Capitolo I lo svolgimento del processo


Le censure riguardanti le propalazioni di Francesco Marino Mannoia



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Le censure riguardanti le propalazioni di Francesco Marino Mannoia

Francesco Marino Mannoia aveva riferito di essere stato formalmente affiliato a "Cosa Nostra" nella famiglia di Santa Maria di Gesù, capeggiata da Stefano Bontade, nella primavera del 1975.

Il suo patrimonio di conoscenze, rilevava il Tribunale, si era rivelato particolarmente ricco ed il suo contributo alla giustizia si era dimostrato eccezionale: egli, infatti, pur da "soldato" di Stefano Bontate, era stato in diretti rapporti con lui - privilegio riservato ad altri nove “soldati”, che lo sottraeva alla intermediazione gerarchica del sottocapo, dei capidecina o dei consiglieri - e, successivamente, era stato inserito per molti anni nei traffici di stupefacenti gestiti dai "corleonesi".

Il collaborante aveva avuto, altresì, assidui contatti con il gruppo di mafia facente capo a Rosario Riccobono, con il quale aveva commesso svariati crimini oggetto delle sue confessioni.

L’importanza della sua collaborazione con la giustizia aveva trovato un primo e positivo riscontro da parte della Suprema Corte nella sentenza n° 80 del 1992 della Suprema Corte di Cassazione, conclusiva del primo maxi-processo, e nel fatto che, come conseguenza giuridica del giudizio positivo formulato dalla stessa Suprema Corte sulla sua attendibilità, gli era stata riconosciuta la diminuente di cui all’art. 8 D.L. 13 Maggio 1991 n° 152 conv. in L. 12 Luglio 1991 n° 203.

Punto critico della valutazione della sua credibilità intrinseca veniva considerata dal Tribunale la "tormentata evoluzione" che aveva scandito - e non soltanto con riguardo alla posizione dell’odierno imputato - il divenire del suo pentimento.

Lo stesso Marino Mannoia, infatti, aveva chiarito che, quando nel 1989 aveva iniziato la propria collaborazione con la Giustizia, si era limitato ad autoaccusarsi di appartenenza all’associazione criminale “Cosa Nostra”, nonché di reati in materia di armi e traffico di stupefacenti, non affrontando il delicato tema delle collusioni con la mafia da parte di soggetti appartenenti alle istituzioni, data la sfiducia che nutriva nei confronti dello Stato italiano, che non gli sembrava approntare alcuna efficace politica governativa di lotta alla mafia, né, tanto meno, di tutela dei collaboranti e dei loro familiari.

Nel contempo - per ragioni esclusivamente personali, dovute alla difficoltà di affrontare questo aspetto della propria antecedente condotta di vita con la propria convivente e con la figlia da lei avuta - aveva deciso di non confessare le proprie responsabilità in ordine agli omicidi commessi.

Solo dopo alcuni anni, mentre si trovava negli Stati Uniti d’America, dove vigeva una legislazione organica a tutela dei collaboranti, aveva riflettuto sul programma di protezione offertogli, che avrebbe potuto garantire sicurezza alla sua famiglia ove si fosse deciso a confessare in modo completo le proprie responsabilità,. A queste condizioni, intorno al gennaio 1993, aveva sottoscritto l’accordo di collaborazione con il Governo statunitense.

In tale contesto, si era verificata la “svolta” nella sua collaborazione. Egli aveva confessato tutti i delitti commessi, ammettendo le proprie responsabilità anche in ordine agli omicidi cui aveva partecipato, informando, tramite i propri legali, l’Autorità Giudiziaria palermitana e rinunciando alle garanzie procedurali di “inutilizzabilità” nei propri confronti delle sue confessioni previste dal trattato di mutua assistenza giudiziaria fra l’Italia e gli U.S.A.; indicatore, questo, della genuinità del suo proposito di collaborare.

Tuttavia, nonostante tale scelta, egli non aveva detto quanto a sua conoscenza sull’odierno imputato nel corso dell’interrogatorio reso negli Stati Uniti il 3 Aprile 1993 ai magistrati della Procura di Palermo sui c.d. omicidi politici (segnatamente l’omicidio Lima, le vicende concernenti l’On. le Andreotti ed altri episodi di collusione tra uomini politici e “Cosa Nostra”).

