Capitolo I lo svolgimento del processo


Avrebbe avuto fiducia soltanto in uomo: l'agente della D.E.A. T.Tripodi



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  • P. M.
Avrebbe avuto fiducia soltanto in uomo: l'agente della D.E.A. T.Tripodi, con il quale aveva avuto nei mesi precedenti saltuari e sporadici rapporti per motivi di servizio. Infatti, solo a lui avrebbe confidato (per telefono) di essersi incontrato con l'avv. Ambrosoli a Milano od altrove pochi giorni prima dell'omicidio dell'avv. milanese. Soltanto a lui avrebbe riferito delle sue indagini su Sindona, dei rapporti e incontri con l'avv. Ambrosoli!

Tutto ciò per mantenere l'assoluto segreto su un incontro svoltosi poi a Milano (secondo la verità di Gotelli) nell'ufficio dell'avv. Ambrosoli che, nella qualità di Commissario liquidatore della Banca Privata di Sindona, aveva stabilito il suo ufficio proprio nei locali della Banca Privata, frequentati non soltanto dai diretti collaboratori dell'avvocato (tra i quali il Gotelli), ma anche da estranei e probabilmente da ex dipendenti della Banca di Sindona.

Quindi, un incontro segretissimo svoltosi poi dinanzi agli occhi di molti (perlomeno, la segretaria dell'avv. Ambrosoli e del Maresciallo Gotelli)>>.

In ordine, poi, al narrato del teste Gotelli, bollato come “non soltanto non vero, ma inverosimile ed assurdo” (pag. 132 Vol. VII capitolo VI, paragrafo VI.7 dell’Atto di Impugnazione), i difensori appellanti hanno adombrato la inaffidabilità del teste, prospettandone la tendenza alla distorsione delle immagini e la propensione al protagonismo (ibidem pag. 136) << La testimonianza del Gotelli è pervasa e invasa da contraddizioni inesauribili, da dubbi e perplessità irrisolti, da falsa rappresentazione della realtà, da inverosimiglianze e assurdità palesi, da giustificazioni e spiegazioni non plausibili, da elucubrazioni e distorsioni mentali, da illogicità e inconcludenze evidenti>>.

Hanno citato, al riguardo, la testimonianza del maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre, il più stretto collaboratore dell'avv. Ambrosoli, che, nel definire il Gotelli “un po’ enigmatico”, all’udienza del 27 giugno 1995 aveva riferito (ibidem, pagine 137-138):

<<- che, nello svolgimento del suo incarico durato alcuni anni, a stretto contatto con l'avv. Ambrosoli, mai aveva avuto contatti con la polizia di Palermo e specificamente con la Squadra Mobile e con il dott. Giuliano;


  • che analogamente poteva affermare per quanto riguarda l'avv. Ambrosoli e che non gli costava nè mai glielo aveva riferito o accennato l'avvocato Ambrosoli che quest'ultimo conoscesse Giuliano;

  • che non gli costava nè aveva mai saputo che l'avv. Ambrosoli si era incontrato con il dott. Giuliano e che la prima volta che aveva sentito una cosa del genere era stato dalla lettura dei giornali, ad agosto del 1979, e precisamente da una intervista dell'avv. Melzi che parlò di questo incontro dicendo che lo aveva appreso dal M.llo Gotelli;

  • che il M.llo Gotelli gli (a Novembre) aveva riferito che, avendogli l'avv. Melzi chiesto se era vero che Ambrosoli e Giuliano si erano incontrati, non aveva risposto alla domanda ma aveva sorriso;

  • che mai il M.llo Gotelli gli aveva riferito o confidato che gli risultava esserci stato questo incontro;

  • che mai l'avv. Melzi gli aveva detto che gli risultava che Ambrosoli e Giuliano si erano incontrati;

  • che mai la vedova Ambrosoli le aveva parlato di rapporti tra il marito ed il dott. Giuliano. (Pagg. 47-48-50-51-52-53-54 ud. 27-6-1995)>>.

