Capitolo I lo svolgimento del processo


Le censure riguardanti le propalazioni di Gaetano Costa



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Le censure riguardanti le propalazioni di Gaetano Costa

Gaetano Costa, ricordava il Tribunale, aveva iniziato a collaborare nel febbraio del 1994, inizialmente con l’Autorità Giudiziaria di Reggio Calabria e successivamente con quelle di Messina e Palermo. Aveva dichiarato di essere stato affiliato alla “Ndrangheta” sin dai primi anni ’70 del novecento, e di avere partecipato, all’interno di tale organizzazione criminale, all’esecuzione di molteplici omicidi (una decina come mandante ed uno anche come esecutore materiale) nonchè a rapine e ad altri reati, molti dei quali spontaneamente confessati al momento della sua collaborazione.

Il Costa aveva riferito di non avere mai avuto occasione di conoscere l’imputato, né di sentirne parlare. Tuttavia, intorno alla fine del 1992, mentre si trovava detenuto all’interno del carcere dell’Asinara, ristretto nella medesima cella con tre “uomini d’onore”, e cioè Cosimo Vernengo, Pietro Scarpisi e Vincenzo Spadaro, intento a guardare alla televisione un servizio giornalistico riguardante il suo arresto, aveva notato lo Spadaro che, “come se avessero arrestato qualcuno che gli interessava“ si era portato le mani ai capelli, accompagnando tale gesto, dal collaborante interpretato di sorpresa e sgomento, con la frase dialettale “nnu consumaru!“ (letteralmente traducibile nella frase “ce lo hanno consumato”).

Il Tribunale, quindi, descriveva la caratura mafiosa di Vincenzo Spadaro, già condannato per associazione mafiosa nell’ambito del primo maxi processo e strettamente collegato all’interno di “Cosa Nostra” al più famoso fratello Tommaso, capo della famiglia mafiosa della Kalsa.

Nel rassegnare gli elementi a sostegno della attendibilità intrinseca ed estrinseca del Costa - e nel disattendere la negazione del fatto operata in sede di esame dai suoi codetenuti Spadaro, Scarpisi e Vernengo, esaminati ai sensi degli artt. 210 e 195 c.p.p., il Tribunale osservava, tra l’altro, che il collaborante si era limitato a riferire un episodio di portata limitata, cui aveva avuto modo di assistere del tutto casualmente, che, costituendo quasi uno sfogo spontaneo da parte dello Spadaro, si rivelava del tutto inattaccabile rispetto alla linea difensiva della millanteria.

Egli non era stato, cioè, depositario di alcuna confidenza espressamente rivoltagli da altri e non aveva in alcun modo cercato di attribuire alle parole che aveva sentito pronunziare dallo Spadaro, nell’occasione descritta, significati ulteriori rispetto a quelli emergenti dal loro stesso tenore letterale.

Il comportamento dello Spadaro, secondo il Tribunale, denotava sgomento, disperazione ed ira al tempo stesso; stati d’animo giustificabili solo con la consapevolezza di un grave danno subito dall’organizzazione mafiosa a seguito dell’individuazione di un suo prezioso referente all’interno dei vertici istituzionali dello Stato.

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Sebbene la motivazione della sentenza impugnata esaurisca il materiale logico riversato nelle pagine 13-23 del volume III capitolo V, paragrafo V.1 dell’atto di impugnazione, giova, comunque, rilevare che i difensori appellanti hanno prospettato l’attendibilità delle smentite offerte in sede di esame, all’udienza dell’undici luglio 1995:

  • da Vincenzo Spadaro (<< ....Io non ho motivo di avere detto queste parole, di dire: 'Nnu consumaru' perché non ho avuto mai rapporti e non conosco.....non ho avuto questi rapporti e non conosco il dottore......questo dottore Contrada, quindi non ho motivo di dire questo...>> (pag. 11 della trascrizione);

