Capitolo I lo svolgimento del processo


che Giovanni Bontate aveva negato di avere ricevuto telefonate dagli Stati uniti, e, parimenti, negato di conoscere Salvatore Sollena



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che Giovanni Bontate aveva negato di avere ricevuto telefonate dagli Stati uniti, e, parimenti, negato di conoscere Salvatore Sollena.

Al di là di questi spunti, prima facie suggestivi, manca, tuttavia, un approfondimento o una specificazione concreta sull’impiego dell’utenza da parte di Giovanni Bontate e sul contenuto di eventuali conversazioni (“come si accertava a seguito di intercettazione telefonica disposta da codesta Procura della Repubblica, l’utenza 444659, installata in via Villagrazia 83, era utilizzata quale recapito segreto….”).

Ora, il Di Carlo, che non poteva essere a conoscenza della iniziativa del Questore Immordino e delle determinazioni del gruppo di lavoro da lui creato, come non lo era stato Contrada, le ha accomunate in un unico rapporto, ricollegando, erroneamente, l’arresto di Giovanni Bontate alla convalida degli arresti in flagranza del 5 maggio 1980 da parte del Procuratore della Repubblica Gaetano Costa (pagine 28,29,35, 88 trascrizione udienza 6 febbraio 1999).

A questa stregua, non coglie nel segno l’osservazione difensiva, sviluppata nella “Memoria in replica alla requisitoria del 30 marzo 2001 del Procuratore Generale”, depositata il 2 maggio 2001 nel primo dibattimento di appello, secondo cui il Di Carlo avrebbe mentito, e la sua menzogna sarebbe documentata <<dall’accorpamento di vicende giudiziarie diverse, maturate in tempi diversi e culminate in provvedimenti restrittivi di uffici diversi>>63.

Appaiono, per contro, pienamente condivisibili le conclusioni cui è pervenuto il Procuratore Generale nella memoria depositata il 14 novembre 2005 in questo dibattimento di rinvio, secondo cui:

  • solo colui (cioè l’imputato) che aveva predisposto un unico rapporto per le posizioni dei Bontate e quelle degli Spatola- Inzerillo poteva far giungere a Giovanni Bontate, per il tramite di Rosario Riccobono, notizia della sua inclusione in quel rapporto;

  • solo colui (cioè l’imputato) che aveva predisposto quell’unico rapporto, anzi bozza di rapporto, in modo che non fosse funzionale ad arresti in flagranza, poteva fornire assicurazione circa l’inconsistenza probatoria di esso;

  • la notizia dell’esistenza di un unico rapporto e la quasi - contestualità tra gli arresti in flagranza del 5 maggio e quelli, in esecuzione di mandato di cattura, dell’11 maggio avevano plausibilmente ingenerato, nell’immediatezza dei fatti, l’erroneo convincimento – espresso dal Di Carlo – che il procuratore Costa “ si era preso la responsabilità’ a firmare” anche per l’arresto di quegli individui, e tra costoro Giovanni Bontade, per i quali, invece, era stato emesso mandato di cattura dal Consigliere Istruttore Chinnici.

Osserva questa Corte che, nel racconto del Di Carlo, non viene indicata la fonte primigenia delle rassicurazioni date da Riccobono a Giovanni Bontate. Tuttavia, le emergenze processuali circa i contatti tra Contrada e Riccobono, correlate alle circostanze appena evidenziate (paternità della bozza di rapporto, possibilità di fornire assicurazioni su di esso, quasi contestualità tra gli arresti in flagranza del 5 maggio e quelli, in esecuzione di mandato di cattura, dell’11 maggio) formano un quadro indiziario che individua l’autore di quelle rassicurazioni nell’imputato.

In questa direzione, ulteriori, significativi elementi di giudizio si traggono dall’episodio della fuga di notizie, divulgate dalla stampa, immediatamente successiva al blitz del 5 maggio 1980.

Di esso si fa menzione nella requisitoria in data 15 giugno 1983 con cui il Pubblico Ministero chiese - nel già citato procedimento penale nei riguardi del Questore Immordino - dichiarare non doversi procedere nei riguardi dello stesso Immordino quanto alla imputazione di favoreggiamento personale del Sindona, perché il fatto non costituisce reato, e quanto al reato di abuso innominato in atti di ufficio perché estinta per intervenuta amnistia.

Mentre è prodotta in atti la sentenza istruttoria del 20 febbraio 1984 con cui il G.I. Giovanni Falcone dichiarò non doversi procedere nei confronti del dott. Immordino, per entrambe le imputazioni ascritte, perché il fatto non sussiste, la requisitoria è stata trascritta, senza contestazioni di sorta, alle pagine 9-26 del volume XI dei Motivi Nuovi.




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