Capitolo I lo svolgimento del processo


Le censure riguardanti le propalazioni di Rosario Spatola



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Le censure riguardanti le propalazioni di Rosario Spatola.

Il Tribunale, premesso che Rosario Spatola aveva iniziato a collaborare con la Procura della Repubblica di Marsala nel settembre del 1989, confessando di essere stato affiliato a “Cosa Nostra”, alla fine del 1972 quale "uomo d'onore" della famiglia di Campobello di Mazara, di essere stato dedito al contrabbando di tabacchi e successivamente a vasti traffici di stupefacenti, rilevava che egli, nel corso della sua deposizione dibattimentale, aveva dettagliatamente riferito dei suoi rapporti di assidua frequentazione con "uomini d'onore" della sua famiglia di appartenenza ed anche con quelli delle famiglie del territorio di Palermo, città base dei propri traffici illeciti.

In particolare, lo Spatola aveva indicato tra i suoi referenti l’avvocato Antonio Messina (detto "Totò"), capo della “famiglia” mafiosa di Campobello di Mazara, esercente la professione forense ed a lui legato da un rapporto di “comparaggio” (avendo fatto da padrino di cresima a suo figlio Francesco), nonché i fratelli Rosario e Federico Caro, entrambi trasferitisi a Palermo, appartenenti alla loggia massonica "Grande Oriente d'Italia", nell'ambito della quale Federico Caro aveva ricoperto un grado più elevato.

Questi ultimi, proprio perché residenti a Palermo, erano stati in rapporti di più assidua frequentazione con lui.

Il collaborante aveva, quindi, indicato vari esponenti delle Istituzioni (nell'ambito politico, delle Forze dell'Ordine, della Magistratura ecc.) quali appartenenti alla Massoneria, secondo quanto riferitogli sia dai fratelli Caro che dall'avv. Messina, specificando di avere appreso che, proprio per i soggetti che ricoprono cariche istituzionali, vige all'interno della Massoneria la regola prudenziale di non farne risultare la formale iscrizione in elenchi ufficiali.

Nel ripercorrere le spiegazioni offerte dallo Spatola circa i motivi che lo avevano indotto a collaborare con la giustizia, il Tribunale riteneva pienamente giustificata la tempistica delle propalazioni in esame (il primo verbale contenente dichiarazioni sul conto dell’imputato, è del 16 dicembre 1992) rispetto all’epoca di inizio della collaborazione, intrapresa il 19 settembre 1989.

In particolare, la mattina del 5 dicembre 1989 era stato scongiurato un attentato alla vita del collaborante grazie ad alcune intercettazioni telefoniche dalla sezione di Polizia Giudiziaria della Procura di Marsala. Egli, dunque, era stato prelevato, trasferito nei locali della Procura stessa e successivamente, a Roma, presso gli uffici dell'Alto Commissario, che da quel momento aveva iniziato ad occuparsi stabilmente della sua protezione.

In quella sede, mentre rendeva le sue dichiarazioni al dott. Antonino De Luca, alla porta della stanza in cui egli si trovava aveva visto affacciarsi il dott. Ignazio D'Antone, addetto all'Alto Commissario, che in precedenza aveva saputo essere a disposizione di "Cosa Nostra", nonchè molto vicino a Contrada e, al pari di lui, un “fratello”.

A causa di tale incontro egli non si era più sentito sicuro e aveva pensato che, trattandosi di personaggi "intoccabili", sarebbe stato più opportuno non riferire, nell'immediato, le notizie che aveva appreso nel corso della sua militanza sul loro conto, per paura di crearsi un doppio fronte di nemici: da un lato la mafia, che aveva già decretato la sua condanna a morte, e dall’altro "gli intoccabili" all'interno delle istituzioni, collusi con la stessa organizzazione criminale.

Il Tribunale riteneva pienamente riscontrato tale stato d’animo alla stregua della testimonianza del M.llo dei Carabinieri Enrico Ciavattini, addetto all’assistenza dello Spatola; della situazione di stallo nelle conversazioni con il collaborante, riferita dal teste Sica nel corso del suo esame con riguardo al periodo indicato; della tensione rilevabile dall’ascolto della cassetta con la dicitura 11.11.1989”; dalle stesse dichiarazioni del dott. Ignazio D’Antone, che, escusso nella qualità di imputato di reato connesso, aveva confermato, avendo ricostruito i propri ricordi con il dott. De Luca, di avere fatto capolino nella stanza di questi mentre c’era Spatola, essendo solito proporre al collega di prendere un caffè.

Lo Spatola aveva dichiarato che, solo a seguito della strage che aveva coinvolto il Procuratore Borsellino, al quale era stato legato da un particolare vincolo di affetto e riconoscenza, era prevalso in lui il senso del dovere morale nei suoi confronti rispetto all'iniziale timore di riferire alcune notizie in suo possesso, ed aveva deciso, quindi, di collaborare senza altre remore con gli organi inquirenti.

Quanto a Contrada, aveva riferito di averlo visto per la prima volta nella primavera del 1980 all'interno di un ristorante di Sferracavallo (borgata marinara del Palermitano), denominato " Il Delfino", gestito da tale Antonio, cognato di "don Ciccio Carollo", uomo d'onore e massone palermitano.

A causa di tale rapporto di affinità con il Carollo, il gestore del "Delfino", seppure non formalmente "uomo d'onore", veniva ritenuto soggetto "affidabile" all'interno di "Cosa Nostra" e lo stesso collaborante vi si era recato spesso a pranzare in compagnia dello stesso Rosario Caro.

Nella circostanza, lo Spatola aveva visto il Caro rivolgere un cenno di saluto in direzione di un tavolo, posto in posizione appartata su un piano rialzato, cui si accedeva da alcuni scalini in fondo al locale. Al tavolo erano sedute tre persone: si trattava, come riferitogli dal Caro, del dott. Contrada, di Rosario Riccobono e di una terza persona che lo stesso Caro non conosceva e che, a differenza delle altre due, non aveva risposto al suo saluto.

