prima o comunque nei primi del 1981 che Riina si fosse allontanato anche per breve periodo, per qualche giorno da Borgo Molara ed era venuto egualmente in contrada Dammusi, da voi ?
Le risulta questo, o non le risulta ? ......
BRUSCA: Guardi che Riina si sia allontanato da Molara questo non lo so perché’ non lo posso escludere perché’ non so niente...” (pagg. 101-104)>>.
Lo stesso collaborante, in effetti, immediatamente dopo ha riferito che non gli risultava che il Riina fosse venuto, prima del suo allontanamento definitivo, <<ad abitare con la famiglia>> a San Giuseppe Jato.
Tale precisazione, tuttavia, va coordinata con le affermazioni precedenti e correlata con la stessa precarietà dell’allontanamento riferito dal Marchese, del tutto provvisorio e non propedeutico ad un insediamento definitivo in contrada Dammusi.
La narrazione degli eventi successivi all’allontanamento del Riina ha registrato, poi, una perfetta convergenza tra il narrato del Brusca e quello del Di Maggio:
<<AVVOCATO SBACCHI: Lo ha accompagnato a Dammmuso; ci fu qualcuno che provvide a sgomberare le masse ... di ...che lei sappia ?
BRUSCA:Dopo giorni, ..subito io con Salvatore Riina c’e’ ne siamo andati a Dammusi, lui si fermo’ la’ per dieci, quindici venti giorni, un mese che poi si trasferii’ a Mazara del vallo, dopo giorni ci siamo andati io Di Maggio e un certo Cicchirilli di San Giuseppe Jato, ancora da spendere dell’altro materiale.
AVVOCATO SBACCHI:E’ andato a prelevare effetti personali, intende questo ?
BRUSCA:Effetti personali, mangiare, cioè andare a svuotare il più possibile quella casa>> (pagg. 77-78 della trascrizione).
Agli elementi di differenziazione delle due fughe, sin qui evidenziati (la diversa cronologia, i diversi fiancheggiatori, le diverse autovetture utilizzate dal Riina) si aggiunge quello dei familiari che, nelle due circostanze, accompagnarono il capo mafia.
Soltanto il Marchese, infatti, ha menzionato, oltre alla moglie ed ai figli del Riina, la di lui cognata Manuela, che il Brusca ha escluso essere stata presente in occasione del definitivo allontanamento, quello da lui curato:
<<PG :DOTT. GATTO: ...Senta lei conosce una nipote di Toto’ Riina che si chiama Manuela ?
BRUSCA:Cognata, non nipote.
PG: DOTT. GATTO:...E quando lei ando’ a rilevare Toto’ Riina con tutta la famiglia, questa Manuela c’era o non c’era ?
BRUSCA: In questo momento non c’era.” ( 92-94 della trascrizione)>>.
Non può, dunque,condividersi l’impostazione della Difesa, che in questo giudizio ha ritenuto di desumere dai contributi del Brusca e del Di Maggio - sulla cui attendibilità intrinseca non è stata mossa alcuna censura - la prova del fatto che uno ed uno soltanto fosse stato l’allontanamento di Totò Riina dalla villa di Borgo Molara.
Se, dunque, due furono gli allontanamenti di cui ha parlato Marchese, tra il 2 ottobre e il 4 novembre 1992 non vi fu alcun mutamento di versione, ed a fortiori nessuna manipolazione della fonte propalatoria, denunciata dai difensori appellanti nell’ottica della tesi - che permea l’impianto delle loro censure - di un complotto ai danni dell’imputato.
Né risulta che il Marchese abbia avuto contatti di sorta con il Mutolo nel torno di tempo in cui la Difesa ipotizza l’adattamento manipolatorio delle sue dichiarazioni (2 ottobre 1992- 4 novembre 1992).
Nessuno dei due, infatti, in tale periodo era nelle condizioni di instaurare contatti con l’altro.
Il dottor Francesco Cirillo, direttore del Servizio centrale di protezione del Ministero dell’interno, in sede di audizione alla seconda Commissione del Senato della Repubblica - il relativo verbale è allegato al volume “A” dei Motivi Nuovi di appello - aveva riferito che erano stati bensì accertati contatti tra collaboranti, ma in stato di libertà o fruenti di misure alternative alla detenzione, disposte dai competenti Tribunali di sorveglianza, dal momento che il Servizio Centrale di protezione si occupava soltanto di costoro.
Ulteriori elementi che inducono ad escludere la adombrata preordinazione di un inesistente adeguamento di Marchese a Mutolo sono emersi, poi, dalle dichiarazioni rese nel corso dell’esame cui è stato sottoposto nel primo dibattimento di appello dal collaboratore di giustizia Rosario Spatola. Questi, infatti, nel riferire di tentativi di avvicinamento da parte di altri pentiti (comunque risalenti a due, tre, quattro anni dopo il periodo ottobre–novembre 1992), ha elogiato il contegno e la riservatezza del Marchese.
In particolare, premettendo di avere conosciuto il Marchese, presentatogli dal collaboratore di giustizia Marco Favaloro pochi giorni prima del Natale del '94 (pag. 18 trascrizione udienza 3 dicembre 1998), lo Spatola lo ha definito (pag. 26, ibidem) <<uno dei più riservati, non ama incontrarsi se non casualmente>>; atteggiamento comprensibile da parte dello stesso Marchese, dato che, come evidenziato nella sentenza di primo grado (pagina 1055), egli non aveva esitato ad accusare i suoi stessi parenti, ed addirittura il fratello, di crimini efferati, nutrendo dunque, un estremo interesse al mantenimento dello speciale programma di protezione.
I difensori appellanti, ancora, hanno ritenuto di intravedere un profilo di contrasto tra quanto dichiarato al Pubblico Ministero il 4 novembre 1992 e quanto riferito in sede di esame dal Marchese.
Segnatamente, nella prima circostanza il collaborante avrebbe indicato la villa; nella seconda, la località di Borgo Molara come sito della latitanza di Totò Riina (cfr. pag. 133 vol. II dell’Atto di impugnazione):
<< Si richiama l’attenzione sull’espressione “...la polizia aveva individuato il luogo dove il Riina allora abitava e, nella mattina seguente, vi sarebbe stata una perquisizione...”. Il luogo dove il Riina allora abitava era la villa sita in via Cartiera Grande a Borgo Molara.
Che il Marchese intendesse riferirsi alla villa si deduce, senza alcun dubbio, dalla successiva dichiarazione “...in tale villa il Riina allora abitava insieme alla moglie ed...”(pag. 101, dich. a P.M. 4.11.1992).
Alla udienza del 22.4.1994 il Marchese ha dichiarato:
“...Mio zio Filippo mi tirò da parte e mi disse di andare avvisare, dice, u zu Totuccio e ci dici: <>. Sono andato là a trovarlo, in questa villa e gli dissi: <li sapere me zio, che ci fici sapere u dottor Contrada che dice cà ci avissi a essire una perquisizione.” (pag. 25, ud. 22.4.1994)>>.