Infine,con riguardo alla deposizione dell’avv. Giuseppe Melzi, i medesimi difensori, senza in alcun modo contestare la buona fede del teste, hanno dedotto che:

  • la sua unica fonte era stato il maresciallo Gotelli;

  • lo stesso Melzi aveva riferito di avere avuto confidato dal M.llo Novembre che il Gotelli aveva avuto problemi <<... se mi passa la parola Presidente, di testa, poverino, era un po' svanito questo Maresciallo Gotelli era un po'...lo seppi dopo io, perché debbo dire che di ritorno poi il Maresciallo Novembre che era responsabile mi telefonò e mi disse: ma scusa, non ti sei accorto che Gotelli è un po' svanito?..." (Pag. 10 ud. 7-7-1995);

  • il Gotelli, per quanto a conoscenza del teste Melzi, si era dimesso o lo avevano fatto dimettere a cagione delle sue stranezze (ed in effetti, lo stesso Gotelli aveva ammesso di essersi congedato dalla Guardia di Finanza nel 1982, all’età di 41 anni, perché psicologicamente sfinito).

****

Rinviando, quanto al giudizio di attendibilità del teste Tripodi, alle esaustive argomentazioni del Tribunale, va comunque evidenziato che la riluttanza, manifestata alla vedova Giuliano che lo aveva contattato per telefono poco tempo dopo dell’omicidio del marito, a collaborare pienamente con le autorità inquirenti italiane, perché <<l’Italia non era il suo paese e non si poteva chiedergli di morire per un paese che non era il suo>>, denota come egli fosse in possesso di importanti notizie e proprio per questo avesse ragione di temere per la sua personale incolumità.

Deve condividersi, dunque, l’osservazione secondo cui (pag. 1334 della sentenza appellata) << Il ritardo con il quale il teste si è determinato a riferire le notizie in suo possesso all’A.G. italiana, confermandole integralmente all’odierno dibattimento, giustificato da un comprensibile stato di timore per la propria incolumità personale a seguito degli omicidi sia di Ambrosoli che di Giuliano, non appare idoneo a confutarne l’attendibilità anche alla luce della circostanza, ampiamente acclarata nel corso dell’istruzione dibattimentale, che già nell’immediatezza dei fatti, subito dopo l’omicidio Giuliano, egli aveva esternato proprio alla vedova dell’ex dirigente della Squadra Mobile palermitana, i propri timori adducendoli a motivo della propria resistenza a rivelare agli inquirenti le notizie in suo possesso>>.

Non è chiaro, poi, il senso della allusione dei difensori appellanti al libro autobiografico del Tripodi,edito negli Stati Uniti d’America nel 1993: se, infatti, essa è volta a rimarcare la vigliaccheria del teste, non intacca la sua attendibilità; se è intesa ad adombrare un mendacio ispirato dall’esigenza di uno scoop editoriale e da un tentativo di costruzione di false prove a carico in combutta con del dr. De Gennaro (già evocato dall’imputato, all’udienza del 20 maggio 1999, come un sospetto manipolatore del pentito Marino Mannoia) è del tutto destituita di fondamento probatorio.

Lo stesso Tripodi, oltretutto, nel settembre 1993, fece le sue prime rivelazioni a seguito di una nuova sollecitazione della vedova Giuliano, che aveva avuto modo di conoscere il contenuto di una intervista nella quale l’investigatore statunitense aveva elogiato il marito.

Né è condivisibile l’ulteriore osservazione difensiva secondo cui << Non si comprende per quale motivo mai il dott. Giuliano, tra tanti suoi fidati colleghi e dipendenti, con i quali per tanti anni aveva lavorato e vissuto, avrebbe dovuto fare una confidenza di tal genere ad un poliziotto straniero da poco conosciuto e con il quale aveva sporadici anche se cordiali rapporti per le esigenze di una attività investigativa limitata nel tempo come in effetti è stata>>.

Il Tribunale, infatti, ha dato ampia contezza dello stretto rapporto personale e professionale che Boris Giuliano aveva instaurato con Tripodi (pagine 1327-1332 della sentenza appellata).

Appare, dunque, condivisibile la conclusione secondo cui la testimonianza di quest’ultimo: << proveniente da un soggetto particolarmente qualificato, che per anni ha ricoperto delicati incarichi all’interno dei piu’ importanti apparati investigativi statunitensi, e pertanto del tutto indifferente rispetto all’esito dell’odierno processo, appare di speciale rilevanza e pienamente attendibile alla luce dello stretto rapporto di collaborazione professionale e di amicizia intrattenuto con Boris Giuliano nell’ultimo periodo della sua vita, confermato dalla significativa testimonianza resa sul punto dalla vedova Giuliano e persino dall’imputato e da alcuni suoi stretti collaboratori (….) Appare, pertanto, pienamente credibile che, in virtu’ degli stretti rapporti di amicizia e collaborazione tra loro esistenti, Giuliano gli avesse confidato le proprie diffidenze, da ultimo maturate nei confronti dell’odierno imputato sulla base di esperienze professionali da entrambi direttamente vissute e che, nel corso della telefonata descritta, commentando il recente allarmante omicidio ai danni dell’avv.to Ambrosoli, gli avesse confidato anche quell’incontro avuto con il legale, che si occupava della liquidazione coatta amministrativa della Banca Privata di Sindona, con il quale aveva avuto occasione di scambiarsi importanti informazioni sui canali di riciclaggio, tanto piu’ se si tiene conto del fatto che, fin da subito, l’omicidio Ambrosoli è stato inquadrato in quell’intreccio di interessi mafiosi, massonici e finanziari fra l’Italia e gli U.S.A. che ruotavano intorno al nome di Michele Sindona e sui quali, per diversi settori di competenza, indagavano sia Ambrosoli che Giuliano e Tripodi>>.

