Capitolo I lo svolgimento del processo


Le censure riguardanti la vicenda della agevolazione della fuga dall’Italia di Olivero Tognoli



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Le censure riguardanti la vicenda della agevolazione della fuga dall’Italia di Olivero Tognoli.
L’agevolazione alla fuga dall’Italia di Oliviero Tognoli costituisce uno dei più rilevanti segmenti fattuali, autonomamente provato, della condotta ritenuta dal Tribunale a carico di Bruno Contrada.

Come è dato ricavare dalla sentenza appellata, Oliviero Tognoli, figlio di un imprenditore trasferitosi per alcuni anni in Sicilia, dove aveva costituito talune società nel settore industriale siderurgico, era stato coinvolto nella nota operazione di Polizia sviluppatasi tra gli Stati Uniti d’America, la Spagna, la Svizzera e l’Italia, denominata “Pizza Connection”.

Nell’ambito di tale indagine, erano emersi i suoi collegamenti criminali con noti esponenti dell’organizzazione “Cosa Nostra” dediti al traffico internazionale di stupefacenti, di cui era a capo il mafioso Gaetano Badalamenti ed ai quali il Tognoli aveva prestato il proprio contributo sulla base della sua notevole esperienza nel settore delle mediazioni finanziarie internazionali.

Il 16 aprile 1984, dopo essere sfuggito all’esecuzione di un provvedimento di fermo di Polizia Giudiziaria, il Tognoli era stato raggiunto in stato di irreperibilità da un ordine di cattura emesso dalla Procura della Repubblica di Palermo per il delitto di cui all’art. 75 L. 22/12/1975 n° 685, commesso in concorso con numerosi soggetti colpiti a loro volta da mandato di cattura emesso dall’Ufficio Istruzione di Palermo in relazione ai reati di associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti. Rimasto latitante per più di quattro anni, il 12 ottobre 1988 era stato tratto in arresto all’aeroporto di Lugano, in Svizzera, dove si era costituito.

Il Tognoli era stato giudicato dal Tribunale di Roma che, con sentenza n° 614 in data 28 marzo 1992, divenuta irrevocabile il 6 ottobre 1992, lo aveva condannato alla pena di anni sei, mesi otto di reclusione e £ 200.000.000 di multa per il delitto di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, aggravato per avere agito con la qualifica di “capo” ed in concorso con un numero di persone superiore a dieci, tra le quali numerosi esponenti di “Cosa Nostra” già condannati con sentenza irrevocabile per il reato di cui all’art. 416 bis. c.p. nell’ambito del primo maxi processo.

Con detta sentenza, il peculiare contributo offerto dal Tognoli, <<in posizione eminente e con mansioni dirigenziali di dominus dei conti svizzeri>>, era stato individuato nell’attività di riciclaggio, tramite banche di diversi paesi esteri ed in particolare della Svizzera, del denaro proveniente da un vasto traffico internazionale di eroina, fatto poi confluire nelle disponibilità finanziarie di “Cosa Nostra”.

Lo stesso Tognoli era stato, altresì, condannato per infrazione alle leggi sugli stupefacenti con sentenza definitiva emessa dalla Corte delle Assise di Lugano, per i reati punibili in Svizzera, paese in cui aveva scontato la pena inflittagli.

Il Tribunale, nel ricostruire le fasi che avevano condotto all’emissione, a carico del Tognoli, del provvedimento di fermo da parte della Polizia Giudiziaria di Palermo, nonché le circostanze relative alla sottrazione a tale provvedimento restrittivo, valorizzava le dichiarazioni rese da due funzionari della Polizia elvetica, il Commissario Clemente Gioia (escusso quale teste) e l’Ispettore Enrico Mazzacchi (il verbale del suo interrogatorio al Pubblico Ministero in data primo aprile 1993 veniva acquisto al fascicolo del dibattimento) , nonché dal magistrato italiano Giuseppe Ajala e dal magistrato svizzero Carla Del Ponte, già Procuratore Pubblico di Lugano, che con il Tognoli avevano avuto diretti contatti a seguito della sua costituzione.

Dalle deposizioni di tali testi, considerati "tutti altamente attendibili e totalmente disinteressati rispetto all’esito dell’odierno processo", era emerso che Oliviero Tognoli, in più occasioni (e cioè sin dal suo arrivo all’aeroporto di Lugano) ed alla presenza di più persone, aveva individuato in Bruno Contrada il soggetto che aveva favorito la sua fuga, attraverso un’informazione telefonica fattagli pervenire mentre si trovava all’hotel “Ponte” di Palermo, nell’imminenza dell’esecuzione a suo carico del provvedimento di fermo di Polizia Giudiziaria.

Al commissario Gioia, incaricato di prelevarlo all’aeroporto di Lugano - era stato concordato con il difensore, a tutela del Tognoli, che la costituzione, primo atto di un percorso di collaborazione con la giustizia elvetica, fosse mimetizzata da un arresto eseguito nell’ambito di una normale operazione di Polizia - lo stesso Tognoli aveva spontaneamente rivelato che la sua latitanza era stata resa possibile dall’informazione datagli da un suo “pari grado”.

Successivamente nel corso delle dichiarazioni rese alla d.ssa Carla Del Ponte nell’ambito del procedimento penale svizzero, nel dicembre del 1988 il Tognoli aveva fatto mettere a verbale che il soggetto che lo aveva informato era un funzionario di Polizia che gli aveva fatto una tempestiva telefonata mentre si trovava in albergo, a Palermo.

La mattina del 3 febbraio 1989, sempre nell’ambito del procedimento svizzero, si era svolto un interrogatorio condotto dalla predetta dott.ssa Del Ponte, cui avevano assistito i magistrati italiani Ayala ed Falcone. Con quest’ultimo, a conclusione dell’atto istruttorio, il Tognoli aveva scambiato alcune battute sul fatto che la sua fuga da Palermo non era stata casuale.

