Capitolo I lo svolgimento del processo



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L’altro funzionario di Polizia, di cui mi riservo di fornire il nome, era un mio carissimo amico fin dall’adolescenza a Cefalù (…..).

Detto funzionario una volta destinato alla Questura di Palermo, dopo un periodo in cui prestò servizio a Padova, mi chiese se per caso avevo rapporti con Leonardo Greco, che aveva visto come testimone al mio matrimonio.

Alla mia risposta affermativa mi disse di tenermi alla larga dal personaggio, perché vi erano gravi sospetti sul suo conto quale membro di associazione mafiosa.

Preciso che, quando il funzionario in questione mi fece queste avvertenze, io già avevo esplicato per Leonardo Greco quella attività della quale ho detto nel mio precedente verbale di interrogatorio; tuttavia mi astenni dal parlarne al mio amico funzionario, perché mi rendevo conto che gli avrei creato problemi data la sua attività istituzionale.

Il mio amico comunque mi invitò successivamente a troncare anche i rapporti commerciali con il Greco

Un paio di giorni prima del 12 aprile del 1984 detto mio amico mi telefonò per comunicarmi che aveva avuto la impressione che le indagini su Leonardo Greco coinvolgevano anche la mia persona, osservandomi che se questa impressione si fosse concretizzata mi avrebbe telefonato,invitandomi pure a telefonargli io stesso qualora a mia volta avessi avuto notizia in tal senso.

In questo caso mi precisò pure che sarebbe stato opportuno che venisse subito da me, in modo da parlarne con il Magistrato incaricato dell’inchiesta per chiarire la mia posizione.

Io mi resi conto che le cose volgevano al peggio nei miei confronti, avendo già notato sulla stampa che si faceva riferimento a personaggi come Corti e Miniati, per cui avvertii i miei familiari, dicendo loro di tenermi al corrente di ogni fatto straordinario che potesse riguardarmi.

Per conto mio preferii andare in albergo quando mi recavo a Palermo, onde evitare di essere rintracciato nei luoghi da me solitamente frequentati.

Quella mattina telefonicamente mio fratello Mauro mi avvertì da casa, mi avvertì da casa a Brescia, telefonandomi all’hotel Ponte di Palermo, che si erano presentati diversi poliziotti nella sede dell’azienda o meglio a casa.

Per cui io dedussi immediatamente che era stato emesso un provvedimento di cattura nei miei confronti, dato anche che mio fratello mi aveva informato che i poliziotti cercavano me.

Ritenni quindi di abbandonare in tutta fretta l’albergo, dandomi così alla latitanza (…)>>

Dopo avere, quindi, precisato che le notizie di stampa sull’operazione erano state date l’undici aprile 1984, e che, pur non facendosi il suo nome, si era reso conto che l’Autorità Giudiziaria indagava anche su di lui, alla domanda <<Vuole fornire le generalità del funzionario?>> , Tognoli risponde :<<Sì, è il mio amico Cosimo Di Paola, che attualmente lavora credo nei Tribunali Amministrativi Regionali e che comunque non fa più parte della Polizia”>>.



Osserva questa Corte che la costruzione, da parte di Oliviero Tognoli, della sequenza tra “l’impressione” di Cosimo Di Paola che le indagini su Leonardo Greco coinvolgessero anche la sua persona (esternatagli “un paio di giorni prima” del 12 aprile 1984), le notizie di stampa dell’undici aprile e l’asserita telefonata del fratello Mauro, è smaccatamente artificiosa.

Essa, infatti, è inconciliabile con la tempistica dello sviluppo dell’operazione “Pizza connection” per la parte in esame.

Come si è visto, la determinazione di adottare provvedimenti restrittivi della libertà personale nei riguardi di Leonardo Greco, Salvatore Miniati ed Oliviero Tognoli scaturì, nell’ ambito dell’incontro del 10 aprile tra il Sostituto Procuratore della Repubblica Sciacchitano ed il dott. de Luca, dalla constatazione che nei loro riguardi tali provvedimenti erano stati omessi.

Come riconosciuto, poi, dallo stesso Tognoli, le prime notizie di stampa (relative agli arresti effettuati e non ai tre fermi da effettuare, trattandosi di attività coperta dal segreto), vennero date l’undici aprile.

Ora, se davvero le supposte “impressioni” fossero state comunicate al Tognoli “un paio di giorni prima” del 12 aprile, dovrebbe concludersi che il dott. Di Paola avesse virtù divinatorie o medianiche, e cioè fosse in grado di leggere nel pensiero del dott. De Luca.

Né è pensabile che lo stesso Di Paola potesse nutrire “impressioni” sul divenire di una operazione coperta dal segreto, e dunque sul coinvolgimento di Oliviero Tognoli, sol perché il 17 giugno 1982 era stata applicata nei riguardi di Leonardo Greco la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di P.S. con divieto di soggiorno ed egli, alla fine di quell’anno, era stato addetto all’Ufficio Misure di prevenzione.

