Capitolo I lo svolgimento del processo



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AVV. SBACCHI - Mi scusi, per una chiarezza su questo punto. Intanto chi diede l'ordine di portare Gambino in ufficio?

BUSCEMI - A me quando mi hanno mandato di servizio, quando mi hanno comandato di servizio, mi hanno detto che all'atto in cui saldasse il conto, si doveva soltanto accompagnare in ufficio>>75.

Nessuna certezza, infine, è stata offerta dalle dichiarazioni rese dagli altri testimoni, sottufficiali della Criminalpol.

Segnatamente, il maresciallo Calogero Salamone (incorso, a parte la erronea datazione dell’episodio, in svariate incongruenze, evidenziate nella sentenza appellata) ha indicato nel giudice Imposimato colui che avrebbe dato l’ordine di accompagnamento (pag. 136 trascrizione udienza 7/2/95), ma l’accompagnamento negli uffici di Polizia ai sensi dell’articolo 157 T.U.L.P.S. , non è ordinato dal magistrato.

L’Ispettore Michele Santulli si è limitato a riferire << ricevettimo l’ordine di andarlo a prendere al motel Agip >> (pag. 68 trascrizione udienza 14 febbraio 1995). Tuttavia, l’inaffidabilità del suo ricordo emerge dal fatto che egli, pur essendo stato uno dei due firmatari del verbale di perquisizione sul Gambino delle 19,50 unitamente al maresciallo Urso non si è nemmeno ricordato di avere effettuato la perquisizione stessa: << gli atti furono fatti dai colleghi….. il mio compito fu solo di prenderlo e portarlo in ufficio>> (ibidem, pag. 69).

Il teste, comunque, dopo avere affermato che l’ordine era stato dato <<dall’allora dirigente della Criminalpol>>, del quale non è stato in grado di ricordare il nome (ibidem, pag. 68), ha successivamente riferito che a lui l’ordine l’aveva dato <<Urso, dirigente di sezione>> (pag. 79), confermando con un <<si>> questa attribuzione di paternità alla successiva domanda del Pubblico Ministero : << Quindi il maresciallo Urso disse : rechiamoci……>> (ibidem, pag. 79).

Il teste Urso, dal canto suo, nulla ha saputo dire su questa specifica circostanza.

A fronte di un quadro probatorio gravido di elementi indizianti, anche ad ammettere che le disposizioni di accompagnare il Gambino fossero state date dall’imputato - e non dal vice dirigente della Squadra Mobile De Luca, che ha dichiarato di avere disposto personalmente l’accompagnamento e che, su questo punto, non è stato smentito dalle emergenze processuali - resta il fatto che l’imputato si trovò a gestire un rintraccio del tutto casuale.

Ora, Contrada - la cui capacità dissimulatrice è stata riconosciuta dal Tribunale anche con riguardo a questo episodio (pag. 1370 della sentenza appellata) - non poteva, una volta iniziato un servizio di osservazione, dare ordine di lasciare andare indisturbato il Gambino, così manifestando all’esterno di averlo favorito.

Né può dirsi che il Tribunale sia incorso in una petizione di principio, e cioè sia partito dal presupposto della collusione di Contrada per inferirne la condotta di agevolazione in esame.

Molteplici, infatti, sono gli elementi indizianti la consapevolezza, da parte dell’imputato, di agevolare la fuga di un mafioso nel momento in cui il sodalizio ne reclamava la partecipazione ad una operazione delicata e complessa (nella specie, il simulato sequestro di Michele Sindona).

In primo luogo, il mendacio dei confronti del suo vice, De Luca, cui Contrada riferì di avere ricevuto dal G.I. Imposimato la direttiva di rilasciare John Gambino.

Nella sentenza assolutoria resa il 4 maggio 2001 all’esito del primo dibattimento di appello, esso è stato spiegato come “un disinvolto espediente” per porre fine alle “perplessità” del dottor De Luca (pag. 74).

L’imputato, tuttavia, ha negato radicalmente di avere mentito al suo vice, e, a fortiori, di averlo fatto per vincerne le perplessità, tanto più che la sua posizione gerarchica rendeva del tutto superfluo un simile espediente.

Tale, non veritiera, negazione, va collegata, sempre in chiave indiziaria alla appropriazione - sparizione dei foglietti di fatto sequestrati al Gambino il 12 ottobre 1979 (allegati al rapporto del 21 ottobre soltanto dopo che questi si era involato ed in coincidenza con il sequestro dello scritto di Rosario Spatola, anonimo nelle intenzioni, rinvenuto a seguito della perquisizione carceraria del 20 ottobre).

Ulteriori elementi indizianti sono offerti dalla tecnica di redazione e dal contenuto del rapporto del 21 settembre 1979.

Come osservato, infatti, dal Procuratore Generale nella già citata memoria depositata il 24 ottobre 2000, in detto rapporto si dà atto che il Gambino «dal 6 al 19 settembre 1979 aveva alloggiato nella camera 404 di Villa Igiea».