Subito dopo, mentre stava per uscire dall’aula, avvicinato dallo stesso Falcone, e quindi dalla Del Ponte, il Tognoli aveva ammesso, rispondendo con un esplicito “si”, accompagnato anche da un gesto di assenso del capo, che era stato proprio Contrada il soggetto che lo aveva informato dell’imminente provvedimento restrittivo a suo carico.

Il pomeriggio dello stesso 3 febbraio, nelle fasi preliminari alla rogatoria italiana davanti al Giudice Istruttore elvetico Lehman, presenti i magistrati italiani Falcone ed Ajala, il Tognoli aveva chiesto ed ottenuto di parlare riservatamente con il proprio legale, avv.to Gianoni.

Quest’ultimo, all’esito del colloquio, aveva confermato al giudice Falcone che l’informatore del suo assistito era stato proprio Contrada, ammissione fatta nel corso di una breve conversazione recepita dal teste Enrico Mazzacchi, che si trovava vicino.

Il Tognoli, tramite il suo avvocato, aveva, quindi, chiesto di differire la verbalizzazione del nome di Contrada ad un momento successivo, adducendo esigenze di protezione dei propri familiari; conseguenziale a tale colloquio era stata la risposta resa nel verbale redatto subito dopo, con la quale egli, pur ammettendo esplicitamente che il proprio allontanamento da Palermo non era stato casuale, aveva fatto riserva di riferire in un secondo momento il nome del soggetto che lo aveva favorito.

Tra l’espletamento di tale rogatoria e quella successiva dell’8 maggio 1989, appositamente fissata all’esclusivo fine di ottenere lo scioglimento della riserva fatta il 3 febbraio, sia il Commissario Gioia che la dott.ssa Del Ponte avevano avuto diverse occasioni di incontro con il Tognoli, il quale, senza mai negare di avere ammesso in precedenza che il soggetto che lo aveva informato era stato Contrada, aveva manifestato forti resistenze a verbalizzare quel nome, adducendo sempre gravi motivi di paura per sé e rappresentando che erano pervenute minacce ai suoi familiari.

L’otto maggio 1989 il Tognoli aveva reso una nuova e diversa versione dei fatti, dichiarando che la telefonata ricevuta all’hotel “Ponte” era stata effettuata dal fratello Mauro, il quale si era limitato ad avvertirlo che alcuni poliziotti lo avevano cercato nella sua residenza di Concesio (BS).

Questa segnalazione, unitamente alle notizie pubblicate sulla stampa il giorno precedente (cioè l’undici aprile 1984) circa gli arresti dei suoi complici, gli avevano fatto intuire di essere in pericolo e lo avevano indotto a darsi a precipitosa fuga.

Lo stesso Tognoli – inizialmente dichiaratosi riluttante a verbalizzare il nome del funzionario di polizia che, durante la rogatoria italiana del pomeriggio del 3 febbraio 1989, aveva fatto riserva di enunciare - di fatto, dopo avere fornito, nel corso dell’atto istruttorio, svariati elementi per la sua identificazione, lo aveva indicato nel dott. Cosimo Di Paola.

Aveva precisato che detto funzionario, destinato alla Questura di Palermo dopo un periodo di servizio a Padova, in una occasione gli aveva chiesto se, per caso, coltivasse rapporti con Leonardo Greco, che aveva visto come testimone al suo matrimonio. Alla sua risposta affermativa, lo aveva ammonito dal frequentarlo, dicendogli che si trattava di un personaggio sul conto del quale gravavano pesanti sospetti di appartenenza alla mafia.

Lo stesso Tognoli, quindi, aveva soggiunto che, in un’altra occasione, il dott. Di Paola lo aveva invitato a troncare anche i rapporti commerciali che intratteneva con il Greco e, un paio di giorni prima del 12 Aprile 1984, gli aveva telefonato comunicandogli che “aveva avuto l’impressione che le indagini su Leonardo Greco coinvolgessero anche la sua persona” avvertendolo che, ove detta impressione si fosse concretizzata, lo avrebbe nuovamente contattato e consigliandogli, in ogni caso, di parlare immediatamente con il magistrato incaricato dell’inchiesta per chiarire la sua posizione.

Nei giorni successivi, si era reso conto che le cose volgevano al peggio per lui. In particolare, avendo letto le già menzionate notizie di stampa, riguardanti anche tali Corti e Miniati, personaggi coinvolti nel riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di droga, aveva detto ai propri familiari di tenerlo al corrente di ogni fatto straordinario che potesse riguardarlo. In tale contesto, la mattina del 12 Aprile il fratello Mauro lo aveva rintracciato all’hotel “Ponte” di Palermo.

Il Tribunale riteneva evidente che le dichiarazioni rese a verbale dal Tognoli l’otto Maggio 1989, di tenore del tutto diverso e logicamente inconciliabile con quelle fatte in precedenza ai funzionari ed ai magistrati che lo avevano contattato e più volte interrogato, erano state il frutto di un ripensamento tardivo, dettato dall’esigenza difensiva di porre rimedio alle spontanee ammissioni fatte sul conto dell’odierno imputato; ripensamento indotto dalla paura dello stesso Tognoli che la formalizzazione di quelle dichiarazioni avrebbe potuto esporre lui ed i suoi familiari a gravi conseguenze.

Palesemente compiacenti, d’altra parte, si erano dimostrate le testimonianze di Mauro Tognoli e dell’avv. Franco Gianoni.

Il primo, esaminato quale imputato di reato connesso, si era parimenti mostrato gravemente intimidito, tanto da chiedere con una lettera di non essere sentito a Palermo. Quanto alla sua attendibilità, gli orari dei suoi spostamenti e della sua presunta telefonata al fratello presso l’hotel “Ponte”, da lui riferiti, erano risultati incompatibili con i tempi della perquisizione e del successivo appostamento eseguiti dagli agenti della Squadra Mobile di Brescia e riferiti nel corso del dibattimento dai testi Mario Iandico e Oronzo Del Fato, rispettivamente capo e componente della pattuglia che aveva eseguito la perquisizione.

