Capitolo I lo svolgimento del processo


L’intercettazione della conversazione telefonica intercorsa il 7/10/1983 tra l’imputato e Antonino Salvo



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L’intercettazione della conversazione telefonica intercorsa il 7/10/1983 tra l’imputato e Antonino Salvo
Come ricordato dal Tribunale (pagine 1450 e segg. della sentenza appellata) alle ore 11,26 del 7 Ottobre 1983, sull’utenza 091-296572, in uso ad Antonino Salvo, già raggiunto nel luglio 1983 da una comunicazione giudiziaria nell’ambito di un procedimento, assegnato al G.I. dott. Giovanni Falcone, relativo ad una vasta associazione di tipo mafioso, era stata intercettata una comunicazione telefonica tra il predetto e Bruno Contrada.

Nel corso della telefonata, pervenuta presso gli Uffici dell’Alto Commissario siti nella via Cavour, Antonino Salvo aveva richiesto - ed ottenuto immediatamente - un incontro con l’odierno imputato: (cfr. il processo verbale di intercettazione e registrazione: <<Donna forma l'utenza n. 235540 ed all'uomo che risponde passa il dott. Salvo Antonino, il quale chiede ed ottiene di parlare con il dott. Contrada, i due dopo i convenevoli dicono:

Salvo:“Pronto” -Contrada:“ Sono Contrada, con chi parlo?- Salvo:“ Buon giorno sig. Questore, Salvo sono.- Contrada:“dott. Salvo chi?”- Salvo:“Antonino”. - Contrada:“ah, buon giorno”- Salvo:“Buon giorno dottore”- Contrada:“Buon giorno”- Salvo:“ io sentirei il bisogno, se lei è disponibile, di incontrarla per dieci minuti, vorrei venirla a trovare.” Contrada:“ Qui, in Prefettura?” Salvo: “ Si” Contrada:“ Ah!” Salvo:“ nel suo ufficio” Contrada: “ Si” Salvo: “ il fatto diciamo..non è ufficiale, ma è istituzionale diciamo” Contrada:“ ho capito va bene quando vuole” Salvo: “ eh, io posso venire anche subito” Contrada: “ Va bene” Salvo: “ va bene ...là in via Cavour”).

Sottoposto ad interrogatorio il 5/12/1984 dai Giudici Istruttori Falcone, Borsellino e Guarnotta, alla presenza del P.M. Domenico Signorino, Antonino Salvo aveva dichiarato di essere venuto a conoscenza, attraverso notizie di stampa, del fatto di essere stato indicato insieme al cugino Ignazio Salvo - nell’ambito del rapporto giudiziario per l’omicidio del giudice Chinnici - quale possibile mandante di tale fatto delittuoso. Pertanto, aveva ritenuto opportuno parlare dell’argomento con il capitano dei Carabinieri Angiolo Pellegrini, con cui si era messo in contatto tramite il suo commilitone colonnello Enrico Frasca, nonchè con il dott. Contrada, affinché segnalasse al proprio superiore dott. De Francesco che si riteneva vittima di una congiura politica.

Il teste Pellegrini aveva premesso di essersi occupato, congiuntamente alla Squadra Mobile ed alla Criminalpol, delle indagini relative alla strage di via Pipitone Federico, in cui aveva perso la vita il giudice Chinnici.

I firmatari del rapporto giudiziario a carico di Greco Michele +5, relativo a tale fatto delittuoso, trasmesso all’A.G. in data 31/8/1983, erano stati lui stesso per i Carabinieri ed il dott. De Luca, all’epoca dirigente della Criminalpol, per la Polizia.

Il predetto teste aveva, quindi, riferito che il consigliere istruttore Chinnici, poco prima di essere ucciso, gli aveva personalmente comunicato che era in procinto di emettere mandato di cattura nei confronti dei cugini Salvo quali associati mafiosi. Tale sua intenzione, tradottasi anche in una richiesta di parere trasmessa alla Procura, e nota nell’ambiente investigativo palermitano, era stata evidenziata nel predetto rapporto giudiziario, trasmesso all’A.G. di Caltanissetta dopo la sua uccisione.