I tre, uscendo dal locale prima dello Spatola e del Caro, avevano nuovamente rivolto a quest'ultimo un cenno di saluto passando davanti al loro tavolo.

Il collaborante era rimasto sorpreso dalla notizia che l'uomo in compagnia del Riccobono fosse Contrada, di cui, in precedenza, aveva già sentito parlare avendone appreso l'elevato ruolo ricoperto all'interno della Questura di Palermo. Successivamente, egli aveva constatato che l'indicazione fattagli dal Caro sull'identità di quei due uomini (Riccobono e Contrada) corrispondeva al vero, avendo visto alcune fotografie su giornali ritraenti entrambi i soggetti.

In occasione dell'incontro "Al Delfino" egli aveva appreso da Rosario Caro che Contrada era un fratello massone, a disposizione di “Cosa Nostra”, un "buon amico" a cui potersi rivolgere in caso di bisogno o di problemi con la Polizia; che già il fratello Federico aveva ottenuto, grazie alla sua intercessione, il rilascio del porto di pistola e che anche lui era in attesa di ricevere il porto d’armi (enunciazione, quest’ultima, del cui significato si dirà esaminando i motivi di appello).

L’avv. Messina, inoltre, gli aveva indicato in Contrada la fonte delle informazioni dategli in anticipo in ordine a grosse operazioni di polizia eseguite nel Trapanese, e, per quanto concerneva esso collaborante, a Campobello di Mazara; informazioni grazie a cui egli aveva potuto occultare in tempo le armi che deteneva nella propria abitazione. In altre occasioni, e cioè per operazioni di Polizia in ambito locale, era stato preavvisato da tale Pellegrino, ispettore di Polizia presso il Commissariato di Mazara del Vallo, cognato di Nunzio Spezia, "uomo d'onore" della famiglia di Campobello di Mazara.

Il Tribunale, quindi, rassegnava gli elementi a sostegno della positiva verifica della attendibilità intrinseca, estrinseca e del contributo del collaborante.

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Ampia trattazione è state dedicata dai difensori appellanti alle censure riguardanti le propalazioni di Rosario Spatola, svolte nel volume V, capitolo V dell’Atto di impugnazione (pagine da 19 a 126 ) ed oggetto esclusivo delle 245 pagine di cui si compongono i due tomi del volume I dei Motivi nuovi.

Giova muovere, in ordine logico, dalle doglianze che si riferiscono alla personalità dello Spatola, ai tempi ed alle ragioni della sua collaborazione, e dunque alla sua credibilità soggettiva, posta in discussione dalla Difesa sulla base di alcuni rilievi riassumibili nel concetto che le sue “qualità personali e delinquenziali” - indicate nell’essere figlio di un poliziotto, nell’avere gravitato nell'ambiente della prostituzione, nell’essere stato sospettato di sfruttare o agevolare la prostituzione, nell’essere stato un cocainomane, nell’avere riportato condanne per emissione di assegni a vuoto, per bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita e furto - sarebbero <> (pagine 1-15 Tomo I, volume I dei “Motivi Nuovi”).

A questo riguardo, nulla può aggiungersi alle esaustive e persuasive considerazioni operate dal Tribunale in ordine ai rilievi riguardanti la paternità - distante e sostanzialmente rinnegata - del collaborante e circa le significative eccezioni alla regola della non ammissione in “Cosa Nostra” dei figli di esponenti delle Forze dell’Ordine (pagine 908 e seguenti della sentenza appellata),così come è sufficiente rinviare alle osservazioni svolte alle pagine da 924 a 927 della sentenza appellata a proposito della pregressa qualità di consumatore di cocaina dello Spatola.

Non emerge, poi, dal certificato penale del collaborante alcun precedente in materia di prostituzione, né depone nel senso che egli esercitasse il lenocinio la pregressa frequentazione con meretrici29.

I difensori appellanti, nel corso della discussione, hanno fatto riferimento alla sentenza resa dal Tribunale di Trapani il 31.10.1997 nei confronti dell'On. Vincenzo Culicchia, della quale avevano chiesto l’acquisizione in via di rinnovazione parziale della istruzione dibattimentale a pag. 11 del volume A dei motivi nuovi.

Hanno dedotto, in particolare, alle udienze del 27 ottobre e del 10 novembre 2005, che, come risulterebbe da quella decisione, la stessa qualità di associato mafioso dello Spatola era stata posta in dubbio dai collaboratori di giustizia Sinacori, Patti e Bono.

Orbene, la produzione della sentenza in questione non venne ammessa dalla Corte davanti alla quale si svolse il primo dibattimento di appello a cagione del suo non intervenuto passaggio in giudicato, né della sua irrevocabilità è stata data prova in questo dibattimento, di tal che non è possibile apprezzarne i contenuti ai fini della credibilità dello Spatola, peraltro adeguatamente verificata in questo processo con riguardo all’odierno imputato.

Per contro, l’appartenenza dello Spatola al sodalizio mafioso,quale affiliato alla “famiglia” di Campobello di Mazara è stata accertata con la sentenza emessa dal Tribunale di Marsala il 21/12/1992 nell’ambito del procedimento nei confronti di Alfano Nicolò ed altri, parzialmente riformata dalla Corte di Appello di Palermo con sentenza in data 19/3/1994, divenuta irrevocabile in data 27/3/1995, pronunce acquisite all'udienza del 22 settembre 1995 ai sensi dell'art. 238 bis c.p.p., ed ha trovato riscontro nell’insieme degli elementi vagliati dal Tribunale nel paragrafo “Attendibilità intrinseca del collaboratore di giustizia Rosario Spatola” (pagine 892 - 930 della sentenza appellata).