Ora, al momento del suo arresto presso lo studio dell’avv. Guzzi, Vincenzo Spatola venne trovato in possesso di un foglietto con annotate le cifre 404-54374476.Tuttavia, le suddette indicazioni circa la camera occupata da John Gambino all’hotel Villa Igiea non sono in alcun modo poste in relazione con tali cifre, rispettivamente indicanti la stanza prenotata per il Gambino (la 404) ed il numero telefonico di quell’albergo (parimenti indicato nel rapporto del 21 ottobre), cosa che, invece, sarebbe stato logico pretendere e presumere.

Come rilevato, infatti, dal Procuratore Generale, l’undici ottobre 1979 Il G. I. Imposimato ricevette per la formale istruzione il processo per l’arresto di Vincenzo Spatola (pag. 19 trascrizione udienza 31 marzo 1995); lo stesso giorno 11 lo interrogò (ibidem, pag. 13); subito dopo (pag. 13), anzi esattamente il giorno 12 (pag. 20), diede incarico a Contrada di svolgere indagini istruttorie (pag. 13), in particolare di approfondire le indagini sui numeri di telefono trovati in possesso dello stesso Vincenzo Spatola (pag. 29).

Orbene, il dott. Vasquez, inviato a Roma per seguire le indagini, era rientrato prima del 21 ottobre 1979, come si desume dalle dichiarazioni dello stesso imputato (<<..feci fare una perquisizione nella cella di Spatola, e a questo provvide il dott. Vasquez nel frattempo rientrato da Roma, gli dissi di andare al carcere dell’Ucciardone e di perquisire e la perquisizione ebbe un effetto ed un risultato di notevolissimo interesse per la soluzione del caso>>, cfr. pagine 68 e ss. trascrizione udienza 16/12/1994).

Lo stesso Vasquez, dunque, doveva necessariamente avere riferito su quanto in possesso di Vincenzo Spatola, mentre nel rapporto la relazione tra i numeri telefonici non è,come si è visto, in alcun modo posta in evidenza, << come se si trattasse di indagini (quelle su Spatola e quelle su Gambino) svolte su canali paralleli ma non comunicanti, si che il lettore del rapporto non ne coglie le connessioni>> (pag. 15 della citata memoria del Procuratore Generale).

Nel medesimo rapporto, inoltre nulla si dice circa il contenuto del manoscritto rinvenuto in possesso di Rosario Spatola, nel quale si faceva riferimento ad una partenza di Sindona da Francoforte e che, altrimenti, avrebbe dovuto essere necessariamente posto in connessione con il foglietto in possesso del Gambino, nel quale si menzionava la tratta Francoforte – New York.

Ulteriori elementi indizianti la consapevolezza di Contrada di favorire John Gambino e la macchina organizzativa di cui questi costituì un prezioso ingranaggio si traggono, ad avviso di questa Corte, dalla tecnica di stesura e dal contenuto della bozza di rapporto di denuncia che l’imputato consegnò il 24 aprile 1980 al Questore Immordino, della quale si dirà più diffusamente nel capitolo dedicato all’operazione di Polizia nota come “blitz del 5 maggio 1980”.

Per quanto qui interessa, va rilevato che - sebbene, ormai, fosse stato accertato grazie ai rilievi dattiloscopici dell’F.B.I., che Sindona era rientrato a New York sotto il falso nome di Buonamico (se né dà conto nella sentenza istruttoria di incompetenza per territorio emessa il 26 maggio 1980 dal giudice istruttore Imposimato all’esito di indagini cui l’imputato aveva preso parte - a foglio 35° di detta bozza il Gambino è menzionato senza ulteriori specificazioni tra i soggetti colpiti dal mandato di cattura del G.I. di Roma Imposimato del 30 marzo 1979; a foglio 39°, è citato come ospite, unitamente alla cittadina americana Mixie Ritz, di una stanza prenotata da Rosario Spatola all’Hotel Villa Igiea da 6 al 19 settembre 1979; a foglio 40°, infine, dopo un cenno ai rapporti di amicizia tra il medico Giuseppe Miceli Crimi e la famiglia Sindona, si dice che lo stesso Miceli Crimi <<è amico di John Gambino ed era con Gambino a Palermo nel settembre 1979>> .

In sostanza, la figura del Gambino è posta in relazione unicamente, ed con un cenno assai fugace, a quella del medico Giuseppe Miceli Crimi ma non lo è in alcun modo con quella di Vincenzo Spatola, né, a fortiori, si operano collegamenti di sorta tra Vincenzo Spatola e Sindona, o tra John Gambino e Sindona, nonostante le già evidenziate acquisizioni circa il contenuto dell’appunto rivenuto addosso a Vincenzo Spatola.

Lo stesso imputato aveva affermato, a foglio 36° della bozza, <<che sulla scorta delle indagini sinora svolte e in U.S.A. e in Italia, esistono molteplici e validi motivi per ritenere che:

a) il sequestro Sindona sia stato simulato, manovrato ed utilizzato per una complicata ed efficiente attività ricattatoria nei confronti di personalità del mondo politico-economico- finanziario;

b) l’azione sia stata concordata, predisposta, organizzata ed eseguita a mezzo del crimine organizzato siculo-americano ed in particolare dal gruppo di mafia costituito, in parte, dagli individui trattati in questa sede>>.