Il teste Pellegrini aveva soggiunto:



  • di essere stato subito informato, dal personale che eseguiva le operazioni di intercettazione telefonica, della telefonata tra Antonino Salvo ed Contrada del 7 ottobre 1983;

  • di essere stato contattato, la stessa sera, dal colonnello Enrico Frasca, il quale gli aveva riferito che i cugini Salvo intendevano parlargli per fornire alcuni chiarimenti in merito alla loro posizione processuale ed in relazione al rapporto giudiziario sulla strage Chinnici;

  • di essersi riservato di dargli una risposta, di essersi stupito che i predetti sapessero del rapporto e della sua veste di estensore, di avere informato tempestivamente il giudice Falcone sia della richiesta fattagli pervenire dai Salvo attraverso il colonnello Frasca;

  • di avere,quindi,comunicato al Frasca che non riteneva opportuno incontrare i Salvo, perché colpiti da comunicazione giudiziaria nell’ambito del procedimento penale istruito dal giudice Falcone;

  • di essersi determinato a ricevere Antonino Salvo soltanto il primo dicembre 1983, di ritorno da una missione in Brasile e dopo reiterate richieste da parte del colonnello Frasca (in tale circostanza, il Salvo aveva lamentato di essere vittima di un complotto politico ordito dal partito comunista,che non essendo stato finanziato dal suo gruppo, aveva strumentalizzato la magistratura e la polizia giudiziaria);

  • di avere riferito per iscritto a Falcone ed al colonnello Castellano, suo Comandante di legione, della telefonata del 7 ottobre e dell’incontro del primo dicembre;

  • di avere occasionalmente appreso dallo stesso Falcone, nella primavera del 1984, che Contrada non lo aveva mai informato del suo colloquio con Antonino Salvo (“aspetto ancora di avere notizie di quella telefonata”, cfr. ff. 177 trascrizione udienza 31 maggio 1994).

Detta circostanza aveva trovato conferma, secondo il Tribunale, nella deposizione del teste Giuseppe Ayala.

Questi aveva riferito di essere stato messo in guardia sul conto di Contrada da Giovanni Falcone (“Accura a Contrada”), il quale aveva motivato tale sua diffidenza anche con l’episodio della telefonata intercettata con Antonino Salvo, rimarcando che l’odierno imputato non lo aveva informato di essa, a differenza di quanto aveva fatto il colonnello Pellegrini per la telefonata a lui fatta dal colonnello Frasca (cfr. pagine 49 e segg., 126 e segg trascrizione udienza 1/7/1994).

Il Tribunale, poi, (pagine 1465- 1466 della sentenza appellata) riteneva <<del tutto incredibile la circostanza addotta dall’imputato secondo cui, nell’Ottobre 1983, alla data di quel colloquio, che ha tentato di far apparire come un fatto assolutamente ordinario, egli non fosse a conoscenza nè delle indagini in corso sui Salvo da parte dell’Ufficio Istruzione di Palermo, che già dal Luglio precedente aveva emesso a carico dei predetti una comunicazione giudiziaria, nè delle indagini condotte sia dai C.C. che dalla P.S. sugli stessi, confluite nel rapporto giudiziario inoltrato nell’Agosto del 1983, nel quale entrambi i cugini erano indicati quali possibili mandanti della strage Chinnici>>. Ancorava tale convincimento sia alla natura dell’incarico di Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario, ricoperto da Contrada, sia a quanto detto dallo stesso imputato all’udienza del 25/11/1994, e cioè di essere stato sempre stato il punto di riferimento di tutte le notizie riguardanti indagini di mafia ed in particolare l’interlocutore esclusivo e privilegiato dei funzionari della P.S. D’Antone e De Luca, tanto da essere stato preavvisato del mandato di cattura emesso a carico di entrambi i Salvo nel novembre 1984.