Né è decisiva l’ulteriore osservazione secondo cui <>, come risulta dagli stessi rapporti giudiziari inviati alla Procura della Repubblica di Palermo.

Ed invero, come anche osservato dal Procuratore Generale (pag. 9 della Memoria depositata nel primo dibattimento di appello il 3 novembre 2000), tale considerazione è formalistica, essendo basata su “una clausola di stile e di cortesia, il cui effettivo valore si ricava dalle dichiarazioni dello stesso imputato quando afferma (udienza 22/11/94) che <>”.

D’altronde, un riscontro alle dichiarazioni del teste Tripodi, sia in ordine all’esistenza di acquisizioni investigative dell’operazione “Caesar” non note a Contrada (pagine 118-119 trascrizione udienza 12 luglio 1994), sia in ordine ai sospetti che Boris Giuliano aveva iniziato a nutrire, è stato offerto dalle stesse dichiarazioni dell’imputato.

Questi, infatti, ha affermato di avere tenuto nella propria stanza, presso gli uffici della Criminalpol, una vetrina con alcuni cimeli di famiglia, cioè una sciabola, delle pistole antiche, dei pugnali, così convalidando il ricordo del teste circa la visita fatta nel suo ufficio, a seguito della quale Giuliano aveva manifestato i propri sospetti (cfr. pagine 18 e ss. trascrizione udienza 29/12/1994).

Ulteriore riscontro della generale attendibilità del Tripodi, e segnatamente della sua affermazione secondo cui <<Giuliano e Ambrosoli si erano personalmente scambiate importanti informazioni sui canali di riciclaggio>> è stato offerto dalla testimonianza dell’avv. Melzi.

Come puntualmente evidenziato dal Procuratore Generale a pag. 10 della sua già citata Memoria, questi ha affermato che Ambrosoli gli aveva detto di avere individuato filoni di riciclaggio dalla Sicilia al Canada:<< una delle poche cose che è riferita a questi fatti che mi disse Ambrosoli ma qualche mese prima della morte, è che da una parte c'era un'indagine americana molto avanti per cui lui aveva già deposto e doveva giurare e lì sappiamo perchè è stato ucciso, la motivazione ultima ma dall'altra parte che aveva individuato dei filoni di indagine di capitale, ovviamente di origine strana, non ufficiale, non legittima eccetera, che trascorrevano in Italia, in particolare dalla Sicilia al Canada e di cui in qualche modo, intermediatore e utilizzatore e collocatore era stato Sindona >> (pagine 69-70 trascrizione udienza 7 luglio 1995).

Lo stesso l’avv.to Melzi, per altro verso, ha dichiarato che uno dei tanti filoni, da egli stesso indicato all’avv.to Ambrosoli, su cui << indagare per scoprire ..le ragioni del crak era anche quello dell’origine di Sindona, dei rapporti originari di Sindona con l’ambiente siciliano”(pagina 5 e segg. trascrizione udienza 7 luglio 1995).

Quanto alla copiosa mole di testimonianze riguardante lo stretto, indiscutibile, rapporto di amicizia personale dell’imputato con Boris Giuliano, la stessa non vale in alcun modo ad intaccare l’attendibilità del teste Tripodi, e cioè a fare escludere o dubitare che lo stesso Giuliano gli avesse confidato di nutrire sospetti sulla fedeltà di Contrada.

Non può pretendersi, infatti, che, nell’ultimo periodo della sua vita, Giuliano esternasse, nel proprio ambiente e con i suoi colleghi di sempre, di temere che l’amico fosse stato irretito da Cosa Nostra.