Per altro verso, elevata attendibilità intrinseca, oltre che la veste di mafioso, di Rosario Spatola sono state attestate sia nella citata sentenza Alfano del Tribunale di Marsala (cfr. pagine 92 e segg.), sia nella sentenza di condanna resa dal Tribunale di Palermo il 9 luglio 1997 nei confronti di Mandalari Giuseppe, imputato del delitto di concorso esterno in associazione mafiosa <>> 30; sentenza prodotta nel primo dibattimento di appello all’udienza del 24 marzo 2000, confermata in grado di appello e divenuta irrevocabile in data 7 aprile 1999.

Alle pagine 51-52 della motivazione si afferma, infatti che <<…lo Spatola, uomo d'onore della famiglia di Campobello di Mazara dal 1973, ha permesso di squarciare un velo sulla sussistenza ed organizzazione delle famiglie mafiose trapanesi.

Dalle sue dichiarazioni è emersa la stretta colleganza tra le citate famiglie e quelle facenti capo al territorio della provincia di Palermo, i cui contatti non erano quindi solamente frutto di fattori occasionali bensì conseguenza di una precisa organizzazione territoriale, nella quale i singoli rappresentanti provinciali coordinavano le problematiche criminali riguardanti i rispettivi territori.

Sulla sua attendibilità si sono già pronunciati, positivamente, numerosi Tribunali sia in fase di giudizio incidentale di riesame che in sede di deliberazione delle sentenze e le rispettive pronunce hanno trovato definitiva conferma nelle decisioni della Corte di Cassazione.

Deve, inoltre, essere ribadita la particolare rilevanza della. principale fonte di notizie dello Spatola, costituita dall'Avv. Antonio Messina, anch'egli uomo d'onore di particolare rilievo, già coinvolto negli anni '70 nel procedimento per il rapimento Corleo e, successivamente, definitivamente condannato per la sua appartenenza a Cosa Nostra e per il ruolo svolto nel traffico internazionale di stupefacenti.

Nel corso dell'audizione dibattimentale il collaboratore ha precisato circostanze relative alla partecipazione alla vita massonica da parte dei fratelli Caro che sono risultate integralmente confermate in esito all'escussione di questi ultimi.

Le dichiarazioni dello stesso, ritenute in più procedimenti puntuali e dotate di generica attendibilità, devono, pertanto, essere analogamente valutate>>.

Gli stessi difensori appellanti, del resto, muovono dichiaratamente dal presupposto della qualità di associato mafioso di Rosario Spatola quando, a proposito del suo ritardo nella formulazione delle accuse a carico dell’odierno imputato (pagine 30 e 31 volume primo, tomo primo dei motivi nuovi) osservano : <)>>.

Il riferimento al ritardo nelle accuse dello Spatola ed alla figura del dott. D’antone offre il destro per vagliare l’ulteriore sviluppo delle doglianze in punto di credibilità soggettiva del dichiarante (pagine da 19 ad 81 del volume primo, tomo primo dei motivi nuovi).

Poiché il relativo materiale logico è stato in massima parte già sviscerato nella motivazione della sentenza appellata (pagine 909-924 e 927-930), mette conto soffermarsi unicamente sui momenti essenziali delle censure difensive.

Si assume, innanzitutto, a proposito delle dichiarazioni a carico del dott. D’Antone - frutto, stando al narrato del collaborante, di notizie apprese dal mafioso Stefano Barbera e successivamente confermate e precisate dai fratelli Rosario Caro e Federico Caro - che << La genericità, la vaghezza, l'imprecisione, l'inconsistenza, la contraddittorietà, la banalità, la mancanza di un solo fatto concreto, di un particolare, di un'azione, di un qualsivoglia riscontro o possibilità di riscontro, sono tutti elementi che danno il senso e la misura della totale assenza di serietà, attendibilità e credibilità di un pentito come Spatola.

Nel dire queste cose sul dott. D'Antone, che non avrebbero meritato alcuna considerazione, Spatola ha tentato di conseguire due risultati: colpire un funzionario di polizia che per tanti anni ha lavorato a fianco del dott. Contrada e dare una giustificazione all'inaccettabile ritardo (oltre tre anni) delle sue propalazioni>> (pag. 23 Vol. I Tomo I dei Motivi Nuovi).

Orbene, è vero che lo Spatola non ha enunciato accuse nei riguardi di D’Antone al di là della generica disponibilità a fare favori e dell’esistenza di contatti con esponenti mafiosi.

E’ pur vero, però, che l’affermazione di essere stato intimorito dalla inaspettata constatazione della sua presenza a Roma, negli Uffici dell’Alto Commissario, ha ricevuto un pregnante riscontro dalla sentenza di condanna dello stesso D’Antone per concorso esterno in associazione mafiosa, resa dal Tribunale di Palermo in data 22 giugno 2000, irrevocabile il 26 maggio 2004 a seguito del rigetto del ricorso per cassazione, prodotta in questo dibattimento di appello31.

Peraltro, il timore, l’agitazione, coincisi con la “chiusura” del collaborante, sono stati confermati dalla testimonianza del maresciallo CC Enrico Ciavattini, cui era strato affidato lo stesso Spatola.

Né vale osservare che il D’Antone, tra il 1978 ed il 1979 - epoca in cui Rosario Spatola aveva affermato che gli era stato indicato dal mafioso Stefano Barbera, all’interno del bar Cordaro - dirigesse la sezione “Costumi”, e quindi non potesse agevolare “Cosa Nostra”.