Quel giudice, inoltre, a fronte delle convergenti dichiarazioni dei testi Pellegrini ed Ayala, disattendeva l’assunto dell’imputato di avere informato il giudice Falcone della telefonata e dell’incontro del 7 ottobre 1983, peraltro senza essere tenuto a farlo, non avendo la veste di ufficiale di Polizia Giudiziaria (segnatamente, Contrada aveva dichiarato di averne ravvisato l’opportunità quando il colonnello dei C.C. Castellano era venuto in visita dal Prefetto De Francesco per comunicare che era stata intercettata una telefonata tra Antonino Salvo ed il suo capo di Gabinetto).

Reputava, ancora, non credibile l’ulteriore affermazione di Contrada di avere redatto per l’Alto Commissario, come era solito fare secondo una prassi consolidata, un appunto scritto del colloquio, atteso che di quell’appunto non era stata rinvenuta traccia nonostante le ricerche che l’Alto Commissario De Francesco, escusso come teste, aveva riferito di avere disposto, e considerato che lo stesso De Francesco non conservava alcun ricordo dell’episodio.

Reputava, infine, destituita di fondamento la tesi, sostenuta dall’imputato, della mancata disponibilità di apparecchi di registrazione presso i locali dell’Alto Commissario, tesi smentita dal teste De Francesco ed in ogni caso palesemente pretestuosa, dato che il colloquio con Antonino Salvo avrebbe potuto essere ritardato per il tempo necessario a procurarsi l’apparecchio di registrazione nei vicini uffici in dotazione al S.I.S.D.E., ubicati nella via Roma.

In definitiva, la condotta tenuta dall’imputato in occasione della telefonata del 7 ottobre 1983 - segnatamente, l’avere immediatamente ricevuto Antonino Salvo presso l’Ufficio dell’Alto Commissario - ed il suo comportamento processuale sono stati valutati dal Tribunale come sintomatici di un rapporto personale esistente tra i due, celato a ragion veduta da Contrada all’Alto Commissario, ma anche al Giudice Istruttore dottor Giovanni Falcone, che procedeva nei confronti dei cugini Antonino ed Ignazio Salvo per il reato di associazione mafiosa (pag. 1470 della sentenza appellata).

*****


Sulla vicenda in esame si appuntano le censure svolte alle pagine 100 -104 del volume VI capitolo VI paragrafo VI. 4 dell’atto di impugnazione e, assai più diffusamente, nel volume IX dei Motivi nuovi (pagine 1-100).

Deducono i difensori appellanti che:



  1. l'assenza totale di qualsiasi familiarità o frequentazione o conoscenza non istituzionale si evince chiaramente non solo dal tenore della telefonata (Salvo:“ Buon giorno sig. Questore, Salvo sono.- Contrada:“dott. Salvo chi?”83) ma dal fatto che Contrada fu chiamato attraverso il centralino della Prefettura e non attraverso il numero diretto dell'ufficio o dell'abitazione;

  2. se ci fosse stata familiarità o motivi inconfessabili, Antonino Salvo avrebbe preferito l’ufficialità di un incontro in ambiente istituzionale alla segretezza di un ambiente riservato;

  3. l'oggetto del colloquio, riferito dall’imputato (la denuncia di un complotto politico) corrispondeva perfettamente a quello dell’incontro ottenuto il primo dicembre 1983 con il colonnello Pellegrini da Antonino Salvo, il quale aveva interesse di incontrare gli ufficiali di P.G. che indagavano su di lui - il dott. De Luca ed il capitano Pellegrini - per chiarire la sua posizione;

  4. l’imputato, che peraltro non aveva una veste formale di ufficiale di Polizia Giudiziaria, - non aveva riferito immediatamente del colloquio, al giudice Falcone perché nulla di utile sotto il profilo investigativo o di penalmente rilevante si era prospettato;