Lo stesso Di Paola, infatti (pag. 1543 della sentenza appellata), nel corso del suo esame ha riferito:

  • di essere stato assegnato al II° Distretto di Polizia su sua esplicita richiesta, giacchè era sua intenzione quella di continuare gli studi per la preparazione del concorso in magistratura, e di esservi rimasto fino al 1983 (ad eccezione di un lungo periodo di aspettativa per motivi di malattia a causa di un esaurimento nervoso da “stress”);

  • di essere stato, quindi definitivamente assegnato all’Ufficio Misure di Prevenzione, dove era rimasto fino al 5/10/1987, data in cui aveva lasciato la Polizia avendo superato il concorso per il T.A.R.;

  • di essersi occupato, in tale ultimo ufficio, esclusivamente di pratiche di scarsa importanza (patenti per diffidati e sorvegliati speciali) perchè ciò gli consentiva di conciliare il lavoro con i propri impegni di studio;

  • che i locali di tale ufficio erano allocati presso una sede distaccata e distante dagli uffici della Squadra Mobile e della Criminalpol.

Il predetto teste, inoltre, (pagine 1545-1546 della sentenza appellata) ha dichiarato che, <
>.


Ha tuttavia, <> , precisando che <>.

Ha, infine, <>, e che egli si era sentito “tradito”.

Tali dichiarazioni appaiono pienamente attendibili, non soltanto perché la posizione defilata del dott. Di Paola (correlata all’esigenza di preparare dapprima il concorso per uditore giudiziario, successivamente quello, andato a buon fine, per referendario al T.A.R.), come i suoi stessi disturbi nervosi sono stati confermati dal teste De Luca, ma anche perché la possibilità di qualsiasi conoscenza preventiva riguardante l’operazione di Polizia Giudiziaria che, in tempi assai brevi, aveva condotto all’arresto di Leonardo Greco, era stata recisamente esclusa, già prima ed al di fuori di questo processo, dai testi De Luca, La Barbera e D’Antone.

Costoro, infatti, avevano condotto le indagini su un anonimo pervenuto in Questura nel 1984, nel quale si ipotizzava che lo stesso Di Paola avesse potuto favorire la fuga di Tognoli, anonimo che avevano considerato destituito di fondamento (pagine 1549-1552 della sentenza appellata).

Per altro verso, è stata meramente apparente la riluttanza dello stesso Tognoli ad indicare nel dott. Cosimo Di Paola il funzionario di Polizia che, esternandogli le sue “impressioni“, lo avrebbe indotto ad aspettarsi un possibile provvedimento restrittivo nei suoi confronti.

In concreto, infatti, facendone il nome, egli ha vanificato la riserva ripetuta all’inizio del verbale di rogatoria dell’otto maggio 1989; riserva, peraltro, a sua volta apparente perché accompagnata da alcuni significativi elementi di identificazione del soggetto, e cioè la qualità di funzionario di Polizia, la destinazione a Padova prima del trasferimento a Palermo e l’adolescenza trascorsa assieme a Cefalù.

E’ del tutto normale, d’altra parte, che, nel corso dell’interrogatorio il Tognoli fosse stato sollecitato a fare il nome del suo informatore, visto che proprio quello era lo scopo dell’atto istruttorio. Anzi, le sollecitazioni e le insistenze confermano il fatto che le coordinate immediatamente offerte dallo stesso Tognoli l’otto maggio 1989 non collimavano con l’indicazione dell’odierno imputato, data informalmente il 3 febbraio 1989.



Le incongruenze del narrato di Olivero Tognoli, poi, si incrociano con quelle della testimonianza del fratello Mauro sulla sua presunta telefonata fatta all’Hotel “Ponte” la mattina del 12 aprile 1984.

Gli orari indicati dal teste, infatti, sono risultati incompatibili con i tempi della perquisizione e del successivo appostamento alla villa di Concesio, descritti dal maresciallo di Mario Iandico.

Le dichiarazioni dello Iandico esprimono il massimo grado di precisione mnemonica compatibile con il tempo trascorso, non conservata, invece, per sua stessa ammissione, dall’altro componente della pattuglia, e cioè il teste Oronzo del Fato.

Rinviando alla accurata trattazione del Tribunale (pagine 1556-1558 della sentenza appellata) mette conto, innanzitutto, sottolineare che il teste Iandico ha chiarito di avere eseguito una perquisizione presso l’abitazione di Oliviero Tognoli e di essere stato incaricato anche di procedere al suo fermo, in caso di rintraccio.

Non ha pregio, a questo riguardo, la già menzionata osservazione difensiva (pag. 20 del volume VIII dell’Atto di impugnazione), secondo cui gli agenti della Squadra Mobile di Brescia che si erano recati a Concesio avrebbe effettuato non una perquisizione - successivamente operata dai funzionari Russo ed Accordino, all’uopo venuti da Palermo - ma soltanto la ricerca di Olivero Tognoli, sicchè il periodo della loro permanenza nella villa sarebbe stato di gran lunga inferiore a quello che essi hanno dichiarato nella loro deposizione testimoniale, e quindi compatibile con l’orario della telefonata indicato da Mauro Tognoli (intorno alle 8.00 da un bar vicino, comunque dopo le 7.45, orario in cui uscendo dalla villa, egli era stato identificato dagli agenti stessi).