In primo luogo, invero, gli stessi difensori appellanti ricordano che (pag. 105 Vol. IX dell’Atto di impugnazione e pag. 20 tomo I vol. I dei Motivi nuovi), negli anni in cui aveva prestato servizio alla Squadra Mobile (1971 - 1981), egli si era prevalentemente interessato non solo di indagini sulla criminalità comune ma anche, sia pure sporadicamente, di indagini sulla criminalità mafiosa, occupandosi anche di reati in materia di stupefacenti, di gioco d’azzardo e di attentati dinamitardi (ed è notorio che reati prima facie pertinenti al mondo della criminalità comune, come quelli in materia di stupefacenti, trovano sovente addentellato nel mondo della criminalità mafiosa).

In secondo luogo lo Spatola ha riferito che le indicazioni del Barbera erano state confermate da quelle dei fratelli Rosario e Federico Caro nei primi anni ottanta del novecento, e cioè in un’epoca compatibile con quella in cui il dott. D’Antone era stato (dal 1981 al 1985) Dirigente della Squadra Mobile.

Nè, per altro verso, è conducente l’ulteriore osservazione, svolta alle pagine 98, 99 e 100 del volume 5 dell’Atto di impugnazione, che il pentito Spatola, avendo fatto i nomi dei funzionari Contrada e D’Antone quali “fratelli”, << nulla abbia riferito sulla appartenenza alla massoneria, certa e provata dall'esame degli elenchi di affiliati a logge massoniche (cfr.: testimonianza Cap. Bruno - D.I.A.- ud. del 12 ottobre 1995), di altri funzionari della Questura, quali il dott. Giovanni Console, già funzionario della Criminalpol di Palermo, il dott. Salvatore Pernice, ufficiale medico della polizia, il Ten. Col. Domenico Trozzi, già Comandante del Nucleo Elicotteri di Palermo, il dott. Giacomo Orestano, già Capo di Gabinetto della Questuta di Palermo, il dott. Giuseppe Varchi, già Vice Questore Vicario di Trapani, Il dott. Giuseppe Impallomeni, già Dirigente Squadra Mobile di Palermo (questi ultimi due erano aderenti alla loggia massonica della P2), il dott. Giuseppe Nicolicchia, già Questore di Palermo nel 1980-1981>>.

Così come, infatti, l’indicazione di D’Antone era scaturita dalla specifica occasione della sua presenza al bar Cordaro, segnalata allo Spatola dal mafioso Stefano Barbera, tema successivamente ripreso con i fratelli Caro, il riferimento all’odierno imputato aveva tratto spunto dall’episodio dell’incontro al ristorante “Il Delfino”.

E’ plausibile, dunque, che al collaborante non sovvenissero i nomi di altri funzionari di Polizia appartenenti alla massoneria, della cui esistenza, peraltro, egli ha detto di essere al corrente (pag. 14 trascrizione udienza 27.4.1994) . Oltretutto, soltanto dei predetti D’Antone e Contrada egli ha riferito, de relato, la qualità di “fratelli” a disposizione di Cosa Nostra, e non semplicemente di massoni; qualità non emersa, per quanto è dato sapere, rispetto ad altri funzionari di Polizia.

Tanto premesso, la circostanza che Rosario Spatola abbia fatto le sue prime rivelazioni sul conto dell’odierno imputato soltanto nel corso dell’interrogatorio del 16 dicembre 1992, pur avendo iniziato la sua collaborazione con la Giustizia nel settembre 1989, non è in alcun modo sintomo di inaffidabilità.

Secondo i difensori appellanti (pagine 30 e 31 tomo I vol. I dei Motivi nuovi) sarebbe <

Ma anche se avesse ritenuto opportuno non dire nulla sul dott. D'Antone perché questi era in servizio all'Alto Commissariato, non si comprende per quale motivo non avrebbe potuto riferire ciò che sapeva sul dott. Contrada, che in quegli anni svolgeva la sua attività in altro Organismo e cioè al S.I.S.DE, come dichiarato dallo stesso Spatola>>.

Inoltre (pagine 36, 37 e 38, ibidem) <....

O temeva, forse, che accusando Contrada e/o D'Antone sarebbe stato privato della protezione e lasciato alla mercé della vendetta della mafia? Oppure temeva di non essere creduto e, quindi, di essere incriminato per calunnia, ma in tal caso non si comprende come tale timore, nutrito per gli anni precedenti, sia poi scomparso il 16 dicembre 1992, dinanzi al Proc. Agg. Aliquò, in servizio alla Procura di Palermo da moltissimi anni.

Oppure, si sarebbe determinato all'accusa perché ha intuito o saputo o qualcuno lo ha informato che di lì a poco sarebbe passato sotto la protezione del Servizio Centrale Protezione o della D.I.A., essendo in fase di scioglimento l'Ufficio dell'Alto Commissario, o, ancora, perché qualcuno gli ha segnalato che di lì a poco Contrada e D'Antone sarebbero stati arrestati, o perlomeno il dott. Contrada, come in effetti si è verificato>>.

Quest’ultima osservazione prelude - nell’ottica di un complotto tradottosi in una regia delle accuse dei collaboranti - a quella secondo cui (pag. 38, ibidem) <>.

Le superiori deduzioni sono, all’evidenza, infondate.

Va considerato, infatti, che la comparsa del dott. D’Antone nella stanza del dott. De Luca (pag. 916 ad finem della sentenza appellata) coincise con la fase del primo e preliminare contatto tra lo Spatola - sino a quel momento “gestito” della Procura della Repubblica di Marsala - e l’Ufficio dell’Alto Commissario, allorquando la famiglia del collaborante non era stata ancora trasferita dalla Sicilia (pag. 918, ibidem).

In tale frangente, il carattere ambientale della sfiducia nutrita dallo stesso Spatola, il suo timore di bruciarsi accusando degli “intoccabili”, la sua diffidenza nei riguardi del sistema in cui era stato inserito - ben diverso dall’ambiente nel quale la sua collaborazione aveva avuto inizio, percepito come protettivo anche in forza del rapporto di fiducia con il Procuratore Paolo Borsellino - ben spiegano il suo silenzio sull’imputato ("Ma pensai bene che il silenzio in quel caso era d'oro... ma sa su mille persone per bene ne basta una per farti paura... ", pag. 62, ud. 27.4.1994).

