Capitolo I lo svolgimento del processo


Gli ammonimenti a Gilda Ziino, vedova Parisi



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Gli ammonimenti a Gilda Ziino, vedova Parisi
La vicenda relativa agli ammonimenti dell’imputato con Gilda Ziino, vedova dell’ing. Roberto Parisi - già Presidente della società I.C.E.M. e della “Palermo Calcio” ucciso a colpi di pistola in un agguato di stampo mafioso a Palermo il 23/2/1985 - offre significativi elementi di giudizio, che si affiancano in un condizione di autonomia alle plurime indicazioni accusatorie rese in questo processo dai collaboratori di giustizia.

Il Tribunale ha ricordato che la Ziino, nel corso del proprio esame, aveva riferito due episodi di cui si era reso protagonista Bruno Contrada in relazione alle indagini sull’omicidio del marito. La stessa aveva premesso che Bruno Contrada aveva intrattenuto con l’ingegnere Parisi rapporto di amicizia, ma che, al di là degli incontri in occasione di ricevimenti ufficiali tra amici e conoscenti, non aveva mai avuto rapporti di natura personale con lei.

Aveva affermato che, a distanza di poche ore dall’uccisione del marito, (era da poco rientrata a casa dall’ospedale, dove non le avevano ancora neppure consentito di vedere la salma), Contrada si era presentato a casa sua, dicendole che, qualunque cosa potesse sapere sulla morte del marito, avrebbe dovuto restare zitta, non parlarne con nessuno e ricordarsi che aveva una figlia piccola.

La teste aveva escluso con assoluta certezza che quelle parole, anche per la peculiarità del contesto e per il tono con cui erano state pronunziate - per di più senza alcun accenno ad espressioni di conforto, cordoglio o consiglio - avessero avuto la sostanza di un suggerimento amichevole, ed aveva affermato di esserne rimasta sbigottita, tanto da non farne cenno alcuno neppure ai magistrati Domenico Signorino e Giuseppe Ajala, titolari dell’inchiesta sull’omicidio del marito, che poco dopo l’avevano sentita in ordine alle circostanze relative al delitto.

Aveva ritenuto di raccontare l’episodio, nel 1987, al prof. avv. Alfredo Galasso - al quale, nello stesso anno, si era rivolta per avere assistenza legale - e successivamente, su sua indicazione, al giudice istruttore dott. Giovanni Falcone.

Con quest’ultimo aveva concordato, per un sabato del febbraio 1988, un incontro nei locali del Palazzo di Giustizia di Palermo, che, per motivi di riservatezza imposti dal magistrato al momento della convocazione, aveva tenuto nascosto ad amici e parenti, simulando un temporaneo allontanamento da casa; incontro nel corso del quale aveva parlato anche della visita di Contrada del 23 febbraio 1985.

L’indomani del colloquio con il magistrato, Bruno Contrada le si era nuovamente presentato a casa, senza preavviso, chiedendole cosa avesse detto a Falcone; fortemente “sorpresa ed intimorita” per la conoscenza che egli aveva mostrato di avere del suo colloquio (anche perché sapeva che l’odierno imputato, in quel periodo, lavorava a Roma), aveva negato con decisione tale circostanza.

Subito dopo la visita, aveva contattato telefonicamente a Roma il proprio avvocato, prof. Alfredo Galasso, raccontandogli l’accaduto. La stessa sera questi l’aveva richiamata, comunicandole di avere parlato con il giudice Falcone,che si era stupito enormemente del fatto che Contrada fosse venuto subito a conoscenza dell’atto istruttorio, data la riservatezza del caso.

La teste aveva, ancora, ricordato di essere stata citata, nel 1990, dal sostituto procuratore della Repubblica di Palermo dott. Carmelo Carrara, per altre precisazioni su circostanze inerenti l’omicidio del marito; di avere trovato Contrada, con sua grande sorpresa, nella stanza del magistrato; di avere provato “un senso di angoscia, paura, ansia e tensione nervosa”. Posta a confronto con lui, ne aveva avallato la tesi secondo cui le parole pronunciate in occasione della visita fatta nell’immediatezza dell’omicidio del marito potevano essere interpretate come “raccomandazioni amichevoli”. Quindi, aveva riferito al prof. Galasso l’esito del confronto.

Il Tribunale,quindi, dava conto della testimonianza del prof. Galasso; del contenuto del verbale delle dichiarazioni rese dalla Ziino al G.I. Falcone il 6/2/1988: (<<mi ha detto che, nel caso in cui avessi saputo qualcosa, era meglio che io pensassi che ero una mamma”>>); della circostanza che il 6 Febbraio 1988 era effettivamente un sabato; del fatto che, dall’agenda dell’imputato del 1988, risultava la sua presenza a Palermo la domenica 7 febbraio; del contenuto del processo verbale del confronto eseguito in data 3/11/1990 tra la Ziino e l’imputato; delle dichiarazioni, infine, rese nella sede dibattimentale da Contrada.