D’altra parte, la testimonianza di Tripodi, per la particolarità del contesto cui si riferisce, non può essere raffrontata con quelle di carattere generale, e dunque eterogenee rispetto ad essa, richiamate dai difensori appellanti, né con la personale convinzione dell’imputato di non avere mai perduto la fiducia dello stesso Giuliano.

Quanto all’ulteriore argomento - addotto dai difensori appellanti anche con riguardo al giudizio di attendibilità del teste Gotelli - della inverosimiglianza del presunto incontro tra Giuliano ed Ambrosoli (desunta dalla inesistenza di tracce documentali della missione e del suo risultato, dal mancato riscontro di confidenze alla moglie od altri familiari o amici o di comunicazioni all'Autorità giudiziaria, dalla improbabile assunzione dell’onere delle spese di viaggio, dalla improbabile assunzione del rischio di incorrere - in caso di imprevisti, inconvenienti, incidenti, disguidi od altro - nelle sanzioni disciplinari per la inosservanza delle norme regolatrici delle missioni fuori sede), devono, innanzitutto, richiamarsi le considerazioni del Tribunale.

Quel giudice ha rilevato, al riguardo: <> (cfr. pag. 1365 della sentenza appellata).

Non può, comunque, escludersi a priori che Giuliano si fosse personalmente assunto l’onere del costo del biglietto aereo per andare a Milano e fare rientro, in giornata, a Palermo. Né è dirimente, attesi i pochi giorni di vita rimastigli, ma anche il carattere della visita (funzionale ad uno scambio di informazioni, a sua volta suscettibile di dare la stura a successive attività investigative), il fatto che egli non avesse lasciato traccia della sua trasferta in note o rapporti diretti all’Autorità Giudiziaria.

Ed ancora, non è realistica, atteso il carattere assolutamente privato della trasferta stessa, l’ipotesi di sanzioni disciplinari per la inosservanza delle norme regolatrici delle missioni fuori sede.

Infine, non può nemmeno ipotizzarsi un difetto di comunicazione tra Tripodi e Giuliano, e cioè che l’investigatore statunitense avesse frainteso quanto dettogli dal funzionario di Polizia Italiano circa uno scambio personale di informazioni con Ambrosoli sui canali del riciclaggio, magari percependo all’indicativo un periodo ipotetico dell’irrealtà (del tipo “avrei voluto incontrarlo personalmente e scambiare informazioni con lui…..”).

Inducono, infatti, ad escludere questa ipotesi non soltanto il tenore tassativo della testimonianza di Tripodi, ma anche la circostanza, riferita dall’imputato, che <<Thomas Tripodi aveva principalmente contatti con Giuliano, perchè Giuliano parlava bene l’inglese>> ( cfr. dich. rese dall’imputato all’ud. del 22/11/1994 ff. 95 e ss.) ed infine il fatto che lo stesso Tripodi, pur essendo stato esaminato con l’ausilio di un interprete, parlava anche la lingua italiana, nella quale aveva risposto in sede di indagini preliminari, secondo quanto riferito dai Pubblici Ministeri (cfr. pag. 86 trascrizione udienza 12 luglio 1994).

A maggior ragione, deve essere esclusa, anche per la precisione con cui è stato descritto il contesto della rivelazione, qualsiasi ipotesi di equivoco con riguardo ai sospetti su Contrada, dei quali Tripodi ha riferito di essere stato messo a parte da Boris Giuliano.

Le considerazioni sin qui richiamate ed illustrate circa la pretesa impossibilità della trasferta privata di Boris Giuliano valgono anche ai fini della valutazione della attendibilità del teste Orlando Gotelli.

Ad integrazione di esse, e con specifico riferimento al narrato del Gotelli, va rilevato come non possa convenirsi con l’affermazione dei difensori appellanti secondo cui la segretezza dell’incontro contrasterebbe con la ufficialità della sua sede, fatta sul rilievo che l'avv. Ambrosoli, << nella qualità di Commissario liquidatore della Banca Privata di Sindona, aveva stabilito il suo ufficio proprio nei locali della Banca Privata, frequentati non soltanto dai diretti collaboratori dell'avvocato (tra i quali il Gotelli), ma anche da estranei e probabilmente da ex dipendenti della Banca di Sindona>>.

Ed invero, lo stesso maresciallo Gotelli, sostanzialmente tacciato di mitomania dai predetti difensori, ha evidenziato con chiarezza il carattere riservato dell’incontro in parola, riferendo che la segretaria aveva cercato di impedirgli di entrare nello studio.