E’ del tutto plausibile, cioè, che lo Spatola, consapevole che la sua veste di collaborante avrebbe comportato il suo affidamento all’Ufficio dell’Alto Commissario, avesse ritenuto più prudente tacere a prescindere dalla eventualità di probabili, ulteriori colloqui con il Procuratore Borsellino. Parimenti plausibile, a questa stregua, è il fatto che egli non si sentisse in grado di distinguere tra funzionari affidabili ed inaffidabili, e quindi non avesse cercato, ad esempio, come suoi referenti l'Alto Commissario Sica o i magistrati Di Maggio e Misiani.

Né può convenirsi sull’osservazione secondo cui, quand’anche <>, lo Spatola avrebbe ben potuto <>>.

Egli, infatti, aveva rivolto, nei riguardi dei due funzionari, accuse di collusione di tenore analogo ed attinte dai medesimi referenti (i fratelli Caro), e quindi non è pensabile che si esponesse nei confronti dell’uno tacendo sull’altro.

Ed ancora, il metus ambientale, il timore dei riguardi del sistema, l’intervenuta diffidenza nei confronti delle Istituzioni valgono a fugare le perplessità difensive su quali <>> avrebbe potuto paventare lo Spatola laddove << nel 1989 o 1990 o 1991 o 1992 (sino al 16 dicembre) avesse enunciato accuse a carico di Contrada e D'Antone>>.

Che, poi, lo Spatola non avesse detto nulla dell’odierno imputato nei primi due mesi della sua collaborazione, e cioè durante la sua permanenza a Marsala, trova una evidente spiegazione nel fatto che le notizie di immediato interesse per la Procura marsalese, tali da costituire lo spunto per eventuali domande, riguardavano fatti di reato di competenza di quel circondario.

I difensori hanno ulteriormente dedotto che per lo Spatola sarebbe stato più rischioso tacere che parlare ove fosse stato davvero <>> di Contrada e D'Antone, sul rilievo che <<se questi veramente fossero stati collusi, avrebbero agito in linea preventiva non soltanto contro Spatola ma contro tutti i mafiosi pentiti che non li avevano ancora accusati, ma che avrebbero potuto farlo e contro tutti i mafiosi predisposti al pentimento....>>.

A tale provocazione dialettica è agevole opporre che il silenzio avrebbe garantito tranquillità e credibilità allo stesso Spatola senza esporre ad ulteriori rischi i predetti funzionari (nei cui riguardi, peraltro, nessuno ha mai ipotizzato il proposito di fare sopprimere fisicamente i loro potenziali accusatori, ammesso e non concesso che tutti costoro fossero a priori individuabili).

Chiarite, dunque, le ragioni della “chiusura” di Rosario Spatola, va rilevato come il collaborante abbia dato adeguata contezza del motivo per cui, soltanto in occasione dell’interrogatorio del 16 dicembre 1992, il timore di non essere creduto avesse ceduto il passo al proposito di esternare i suoi primi ricordi su fatti riguardanti l’imputato.

Premesso, infatti, che - come chiarito dallo Spatola - cioè il primo successivo alle stragi di Capaci e di via D’Amelio, tenuto del settembre 1992, aveva riguardato tutt’altro argomento, e cioè quanto, a sua conoscenza, di interesse per l’omicidio Lima, appare accettabile la giustificazione di avere voluto onorare la memoria dei giudici Falcone e Borsellino, vittime delle stragi del 23 maggio e del 19 luglio 1992.

Essa, infatti, al di là della sua valenza morale, della quale la Difesa dubita in relazione alla personalità dello Spatola, trae consistenza anche da uno specifico episodio da lui riferito, e cioè l’arresto del latitante Pier Maurizio Cecchini, che giova lumeggiare - al fine di comprenderne i nessi e l’attualità rispetto alle indicazioni riguardanti Contrada - più di quanto non abbia fatto il Tribunale.

Secondo la ricostruzione contenuta nella sentenza appellata (pag. 904-905, 915- 916, 929), lo Spatola aveva segnalato ad una “volante” della Polizia la presenza, nei pressi della sua abitazione, a Roma, del latitante Pier Maurizio Cecchini, colpito da ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. di Marsala a seguito delle sue accuse.

Tale evento, tempestivamente comunicato per le vie brevi al Procuratore Borsellino - che si era precipitato a Roma per interrogare il Cecchini, sperando che potesse svelare il motivo per cui si trovava in quel luogo, a così breve distanza dall'abitazione del collaborante - aveva determinato il cambiamento della sistemazione logistica dello stesso Spatola.

Quest’ultimo, dunque, nel corso dell’interrogatorio del 16/12/1992 aveva ritenuto di riferire quanto a sua conoscenza sull’odierno imputato prendendo spunto dall’episodio di quel temuto attentato alla sua vita, memore del particolare vincolo di riconoscenza nutrito nei confronti del dott. Borsellino.

Ora, l’esame del 10 ottobre 1994 offre, ad avviso di questa Corte, uno spunto ulteriore.

Lo Spatola, a proposito del modo in cui poteva essere stata localizzata la sua abitazione, adombra il sospetto che qualcuno, all’interno degli Uffici dell’Alto Commissario, avesse voluto esporlo ad una azione ritorsiva o intimidativa del Cecchini.