Quest’ultimo, in particolare, aveva continuato a sostenere:


  • di avere rivolto alla Ziino, subito dopo l’omicidio del marito, soltanto un amichevole consiglio alla prudenza, “di stare attenta, di non parlarne con nessuno, tranne che con i magistrati inquirenti...”, .avendo avuto l’impressione che la donna “parlasse a ruota libera”;

  • che non mai vi erano mai stati l’incontro ed il colloquio che la stessa Ziino asseriva essersi svolti l’indomani delle dichiarazioni da lei rese al dott. Falcone nel 1988.

Il Tribunale disattendeva il costrutto difensivo, osservando, con riferimento alla prima visita, quella a poche ore dall’omicidio del marito, che:

  • la Ziino aveva categoricamente escluso che le parole pronunciate nell’occasione da Contrada potessero essere interpretate come il consiglio di un buon amico;

  • sia la teste che l’imputato avevano concordemente escluso l’esistenza di rapporti personali tra loro, tali da giustificare l’immediato intervento dello stesso Contrada in qualità di amico personale della vedova;

  • neppure l’incarico professionale in quel momento ricoperto dall’imputato di Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario e di dirigente dei Centri SISDE in Sicilia poteva spiegare quell’intervento che, pur nella versione da lui offerta, si addiceva, semmai, ad un ufficiale di polizia giudiziaria, investito delle indagini sull’omicidio.

Il fatto stesso che la Ziino si fosse successivamente determinata a rivelare quello strano avvertimento al proprio legale, e, subito dopo, al giudice Falcone, costituiva conferma della circostanza che aveva sin dall’inizio percepito come anomalo quel comportamento; la circostanza, poi, che tale rivelazione fosse stata fatta tra la fine del 1987 ed il febbraio del 1988 eliminava ogni dubbio sulla possibilità di un qualsiasi interesse a rendere tali dichiarazioni in relazione al presente procedimento.

Oltretutto, soggiungeva il Tribunale, non si comprendeva come la donna, che aveva perso il marito poche ore prima della visita, avesse potuto dare prova “di parlare a ruota libera” sul complesso intreccio di interessi che facevano capo alla sua impresa e comunicare a Bruno Contrada - come l’imputato, in sede di confronto davanti al dott. Carrara, aveva affermato essere avvenuto - il proposito di continuare ad operare nel suo settore imprenditoriale: la Ziino, infatti, aveva precisato di avere maturato solo successivamente la decisione di proseguire l’attività imprenditoriale, e che sarebbe stato del tutto illogico pensare a questo poche ore dopo il delitto.

Del tutto inconsistente, inoltre, era apparsa anche la linea difensiva di totale negazione assunta dall’imputato con riferimento all’episodio della seconda visita, collocata cronologicamente, sia dalla Ziino che dal teste Galasso, nella domenica immediatamente successiva alla deposizione resa dinanzi al G.I. Falcone.

Così ricostruiti gli episodi in argomento, fondandosi su dati di natura documentale e sulle concordanti deposizioni testimoniali della Ziino e del prof. Galasso, il Tribunale osservava che:



  • il comportamento posto in essere dall’imputato nel 1985 era univocamente diretto, in via preventiva e tempestiva, ad apprendere se la predetta fosse in possesso di notizie di rilievo sull’omicidio del marito, inducendola a tacere su tali circostanze ove ne fosse stata a conoscenza;

  • il comportamento posto in essere nel 1988 denotava, poi, che Contrada aveva un particolare interesse a seguire le indagini su quell’omicidio, rimasto uno dei più inquietanti e irrisolti tra i delitti di mafia commessi a Palermo, dimostrando anche di disporre di fonti in grado di rivelargli notizie riservate dall’interno delle Istituzioni.

*****

Le censure riguardanti il tema degli incontri e dei colloqui avuti dall’imputato con Gilda Ziino sono state articolate nelle brevi notazioni alle pagine 106 -110 del volume VI, capitolo VI, paragrafo VI. 5 dell’Atto di impugnazione.

Esse, tradiscono, all’evidenza, l’estremo disagio e le evidenti difficoltà della Difesa nel rappresentare una ricostruzione alternativa a quella del Tribunale, scolpita in modo impeccabile.

La loro stessa stringatezza, oltretutto, contrasta con le modalità serrate e (legittimamente) snervanti con cui è stato condotto il controesame della stessa Gilda Ziino.

Ragioni di comodità espositiva suggeriscono di ripercorrere e commentare passo per passo tali doglianze.

Si deduce, innanzitutto, che: <


E tali "comportamenti", di cui la sig.ra Ziino si lamenta riguardano il periodo successivo all'omicidio dell'ing. Roberto Parisi, amico del dott. Contrada.

Il primo è collegato alla visita del dott. Contrada alla sig.ra Ziino il 23 febbraio 1985, subito dopo l'omicidio.

Tale visita desterà perplessità postume nella predetta teste cui l'odierno appellante s'era premurato, tenuto conto dei rapporti di amicizia che lo avevano legato all'ing. Parisi, di portarle il proprio cordoglio>> (pag. 106 Vol. VI, capitolo VI, pag. VI. 1 dell’Atto di impugnazione).