L’avv. Gianoni, oltre ad offrire, adeguandosi alle dichiarazioni del suo assistito, una ricostruzione dei fatti in contrasto con le altre emergenze dibattimentali, era incorso in smaccate inesattezze ed incongruenze, stigmatizzate dal Tribunale (cfr. pagine 1562-1566 della sentenza appellata, cui si rinvia), spingendosi ad attribuire alla dott.ssa Del Ponte ed del giudice Falcone comportamenti scorretti, che peraltro si sarebbero verificati in sua presenza e con il suo avallo.

Il Tribunale, ancora, riteneva non decisive al fine di superare la testimonianza della dott.ssa Del Ponte, frutto di percezioni dirette, le testimonianze del dott. Francesco Misiani (pagine 1622-1623 della sentenza appellata) e del dott. Francesco Di Maggio (ibidem, pagine 1623-1629), magistrati distaccati presso l’Alto Commissario, nonché del colonnello dei Carabinieri Mario Mori, in servizio a Palermo dall'estate '86 all'autunno '90; testimonianze, tutte relative a colloqui con Giovanni Falcone sull’atteggiamento del Tognoli, variamente indicatrici di una imprecisione di ricordi sull’intera vicenda.

********

Assumono i difensori appellanti (pagine 3-5 Volume VIII, capitolo VI, paragrafo VI. 8 dell’Atto di impugnazione) che non sarebbe <

In particolare:

 Non è stato accertato un qualsiasi rapporto tra il dott. Contrada e Tognoli Oliviero: nè di parentela od amicizia, nè di affari o cointeressenze o leciti o illeciti, nè di frequentazioni di stessi ambienti o di amici comuni. Persone molto vicine ad Oliviero Tognoli, quali il fratello Mauro ed il dott. Cosimo Di Paola, interpellati in merito, hanno escluso l'esistenza di un qual si voglia legame tra Contrada e Tognoli, tale da costituire un motivo plausibile per un così grave atto criminoso che il dott. Contrada avrebbe posto in essere in favore del Tognoli.

 Non è stato accertato un qualsiasi rapporto tra il dott. Bruno Contrada e Greco Leonardo o un altro qualsiasi soggetto affiliato od inserito nell'organizzazione criminale mafiosa di cui faceva parte il Greco ed in favore della quale il Tognoli aveva compiuto le operazioni di riciclaggio che gli sono state addebitate e per cui è stato condannato in Italia ed in Svizzera.

 Non è stato accertato un sia pur labile, sporadico, indiretto contatto tra il dott. Contrada ed il Tognoli o suoi familiari, suoi amici, suoi collaboratori e complici, nè prima del 12-4-1984 nè durante la sua latitanza, di 4 anni, nè dopo la sua costituzione a Lugano.

 Non è stato accertato un qual si voglia motivo o interesse d'ufficio a che il dott. Contrada - allora Capo di Gabinetto dell'Alto Commissario - si adoperasse per favorire la fuga o la latitanza del Tognoli, nè che qualcuno lo abbia indotto o determinato a fare ciò>>.

Per contro (ibidem, pagine 5-8), il 12 aprile 1984 Tognoli si era <

1) Il Tognoli si era reso conto della gravità dei comportamenti delittuosi da lui posti in essere in favore della organizzazione criminale mafiosa, con le operazioni di "riciclaggio" del denaro proveniente dai traffici di droga;

2) Il Tognoli, nei giorni immediatamente precedenti il 12 era in stato di vigile e apprensiva attesa per lo sviluppo dell'indagini sulla "pizza connection" a carico dei componenti della organizzazione mafiosa in favore dei quali aveva operato; addirittura, il giorno precedente, cioè 11 aprile, il Giornale di Sicilia riportò la notizia dell'arresto degli affiliati, in particolare, di coloro che gli erano stati più vicini nelle operazioni di riciclaggio 79;

3) Il Tognoli, era stato messo altresì in allarme dal suo amico di infanzia e compagno di scuola dott. Cosimo Di Paola, già funzionario di P.S. alla Questura di Palermo, che lo aveva consigliato ed esortato a dismettere la frequentazione con il mafioso Leonardo Greco, esponente di rilievo dell'organizzazione criminale implicata nel traffico di droga;

4) Il Tognoli, la mattina del 12 aprile, ebbe la sicurezza che era stato adottato nei suoi confronti un provvedimento di arresto. Ciò avvenne quando personale ( un sotto-ufficiale e due agenti) della Squadra Mobile di Brescia si presentò nella sua villa a Concesio (BS) per procedere all'esecuzione del provvedimento, richiesto dalla Polizia di Palermo (si trattava di fermo di P.G.). Il Tognoli non si trovava a Concesio ma era a Palermo per motivi attinenti al suo lavoro. Era alloggiato all'Hotel Ponte di Palermo, unitamente al suo collaboratore Tumino Salvatore.

I suoi familiari, che erano a conoscenza del suo provvisorio recapito, lo avvertirono della visita della Polizia ed egli ritenne opportuno allontanarsi e successivamente darsi alla latitanza>>.

In ordine a quest’ultimo punto, nell’atto di impugnazione è stata richiamata la testimonianza di Mauro Tognoli circa la telefonata che lo stesso ha dichiarato di avere fatto al fratello; testimonianza che i difensori appellanti assumono non essere stata smentita dalla indicazione dei tempi del fermo e del successivo appostamento, a loro avviso incerta, fatta dai testi Iandico e Del Fato.

L’unico sicuro riferimento temporale, infatti, sarebbe offerto dalla relazione di servizio in data 12 aprile 1984, nella quale il Maresciallo Iandico, riferendo al suo dirigente del servizio svolto a Concesio, aveva attestato di essere giunto dinanzi la villa alle ore 6,30 e che l'appostamento al fuori di essa era durato 14 minuti.

