Capitolo I lo svolgimento del processo


La condotta tenuta dall’imputato in relazione alla notizia dell’incontro tra Boris Giuliano e Giorgio Ambrosoli



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La condotta tenuta dall’imputato in relazione alla notizia dell’incontro tra Boris Giuliano e Giorgio Ambrosoli.
Il Tribunale rilevava che due testi, fonti del tutto autonome tra loro, avevano concordemente riferito di un incontro tra Boris Giuliano, dirigente della Squadra Mobile di Palermo, e Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, in epoca antecedente e prossima all’omicidio di quest’ultimo: Charles Tripodi, già agente della D.E.A., collega ed amico di Boris Giuliano, ed Orlando Gotelli, già sottufficiale della Guardia di Finanza e stretto collaboratore di Giorgio Ambrosoli.

Charles Tripodi aveva dichiarato di essere stato inviato in Sicilia nel Settembre del 1978 per collaborare con Boris Giuliano nelle indagini congiunte finalizzate alla localizzazione delle raffinerie di eroina ed all’individuazione delle fonti di approvvigionamento, mediante il tentativo di infiltrarsi all’interno di alcuni gruppi mafiosi, sospettati di essere coinvolti nel traffico di droga.

Soltanto Giuliano e pochi altri funzionari, che avevano partecipato ad alcune riunioni nell’ambito delle Forze di Polizia (tra questi il teste aveva citato D’Antone, De Luca, Vasquez e Contrada) conoscevano la sua vera identità (cfr. pagine 105 e ss.- 153 e ss. trascrizione udienza 12 luglio 1994).

Tra l’ottobre ed il novembre del 1978, dopo alcuni preliminari contatti con esponenti di “Cosa Nostra”, improvvisamente interrottisi (il teste aveva fatto riferimento a contatti avuti con il capomafia Gaetano Badalamenti), Giuliano gli aveva detto che la sua identità di agente della D.E.A. era stata scoperta attraverso una notizia che riteneva provenire “dall’interno”, e cioè dagli ambienti della Questura di Palermo, che aveva compromesso l’operazione.

Quando già la sua identità era stata scoperta, lo stesso Giuliano aveva avuto modo di esternargli i sospetti che nutriva nei confronti dell’odierno imputato.

Segnatamente, una mattina, tra il dicembre del 1978 ed il gennaio del 1979, si era dimostrato contrariato del fatto che egli si fosse recato nell’ufficio di Bruno Contrada, che lo aveva invitato a vedere una collezione di armi antiche detenuta nella sua stanza. Giuliano, in tale frangente, aveva manifestato il proprio disappunto per l'eventualità che l’imputato avesse potuto essere messo a conoscenza di alcuni particolari dell’operazione in corso e, richiesto di spiegare il motivo delle sue preoccupazioni, gli aveva risposto che non si fidava di Contrada, raccomandandogli esplicitamente non fare menzione con lui delle attività investigative in corso.

I sospetti in ordine alla presenza di una “talpa” nell’ambito della Polizia di Palermo erano stati aggravati dall’inspiegabile insuccesso di altri due tentativi posti in essere per contattare i gruppi mafiosi per il tramite di agenti-informatori, in relazione ad acquisti di eroina.

Nel maggio del 1979 esso teste, avendo ricevuto diverse minacce telefoniche, era stato costretto a lasciare la Sicilia, ma aveva continuato a collaborare da Roma con la Polizia di Palermo fino a quando, nel giugno dello stesso anno, aveva fatto rientro negli Stati Uniti.

Il Tripodi aveva soggiunto che, rientrato in patria, aveva mantenuto contatti telefonici con Giuliano. Nel corso di una di tali conversazioni, cinque, sei giorni dopo l’omicidio dell’avv.to Giorgio Ambrosoli, Giuliano gli aveva detto <<che, due giorni prima dell’omicidio, egli aveva incontrato personalmente l’Ambrosoli con il quale si erano scambiati importanti informazioni sui canali di riciclaggio>> (pag. 138 e seguenti trascrizione udienza 12 luglio 1994).