  • da Cosimo Vernengo (<<".....Ma quando mai? Mai. Non è vero..." Domanda: "..Lei, il dott. Contrada l'ha mai conosciuto?..." Risposta :"...Mai. L'ho conosciuto adesso in televisione.....>> ( ibidem pagg. 15-16-17) ;

  • da Pietro Scarpisi, che aveva negato il fatto sostenendo che nessun commento si faceva in cella su faccende mafiose, per il timore di intercettazioni ambientali (<<...quando sono stato all'Asinara, lì non si parlava di nulla perché li si pensava che c'erano dentro le celle microspie e cose varie, quindi nessuno faceva nessun commento e nessuno di niente. Qualsiasi cosa succedeva in televisione, si ascoltava solamente.....le ripeto che non si commentava nessuna notizia...>>( pagine 5 e 6 della trascrizione).

Osserva questa Corte che - essendo il thema decidendum costituito dall’accertamento di condotte di pertinenza del sodalizio mafioso nel suo complesso - è del tutto irrilevante che Contrada potesse non conoscere personalmente Vincenzo Spadaro o Cosimo Vernengo, seppure mafiosi di spessore, mentre è assai significativo che lo stesso Spadaro avesse usato l’espressione dialettale “nnu”, cioè il dativo etico “a noi”.

Quanto, poi, al timore, addotto dallo Scarpisi, che le conversazioni in cella venissero captate, va rimarcata la piena logicità del racconto di Gaetano Costa, il quale non solo ha precisato che quello di Vincenzo Spadaro era stato una reazione del tutto estemporanea, ma ha soggiunto che né lo Scarpisi, né il Vernengo si erano lasciati andare a commenti di sorta (cfr. pag. 1099 della sentenza appellata :<< Il Costa ha affermato che gli altri due detenuti, pur essendosi mostrati incuriositi a quella notizia ed alla reazione dello Spadaro, non avevano fatto alcun commento>>); condotta, questa, spiegabile proprio con l’esigenza di oscurare un fatto riservato.

I difensori appellanti, infine (pag. 21, volume III dell’Atto di impugnazione) hanno enunciato dubbi sulla genuinità del racconto del Costa, dubbi legati alla circostanza che egli aveva raccontato, per la prima volta, l’episodio riguardante Contrada nell’ambito di altro procedimento penale, quando il Pubblico Ministero gli aveva chiesto se egli fosse a conoscenza di fatti riguardanti l’imputato.

La risposta dello stesso Costa è stata convincente, e tale da fare escludere l’ipotesi di stimolazioni artificiose: <<COSTA G.: ...guardi, a me è stata fatta la domanda ben precisa e specifica: se sapevo, vista la qualità della nuova veste di collaboratore e visto che organicamente la Procura conosceva il mio inserimento nell'organizzazione criminale, se ero a conoscenza di fatti ben precisi del dottor Contrada. Io ricordavo questo episodio che ho vissuto e questo ho detto, altro però non sapevo>> pag. 69 trascrizione udienza primo giugno 1995).

Né, del resto, sorprende che in un diverso procedimento il Pubblico Ministero avesse ritenuto di sondare il collaborante anche sulla posizione di Contrada, atteso che lo stesso Costa aveva avuto, come ricordato alle pagine 1097 e 1098 della sentenza appellata, rapporti con noti esponenti di “Cosa Nostra” nei diversi istituti di pena in cui era stato ristretto e dunque poteva avere avuto sentore di notizie di interesse.

In conclusione, le valutazioni del Tribunale in ordine alla credibilità intrinseca ed estrinseca di Gaetano Costa appaiono pienamente condivisibili, pur dovendosi rilevare che, di per sé, l’esternazione cui il collaborante ha riferito di avere assistito non enuncia specifiche condotte di agevolazione del sodalizio mafioso da parte dell’imputato e non consente di attualizzare con certezza alla fine del 1992 (epoca del commento ““nnu consumaru!“) un rapporto collusivo che pure Vincenzo Spadaro aveva mostrato di considerare come acquisito al notorio ristretto di Cosa Nostra.

CAPITOLO XI




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