La durata delle operazioni compiute all’interno della villa, secondo i difensori appellanti, sarebbe stata, poi, ben più breve di quella postulata dal Tribunale, e dunque sarebbe stata compatibile con l’orario indicato dal teste Mauro Tognoli per la sua telefonata: nel corpo della relazione di servizio a firma Iandico, infatti, non si parlava espressamente di una vera e propria perquisizione domiciliare, ma si menzionava una ispezione dell'abitazione di Oliviero Tognoli, per accertare la sua presenza o meno.

La circostanza che non fosse stata eseguita alcuna perquisizione emergerebbe, ad avviso dei predetti difensori, dal fatto che, lo stesso 12 aprile, era stato disposto l'invio di altro personale di polizia, diretto dal dott. Giuseppe Russo, funzionario P.S. della Squadra Mobile di Palermo, con il compito, appunto, di effettuare la perquisizione per reperimento di documenti e altro, omessa la mattina del 12 aprile 1984.

Per altro verso, se davvero Bruno Contrada avesse appreso dal dott. De Luca (con il quale si era incontrato, come risulta dalla annotazione "ore 9.30 di De Luca - qui", vergata nell’agenda del 1984 alla data dell’undici aprile) o da altri che Oliviero Tognoli era nel novero dei soggetti da arrestare nel quadro dell’ operazione "pizza connection", e se davvero avesse voluto farlo fuggire, avrebbe ben potuto avvertirlo durante la giornata dell'undici aprile: <


> (pag. 18 Vol. VIII capitolo VI Parafo VI. 8 dell’Atto di impugnazione).

Ed ancora <> (pag. 17, ibidem).



Inoltre, dalle dichiarazioni dei testi Del Ponte, Ayala, Gioia, Mazzacchi e Gianoni, persone che avevano avuto contatti con Oliviero Tognoli dal momento della sua costituzione a Lugano, era risultato con certezza che il nome "Bruno Contrada" non era mai stato fatto dallo stesso Tognoli sino all'interrogatorio per rogatoria dell'8-5-1989, nel corso del quale egli aveva, per la prima volta, indicato l’odierno imputato come un funzionario di polizia che gli era stato occasionalmente presentato e che, dopo quell'incontro, non aveva più visto, con cui non aveva più parlato e non aveva avuto rapporti di alcun genere.

Quel nome, piuttosto, era stato fatto la prima volta da Giovanni Falcone quando il 3 febbraio 1989, rivolto al Tognoli, gli aveva chiesto se il funzionario che lo aveva avvertito, informato o aiutato nella fuga fosse stato Bruno Contrada .

I testi Di Maggio, Misiani e Mori avevano riferito, infatti, di avere sentito raccontare allo stesso Falcone che, alla sua domanda se fosse stato Contrada ad avvisarlo, Tognoli si era limitato a rispondere con un sorriso, ritenuto, secondo un linguaggio gestuale tipicamente siciliano, un eloquente gesto di assenso.

I difensori appellanti, quindi, hanno dedotto che tutta la ricostruzione della vicenda era stata viziata da un equivoco, <

Il dott. Falcone che non conosceva il Di Paola, dovette sospettare (senza fondamento) che il Tognoli si riferisse al dott. Contrada, forse in ragione che quest’ultimo aveva lasciato la Polizia per transitare nei ruoli di altra Amministrazione, cioè al S.I.S.De e poi all’Alto Commissariato>> (in termini, le “Note” in replica alla requisitoria del Procuratore Generale nel primo dibattimento di appello, dove viene ripreso, in modo più ampio, il medesimo concetto sviluppato alle pagine 35-36 del Volume VIII dell’atto di impugnazione).

Tale sospetto, si soggiunge nelle predette “Note”, aveva indotto Giovanni Falcone a porre a Tognoli la domanda: <>.

Lo stesso Tognoli, peraltro, con il comportamento ambiguo e reticente tenuto il 3 febbraio 1989 (spiegabile con il proposito di non compromettere l’amico Cosimo Di Paola e non rivelare il ruolo del fratello), aveva rafforzato i sospetti di Giovanni Falcone sull’odierno imputato.

In seno al verbale dell’otto maggio 1989, tuttavia, egli aveva dissipato ogni dubbio sulla ricostruzione dei fatti e l’accertamento della verità

Il precipitato delle argomentazioni difensive è condensato nelle seguenti proposizioni, formulate nel corpo delle già menzionate “Note” in replica alla requisitoria del Procuratore Generale nel primo dibattimento di appello:



<

  1. che non esiste alcun verbale, redatto da Magistrati italiani o svizzeri, da cui risulti che il Tognoli indicò in Contrada colui che l’aveva avvertito telefonandogli all’Hotel Ponte;

  2. che il Tognoli mai ha fatto il nome del dott. Contrada quale informatore dell’imminente arresto : nè a verbale in colloqui informali con Magistrati italiani o svizzeri o con funzionari di polizia svizzeri;

  3. che l’unico verbale di interrogatorio di Tognoli che esiste agli atti del processo è quello dell’8 maggio 1989: in esso Tognoli narra esattamente come, perché, quando e in quali circostanze si sottrasse all’arresto e si dette alla latitanza.

Egli, come risulta dagli atti in questione, era stato messo sull’avviso dal suo amico d’infanzia, compagno di scuola, coetaneo, quasi parente per i rispettivi matrimoni80, funzionario di polizia a Palermo nel 1984, Di Paola Cosimo. Quest’ultimo “un paio di giorni prima del 12 aprile 1984 mi telefonò per comunicarmi che aveva avuto l’impressione che le indagini su Leonardo Greco coinvolgevano anche la mia persona......” (pag. 3 verb. 8.5.1989).

A ciò con indubbia certezza intendeva riferirsi il Tognoli quando, all’atto della sua costituzione in Svizzera, disse al commissario della Polizia elvetica Gioia (questi poi lo riferì alla d.ssa. Del Ponte che, a sua volta, lo riferì al dott. Falcone) che era stato informato da un “parigrado” (si riferiva al commissario Gioia, suo interlocutore) con riguardo evidentemente alle origini della vicenda ed al suo iniziale svolgersi.