Ad impedirgli, infatti, una lucida messa a fuoco dei suoi ricordi - spiegazione ritenuta plausibile dal Tribunale, salva la necessità di un più prudente e rigoroso accertamento dei riscontri alle sue successive indicazioni accusatorie - erano state le particolari condizioni di stanchezza e “stress” in cui egli si era trovato quando era stato affrontato, alla fine di quell’interrogatorio lunghissimo ed estenuante, protrattosi fino a tarda notte, l’argomento “Contrada”.

Sul punto, infatti,egli era stato assai evasivo, rispondendo: <<Di Contrada non ricordo praticamente nulla che possa avere interesse processuale. Con tanti nomi di poliziotti potrei anche confondermi>> (pag. 608 della sentenza appellata).

In data 27 Gennaio 1994 - unica volta in cui era stato sentito dall’Autorità Giudiziaria italiana dopo il 3 Aprile 1993 - egli era stato nuovamente interrogato dai magistrati della Procura della Repubblica di Palermo per rogatoria, negli Stati Uniti d’America, su alcuni omicidi da lui confessati.

In quel contesto, prendendo spunto dal proprio coinvolgimento nel tentato omicidio di tale Lo Piccolo, sventato da un agente di Polizia della sezione antirapine della Squadra Mobile che si trovava insieme alla vittima designata, egli aveva ricordato uno specifico episodio di favoritismo nei propri riguardi da parte del dott. Vincenzo Speranza, dirigente della predetta sezione, dovuto al rapporto personale del funzionario di Polizia con Stefano Bontate12. Lo sfondo collusivo di quella vicenda lo aveva portato a mettere a fuoco la figura di Contrada quale “altro funzionario di Polizia” in rapporti con esponenti di “Cosa Nostra”, e segnatamente con Rosario Riccobono.

Il Tribunale, a questo punto, sottolineava che, nel corso del suo esame, il Marino Mannoia aveva offerto un contributo originale, e dunque immune dal sospetto di pedissequo adeguamento o di adattamento manipolatorio delle sue dichiarazioni a quelle di altri collaboranti, menzionando situazioni e fatti specifici al di là del quadro collusivo da lui delineato, e segnatamente:



  • una conversazione, svoltasi intorno al 1979, tra Stefano Bontate ed il suo sottocapo Giovanni Teresi, dipendente di Arturo Cassina, vertente su un appuntamento da fissare, per il tramite dell’imprenditore Arturo Cassina, con Contrada;

  • l’intervento di Contrada per il rilascio della patente di guida allo stesso Bontate, precedentemente revocata per effetto di una misura di prevenzione (all’udienza del 28 aprile 1994 ne aveva parlato anche il collaborante Salvatore Cancemi, tanto che il Tribunale ravvisava nella propalazione in esame un riscontro al suo narrato, al pari degli ulteriori elementi di conferma risultanti dall’analisi del compendio documentale relativo alla pratica);

  • la restituzione della patente di guida al mafioso “Pinè” Greco - "uomo d'onore" di Ciaculli, cugino di Greco Michele detto "il papa" e di Salvatore Greco detto "il senatore", soggetti che altro collaboratore di giustizia, Giuseppe Marchese, aveva indicato in stretto contatto con l'imputato.

Quanto a quest’ultimo episodio, secondo la ricostruzione del Tribunale la patente del Greco era stata sospesa a tempo indeterminato a seguito di un provvedimento di diffida.

Il Greco, con istanza del 20 agosto 1979 - a quella data, Contrada ricopriva il doppio incarico di dirigente della locale Squadra Mobile e della Criminalpol - inoltrata alla Questura di Palermo, ne aveva richiesto la restituzione per ragioni di lavoro legate alla sua attività di agricoltore (sulla falsariga di quanto, in precedenza, aveva fatto il Bontate) e gli uffici della Questura avevano dato avvio con "rara celerità" ad un’istruttoria che sembrava preludere ad un esito favorevole.

Senonchè, quando la pratica per la patente del Greco era giunta al Questore Immordino (nelle more, subentrato al dott. Epifanio), questi aveva ritenuto di redigere personalmente il parere negativo da inoltrare alla Prefettura.

Davanti all’ostacolo del parere di Immordino, che aveva impedito al Greco di ottenere per vie regolari la restituzione della patente (conseguita, invece, dal Bontate nel periodo in cui la Questura era retta dal dott. Epifanio), l’unica possibilità era quella di ricorrere alla sottrazione materiale del documento, giacente presso gli atti della Prefettura.