Egli, infatti, riferisce (pagine 62 e 63 della trascrizione) che <<dopo questo fatto praticamente qualcuno, anche una funzionaria disse "sa le possono avere intercettato una telefonata tra lei e la Filippello32, qualcuno... dice non bisogna fidarsi"... al che io li lasciavo parlare e lasciavo credere che,sì poteva essere stata questa telefonata della Filippello... perché qualcuno... perché si era arrivati a me in questo modo, cioè lasciavo credere quello che loro così insinuavano, parlavano... non dicevo di avere, come dire, sospetti verso l'Alto Commissariato, verso nessuno, e tutt'oggi non posso dire, fare alcuna accusa verso queste persone. Lasciavo credere che fosse potuto succedere in questo modo, tramite la Filippello, poi quando fui interrogato dissi che... ed è verbalizzato, io non sospetto, non avevo mai sospettato e non sospetto tutt'oggi della Filippello, però lo lasciavo credere, mi faceva comodo così>>.

Il collaborante ha soggiunto che, la sera stessa dell’arresto del Cecchini, era pervenuta a casa della sorella una telefonata di una persona che, esprimendosi con un accento palermitano così marcato da apparire artificioso, aveva detto <<stu cornuto di sbirro per questa volta l'ha fatta franca>>. In tale circostanza, egli aveva pensato all’avv. Antonio Messina, aduso ad ostentare quell’accento, sospettando che fosse stato al corrente della presenza del Cecchini

A questa stregua, il senso di gratitudine verso il dott. Borsellino, alla base dell’impulso dello Spatola di aprirsi, appare derivato dall’idea dell’antitesi tra un uomo delle istituzioni che lo aveva protetto (già a Marsala, da due attentati) e qualcuno che, all’interno delle istituzioni stesse, lo aveva tradito, rivelando il suo domicilio ad esponenti mafiosi.

Infine, l’ipotesi, prospettata dai difensori appellanti, secondo cui lo Spatola si sarebbe determinato a parlare di Contrada e di D'Antone <> ripropone la teoria del complotto.

Gli stessi difensori assumono, infatti, che occorreva - come tassello della costruzione dell’accusa - una collaborazione che:


  • ampliasse l’ambito territoriale delle “soffiate dell’imputato” (nella specie riguardanti, secondo il narrato di Spatola, operazioni di Polizia nel Trapanese);

  • desse consistenza, al contempo, con un narrato de visu, alla tesi del rapporto diretto Contrada - Riccobono, sino a quel momento oggetto di propalazioni de relato (come avvenuto, nel caso di specie, con l’episodio del pranzo al ristorante “Il Delfino”).

Al riguardo, è’ appena il caso di ribadire che la convergenza di più collaborazioni non denota una loro preordinazione o regia (che necessariamente dovrebbe essere estesa all’intero compendio dei contributi), ma può, al contrario - salva la doverosa verifica della originalità ed autonomia di ciascuna collaborazione, che il primo giudice ha compiuto in modo esaustivo anche con riguardo a Rosario Spatola - formare o rafforzare il quadro accusatorio.

L’affidabilità, e quindi la credibilità intrinseca di Rosario Spatola, sono state messe in discussione dalla Difesa anche a seguito del diniego di proroga del programma di protezione del collaborante, diniego sopravvenuto al giudizio di primo grado.

Il provvedimento, recante la data del 27 giugno 1997 e prodotto all’udienza dell’undici marzo 1999 nell’ambito del primo dibattimento di appello, non incide, ad avviso di questa Corte, sul positivo giudizio di attendibilità intrinseca formulato dal Tribunale.

Lo Spatola, infatti, all’udienza del 3 dicembre 1998 ha integralmente confermato le dichiarazioni rese in primo grado nei riguardi di Contrada pur non essendo, ormai, sottoposto a programma di protezione, e cioè pur non godendo più benefici ad esso correlati ed essendo esposto ai rischi connessi alla sua mancata proroga.

Altro indicatore di genuinità è il fatto, rilevabile dallo stesso tenore del provvedimento, che le violazioni all’origine del diniego di proroga sono successive alle deposizioni dibattimentali del 1994 (si fa riferimento alle note del servizio centrale di protezione in data 12 aprile 1996, 25 maggio 1996, 17 settembre 1996, 20 novembre 1996, 3 gennaio 1997, 24 gennaio 1997, 17 febbraio 1997, 19 marzo 1997 e 22 marzo 1997).

Esse, inoltre, involgono essenzialmente l’incapacità dello Spatola di tutelare se stesso, non, dunque, la constatazione di possibili subornazioni o accordi fraudolenti (recita il provvedimento <<sono stati denunciati in particolare, la sistematica violazione degli obblighi di riservatezza; l’intrattenimento di rapporti con altri collaboratori di giustizia;l’intestazione di una propria autovettura alla moglie di un altro collaboratore di giustizia; la mancata produzione della documentazione relativa ad acquisti, per i quali aveva ottenuto a sua richiesta un contributo economico “una tantum”; il rilascio di interviste non autorizzate; il disvelamento della località protetta e del relativo recapito telefonico; la ripetuta formulazione di istanze spropositate e non accoglibili; la rinuncia alla scorta per recarsi a rendere dichiarazioni dinanzi all’Autorità Giudiziaria; il rifiuto di accettare il cambiamento del domicilio protetto presso il quale aveva denunciato di avere ricevuto minacce; ed i numerosi problemi generati al Servizio Centrale di protezione, nei confronti del quale non esercitava la dovuta collaborazione affinchè potessero essere adottate adeguate misure di tutela>>).

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La verifica della attendibilità intrinseca di Rosario Spatola intercetta anche gli argomenti - e le relative censure - della presunta affiliazione massonica dell’imputato e del suo interessamento per fare ottenere i porti d’arma ai fratelli Rosario e Federico Caro.

Del primo argomento (massoneria) si parla diffusamente alle pagine da 19 a 126 del volume V capitolo V dell’Atto di impugnazione, oltre che nell’intero tomo secondo del volume primo dei motivi nuovi.