Osserva questa Corte che l’odierno imputato non deve rispondere di avere ingenerato in Gilda Ziino <>>.

La sua condotta, infatti, viene in considerazione perché, nelle sue connotazioni iniziali (visita del 23 febbraio 1985) e nel suo sviluppo successivo (visita del 7 febbraio 1988), apportò un contributo causale al rafforzamento del sodalizio mafioso, mirando ad impedire rivelazioni di notizie anche all’Autorità Giudiziaria procedente ed a carpire eventuali informazioni in possesso della stessa Ziino. Un contributo, dunque, consistito nel prestarsi a fare da tramite per acquisire e trasmettere elementi cui l’organizzazione mafiosa aveva interesse, prima che ne venisse in possesso l’Autorità Giudiziaria, non rilevando il fatto che, in concreto, la vedova Parisi non fosse stata in grado di fornirne e non ne avesse forniti81.

Quanto alla deplorata manifestazione “postuma” delle preoccupazioni e delle perplessità in ordine alla prima visita di Bruno Contrada, la circostanza che la Parisi avesse seguito il consiglio di parlarne al G.I. Falcone denota come la stessa avesse serbato un ricordo vivido e non tranquillizzante dell’episodio, quando, a distanza di due anni, ne aveva riferito al prof. Galasso, che con lei aveva, da poco tempo, intrapreso un rapporto di prestazione d’opera professionale.

D’altra parte, oltre al tenore letterale di quanto dichiarato - con costanza espositiva - sia al G.I. Falcone (<<mi ha detto che, nel caso in cui avessi saputo qualcosa, era meglio che io pensassi che ero una mamma>>), sia in sede di confronto davanti al Sostituto Procuratore Carrara, sia in sede di esame in questo processo, la ragione di quelle preoccupazioni e di quelle perplessità dovettero essere proprio il contesto in cui - ed il tono con cui - in occasione della visita del 23 febbraio 1985, la teste era stata invitata a tacere.

La Ziino, infatti, ha riferito che Contrada le chiese di parlarle da sola, tanto che i due scesero nello studio al piano seminterrato ( cfr. pag. 3 trascrizione udienza 31 maggio 1994); atteggiamento che non avrebbe avuto ragione di essere nel contesto di una normale visita di lutto, anche per dare una amichevole raccomandazione di prudenza.

Nè sorprende che la Ziino avesse serbato dentro di sé per circa due anni le preoccupazioni, le perplessità ed il disagio legati all’ammonimento rivoltole dall’imputato: in primo luogo, infatti, le parole di Contrada, per il loro tenore ermetico, potevano non suscitare una reazione immediata (e non erano volte a suscitarla); in secondo luogo, non sarebbe stato agevole, per la Ziino, manifestare una reazione siffatta almeno fino a quanto la stessa, avendo avuto ingiunto di tacere con chicchessia, non avesse trovato un referente rassicurante.

Per contro, la visita del 7 febbraio 1988 ebbe una valenza intimidatoria molto più marcata ed evidente, giacchè l’imputato non si peritò di chiederle cosa avesse rivelato al giudice Falcone.

L’intera vicenda, del resto, va considerata anche in relazione al comportamento processuale dell’imputato, che ha negato in radice la seconda visita e che a proposito della prima, come in altre, analoghe occasioni (si pensi all’episodio Gentile, ovvero alla fuga dall’Italia di Olivero Tognoli), si è detto vittima di equivoci o strumentalizzazioni.

Soggiungono i difensori appellanti : << Ha spiegato Contrada che egli non una sola volta ma più esortò "la sig.ra Ziino a non parlare di vicende comunque connesse all'omicidio del marito, con nessuno, o di vicende connesse all'attività imprenditoriale del marito, di non parlarne con nessuno. Perché mi rendevo conto della, non dico pericolosità ma dell'estremo carattere paludoso dell'ambiente in cui si era mosso l'ingegnere Ziino82, nella sua attività imprenditoriale e in cui si trovava poi adesso successivamente alla morte la vedova, anche se nei primi giorni non manifestò l'intenzione di continuare l'attività imprenditoriale del marito ma la manifestò successivamente. Quindi le consigliai di non essere molto loquace, che se sapeva qualcosa, se le veniva in mente qualche episodio, qualche particolare di stare molto attenta con cui parlava, anzi di non parlarne proprio con nessuno, tranne che con i magistrati inquirenti, è chiaro, io ricordo questo termine, non è che dissi con i giudici o con i poliziotti, dissi con i magistrati inquirenti".

Questa chiara, spontanea risposta dell'imputato all'esame del P.M. avrebbe dovuto convincere chiunque della correttezza del suo comportamento.

Invece s'è preferito dar credito ad una teste che ha taciuto per anni su "comportamenti" poi ritenuti anomali, continua a tacere o a dire il falso davanti al G.I. dott. Falcone; tace ancora davanti al P.M. dr. Carrara; continua a frequentare l'imputato, ad essere presente alle ricorrenze dei Contrada; ad avere con la sua famiglia rapporti successivi ai presunti comportamenti "anomali">>;






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