Il Tognoli, sempre nel medesimo verbale, dichiarò che la telefonata all’Hotel Ponte, ricevuta il mattino del 12 aprile 84, fu fatta da suo fratello Mauro che lo informò che all’alba erano andati a casa sua poliziotti che lo cercavano.

Tognoli Mauro ha confermato la circostanza, nel corso della sua testimonianza del 29.XI.1994.

Il verbale è sottoscritto dal Giudice Istruttore elvetico Lehman, dall’avv. Gianoni e dai Magistrati italiani Falcone e Ayala oltre, naturalmente da Oliviero Tognoli.

Il dott. Cosimo Di Paola, sentito alla udienza del 25.10.1994, ha confermato le dichiarazioni di Tognoli Oliviero, per quanto riguarda i rapporti di stretta amicizia con l’imprenditore, e, sia pure in toni sfumati, per ovvi motivi, i suoi consigli e avvertimenti all’amico sulla pericolosità dei rapporti con Leonardo Greco e dello sviluppo delle indagini sul conto di quest’ultimo >>.



Nel corso della discussione svolta in questo giudizio di rinvio, all’udienza del 12 gennaio 2006 la Difesa ha introdotto ulteriori spunti, che mette conto riassumere per una più compiuta considerazione delle sue ragioni.

Segnatamente, è stato sostenuto che:

  1. la testimonianza della dott.ssa Carla del Ponte sarebbe inutilizzabile nella parte concernente il contenuto di interrogatori da lei assunti nell’ambito del procedimento svizzero (segnatamente, l’interrogatorio del dicembre 1988), o, più in generale, nella parte in cui riguarda fatti conosciuti per ragione del suo ufficio e riferiti da persona sottoposta ad indagini (il Tognoli), perché resa in violazione degli articoli 201 c.p.p., 62 c.p.p. e 326 c.p.;

  2. nel 1988 Clemente Gioia era un Commissario di Polizia (responsabile del servizio informazioni della Polizia Cantonale), come lo era stato Cosimo Di Paola, che da maggio a luglio 1981, e poi da agosto ad ottobre 1981, aveva fatto parte della sezione investigativa della Squadra Mobile, venendo successivamente assegnato al II Distretto di Polizia sino al luglio 1982, e poi, dal 1983, all’Ufficio Misure di prevenzione, e divenendo infine, nel 1987, magistrato amministrativo;

  3. era ben possibile, dunque, che fosse stato proprio lui il “pari grado” del quale Tognoli aveva parlato al Commissario Gioia;

  4. d’altra parte, lo stesso Di Paola si trovava nelle condizioni di sapere che nei riguardi di Leonardo Greco vi erano investigazioni in corso, anche perché questi aveva subito una misura di prevenzione nel 1982.

E’ stato, altresì sostenuto che:

  1. la mattina del 3 febbraio 1989, alla fine dell’interrogatorio espletato nell’ambito del procedimento svizzero, il Giudice istruttore Giovanni Falcone, invitato ad assistervi in veste di consulente esperto, si era avvicinato a Tognoli mentre Carla Del Ponte stava rileggendo il verbale, come sua abitudine;

  2. non era, dunque, possibile che, nelle more dello scambio di battute tra Falcone e Tognoli circa la non casualità del repentino allontanamento di quest’ultimo, e cioè nell’arco di qualche secondo, la Del Ponte avesse ultimato la lettura del verbale in tempo utile per raggiungere i due e percepire la domanda :<< è stato Contrada?>> e la risposta <<Si>, accompagnata da un cenno del capo, risposta che, in sede di esame, la stessa aveva riferito di avere sentito distintamente;

  3. Carla del Ponte aveva dato una risposta “assurda” ad una obiezione ragionevole, e cioè come mai, di fronte ad una rivelazione così importante, non avesse riaperto il verbale;

  4. la teste, infatti, aveva dichiarato che il verbale non era stato riaperto perché si trattava di vicenda estranea al procedimento svizzero, e perché, comunque, Falcone non le aveva chiesto di farlo (per contro era stato assunto nell’ambito del procedimento svizzero anche l’interrogatorio del dicembre 1988, in occasione del quale la Del Ponte aveva verbalizzato - stando a quanto da lei riferito in sede di esame - la dichiarazione del Tognoli di essere stato informato da un funzionario di Polizia che gli aveva fatto una tempestiva telefonata mentre si trovava all’hotel “Ponte”, a Palermo);

  5. il teste Giuseppe Ajala aveva dichiarato di non avere percepito il contenuto del colloquio tra Falcone e Tognoli della mattina del 3 febbraio 1989, né quello tra Falcone e l’avvocato Gianoni del pomeriggio di quel giorno, e però di avere sentito fare, a cena, allo stesso Falcone ed alla Del Ponte, più volte, il nome di Contrada e dare per scontata la sua indicazione da parte di Tognoli;

  6. il medesimo teste, tuttavia, esprimendosi al condizionale, aveva detto che Tognoli<>, alla specifica domanda se il suo informatore fosse stato l’odierno imputato (pagine 31,32,33 trascrizione udienza primo luglio 1994);

  7. lo stesso Giuseppe Ajala (pag. 95 e segg. trascrizione udienza primo luglio 1994), nel rendere sommarie informazioni il 18 marzo 1993 ai Pubblici Ministeri di Caltanissetta Boccassini e Cardella, aveva dichiarato di non ricordare se Falcone, durante quella cena, avesse espressamente detto che Tognoli gli aveva rivelato informalmente di essere stato avvertito da Contrada, e però aveva soggiunto di non poterlo escludere, in quanto tale circostanza era stata confermata dalla Del Ponte nel corso della sua deposizione resa ai magistrati di Caltanissetta il 25 gennaio 1993, a lui letta;

  8. Oliviero Tognoli, come ritenuto dal Tribunale, aveva dimostrato sin dall’inizio un atteggiamento improntato alla collaborazione senza mai ritrattare le sue dichiarazioni sui soggetti coinvolti nel narcotraffico;