Tale sottrazione era stata perpetrata, e detto riscontro, ad avviso del Tribunale, risultava individualizzato dal fatto il personale di Polizia ha, normalmente, accesso agli archivi esistenti presso l’Ufficio patenti della Prefettura, essendo stata solo in tempi recenti instaurata la prassi di formalizzare una richiesta scritta per la consultazione, di cui rimane traccia agli atti .

Analoghe anomalie, peraltro, venivano ravvisate da quel giudice nella pratica di rilascio del passaporto allo stesso Greco.

Tanto premesso, le censure concernenti la figura e le dichiarazioni di Francesco Marino Mannoia sono state articolate:


  • per ciò che riguarda l’attendibilità intrinseca del collaborante, nel volume II, capitolo V, paragrafo V. 1 dell’Atto di impugnazione (pagine 1- 69) e nel volume 16 dei Motivi nuovi;

  • per quanto attiene al tema “Interessamento del dott. Contrada per la patente a Stefano Bontate”, nel volume II, capitolo V, paragrafo V. 1 dell’Atto di impugnazione, nell’ambito delle doglianze riguardanti la valutazione delle propalazioni del pentito Salvatore Cancemi (pagine 70-115);

  • per quanto concerne il presunto interessamento del costruttore Angelo Graziano nel procurare al Contrada l’appartamento di via Jung n. 12, nel volume V dei motivi nuovi, congiuntamente alle censure riguardanti le dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo;

  • per quanto riguarda l’instaurazione dei rapporti tra l’odierno imputato e Stefano Bontate per il tramite di Arturo Cassina, nel volume 16 dei Motivi nuovi.

Di assoluta preminenza, nel costrutto difensivo, è il tema della credibilità del collaborante, messa in discussione per la tempistica ed i contenuti delle sue propalazioni.

Il Tribunale ha evidenziato come, in generale, il ritardo della legislazione nell’approntare adeguati strumenti di tutela dei pentiti e dei loro familiari, così come il timore di perdere credibilità formulando accuse di collusione, e quindi di trovarsi maggiormente esposti, avessero reso giustificabile una certa gradualità nelle collaborazioni (cfr. pagine 599- 604 della sentenza appellata)13.

Ha rimarcato la centralità dei criterio normativo dei riscontri estrinseci (pag. 605) ed ha ritenuto genuina la risoluzione del collaborante a riferire senza riserve quanto a sua conoscenza (pagine 606 e 607).

Si è soffermato, quindi, sulle contestazioni mosse dalla Difesa in relazione all’unico interrogatorio del 1993 all’autorità Giudiziaria Italiana di cui - in prime cure - si era a conoscenza; quello, cioè, reso il 3 aprile 1993 presso l’U.S. Attorney’s Office del Distretto Meridionale di New York nell’ambito della commissione rogatoria internazionale autorizzata in relazione al procedimento penale n°1557/1992 della Procura della Repubblica di Palermo, concernente l’omicidio dell’On. le Salvatore Lima.

L’atto istruttorio aveva avuto inizio alle h. 10.00 del 3 Aprile 1993 ed era stato concluso alle h. 1.00 del 4 Aprile 1993, protraendosi per quindici ore consecutive. Nel corso di esso erano state verbalizzate complessivamente n°20 pagine, e la domanda concernente l’odierno imputato era stata verbalizzata nella parte finale del foglio n° 18, seguito dal foglio n° 19, comprendente ulteriori domande, e dal foglio conclusivo n°20, contenente poche righe e le sottoscrizioni finali.

Il Tribunale ha ritenuto, in tale contesto, la risposta :<<Di Contrada non ricordo praticamente nulla che possa avere interesse processuale. Con tanti nomi di poliziotti potrei anche confondermi>>, fosse sintomatica di una precisa scelta <> (pagine 609-610 della sentenza appellata), anche perché la domanda, al pari di altre, esulava dallo specifico tema della rogatoria.

Successivamente alla pronunzia della sentenza di primo grado la Difesa è venuta in possesso del verbale di interrogatorio reso dal Marino Mannoia il 2 aprile 1993 ai magistrati della Procura della Repubblica di Caltanissetta, che lo avevano interrogato per rogatoria il 2 aprile 1993 <<nell’ambito dei procedimenti relativi alla morte del giudice Giovanni Falcone, della dott.ssa Francesca Morvillo e degli uomini della scorta, del giudice Paolo Borsellino e degli uomini della scorta; per il fallito attentato all’Addaura del giugno 1989; per le ipotesi di (illeggibile) magistrati del distretto di Palermo>>14.