Il secondo argomento (interessamento nel rilascio dei porti d’arma ai fratelli Caro) è stato sviluppato nelle pagine 117-126 del volume V capitolo V dell’Atto di impugnazione, nonché nelle pagine 191-227 del tomo primo del volume primo dei Motivi nuovi.

Quanto alla presunta qualità di “fratello” attribuita a Contrada, della quale lo Spatola ha riferito di avere appreso dai fratelli Caro, deve essere condivisa l’osservazione del Tribunale secondo cui, pur non avendo le risultanze dibattimentali consentito di acquisire la prova dell’appartenenza dell’imputato alla Massoneria, intesa come regolare iscrizione a logge ufficiali, emergente da risultanze documentali o testimoniali, la credibilità del collaborante non ne risulta infirmata, come non è stata smentita l’attendibilità delle sue fonti.

Ragioni di brevità espositiva impongono, innanzitutto, di rinviare a tutte le considerazioni svolte dal Tribunale al fine di evidenziare come soggetti indicati come massoni da Rosario Spatola, e cioè i Caro, l’armiere Dieli ed il politico Benito Vella (pagine 950-959) abbiano maldestramente minimizzato (i primi) o mendacemente negato (il secondo) o, altrettanto mendacemente, riferito di non ricordare (il terzo) i loro rapporti con il collaborante. Allo stesso modo, va fatto rinvio alle considerazioni poste da quel giudice a sostegno della conclusione che l’avv. Antonio Messina non aveva detto il vero, smentendo le dichiarazioni dello stesso Spatola circa le affermazioni attribuitegli dal collaborante (pagine 965-970).

Dovendosi, dunque, condividere le valutazioni circa la genuinità delle dichiarazioni de relato di Rosario Spatola - e quindi, per quanto qui interessa, circa la veridicità della circostanza che i Caro avessero definito l’odierno imputato“un fratello”- non è affatto irragionevole ritenere che gli stessi Caro, da massoni, nutrissero la plausibile convinzione che si potesse comunque contare su Contrada.

Militano in questa direzione ulteriori emergenze, acquisite nel primo dibattimento di appello.

Segnatamente, come ricordato dal Procuratore Generale nella memoria depositata nel corso di questo giudizio il 14 novembre 2005, con la sentenza resa nei confronti di Michele Sindona + 25 in data 18 marzo 1986, parzialmente riformata dalla Corte di Assise di Appello di Milano con sentenza del 5 marzo 1987, divenuta irrevocabile, prodotta nel primo dibattimento di appello all’udienza del 22 marzo 2000, la Corte di Assise di Milano accertò che il simulato sequestro dello stesso Sindona era stato propiziato e gestito da Cosa Nostra siciliana in collegamento con la mafia siculo-americana, nonché dalla Massoneria33.

Tale conclusione è stata ulteriormente avvalorata dalla già menzionata sentenza di condanna resa dal Tribunale di Palermo il 9 luglio 1997 nei confronti di Mandalari Giuseppe, divenuta irrevocabile, sentenza prodotta nel primo dibattimento di appello all’udienza del 24 marzo 2000 (pagine 401-405).

In essa, inoltre, per quanto qui rileva, nell’ambito del capitolo dedicato al tema “I rapporti tra mafia e massoneria” (pagine 348-405) è stato accertato come <<effettivamente sussistente un generale interesse dell'associazione mafiosa denominata “Cosa Nostra” all'infiltrazione in organismi associativi comprendenti personaggi delle istituzioni ….>>, funzionalmente diretta <<a consentire la costituzione di rapporti interpersonali degli esponenti dell'associazione mafiosa ed i rappresentanti più illustri della società civile al fine di garantire raggiungimento degli scopi della medesima organizzazione criminosa…>>(pagine 348 e 349).

La sentenza Mandalari riporta le dichiarazioni dello stesso Rosario Spatola su un vertice tenuto nell'estate del 1979 nella casa di Federico Caro, appena ultimata, in contrada Tre Fontane di Campobello di Mazara, cui, tra gli altri, secondo quanto narrato dal collaborante, avevano partecipato Giuseppe Miceli Crimi (medico affiliato alla P2, sempre vicino a Michele Sindona nelle vari fasi del finto sequestro, oltre che autore del suo ferimento ad una gamba, preordinato a renderlo più verosimile), lo stesso Michele Sindona, Stefano Bontade, Ciccio Carollo (cognato di Antonino Pedone, gestore del ristorante “ Il Delfino” di Sferracavallo) ed altri massoni.

Il ricordo di tale evento è stato legato dallo Spatola alla circostanza che il Miceli Crimi aveva donato agli altri fratelli una penna d'oro con su scritto il suo nome ed il grado, penna notata dal collaborante in possesso di Rosario Caro (pag. 375-376).

Orbene, per quanto non ne siano state accertate compiutamente le finalità, la verificazione di detto incontro (già menzionato nella sentenza resa dal Tribunale di Marsala nel procedimento contro Alfano ed altri, cfr. pag. 979 e seguenti della sentenza appellata) rafforza la prova dell’intreccio di rapporti tra mafia e massoneria deviata nella gestione del falso sequestro Sindona ed offre uno spaccato dello spessore di massone (di elevato grado, il 33) del livello delle conoscenze e quindi della attendibilità di Federico Caro, referente di Rosario Spatola.

Nella stessa sentenza Mandalari, del resto, si osserva (pagine 378 e 379) : << Appare, invece, assai rilevante sottolineare la partecipazione alla vita massonica da parte dei fratelli Caro di Campobello, anch'essi uomini d'onore della medesima famiglia mafiosa, che costituivano la fonte principale di assunzione di informazioni da parte dello Spatola anche sull'esistenza dei rapporti tra uomini delle istituzioni ed esponenti mafiosi.