  9. egli, in tal modo, aveva mostrato di non temere Cosa Nostra, e dunque non avrebbe avuto ragione di nutrire timori facendo il nome di Contrada;

  10. pertanto, la paura addotta il pomeriggio del 3 febbraio 1989 era soltanto un pretesto per prendere tempo e non coinvolgere l’amico Cosimo Di Paola;

  11. Il riferimento a Bruno Contrada, operato da Tognoli nell’incipit del verbale dell’otto maggio 1989, era motivato soltanto dal fatto che dello stesso Contrada aveva parlato Giovanni Falcone il 3 febbraio 1989;

  12. la riluttanza di Tognoli a fare il nome di Cosimo Di Paola era stata reale e non apparente, tanto che, come riferito dal teste Giuseppe Ajala, lo stesso Tognoli si era determinato a parlare dopo varie insistenze e sollecitazioni (pag. 111 trascrizione udienza primo luglio 1994);

  13. Cosimo Di Paola aveva bensì negato di avere avvertito Tognoli un paio di giorni prima del 12 aprile 1984 (ed affermato di non sentirlo da molti mesi), ma aveva mentito per non esporsi ad un addebito di favoreggiamento personale;

  14. per altro verso, l’essere stato indicato da Olivero Tognoli come l’informatore che lo aveva fatto fuggire, aveva provocato la fine del consolidato rapporto di amicizia tra i due, nato sui banchi di scuola dell’Istituto tecnico commerciale di Cefalù, ed aveva, dunque, fatto venire meno l’interesse dello stesso Di Paola a rendere una testimonianza veridica ed a lui favorevole;

  15. Bruno Contrada, a differenza di Cosimo Di Paola, non aveva rapporti con Tognoli né con sua famiglia, e quindi non poteva sapere che la sera dell’undici aprile 1984 egli avrebbe pernottato presso l’hotel Ponte;

  16. posto che la mattina del 12 aprile 1984 una sola telefonata era pervenuta alla reception dell’Hotel “Ponte”, come riferito dal teste Salvatore Tumino (collaboratore di Oliviero Tognoli, in procinto, quella mattina stessa, di partire con lui per affari), non vi era ragione per disattendere la testimonianza di Mauro Tognoli;

  17. il fatto che Giovanni Falcone non avesse ritenuto di informare i superiori di Contrada o l’autorità Giudiziaria competente, o i vertici del S.I.S.D.E., della indicazione che sarebbe stata data da Oliviero Tognoli il 3 febbraio 1989 dimostrava che una indicazione siffatta non vi era mai stata;

  18. era illogico quanto affermato dal teste Ajala, e cioè di avere concordato con lo stesso Falcone di non rivelare quanto accaduto sino alla trasmissione dei verbali di rogatoria (quello dell’otto maggio era pervenuto dopo la morte di Falcone, quello del 3 febbraio non era mai pervenuto per l’opposizione della difesa di Tognoli, vertendosi in tema di ne bis in idem con il procedimento italiano);

  19. non vi era ragione alcuna perché Giovanni Falcone - parlando dell’accaduto con i colleghi Di Maggio e Misiani, con il colonnello Mori, e, successivamente con il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta (da cui era stato sentito il 12/7/1989 ed 4/12/1990, in merito al patito attentato dinamitardo del Giugno 1989 presso la sua abitazione estiva all’Addaura) omettesse di menzionare la espressa indicazione di Tognoli su Contrada del 3 febbraio 1989, qualora ci fosse stata davvero.

*****

L’eccezione di inutilizzabilità della testimonianza di Carla del Ponte per la violazione degli articoli 201 c.p.p., 62 c.p.p. e 326 c.p., dedotta dalla Difesa nel corso della discussione in questo giudizio di rinvio, non è fondata.

Il Tognoli, infatti, è stato giudicato non soltanto con sentenza definitiva della Corte delle Assise di Lugano nel procedimento elvetico, ma, per quanto qui interessa, anche con sentenza definitiva emessa dal Tribunale di Roma del 28 marzo 1992, irrevocabile il 6 ottobre 1992, nel procedimento italiano. Non sussiste, pertanto, una notizia di ufficio che debba rimanere segreta (art. 326 c.p.) rispetto a dichiarazioni attinenti a detto procedimento.

Per altro verso, la teste Carla Del Ponte, riferendo di dichiarazioni fatte dal Tognoli nell’ambito di atti istruttori svizzeri (l’interrogatorio del dicembre 1988) o, addirittura, soltanto in occasione di essi (segnatamente, dopo la conclusione dell’interrogatorio della mattina del 3 febbraio 1989), non ha violato il divieto di testimonianza posto dall’art. 62 c.p.p.. Tale divieto, infatti, riguarda bensì le dichiarazioni “comunque rese” dall’imputato o dall’indagato, ma nel corso di un procedimento italiano, costituendo la legge nazionale la fonte della tutela del segreto di ufficio.



Venendo al merito della vicenda, non sono conducenti le obiezioni difensive volte a valorizzare la mancanza di prova di significativi rapporti personali tra l’imputato e Oliviero Tognoli.

Quest’ultimo, infatti, nel corso della rogatoria dell’otto maggio 1989 aveva dichiarato di avere conosciuto Bruno Contrada presso la ditta di tali fratelli Prestigiacomo - circostanza che l’imputato ha detto di non ricordare, ma di non potere escludere, vista la miriade di persone da lui a vario titolo conosciute - ma aveva negato di avere avuto con lui colloqui o rapporti di alcun genere.

Ora, l’esistenza di rapporti personali qualificati non è affatto indispensabile ai fini della dimostrazione della condotta di agevolazione ascritta all’imputato che, secondo lo schema del concorso esterno in associazione mafiosa, è di pertinenza del sodalizio mafioso in sé.