A pag. 49 della memoria depositata il 14 novembre 2005 il Procuratore Generale ha fatto rilevare che l’espressione <<il luogo dove il Riina allora abitava>> è polivalente, essendo suscettibile di assumere significati diversi in rapporto a contesti diversi: se certamente, la propria abitazione è “il luogo in cui si abita”, non ogni luogo in cui si abita è la propria casa, potendo esserlo anche la propria città od un quartiere di essa.

Del resto, come puntualmente osservato dallo stesso Procuratore Generale, tenuto conto della povertà dei mezzi espressivi e del vocabolario del collaborante, <casa o di villa, avrebbe fatto ricorso all’indiretta – e, per lui, più arzigogolata – espressione luogo in cui abitava>>.

La tesi secondo cui il Marchese avrebbe fatto costante riferimento alla località e non alla villa è stata efficacemente argomentata nei termini seguenti.

Nella versione riportata nei motivi d’appello il brano delle dichiarazioni dibattimentali del Marchese reca un “cà” accentato.

Nella trascrizione agli atti del processo l’accento non si rinviene.

Le conseguenze sono di non poco momento, giacchè, nel dialetto siciliano, il “cà” accentato significa qua e quello non accentato equivale alla congiunzione che, introduttiva di una proposizione.

Nel primo caso, osserva il Procuratore Generale <qua - cioè alla villa dentro la quale si trovava all’atto del parlare - avrebbe dovuto esserci una perquisizione, in tal modo suffragando l’assunto difensivo che il preannuncio di perquisizione riguardava specificamente l’abitazione del latitante; nel secondo caso, il collaborante avrebbe semplicemente detto a Riina che nella località dov’egli abitava, avrebbe dovuto esserci una perquisizione>>.

Osserva questa Corte che la mancanza dell’accento sulla “a” del “ca” potrebbe essere dovuta ad una omissione del trascrittore.

Tuttavia, l’ascolto della registrazione non si è reso necessario perché lo stesso testo delle dichiarazioni enuncia la fondatezza della ricostruzione del Procuratore Generale.

Ed invero, nella trascrizione agli atti del processo il “ca” è seguito da una virgola ed è preceduto da un apostrofo, e quindi suonerebbe, in vernacolo :”ncaa..”; espressione del tutto anodina, utilizzata come intercalare specialmente da chi ha un basso grado di cultura e, quindi, delle lacune espressive.

