Capitolo I lo svolgimento del processo



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P.M.: Cosa?

SPATOLA R.: Il porto d’armi di pistola. Parlo di porto d’armi, cioè, portarla liberamente addosso, non detenzione in casa>>

In ogni caso, il tempo trascorso dai fatti, l’affinità concettuale - anche se non di regime giuridico - tra porto di fucile per uso caccia e porto di pistola e la stessa, modesta scolarizzazione del collaborante (<<Io la quinta ho, devo distinguere quello e quell’altro>>, cfr. pag. 100 trascrizione udienza 27 aprile 1994) fugano del tutto l’ipotesi del mendacio nei termini paventati dalla Difesa.

Per analoghe ragioni, non scandalizza affatto che Rosario Spatola non abbia distinto, riferendosi a Federico Caro e narrando di una circostanza appresa oltre dieci anni prima, tra rilascio e rinnovo del porto di pistola.

Non ha pregio alcuno, infine, l’ipotesi di una sinergia artificiosamente preordinata con le dichiarazioni del pentito Cancemi, relative all’interessamento dell’imputato per il porto d’armi a Stefano Bontate.

Vale la pena ricordare, a questo riguardo, che - nuovamente escusso nel primo dibattimento di appello - pur non peritandosi di riferire dei contatti tra collaboranti e degli approcci nei suoi confronti (non relativi, comunque, al processo Contrada) - Rosario Spatola ha riferito di non conoscere il Cancemi. Né sorprende, tenuto conto dell’importanza tutto sommato marginale dell’interessamento dell’imputato per i porti d’arma dei Caro e del tempo trascorso tra gli eventi riferiti e le dichiarazioni, che il ricordo di tali vicende non fosse immediatamente sovvenuto al collaborante.

*****


Ulteriore fronte di attacco alla attendibilità di Rosario Spatola è, nel corpo del volume I, tomo I dei Motivi nuovi (pagine 228 e seguenti), il senso delle dichiarazioni da lui fatte a proposito della fallita operazione di Polizia all’Hotel Costa Verde di Cefalù, risalente al 1984.

Come riferito in questo processo dal funzionario di Polizia Santi Donato (cfr. ff. 155 e ss. ud. 13/5/1994) e dal magistrato Raimondo Cerami (cfr. ud. 13/5/1994 ff. 107 e ss.) l’operazione di Polizia denominata “ Hotel Costa Verde” - preordinata alla cattura di alcuni latitanti mafiosi di spicco tra cui Salvatore Riina, riunitisi in quell’albergo per un banchetto di nozze - fallì a causa di una direttiva impartita dal dott. D’Antone, all’epoca dirigente della Squadra Mobile di Palermo, che modificò le originarie modalità di intervento programmate dai funzionari Cassarà e Montana.

L’episodio, dunque, non riguarda Bruno Contrada, ma Ignazio D’Antone, ed ha costituito uno dei fondamenti della affermazione della sua responsabilità per concorso esterno in associazione mafiosa (cfr. le già citate sentenze a carico del dott. D’Antone, prodotte in questo dibattimento di appello).

Per quanto qui rileva, nel corso dell’interrogatorio del 16 dicembre 1992, Rosario Spatola dichiarò di avere appreso dall’avv. Antonio Messina che l’irruzione delle Forze dell’Ordine era stata preannunciata, con dieci minuti di anticipo, da una telefonata proveniente dai “Vertici della Questura di Palermo”, che aveva dato ai latitanti la possibilità di darsi alla fuga.

In sede di interrogatorio, così come nel corso dell’esame reso il 27 aprile 1994, lo Spatola ha precisato che non gli era stato fatto il nome del funzionario di Polizia autore della “soffiata”.

Orbene, i difensori appellanti stigmatizzano come sintomatico di una manipolazione del collaborante, nel quadro di una ipotizzata regia complessiva delle collaborazioni, il fatto che l’episodio in parola fosse stato narrato nel contesto delle propalazioni a carico di Contrada, tanto da costituire oggetto, tra l’altro, della richiesta al G.I.P. di emissione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Deducono, in particolare (pagine 232 - 235 volume I, Tomo I dei motivi nuovi) : <della Questura, di cui aveva parlato Spatola.