Olivero Tognoli, in altri termini, è stato un riciclatore di capitali mafiosi provenienti dal traffico internazionale di stupefacenti, un soggetto che l’organizzazione mafiosa aveva interesse a tutelare come persona e come portatore di segreti; assumendo, anzi, rilievo,da parte dell’imputato, proprio il fatto di averne favorito la fuga senza che tale agevolazione fosse altrimenti spiegabile con un rapporto personale che lo legasse a lui.

Parimenti infondato è l’ulteriore rilievo difensivo secondo cui, se davvero Bruno Contrada avesse appreso dal dott. De Luca o da altri che Oliviero Tognoli era nel novero dei soggetti da arrestare nel quadro dell’operazione "Pizza connection", e se davvero avesse voluto farlo fuggire, avrebbe ben potuto avvertirlo durante la giornata dell'undici aprile 1984, senza attendere la mattina del 12 aprile.

Ed invero, il teste Salvatore Tumino, collega di lavoro del Tognoli, escusso all’udienza del 17 giugno 1994, aveva dichiarato che l’undici aprile del 1984 era stato tutto il giorno insieme a lui per un giro di affari presso diversi clienti in Sicilia e che, intorno alle 19,30 erano giunti all’hotel “Ponte”di Palermo dove avevano alloggiato una notte, con il programma di ripartire l’indomani mattina per fare un altro giro di clienti a Palermo e Trapani (pag. 1559 della sentenza appellata).

Tale specifica indicazione ha trovato conferma negli accertamenti effettuati dal teste Maurizio Inzerilli (ibidem, pagine 1560-1561), da cui era emerso che effettivamente Oliviero Tognoli aveva preso alloggio, presso la camera n° 212 dell’Hotel “Ponte” soltanto la notte dell’undici aprile 1984 con partenza prevista per il 12 successivo, e che quella stessa notte, alla camera n° 211 aveva alloggiato Salvatore Tumino.

E’ evidente, dunque, che soltanto la accertata presenza in albergo avrebbe potuto consentire una comunicazione diretta tra Tognoli ed il suo informatore, mentre non ha senso discettare sul perché la notizia di un imminente provvedimento di fermo non intervenne nella tarda serata o nella notte, visto che essa consentì comunque allo stesso Tognoli di dileguarsi, precedendo e vanificando la sua ricerca all’Hotel “Ponte”.

Oltretutto, tra il 10 e l’undici aprile 1984 non constava quali spostamenti Tognoli avesse preventivato e dove egli intendesse pernottare. Risultava, al contrario, che egli aveva la sua residenza ufficiale a Concesio, e che, a causa delle sue attività imprenditoriali si recava spesso in Sicilia, dove, pertanto, teoricamente poteva anche trovarsi (pagine 1499-1501della sentenza appellata).

Né è dato dubitare che l’odierno imputato avesse avuto preventiva notizia del provvedimento di fermo nei riguardi del Tognoli.

Giova ricordare, a questo riguardo, le fasi antecedenti l’emissione di un provvedimento siffatto, puntualmente ricostruite dal Tribunale sulla base del compendio documentale in atti e della deposizione resa dal dott. Antonino De Luca, il quale nella sua qualità di Dirigente della Criminalpol di Palermo, aveva seguito fin dall’inizio le indagini relative all’operazione denominata “Pizza Connection” (pagina 1497 e segg. della sentenza appellata).



La collaborazione tra gli inquirenti italiani ed americani aveva condotto, l’otto aprile 1984, <Contemporaneamente all’operazione da eseguire in provincia di Milano e Brescia si era predisposto in Sicilia anche l’arresto di Greco Leonardo, dimorante obbligato nel comune di Linosa; la suddetta operazione aveva consentito di pervenire, il 12/4/1984, all’arresto a Milano di Miniati Salvatore ed in Sicilia di Leonardo Greco mentre il Tognoli era riuscito a rendersi irreperibile>>.

Assodato, dunque, che soltanto la mattina del 10 Aprile 1984 era stata evidenziata la mancata adozione di provvedimenti restrittivi a carico di Greco, Miniati e Tognoli, deve ritenersi provato che il giorno successivo l’odierno imputato seppe tempestivamente dello stato dell’operazione “Pizza Connection” e dunque delle determinazioni sulla libertà personale dello stesso Tognoli.

Significativi elementi di giudizio convergono nel fare ritenere accertato che la fonte di tale conoscenza fu il dott. De Luca, non potendosi, peraltro, escludere che le notizie sull’operazione di Polizia ed il fermo da eseguire nei riguardi del Tognoli fossero state date all’imputato anche dal dott. Ignazio D’Antone.

Del resto, come ricordato dal Tribunale (pagine 1466 - 1467 della sentenza appellata, a proposito dell’episodio della telefonata e del colloquio con Nino Salvo, ma l’osservazione è pertinente anche in questo caso) all’udienza del 25 novembre 1994 l’imputato < (“Io ho saputo che dovevano essere arrestati i Salvo...ricordo che dovevano essere arrestati perchè mi fu detto, perchè a mia volta io lo riferissi all’Alto Commissario, perchè a me le cose venivano dette da chiunque e non parlo soltanto da parte di funzionari di Polizia, ufficiali dei Carabinieri o della Finanza, ma parlo di tante persone e tante persone...mi fu detto dagli organi di Polizia, dalla Questura o da De Luca o da D’Antone, nel periodo in cui io sono stato all’Alto Commissario a livello di Polizia io avevo contatti prevalentemente, frequentemente con il Questore Mendolia nel primo periodo, il Questore Montesanti nel secondo periodo, dalla fine del 1983 in poi con il dott. De Luca, con il dott. D’Antone: questi erano i quattro funzionari con cui io avevo prevalentemente rapporti...il dott. De Luca ed il dott. D’Antone non avevano rapporti diretti con il Prefetto de Francesco ma avevano rapporti tramite me” cfr. ff. 85 e ss. ud. 25/11/1994)>> .

Orbene, il dott. D’Antone, all’epoca dirigente della Squadra Mobile di Palermo, in sede di esame ha dichiarato di essere stato al corrente delle modalità che avevano condotto all’emissione del provvedimento di fermo del Tognoli, concordate con lo stesso dott. De Luca, ma di non averne messo a parte l’odierno imputato.