Tale conclusione è rafforzata dal fatto che, nel contesto del periodo << Che li sapere me zio, che ci faci sapere u dottor Contrada che dice (o ca, n.d.r. ) ci avissi a essire una perquisizione... >>”, il lemma “dice” non è la terza persona singolare del verbo “dire”, ma25 - in questo caso, abbinato al “ca” - costituisce un’espressione meramente riempitiva, utilizzata come intercalare in quello che i linguisti chiamano “italiano regionale”.

Eliminandolo, quindi, per forza di cose residua il precedente “che”, dopo la parola “Contrada”, e cioè necessariamente una congiunzione, non certo l’avverbio di luogo “qua” (“che ci fici sapere u dottor Contrada che dice ca ci avissi a essire una perquisizione”).

Senza dire che, comunque, anche il “cà” accentato non avrebbe affatto imposto di attribuire all’ambasciata del Marchese il significato inteso della Difesa.

Altra osservazione di carattere lessicale - ma tutt’altro che accademica, ed anzi gravida di implicazioni - è quella fatta dal Procuratore Generale a proposito dell’espressione <<ci avissi a essire una perquisizione>>, che nel dialetto siciliano esprime possibilità o probabilità, ma non certezza, significando “potrebbe” o “dovrebbe” esserci una perquisizione.

Ne deriva che la mancanza di prova della effettiva esecuzione di perquisizioni, o di attività di osservazione, a Borgo Molara in un momento immediatamente successivo alla ambasciata del Marchese non vale ad infirmare la credibilità del collaborante, come invece sostenuto dai difensori appellanti.

Per non dire che, come ampiamente spiegato dal Tribunale (pag. 1032 e segg. della sentenza di primo grado), non vigeva, all’epoca, la prassi di documentare comunque gli atti di Polizia Giudiziaria, specie nel caso di operazioni con esito negativo (emblematici i casi di due perquisizioni domiciliari non documentate, e cioè quella nell’attico di via Jung n.1, effettuata il 30 aprile 1980, della quale ha riferito il teste Firinu, e di quella condotta nelle prime ore del 12 aprile 1980 dal teste Renato Gentile presso l’abitazione di Salvatore Inzerillo, della quale si dirà a proposito della cd. “Vicenda Gentile”).

A conferma dell’interesse investigativo della zona di Borgo Molara, va, inoltre, rimarcato quanto sottolineato dal Tribunale alle pagine 1036 e 1037 della sentenza appellata: <).

Il D’Antone, infatti, pur affermando di non avere ricevuto segnalazioni specifiche nei primi mesi del 1981 in ordine ad una casa sita a Borgo Molara utilizzata come rifugio da Salvatore Riina, ha dichiarato che Borgo Molara era uno dei luoghi, nei dintorni di Palermo, che si prestavano ad occultare latitanti e che spesso, per tale motivo, anche durante il periodo della sua dirigenza alla Squadra Mobile, si mandavano uomini in quella zona per ricercare latitanti ed in particolare i pericolosi “Corleonesi (cfr. ff. 115, 158, 159 ud. 14/7/1995) .

Tale emergenza processuale, di peculiare rilevanza, atteso il ruolo svolto all’epoca dal dott. D’Antone nell’ambito della Squadra Mobile, riscontra l’effettiva esecuzione di pattugliamenti da parte delle Forze di Polizia, finalizzati alla cattura di latitanti, proprio nella zona e nell’epoca indicata dal Marchese, e risulta, peraltro, assolutamente coerente sia con la notizia riferita dal predetto che con le altre risultanze esaminate, sulla base delle quali deve ritenersi che l’allontanamento del Riina da quell’abitazione era stata “consigliata” per motivi di prudenza e non perchè il suo rifugio fosse stato localizzato dalla Polizia>>.

Le considerazioni svolte nel brano dianzi trascritto inducono a superare una ulteriore obiezione, avanzata dalla Difesa nel corso della discussione per screditare la figura ed il contributo di Giuseppe Marchese.

Si assume, cioè, che, una volta “bruciato” il suo covo, perché scoperto dalle forze di Polizia, Totò Riina non avrebbe mai potuto ragionevolmente farvi ritorno.

In realtà, come si è visto, il messaggio di cui era stato latore Giuseppe Marchese riguardava l’imminenza di possibili perquisizioni nella zona, e non nella villa, di Borgo Molara.

La successiva scelta di Riina di fare ritorno nel suo rifugio, dunque, può ragionevolmente spiegarsi con la circostanza che non erano state compiute operazioni di Polizia concernenti la villa di Via Cartiera Grande n.33, e quindi con la convinzione di non essere esposto ad altri pericoli, se è vero che la notizia della sua presenza in quel “covo” sarebbe circolata tra i mafiosi dello schieramento “perdente” soltanto nell’imminenza della seconda guerra di mafia, e cioè nell’aprile del 1981.