A pag. 12 del volume VIII dell’Atto di impugnazione viene riportato in modo sostanzialmente fedele (depurato, cioè, di qualche anacoluto) lo stralcio della testimonianza del maresciallo Iandico a pag. 61 trascrizione relativa all’udienza 21-6-1994, che recita << Dunque quella mattina alle 6,30 io e altri due colleghi siamo stati incaricati di portarci in casa Tognoli, che....appunto per procedere al fermo di questo Signor Tognoli. Siamo arrivati a casa verso le 6,30>> .

Viene, omessa, però, la menzione dei passaggi precedenti, nei quali il teste premette un chiaro riferimento alla perquisizione ed al fermo: << Noi andammo a casa del Signor Tognoli su segnalazione della Criminalpol di Milano, che ci segnalava appunto che il Tognoli Oliviero era stato imputato nel procedimento Badalamenti per Pizza Connection praticamente e ci chiedevano di procedere alla perquisizione e al fermo del Tognoli Oliviero>>.

Anche il teste del Fato, peraltro, pur conservando un ricordo approssimativo degli orario dell’operazione, escusso all’udienza del 17 giugno 1994, ha riferito << Si, si. Abbiamo eseguito una perquisizione a casa di Tognoli Oliviero, perche' all'epoca..., documenti e quant'altro..., perche' all'epoca Tognoli Oliviero era ricercato>>.

Oltretutto, come persuasivamente rilevato dal Procuratore Generale nel corso della discussione, il maresciallo Iandico non avrebbe avuto alcuna ragione per dichiarare di aver proceduto a perquisizione, se invece perquisizione non vi era stata.

Né sorprende che la perquisizione, non mirata, dei testi Iandico e Del Fato, che non erano a conoscenza dell’indagine, fosse stata successivamente doppiata da quella condotta dai funzionari di Polizia Russo ed Accordino, arrivati da Palermo.

Assolutamente attendibile, quindi, è l’indicazione del maresciallo Iandico di essersi trattenuto all’interno di casa Tognoli per un’ora e mezza, un’ora e quaranta per poi appostarsi fuori e vedere, circa un quarto d’ora dopo (dato temporale confermato dalla relazione di servizio a firma del teste), uscire dal lato passo carraio una Fiat Ritmo, a bordo della quale c'era un soggetto identificato per Mauro Tognoli.

Considerando che il teste aveva riferito di essere entrato in casa cinque minuti dopo le 6.30, ora del suo arrivo (la porta era stata aperta in ritardo), sino alle h. 8,05-8,15 i poliziotti operanti erano ancora all’interno dell’abitazione, mentre l’identificazione di Mauro Tognoli dovette avvenire non prima delle 8.15- 8.20.

Per non dire che lo stesso Mauro Tognoli non solo ha dichiarato - cosa inconciliabile con gli orari ed i tempi della perquisizione - che suo padre gli aveva detto alle ore 7,30, a perquisizione ultimata, di andare a telefonare al fratello, ma ha anche offerto una spiegazione non persuasiva delle ragioni che lo avrebbero indotto ad uscire di casa per fare quella telefonata.

Egli infatti, pur potendo plausibilmente sostenere, in ipotesi, di non avere telefonato da casa per non correre il rischio che la sua chiamata fosse intercettata e si scoprisse dove alloggiava il fratello, ha dichiarato di non avere voluto disturbare le figlie che dormivano e di non avere voluto spaventare la madre (che però abitava al piano di sopra in una casa diversa dalla sua- cfr. pagine 131 e seguenti trascrizione udienza 29/11/1994).

Né la testimonianza di Mauro Tognoli può dirsi corroborata da quella di Salvatore Tumino, collega di lavoro del fratello Olivero.

Il Tumino, infatti, ha individuato l’orario della telefonata intorno alle 8.15, riferendo che alle h. 8,00 circa, dopo avere già liberato le stanze, si era rivisto con Olivero Tognoli nella “hall” dell’albergo e, dopo circa un quarto d’ora, la reception aveva annunziato una telefonata per lo stesso Tognoli (cfr. pagina 59 trascrizione udienza 17/6/1994).

Piena attendibilità, per contro, va riconosciuta alle testimonianze di Carla Del Ponte, Clemente Gioia e Giuseppe Ajala, nonché delle dichiarazioni dell’ispettore Mazzacchi.

La teste del Ponte, come agevolmente si rileva dalla trascrizione del suo esame, ha scolpito con estrema precisione le dichiarazioni rese sui fatti dei quali conservava un ricordo certo, ed in primo luogo sulla risposta affermativa enunciata da Oliviero Tognoli con un esplicito <> alla domanda - rivoltagli da Giovanni Falcone subito dopo la conclusione dell’interrogatorio del 3 febbraio 1889 nel procedimento svizzero - se a farlo fuggire, informandolo dell’imminente fermo di Polizia, fosse stato Bruno Contrada.

Questo concetto, infatti, è stato affermato e più volte ribadito con costanza e coerenza espositiva dalla teste, escussa all’udienza del 28 giugno 1994:

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