  5. il comportamento di Contrada era stato del tutto simmetrico a quello del capitano Pellegrini, il quale aveva riferito a Falcone della prima richiesta di incontro, rivoltagli il 7 ottobre 1983, soltanto con l’appunto scritto del 3 dicembre 1983, così come l’imputato aveva riferito della telefonata e dell’incontro del 7 ottobre 1983 al Comandante legione CC di Palermo, colonnello Castellano, dopo la visita di questi all’Alto Commissario;

  6. Antonino Salvo aveva chiesto di incontrare l’Alto Commissario De Francesco, che lo aveva dirottato su Contrada, circostanza che il teste Antonino De Luca aveva dichiarato, nel corso del suo esame, di avere appreso dallo stesso imputato (cfr. pagine 236-237 trascrizione udienza 28-10-1994);

  7. a conferma della assenza di rapporti collusivi con Antonino Salvo (che Contrada aveva conosciuto unicamente per ragioni di ufficio, nell’ambito delle indagini per il sequestro di persona del suocero, l’esattore Luigi Corleo), militava anche il fatto che l’imputato, pur preavvisato dell’imminente arresto dei cugini Salvo nel novembre 1984, non aveva fatto loro alcuna “soffiata”;

  8. l’Alto Commissario De Francesco, nel corso del proprio esame, non aveva escluso, ed anzi aveva considerato verosimile, pur dicendo di non ricordarsene, che Contrada lo avesse avvisato della telefonata e della visita di Antonino Salvo;

  9. l’Ufficio dell’Alto Commissario non disponeva di registratori portatili, come confermato dal teste Paolo Splendore, né, data la subitaneità dell’arrivo di Antonino Salvo, era stato possibile reperirne uno presso i vicini uffici del SISDE.

*****

In questo dibattimento, il Procuratore Generale si è uniformato alla impostazione del Tribunale secondo cui la condotta di Contrada sarebbe stata sintomatica di un suo rapporto personale con Antonino Salvo e della volontà di celare quanto detto in occasione del colloquio con lui.

Ha sostenuto che il contenuto ermetico della conversazione telefonica, l'immediatezza dell’incontro, la sua mancata documentazione ed il successivo silenzio su di esso andrebbero correlate alla conoscenza - sia da parte di Contrada, sia da parte di Antonino Salvo - del rapporto di Polizia Giudiziaria a firma congiunta del capitano Pellegrini e del dott. De Luca, inoltrato alla Procura della Repubblica di Caltanissetta il 31 agosto 1983.

L’incontro del 7 ottobre 1983, cioè, si sarebbe svolto in un frangente in cui il procedimento, istruito in sommaria, non era stato ancora formalizzato. Ciò spiegherebbe l’allusione del Salvo ad un fatto <<non ufficiale… ma istituzionale, diciamo >>, colta al volo dall’imputato con l’espressione <<ho capito va bene quando vuole>>.

A sostegno di tale costruzione, il Procuratore Generale, oltre a riproporre le valutazioni già svolte dal Tribunale in ordine alle ritenute anomalie del comportamento dell’imputato, ha richiamato una specifica circostanza riferita dal teste Pellegrini, e cioè il fatto che - in occasione del primo contatto (quello del 7 ottobre 1983) - il colonnello Enrico Frasca aveva specificamente menzionato il rapporto giudiziario inoltrato alla Procura di Caltanissetta il 31 agosto 1983, ricollegandolo alla richiesta di Antonino Salvo di avere un colloquio per chiarire la sua posizione (pag. 174 trascrizione udienza 31 maggio 1994):

<<PELLEGRINI A.: La stessa sera venni contattato da un Colonnello in pensione, il Colonnello dei Carabinieri, il Colonnello Frasca, che mi chiese, mi disse che i due cugini Salvo, sia Salvo Nino che Ignazio, intendevano parlare con me, per chiarire la loro posizione in merito al rapporto a carico di Greco Michele + 5 persone, imputati per la strage di via Pipitone Federico.




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