Alla stregua del riferimento alla zona e non alla villa di Borgo Molara si supera anche l’obiezione secondo cui i funzionari di Polizia e gli ufficiali dei Carabinieri citati quali testi dalla difesa (vol. II dell’Atto di impugnazione, pagine 145-150) avevano riferito che, agli inizi del 1981, il covo di Totò Riina non era stato ancora individuato dalle Forze di Polizia.

Peraltro, anche sotto un diverso profilo, la circostanza che agli inizi del 1981 non fosse ancora noto alle Forze dell’Ordine il covo del Riina non è indicatrice di mendacio da parte del Marchese .

In altri termini, anche ad ammettere che, agli inizi del 1981, Contrada non sapesse specificamente della presenza di Totò Riina a Borgo Molara - il che appare improbabile, tenuto conto che egli ha dichiarato di avere avuto, nella sua carriera, “centinaia di confidenti” (cfr. pag. 110 trascrizione udienza 13 dicembre 1999) - l’avere avvertito dei tramiti qualificati come i Greco, tra i pochissimi a conoscenza del rifugio dello stesso Riina, della imminenza di possibili operazioni di Polizia in una zona a lui nota come luogo di rifugio di latitanti mafiosi (posto che lo era all’amico e collega Ignazio D’Antone), è una condotta che si pone in perfetta sintonia con il paradigma del concorso esterno in associazione mafiosa, caratterizzato dalla pertinenza al sodalizio in sé delle condotte di agevolazione, illuminate dal dolo diretto.

In questa ottica - anche se, nel narrato del Marchese, l’indicazione di Contrada è correlata alla figura del Riina - è ben possibile che la successiva comunicazione dai Greco a Filippo Marchese, e quindi al collaborante, avesse decodificato una notizia di carattere generale, considerata di grandissimo interesse per la tutela di una figura apicale, e quindi della macchina organizzativa, del sodalizio mafioso.

Sebbene, poi, non constino specifiche censure sul punto, va ricordato come, nel rassegnare i riscontri alle dichiarazioni del Marchese, il Tribunale abbia evidenziato che questi aveva dimostrato di ben conoscere i luoghi da lui indicati, ed in particolare la villa di Borgo Molara dove si era recato ad avvisare il Riina e quella di San Giuseppe Jato dove lo aveva accompagnato (pag. 1022); che dalle risultanze processuali era risultato che la villa di Borgo Molara, di proprietà di tale Carmelo Pastorelli, era nella disponibilità di esponenti di “Cosa Nostra” o comunque di soggetti molto vicini a questa organizzazione; che, in particolare nel 1981, anno cui si riferisce il fatto in esame, era condotta in locazione da un mafioso di particolare spicco, tale Salvatore Tamburello, raggiunto da ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. in quanto indicato da più fonti quale reggente in luogo di Mariano Agate (arrestato nel 1990, altro mafioso alleato del Riina e capo del mandamento di Mazara Del Vallo).

Il Tribunale, ancora, ha valorizzato come riscontro le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Anselmo, “uomo d’onore” della famiglia della Noce, alleata dei corleonesi, fratello del latitante Vincenzo Anselmo, “figlioccio” dello stesso Riina.

Salvatore Anselmo, che aveva iniziato a collaborare nel Novembre del 1984, ed era stato ucciso il 12 novembre 1984, aveva già indicato la villa di via Cartiera Grande n°33 in località Borgo Molara come luogo in cui si rifugiavano e si riunivano il Riina, insieme al fratello Vincenzo Anselmo e ad altri latitanti tra cui anche Bernardo Provenzano (cfr. deposizione resa sul punto dal cap. dei C.C. Leonardo Rotondi).

Oltretutto, l’utilizzazione di quella villa come luogo della latitanza di Salvatore Riina era emersa dalle già citate propalazioni di Baldassare Di Maggio.

Altro riscontro al narrato del Marchese in ordine a questo episodio sono state considerate le indicazioni accusatorie di Gaspare Mutolo circa l’estensione dei favori dell’imputato a soggetti mafiosi appartenenti al gruppo dei Corleonesi, collocandosi la prima fuga del Riina da Borgo Molara <> (pag. 361 della sentenza appellata).

Gaspare Mutolo, infatti, in via bensì esemplificativa, ma immediata e spontanea, si è riferito a Totò Riina come ad uno dei beneficiari di tali favori, riferendo, a domanda del presidente del collegio (pag. 51 trascrizione udienza 12 luglio 1994 che Riccobono gli aveva detto che <<gli stessi favori>> da lui ricevuti erano stati fatti <<mi disse per esempio, che so, Salvatore Riina, per esempio, io sto portando un paragone.




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