L’assiduità di rapporti di natura professionale e personale intrattenuti nell’ultimo periodo della sua vita da Boris Giuliano con l’agente della D.E.A. Charles Tripodi, oltre che da vari testi della Difesa, stretti collaboratori ed amici dell’imputato (Ignazio D’Antone, Salvatore Nalbone, Vincenzo Boncoraglio) e dallo stesso Contrada (pagine 1330-1333 della sentenza appellata), era stata confermata anche dalla teste Ines Maria Leotta, vedova Giuliano.

Quest’ultima aveva riferito che, proprio a causa dell’intenso rapporto che il marito aveva avuto con l’agente statunitense, aveva ritenuto che il Tripodi potesse essere a conoscenza di qualche notizia utile alle indagini relative al suo omicidio.

Nel corso, quindi, di un colloquio telefonico, avuto con lui subito dopo la morte di Boris Giuliano, lo aveva sollecitato ad una più intensa collaborazione con le autorità inquirenti italiane, ma Tripodi le aveva risposto che <<l’Italia non era il suo paese e non si poteva chiedergli di morire per un paese che non era il suo>> .

Successivamente, avendo avuto modo di conoscere il contenuto di un’intervista rilasciata in Italia dall’investigatore statunitense, nel corso della quale egli aveva elogiato l’operato di Giuliano nelle indagini condotte insieme a lui a Palermo, attribuendogli anche il merito di avergli salvato la vita, essa teste aveva ritenuto che i tempi fossero mutati e che Tripodi potesse avere maturato il convincimento di collaborare in modo più completo con l’Autorità Giudiziaria italiana.

Aveva deciso, pertanto, di rassegnare in una lettera, inviata in data 19 maggio 1993 al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, le sue considerazioni sulla telefonata avuta con lo stesso Tripodi subito dopo l’omicidio del marito.

Il Tribunale osservava che la testimonianza resa dal Tripodi, ritenuta pienamente attendibile, aveva ricevuto significativa conferma - con particolare riferimento all’incontro avvenuto tra Ambrosoli e Giuliano - in altre risultanze processuali, ed in particolare nella testimonianza resa da Orlando Gotelli.

Quest'ultimo, maresciallo della Guardia di Finanza, componente del gruppo di lavoro incaricato di esaminare la documentazione relativa alla liquidazione coatta della Banca Privata Italiana di Sindona, nel corso del proprio esame aveva dichiarato di avere avuto occasione di vedere Boris Giuliano mentre parlava con lo stesso Ambrosoli, nel suo studio, pochi giorni prima dell’omicidio di questi, perpetrato il 12 luglio 1979.

In ordine alla collocazione cronologica dell’episodio il teste aveva ricordato, altresì, con precisione, che in quel giorno il suo collega che dirigeva il gruppo di lavoro della G.di F., il m.llo Novembre, era in ferie.

Segnatamente, intorno alle h. 12,00, egli stava per entrare nello studio per fare firmare ad Ambrosoli il verbale di riapposizione dei sigilli, che quotidianamente veniva compilato dopo la consultazione da parte dei finanzieri della documentazione in sequestro.

La segretaria aveva cercato di impedirglielo dicendogli che l’avvocato aveva un incontro riservato, probabilmente con alcuni suoi colleghi. Pensando che si trattasse di un poliziotto ovvero di un carabiniere, aveva deciso di entrare comunque e, passando dietro il tavolo dove era seduto Ambrosoli, aveva potuto osservare il soggetto che gli stava di fronte, che successivamente, attraverso le fotografie pubblicate sui giornali, aveva con certezza riconosciuto in Boris Giuliano. Si era fermato solo il tempo della firma e non aveva assistito ad alcun colloquio tra i due, uscendo subito dopo dall’ufficio.

Il teste aveva riferito, sulla base di una sua ricostruzione postuma, che in altra occasione precedente, che non era stato in grado collocare nel tempo, aveva avuto modo di vedere Giuliano nel corridoio antistante l’ufficio di Ambrosoli. In tale percorso mnemonico egli si era avvalso di un’annotazione contenuta nell’ agenda personale degli appuntamenti dell’avv.to Ambrosoli contenente, alla data dell’11/4/1979, una sigla “G.B.” che aveva ritenuto ricollegabile alle iniziali di Boris Giuliano (cfr. ff. 6 e ss. trascrizione udienza 14 giugno 1994).