Ha fornito, inoltre, una giustificazione logica del suo operato, e cioè avere voluto soltanto portare alla firma il verbale di riapposizione dei sigilli, che quotidianamente veniva compilato dopo la consultazione da parte dei finanzieri della documentazione in sequestro, e di essere comunque entrato perché la segretaria gli aveva detto che l’avv. Ambrosoli aveva un incontro probabilmente con alcuni colleghi di esso teste (Polizia o Carabinieri).

Il Tribunale si è fatto carico di vagliare le critiche di protagonismo ed i dubbi avanzati dalla Difesa sulla integrità psichica del maresciallo Gotelli, superandoli sulla base di argomentazioni che, nel loro insieme, questa Corte ritiene di condividere (pagine 1346-1353 sentenza appellata).

In effetti, non ci si può esimere dal rilevare, nel Gotelli, la tendenza a dilatare la prospettiva di fatti da lui effettivamente percepiti.

Ad esempio, il teste ha riferito che, avendo visionato nel settembre 1979 l’agenda dell’avv. Ambrosoli, ed avendo rilevato che, sotto la data dell’undici aprile 1979 era segnata la sigla “G.B.” aveva ritenuto che essa fosse ricollegabile al cognome ed al prenome di Boris Giuliano (cfr. ff. 6 e ss. 14 giugno 1994).

Ha giustificato tale suo convincimento con <<il tipo di psicologia dell'Avv. Ambrosoli e il fatto che fosse scritto a penna... a ma... a inchiostro indelebile>>, mentre tutte le altre annotazioni erano vergate a matita.

Ha ammesso, a questa stregua, di avere fatto dipendere il suo ricordo da tale deduzione quando aveva ripensato, a posteriori, alla domanda del Sostituto Procuratore Geraci se avesse visto, anche nei corridoi, la persona notata nella stanza di Ambrosoli e poi riconosciuta come Boris Giuliano.

Nel contempo, tuttavia, ha riconosciuto di non potere escludere che ciò fosse avvenuto quel medesimo giorno dei primi di luglio in cui egli era entrato nella stanza di Ambrosoli a colloquio con Giuliano, e quindi non l’undici aprile 1979 : << Però non so se fosse un'altra occasione o quella stessa mattina che lo avessi visto mezz'ora prima nei corridoi, nell'ufficio antistante... nell'ufficio di Ambrosoli, ma adesso non sono in grado di precisare se era la stessa mattina, mezz'ora prima o in un'altra data>>.

Questa tendenza ad un certa superfetazione dell’io investigativo è emersa anche nel presente giudizio di rinvio: il teste, infatti, ha inviato un telegramma alla Procura Generale presso questa Corte di Appello, pervenuto il 22 dicembre 2003 ed acquisito agli atti, nel quale si dichiara a conoscenza del nome dell’unica persona che poteva avere messo in contatto Giuliano ed Ambrosoli (nome che avrebbe fatto a Giovanni Falcone),soggiungendo :<< presumo di conoscere anche l’argomento di cui possono aver discusso>>.

Deve, tuttavia, rilevarsi, che l’attendibilità del Gotelli è fatta salva dai riscontri alla sua deposizione nella parte riguardante l’incontro dei primi di luglio del 1979 tra Giuliano ed Ambrosoli.

In primo luogo, la migliore riprova del fatto che tale incontro fosse stato da lui riferito, a caldo, in modo lineare è stata offerta dall’avv. Giuseppe Melzi.

Quest’ultimo, infatti, nel corso del proprio esame (pag. 30 FILE trascrizione udienza 7 luglio 1995), rispondendo al Pubblico Ministero ha dichiarato <<dottore, preciso, se possibile, questo: l'indicazione di Gotelli, la prima indicazione di Gotelli fu molto precisa, tant'è che io la raccolsi come tale, come precisa, cioè come indicazione precisa>>.

L’avv. Melzi, d’altra parte, pur riferendo che, al rientro dalle ferie estive del 1979, il maresciallo Novembre gli aveva detto che Gotelli non era attendibile, intervistato nel 1989 dal settimanale<>, lo aveva accusato di essere stato reticente, tanto che lo stesso Gotelli, a seguito di tale intervista, aveva inviato un memoriale al G.I. Falcone confermandogli l’incontro.

Non coglie, dunque, nel segno la proposizione difensiva secondo cui (pag. 141 vol. VII, Capitolo VI, paragrafo VI.7 dell’atto di impugnazione) <>, ricondotta alle parole del teste (pag. 133 della trascrizione relativa all’udienza del 7 luglio 1995) <<a me (la notizia dell’incontro : n.d.r.) venne smentita da Novembre>>.

