Capitolo I lo svolgimento del processo



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P.M.:Signora, lei sta parlando di negozi lei? Perchè avvenne nel negozio questo colloquio?

RUISI A.:Io le sto dicendo come si sono svolti i fatti.

P.M.:E avvenne nel negozio? Lei sta dicendo che è avvenuto nel negozio?

RUISI A.:No, mai è venuta al negozio.

P.M.:E allora perchè parla di negozio?

RUISI A.:Io sto dicendo.... Perchè dico questo, perchè io mi trovo qui.... Perchè io mi trovo qui? Me lo dica lei perchè mi trovo qui>>.

In sostanza, come ritenuto dal Tribunale, smentendosi a vicenda la Riccobono e la Ruisi avevano detto una parte della verità: la prima, ammettendo di avere manifestato - ma soltanto nell’ambito della propria cerchia familiare - il proprio risentimento per le offese rivolte al padre, anche da Contrada; la seconda, affermando di avere sì assistito ad uno sfogo della Riccobono, ma in incertam personam.

Il parziale mendacio dell’una e dell’altra suggella la attendibilità della teste Pirrello.

A quest’ultima, del resto, assai poco persuasivamente i difensori appellanti hanno attribuito la veste di “agente provocatore”, ma soprattutto il possesso di virtù investigative e soprattutto divinatorie che avrebbero dovuto metterla nelle condizioni di:


  • appurare che la parrucchiera Ruisi aveva abitato nel medesimo stabile della signora Lauricella (alias, Giuseppina Riccobono);

  • prevedere che la stessa Ruisi, da lei vista per la prima volta, fornisse notizie sui rapporti tra l’odierno imputato e Rosario Riccobono.

Oltretutto, se la Pirrello si fosse recata dalla Ruisi nell’ambito di una sua personale attività di agente provocatore, non avrebbe avuto ragione di attendere il mese di maggio 1995, a processo inoltrato, per crearsi l’occasione di una acconciatura che avrebbe comunque potuto farsi fare in un momento precedente rispetto alla prima comunione del figlio.

Né è possibile, peraltro, bollare come agente provocatore la Pirrello per il colloquio con la Ruisi nell'anticamera degli Uffici della Procura della Repubblica di Palermo prima che le due donne fossero sentite e venissero messe a confronto.

Del contenuto di tale colloquio, infatti - registrato a mezzo di apparecchiature di intercettazione ambientale - nulla è dato sapere, avendo la Difesa eccepito l’inutilizzabilità della intercettazione, eccezione accolta dal Tribunale con ordinanza del 24 luglio 1995.

Quanto alla parte del racconto della Pirrello relativo alla scoperta - riferita dalla Ruisi - di una foto di Contrada con il “boss” di Partanna in un album a casa Riccobono, la stessa Pirrello ha dissipato qualsiasi ambiguità, precisato che, nel corso del loro colloquio in Procura, avvenuto il 7 giugno 1995, la sua interlocutrice aveva chiarito che quel “boss” era il Riccobono.

Né si può pretendere, ammesso che la Ruisi non si fosse sbagliata nel riconoscimento dell’imputato, che il contesto del rinvenimento della fotografia venisse descritto, in sede di esame, in modo più circostanziato di quanto non fosse accaduto durante la conversazione che accompagnò l’acconciatura in parruccheria.

La valutazione di tale circostanza, in altri termini, non intacca il giudizio di attendibilità della teste Pirrello, ma incide, semmai - date la scarsa precisione e la povertà dei dettagli offerti - su questo specifico aspetto della testimonianza della Ruisi.

Ed ancora, non può trovare cittadinanza l’ipotesi, avanzata dai difensori appellanti, che, stando al narrato della Ruisi, la Riccobono si sarebbe riferita a coloro che avevano tradito il padre, il marito ed il suocero, determinandone la soppressione, e non, dunque,all’imputato.

Anche nella versione della stessa Ruisi, infatti, depurata dal nome di Contrada, l’indicazione dei traditori è univocamente riferita a soggetti collusi, a percettori di “mazzette”, cioè a figure estranee al sodalizio; non dunque, a tradimenti interni ad esso (<>).

Davvero arzigogolata, poi, è l’ipotesi, avanzata dall’imputato, che la Pirrello avesse nutrito risentimento nei suoi confronti e lo avesse accusato falsamente sol perché egli, dieci anni prima, alla presenza di lei aveva detto di avere fatto venire a Palermo il neurochirurgo prof. Guidetti anche - e non, piuttosto, soltanto - per il di lei figlio, coinvolto nell’incidente stradale davanti al Liceo classico “Meli”,che aveva provocato il coma irreversibile e poi la morte di Giuditta Milella, figlia del funzionario di Polizia Carlo Milella.

Non è nemmeno esatta l’affermazione dell’imputato secondo cui la Pirrello avrebbe negato di averlo mai conosciuto ( Contrada ha riferito di avere <>).

La stessa Pirrello, infatti ha ricordato di avere, a seguito dell’incidente che aveva visto coinvolto il figlio, iniziato una battaglia <<per l'abuso e la folle corsa delle autoscorte>>;di avere avuto a che fare con diversi “funzionari di Polizia”; di ricordare i nomi dell'ispettore Renato Azzinnari e del dott. Accordino, ma non di altri (<<No, non credo, magari li conosco di vista, ci salutiamo, buongiorno, buonasera e basta>>).

Non sorprende, pertanto, che la teste non abbia nominato l’imputato come uno dei suoi interlocutori, o uno di coloro che avevano assistito alle sue esternazioni.

Devono, in conclusione, essere pienamente condivise le valutazioni del Tribunale in ordine alla attendibilità intrinseca, alla attendibilità estrinseca ed al contributo del collaboratore di giustizia Maurizio Pirrone, così come a proposito della attendibilità della teste Pirrello.

CAPITOLO X




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