Orbene, escussi all'udienza dibattimentale del 16 aprile 1997 i fratelli Caro Rosario e Caro Federico hanno confermato di avere ritualmente partecipato alla vita massonica quali affiliati alla loggia Triquetra, di Palermo che era solita riunirsi proprio in P.zza Verdi e di avere conosciuto il Mandalari intorno agli anni '70.

Il Federico, poi, ha ammesso anche di avere conosciuto l’avv. Totò Messina di Campobello quale fratello massone ed ha ricordato di essere stato giudicato per il favoreggiamento di Michele Sindona.

Tali dichiarazioni, pertanto, costituiscono un pregnante riscontro alla veridicità delle accuse dello Spatola, che possono, quindi, ritenersi confermate quantomeno con riferimento alla veridicità della fonte essendo stato appurato che sia i Caro che il Messina, indicati dal collaboratore quali abituali suoi informatori, erano soggetti coinvolti nella vita massonica ed al contempo inseriti negli ambienti criminali di Campobello se è vero che il Messina è già stato giudicato definitivamente e condannato in relazione alla sua partecipazione all'associazione mafiosa>>.

Il Tribunale ha definito <> , il comportamento processuale dell’imputato <<…in ordine ai rapporti con molti soggetti risultati iscritti a logge massoniche di cui facevano parte noti mafiosi (v. iscrizione dott. Camillo Albeggiani alla “Camea” di cui facevano parte Vitale, Foderà e Siino) e con altri risultati iscritti alla P2 e coinvolti nel falso sequestro Sindona>> (pagine 992 e 993 della sentenza appellata).

Ritiene questa Corte che non possa negarsi, in linea generale, piena dignità logica alla proposizione difensiva secondo cui i contatti o i rapporti con massoni, o addirittura con iscritti alla loggia P2, non sono, in quanto tali, contatti o rapporti massonici, essendo giustificabili da ragioni di ufficio, di mera conoscenza o amicizia personale.

Deve, tuttavia, convenirsi sulle perplessità manifestate dal Tribunale almeno su uno di tali rapporti, e cioè quello con l’avv. Salvatore Bellassai, capo gruppo della P2 per la Sicilia, perplessità non dissipate dal dato oggettivo del tempo trascorso tra le annotazioni sulle agende dell’imputato ed il momento in cui egli è stato chiamato a difendersi in questo processo, e quindi dalla difficoltà mnemonica di giustificarle.

Sebbene le argomentazioni del primo giudice (pagine 986-992 della sentenza appellata) esauriscano in massima parte le censure svolte alle pagine 105-107 del volume 5 dei motivi di appello, deve rilevarsi che l’affermazione difensiva secondo cui prima del 2 febbraio 1978 (…) non esiste alcuna traccia di rapporti tra l'avv. Bellassai ed il dott. Contrada; ciò perché i due, prima del 1978 non si conoscevano>> non si concilia con le dichiarazioni dello stesso imputato.

Questi, infatti, all’udienza del 29 settembre 1995 ha dichiarato di avere conosciuto l'avvocato Bellassai nell'anticamera del Questore Epifanio 34<< presso il quale l'avvocato stesso si era recato per portare dei biglietti di invito alla Festa del Mandorlo in fiore ad Agrigento, perchè era commissario straordinario dell'Ente Turismo di Agrigento>>.

Ha soggiunto che, successivamente, il Questore lo aveva convocato nel suo ufficio - dove aveva trovato lo stesso Bellassai - e lo aveva incaricato di occuparsi della vicenda relativa ad un presunto attentato ai suoi danni, perpetrato con un colpo di arma da fuoco alla sua Mercedes nei pressi di Lercara Friddi, mentre si stava recando a Ragusa.

Egli, tuttavia, visionando l’autovettura oggetto dell’asserito attentato, si era reso conto che non si era trattato di un colpo di fucile, bensì di una pietra che aveva lievemente incrinato il parabrezza. A causa di tale episodio aveva avuto un paio di contatti telefonici con il Bellassai e non aveva mai saputo che era iscritto alla P2. Aveva affermato, inoltre,di non avere mai avuto con lui rapporti di natura personale se non quelli accennati per ragioni d’ufficio.

Orbene, come evidenziato dal Procuratore Generale nella memoria depositata il 14 novembre 2005, dalla nota del 4\11\98 del Centro Operativo D.I.A. di Palermo, cui è allegata nota del 23\10\98 del Centro di Agrigento – entrambe prodotte nel primo dibattimento d’appello – è risultato che l’avv. Bellassai “ha ricoperto la carica di Commissario Straordinario dell’Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Agrigento, con D.A. nr. 160 del 06.12.1968, nonchè la carica di Presidente della predetta Azienda, con D.A. nr.254 del 02.10.1969, verosimilmente fino al gennaio 1975”; epoca, peraltro, antecedente al periodo ( dal 6 dicembre 1976 al 15 dicembre 1979) in cui il dott. Epifanio diresse la Questura di Palermo.

A sua volta, l’avv. Bellassai, escusso all’udienza del 3/10/1995, assumendo di avere conosciuto Contrada in occasione del presunto attentato da lui patito il 22 gennaio 1978 quando ricopriva l’incarico di Commissario di governo degli Ospedali Riuniti di Ragusa, ha precisato di avere rinunciato dopo dieci giorni alla scorta della Criminalpol di Palermo e di essersi dimesso dopo alcuni mesi dal predetto incarico; non giustificandosi, quindi, la causale delle esigenze di sicurezza e del patito attentato che, nei motivi di appello viene attribuita ad annotazioni dell’imputato anche molti mesi successive (ad esempio, quella del 27 maggio 1978).

Per altro verso, lo stesso Bellassai ha categoricamente escluso di avere mai incontrato Contrada ad eccezione dell’unica occasione in cui questi aveva ispezionato il parabrezza della sua autovettura, e di essersi mai recato presso il suo ufficio,: (P.M.: Ma di incontri, invece, personali?




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