L’avv. Melzi, infatti, ha bensì affermato di essersi convinto, in tempi recenti, che non vi era alcuna prova dell’incontro tra Giuliano ed Ambrosoli, ma soltanto dopo che il maresciallo Novembre, ormai in pensione e da lui rivisto quale consulente per il crack del Banco Ambrosiano, gli aveva riferito <<che era un collegamento arbitrario di Gotelli sulla base di questa situazione personale di carenza di controllo>> (pag. 45 trascrizione udienza 7 luglio 1995).

In dibattimento, peraltro, il maresciallo Silvio Novembre ha adottato una misura di maggiore cautela. Ed infatti, alla domanda del Pubblico Ministero, : << P. M. - ...Lei è in grado di asserire o di escludere che sia avvenuto un incontro fra l’avv. Ambrosoli e il dr. Boris Giuliano?>> ha risposto: <<Novembre S. - Io non sono in grado di asserirlo, né in grado di escluderlo>> (pag. 68 trascrizione udienza 27 giugno 1994).

Ciò che, tuttavia, convalida nel suo nucleo essenziale la deposizione del Gotelli sono:



  • le plausibili ragioni della reticenza di questi mostrata, sia con il sostituto Procuratore Geraci, sia con il commilitone Silvio Novembre (al quale egli aveva detto di avere risposto con un sorriso alla domanda dell’avv. Melzi circa la verificazione dell’incontro, cfr. pag. 52-53 trascrizione udienza 27 giugno 1994, relativa alla testimonianza del Novembre);

  • il riscontro offerto dalla testimonianza di Charles Tripodi.

Circa le prime, si è già rilevato come la grande pubblicità data dalla stampa all’audizione del Melzi e del Gotelli avesse indotto l’uno e l’altro ad o una seria e comprensibile preoccupazione di una loro sovraesposizione personale.

Circa il secondo, è pienamente condivisibile la considerazione del Tribunale che << che sia il teste Gotelli che il teste Tripodi, fonti assolutamente autonome tra loro, abbiano fornito indicazioni in ordine alla collocazione cronologica dell’incontro Giuliano-Ambrosoli assolutamente coincidenti: ed infatti, come già evidenziato, il teste Tripodi ha dichiarato che Giuliano gli aveva confidato di essersi incontrato con Ambrosoli due giorni prima del suo omicidio avvenuto il 12/7/1979, e quindi il 10/7/1979; il teste Gotelli ha fatto riferimento ad un’epoca prossima al predetto omicidio, fornendo quale indicazione la circostanza che quel giorno il m.llo Novembre era in ferie; il m.llo Novembre ha dichiarato di essere andato in ferie tra il 9 ed il 10/7/1979 (cfr. dep. Tripodi ff. 140 e ss. ud. 12/7/1994- dep. Gotelli ff. 5-11-12-50 ud. 14/6/1994- dep. Novembre f.62 ud. 27/6/1995).

L’assoluta precisione di tale dato cronologico, ricostruito dai predetti testi “per relationem”, risultato pienamente concordante, induce ad avvalorare ulteriormente le due deposizioni in oggetto>> (pagine 1353-1354 della sentenza appellata).

Ma, come già si è avuto modo di rimarcare,cioè che maggiormente rileva ai fini del presente giudizio è la inequivoca ed assai inquietante circostanza secondo la quale l’imputato - ammesso pure per ipotesi che non fosse stata, all’epoca,acclarata con certezza (ma neppure esclusa) l’effettività dell’incontro milanese tra Giuliano ed Ambrosoli - si fosse determinato autonomamente e senza alcuna formale richiesta della A.G. a redigere un rapporto col quale negava recisamente l’espletamento di qualsiasi indagine su Sindona da parte di Boris Giuliano, come pure il verificarsi di incontri milanesi tra il collega e l’avv. Ambrosoli; << soffocando>> così sul nascere (per mutuare una colorita espressione cara al Procuratore Generale) o comunque seppellendo in embrione un filone investigativo meritevole, piuttosto, di doveroso approfondimento circa l’uccisione del dr. Giuliano.

In conclusione, devono essere confermate e ribadite, in questa sede, le valutazioni operate dal Tribunale in ordine alla valenza sintomatica della condotta dell’odierno imputato nell’ambito della vicenda in esame.

CAPITOLO XVIII






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