Si deve ancora una volta sottolineare che - secondo il racconto del pentito - a quel ricevimento matrimoniale c'era Totò Rima, oltre tanti altri esponenti di Cosa Nostra, il quale era riuscito a sottrarsi alla cattura per la "provvidenziale" telefonata dai vertici della Questura, e che alla data del 16.12.1992 aveva già reso (precisamente il 5.11.1992) le sue dichiarazioni l'altro pentito Marchese Giuseppe (Pino) che aveva incentrato la sua principale e più grave accusa nei confronti del dott. Contrada sul fatto che questi, all'inizio del 1981, avrebbe fatto fuggire da Borgo Molara proprio Totò Riina.

Le due accuse, provenienti da pentiti diversi, si sarebbero incrociate e rafforzate di valenza probatoria l'una con l'altra.

Non avendo ciò potuto realizzare, per l'errore commesso di indicare una operazione di polizia fallita nel 1984, mettendola in relazione con una telefonata proveniente dai "vertici" della Questura, lo Spatola ha tentato di porre rimedio nel successivo interrogatorio ai PP.MM. del 23 dicembre 1993, data coincidente esattamente con la scadenza del termine di un anno della carcerazione preventiva del dott. Contrada.

Infatti, in tale interrogatorio, ha enunciato l'accusa (per la prima volta) degli "avvisi" che il dott. Contrada avrebbe dato ai mafiosi per neutralizzare o sventare le operazioni di polizia programmate sul territorio; questa volta, il dott. Contrada avrebbe posto in essere l'attività delittuosa non più quale funzionario di P.S., ma quale funzionario del S.I.S.DE e Capo di Gabinetto dell'Alto Commissario (anni 1982-1985). In tal modo, si sarebbe realizzata alla perfezione la "convergenza molteplice" delle accuse, aventi per oggetto la "protezione dei latitanti di mafia" addebitata al dott. Contrada con una valenza notevole sia di ordine temporale, cioè dal 1982 al 1985, sia di ordine spaziale, cioè tutte le Province siciliane, con particolare riguardo a quelle di Palermo e Trapani, sia di ordine soggettivo, cioè gli esponenti di tutte le "famiglie" di mafia>>.

Nel caso di specie, l’ipotesi, avanzata dai difensori appellanti, che l’interrogatorio effettuato dal Procuratore della Repubblica di Termini Imerese abbia indotto la Procura di Palermo, ovvero personale della D.I.A., a rivedere una presunta strategia volta ad incastrare l’odierno imputato, cede di fronte alla constatazione che Rosario Spatola ha, sin dall’inizio, chiarito i limiti delle sue conoscenze sull’operazione “Hotel Costa Verde”.

La circostanza, dunque, che quell’operazione fosse stata menzionata tra gli episodi che avevano formato il compendio indiziario a sostegno dell’adozione della misura della custodia in carcere, non investe il livello della credibilità del collaborante, ma, semmai, la pertinenza delle valutazioni in sede cautelare.

Lo stesso Spatola, del resto, alle contestazioni mosse in dibattimento circa il ritardo nelle sue accuse - non gli è stato specificamente chiesto perché non avesse insistito nelle indicazioni sull’operazione “Hotel Costa Verde” - ha risposto di avere esposto i fatti sovvenutigli nel tempo, ovvero di avere, sul momento, dimenticato quelli che, nello sviluppo degli interrogatori, non erano stati sondati.

Questa giustificazione, in effetti, è stata data quando il Presidente del collegio ha chiesto al collaborante perché non avesse parlato, da subito, dell’episodio dell’incontro al ristorante “Il Delfino” <<Ora (come mai lei parlò dell’incontro al ristorante Delfino non nel primo interrogatorio, ma nel secondo?>>) , ma la sostanza dei concetti è la medesima anche in relazione ai ritardi dei quali non è stato chiesta specifica contezza.

Il collaborante, infatti, ha risposto :<< SPATOLA R: <






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