Il dott. De Luca, invece aveva ha riferito << che dopo l’arresto in Spagna di Gaetano Badalamenti, felice del brillante risultato conseguito aveva provveduto ad informare da Madrid anche l’ufficio dell’Alto Commissario dell’operazione eseguita, ritenendo probabile che ne avesse informato anche preventivamente il dott. Contrada; in generale ha dichiarato che non avendo alcuna riserva nei confronti del dott. Contrada lo informava di tutto e gli riferiva abitualmente in ordine a tutte le indagini di maggior rilievo che conduceva; ha affermato che solo in una occasione, proprio quella relativa all’arresto di Oliviero Tognoli, non aveva provveduto ad informarlo preventivamente perchè essendo tornato da Madrid non ne aveva avuto il tempo>> (pagine 1568 - 1569 della sentenza appellata).

Tale versione dei fatti è differente da quella resa da Bruno Contrada, che all’udienza dell’otto novembre 1994 ha riferito :<<Tutta l’inchiesta Leonardo Greco e compagni, inchiesta condotta sul piano investigativo dalla Criminalpol, dott. De Luca...io ne ero completamente all’oscuro, io ne venni informato ufficialmente, anche se non aveva ricordo di quest’operazione Leonardo Greco e compagni, da una segnalazione ufficiale di alcuni giorni dopo della Questura di Palermo che, come era prassi, segnalava tutte le operazioni compiute all’Alto Commissario>> (pagine 106 e seguenti della trascrizione).

All’udienza del 23 dicembre 1994 lo stesso imputato ha rettificato, anche se non in termini sostanziali, le sue precedenti affermazioni, precisando di avere saputo <<qualcosa da De Luca, cioè dopo il 12/4/1984, sia per avermelo lui riferito, sia pure in maniera molto sommaria verbalmente, e sia per una segnalazione scritta inviata al Ministero dell’Interno e ad altri uffici tra cui, per conoscenza, all’Ufficio dell’Alto Commissario come si faceva per tutte le operazioni che riguardassero il crimine organizzato di tipo mafioso” (pag. 70 della trascrizione).

Quanto alla affermazione del teste De Luca di non avere avuto il tempo, di ritorno da Madrid, di informare Contrada della determinazione di trarre in arresto Oliviero Tognoli è stata smentita dalla già menzionata annotazione, contenuta nell’agenda dell’imputato alla data dell’undici aprile 1984 <<ore 9,30 dott. De Luca qui>>, che si colloca in un frangente in cui lo stesso De Luca aveva già concordato tutti i dettagli dell’operazione a carico del Tognoli stesso (il 10 Aprile aveva preso accordi con il magistrato e tra il 10 e l’11 aveva preso accordi con i suoi colleghi milanesi).

D’altra parte, il fatto che il teste De Luca avesse o mentito, ovvero ricordato male, si evince dalla vicenda relativa ad un anonimo (pagine 1661 – 1665 della sentenza appellata) indirizzato nel settembre 1985 all’Ufficio dell’Alto Commissario, nel quale si ipotizzavano legami tram Contrada ed i mafiosi Riccobono e Badalamenti e si faceva riferimento a possedimenti in Sardegna dell’imputato.

L’anonimo non era stato inoltrato all’Autorità Giudiziaria per la sua ritenuta infondatezza.

Va rilevato, però, che il teste dott. Riccardo Boccia, all’epoca Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa, succeduto al dott. De Francesco, ha riferito, in ordine a detto documento, che De Luca : << a proposito di Badalamenti mi disse che era stato proprio lui ad arrestare Badalamenti e naturalmente in un’operazione che era stata concordata con Contrada, che allora, mi pare che era già all’Alto Commissariato, mi sembra>> (cfr. f. 84 ud. cit.).

In altri termini, come rilevato dal Tribunale (pag. 1665 della sentenza appellata) il teste De Luca ha ammesso <>.

E’ insostenibile, poi, che Bruno Contrada non potesse venire a conoscenza del fatto che l’undici aprile 1984 Tognoli aveva preso alloggio presso l’hotel Ponte. Basta porre mente, ad esempio, alla circostanza - emersa a proposito dell’episodio dell’allontanamento da Palermo del mafioso John Gambino (capitolo IV, paragrafo 3 della sentenza appellata) - che l’esame dei registri delle presenze alberghiere aveva consentito di accertare che questi si trovava presso il “Motel Agip di Palermo”.

Nodi cruciali da esaminare sono, a questo punto, la plausibilità del costrutto difensivo, ancorato al tenore dell’interrogatorio per rogatoria reso da Oliviero Tognoli l’otto maggio 1989, e l’attendibilità delle testimonianze di Carla Del Ponte, Clemente Gioia e Giuseppe Ajala, nonché delle dichiarazioni dell’ispettore Mazzacchi.



L’incipit della rogatoria dell’otto maggio 1989 (inviata con allegata lettera di trasmissione in data 7 giugno 1993, atti acquisiti all’udienza del 22 settembre 1995) è costituito dal richiamo al “precedente verbale”, cioè quello del pomeriggio del 3 febbraio, mai trasmesso all’Autorità Giudiziaria italiana, alla fine del quale era stata inserita la riserva di fare il nome del soggetto che aveva consentito la fuga del 12 aprile 1984 : <<Nel precedente verbale ho parlato di informazioni fornitemi che mi hanno indotto ad eludere l’esecuzione del mandato di cattura nei miei confronti.

Al riguardo debbo dire che nessuna informazione mi è stata fornita dalla Magistratura, mentre per quanto riguarda la Polizia posso dire che conoscevo soltanto due funzionari di Polizia a Palermo.

Uno di essi era il dott. Bruno Contrada, che ho conosciuto negli uffici della ISO, una società dei cugini Prestigiacomo. Uno di essi me lo presentò e parlammo del più e del meno, ma non ho più avuto modo né di sentirlo, né di incontrarlo.




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