In altri termini, la circostanza che, nel corpo della bozza di rapporto non si faccia alcuna menzione della presenza, degli spostamenti e dunque del ruolo di fiancheggiatore del Gambino a Palermo alla data del 12 ottobre 1979 - menzione che non vi sarebbe stata alcuna ragione di omettere per ricostruire il reato associativo di cui l’imputato si stava occupando - riveste valenza indiziante del fatto che lo stesso Contrada abbia voluto oscurare questo aspetto della vicenda Sindona, e cioè che, a quella data, egli fosse stato consapevole delle ragioni della presenza del Gambino in Sicilia ed avesse consentito al suo rilascio.

D’altra parte, la ricostruzione degli elementi indiziari che caratterizzano la vicenda relativa all’allontanamento di John Gambino ha condotto il Tribunale, a conclusione del paragrafo ad essa dedicato, a volgere lo sguardo verso altri episodi ed altri comportamenti dell’imputato che si collocano nel medesimo torno di tempo e trovano addentellato nell’ipotesi accusatoria di una condotta di agevolazione della macchina organizzativa, frutto di un intreccio di interessi mafiosi e massonici, che consentì il finto sequestro e l’espatrio clandestino di Michele Sindona.

Si è già osservato, trattando delle censure relative alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Rosario Spatola, come siano rimaste oscure le ragioni dei rapporti tra l’imputato e l’avv. Salvatore Bellassai, capo gruppo della P2 per la Sicilia, cioè colui che presentò a Giuseppe Miceli Crimi (medico e feritore di Sindona durante il finto sequestro) il massone Gaetano Piazza, il quale ospitò lo stesso Sindona a Caltanissetta la notte tra il 15 ed il 16 agosto 1979 e poi lo accompagnò a Palermo77.

Il Bellassai, si ricorderà,aveva affermato di avere mai incontrato Contrada soltanto una volta, in occasione del presunto attentato da lui patito il 22 gennaio 1978 quando ricopriva l’incarico di Commissario di governo degli Ospedali Riuniti di Ragusa, ed aveva esclusi di essersi mai recato presso il suo ufficio. Altrettanto aveva fatto Bruno Contrada.

E però, risulta per tabulas l’annotazione sull’agenda dell’imputato, in data 3/9/1979: <<avv. Bellassai - Genna Giovanni - qui ore 10>>, annotazione che ricade nel periodo del simulato sequestro di Michele Sindona e della quale non è stata data alcuna spiegazione.

Si è parimenti, osservato, sempre a proposito delle dichiarazioni di Rosario Spatola - ben lungi dall’essere il parto di un delirio propalatorio - che la criticità del periodo in cui ricade questa annotazione non può essere disgiunta dal significato indiziante di altri episodi che ricadono in quel medesimo periodo,e cioè:


  • la subitanea stesura del rapporto del 7 agosto 1979, spontaneamente redatto e da nessuno richiesto, con cui l’imputato stroncò le notizie apparse sulla stampa quello stesso giorno circa un incontro tra il dirigente della Squadra Mobile Boris Giuliano e l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, che avrebbe potuto far collegare i due omicidi tra di loro;

  • la divulgazione della notizia della convocazione - così, di fatto, vanificata - dell’avv. Melzi e del maresciallo Gotelli, convocazione voluta dal magistrato inquirente dott. Vincenzo Geraci a dispetto del predetto rapporto del 7 agosto 1979 per chiarire la fondatezza delle voci relative all’incontro Giuliano-Ambrosoli.

Per la ricostruzione e l’approfondimento di tali vicende si rinvia al capitolo intitolato << La condotta tenuta dall’imputato in relazione alla notizia dell’incontro tra Boris Giuliano e Giorgio Ambrosoli>>.

Giova, tuttavia, anticipare che il teste Emanuele Giuliano ha dichiarato in dibattimento di avere appreso da un articolo sulla stampa, non molto tempo dopo l’omicidio del fratello Boris Giuliano (lo stesso anno o quello successivo), che questi aveva ricevuto una comunicazione dall’F.B.I. con la quale gli investigatori americani lo “mettevano in guardia sul fatto che Sindona, essendo legato alla famiglia mafiosa di New York dei Gambino era anche legato alle famiglie mafiose palermitane degli Spatola dei Bontate e degli Inzerillo.

Il teste ha soggiunto di essersi rivolto all’odierno imputato, il quale gli aveva personalmente confermato che questa comunicazione dell’F.B.I c’era stata (cfr. pagine 119 e 120 trascrizione ud. 10/6/1994).

La circostanza che Contrada avesse saputo di un possibile collegamento affaristico di Sindona con i Gambino - non è realisticamente pensabile, per la sua posizione apicale, per i suoi rapporti con Boris Giuliano, per l’importanza dell’episodio, che dell’avvertimento dell’F.B.I. allo stesso Giuliano egli fosse rimasto all’oscuro fino al 12 ottobre 1979 - si aggiunge a quelle dianzi evidenziate, connotando di un forte valore sintomatico l’agevolazione della fuga di John Gambino.

CAPITOLO XVII




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