Lo stesso Gotelli aveva soggiunto che, a seguito di un’intervista rilasciata al “Corriere della Sera“il 29 Luglio 1979 dall’avv.to Melzi (legale dei piccoli azionisti creditori nel procedimento a carico di Sindona per bancarotta fraudolenta, n.d.r.), vi era stato molto clamore sulla stampa, che lo aveva indicato come unico testimone oculare di un incontro tra due uomini uccisi nel giro di pochi giorni. Allontanatosi dalla città per un periodo di ferie, aveva appreso, attraverso notizie trasmesse dalla radio, di essere stato convocato presso la Procura di Palermo per essere sentito sulla questione.

Aveva riferito, quindi, di essere stato interrogato il 17 Agosto dal sostituto procuratore della Repubblica dott. Geraci, circostanza nella quale era stato parzialmente reticente a causa della notevole apprensione provocata in lui dall’eccessiva pubblicità che era stata data alla questione sui mezzi di informazione.

Solo nel 1989, quando era stato pubblicato un altro articolo dell’avv. Melzi, che lo aveva criticato per la sua reticenza, aveva deciso di scrivere un memoriale sull’accaduto al dott. Giovanni Falcone, che nel 1990 lo aveva convocato. A lui aveva riferito quanto dichiarato nel presente processo in merito all’incontro tra Ambrosoli e Giuliano cui aveva assistito.

Il Tribunale, poi, rassegnava le dichiarazioni del teste Giuseppe Melzi.

Quest’ultimo aveva confermato che il maresciallo Gotelli, all’epoca da lui ritenuto fonte attendibile, gli aveva riferito dell’incontro tra Boris Giuliano e l’avv.to Ambrosoli avvenuto pochi giorni prima dell’omicidio di quest’ultimo.

Il teste Melzi aveva dichiarato di avere appreso anch’egli da notiziari radio, mentre era in ferie nei primi di Agosto del 1979, di essere stato convocato dalla Procura di Palermo, e di essersi messo in contatto con gli uffici della Polizia palermitana per concordare le modalità della sua audizione da parte del magistrato incaricato delle indagini sull’omicidio Giuliano.

Nel corso di un colloquio preordinato a questo scopo, aveva riferito proprio a Contrada che la sua fonte era il maresciallo Gotelli. Aveva raccomandato al suo interlocutore la massima riservatezza su tale audizione e però, la mattina seguente, arrivando all’aeroporto di Palermo, aveva trovato ad attenderlo uno stuolo di giornalisti già informati di tutto e se ne era meravigliato molto, tanto che se ne era lamentato anche con il sostituto procuratore della Repubblica dott. Geraci.

Il teste, inoltre, aveva dichiarato di avere subito detto al magistrato che la fonte delle sue notizie era il maresciallo Gotelli; di avere appreso dallo stesso magistrato che questi, già escusso prima di lui, aveva ritrattato la notizia dell’incontro; di avere, quindi, ridimensionato anch’egli la notizia in suo possesso, prospettandola come frutto di un possibile equivoco.

Evidenziate le ragioni a sostegno del giudizio di attendibilità del Gotelli ed a confutazione delle critiche di protagonismo nei suoi riguardi, il Tribunale attribuiva particolare rilievo probatorio al rapporto a firma dell’imputato in data 7 agosto 1979.

Osservava che, quello stesso giorno, alcuni giornali (nella prima pagina del rapporto, prodotto all’udienza dell’undici novembre 1994, si fa menzione dei quotidiani “Giornale di Sicilia”, “L’Ora” e “Il Diario”) avevano divulgato la notizia dell’incontro tra Giuliano ed Ambrosoli e ne avevano indicato le fonti nelle persone del legale Melzi e di un sottufficiale della Guardia di Finanza che, seppure non generalizzato, veniva indicato come testimone oculare. Ciononostante, l'imputato aveva riferito all’Autorità Giudiziaria, con affermazione assolutamente categorica, di essere in grado di escludere il verificarsi dell’incontro stesso, ed altresì ogni ipotesi di collegamento tra le indagini svolte da Giuliano e l’affare Sindona.

In particolare, nella seconda ed ultima pagina di quel lapidario rapporto, Contrada aveva riferito quanto segue sulle riportate notizie di stampa:




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