In detto verbale, di cui il Tribunale non aveva avuto cognizione, è riprodotta una risposta analoga a quella data il giorno successivo ai magistrati della Procura di Palermo, e cioè <<Non ricordo di avere mai conosciuto il dott. Bruno Contrada e l'Ispettore Luigi Siracusa, nè ricordo di aver mai sentito parlare degli stessi come persone legate o comunque vicine a Cosa Nostra. Ricordo solo di aver sentito nominare il dott. Contrada solo come componente dell'apparato della polizia che lavorava a Palermo>>.

A seguito della notizia delle dichiarazioni rese il 2 aprile 1993, il Marino Mannoia è stato nuovamente escusso nel primo giudizio di appello: all’udienza del 20 maggio 1999 ha risposto che, in quel frangente, non conservava alcun ricordo di Contrada al di là della sua veste di funzionario, e che egli stesso era rimasto disorientato perché convinto di dover rispondere su vicende criminali che lo avevano visto personalmente coinvolto.

Tanto premesso, le argomentazioni difensive circa la dedotta non plausibilità della risposta data il 3 aprile 1993 e circa il senso della risposta data il 2 aprile 1993 possono riassumersi nei seguenti termini:



  1. se il 3 aprile 1993 avesse davvero taciuto perché non più lucido, il collaborante << avrebbe fatto presente il suo stato di stanchezza ed avrebbe quindi potuto manifestare con poche parole la riserva di riferire ciò che era a sua conoscenza in un momento successivo (l'indomani o in altra occasione), e non avrebbe di certo dichiarato : "Di Contrada non ricordo praticamente nulla che possa avere interesse processuale...">> (pag. 9 vol. II capitolo V paragrafo V.1 dell’Atto di impugnazione);

  2. come risulta agli atti, l’interrogatorio del 3 aprile 1993 aveva avuto inizio alle ore 10.00 ed era terminato alle ore 1.00 del successivo 4 aprile 1993, e pertanto, a fronte di una durata complessiva di quindici ore, date le venti pagine del verbale, la redazione di ogni pagina avrebbe avuto una durata media di ben 45 minuti (ibidem, pag.27);

  3. posto che la risposta del Marino Mannoia sul conto di Contrada è riportata all’inizio della pag. 18 del verbale, se essa fosse stata dettata <<dalla mente stanca>> in una situazione di stress, distruzione psicologica, e <<bisogno di andare a buttarsi immediatamente su di un letto>>, non vi sarebbero state le ulteriori dichiarazioni che riempiono la parte restante della pag. 18 del verbale, l’intera pag. 19 ed ancora la pag. 20 (ibidem, pagine 27-29);

  4. <">> (ibidem, pag.10);

  5. in altri termini, delle due l’una, o Marino Mannoia aveva mentito ad aprile 1993 (nessuna accusa a Contrada) o aveva mentito a gennaio - novembre 1994 (accuse a Contrada), derivandone, in ogni caso, quantomeno un negativo giudizio in punto di attendibilità intrinseca, tale da riverberarsi sulla verifica della sua attendibilità estrinseca (ibidem, pag.32);

  6. in ogni caso, la risposta del 2 aprile 1993, analoga a quella del 3 aprile, non era stata nè menzionata, nè, a fortiori, giustificata dal collaborante, e pertanto, ammesso che il Marino Mannoia fosse stato incapace di connettere per la stanchezza alla fine dell’interrogatorio del 3 aprile, non si spiegava perchè avesse taciuto anche il giorno precedente (ibidem,pag. 19).

I difensori appellanti, quindi, hanno ulteriormente svolto le loro doglianze sulla attendibilità intrinseca del Marino Mannoia con specifico riguardo alla cronologia delle sue dichiarazioni rispetto a quelle dei pentiti Mutolo e Cancemi.

Hanno dedotto che :



  1. erroneamente il Tribunale aveva escluso che le propalazioni del collaborante fossero frutto di pedissequi adeguamenti ad altre risultanze processuali se non, addirittura di adattamento manipolatorio (ibidem, pagine 32 e 33, ove si cita la sentenza appellata);

  2. il Marino Mannoia, infatti, nel corso dell’interrogatorio del 27 gennaio 1994, e poi dell’esame del 29 novembre 1994, aveva detto che, tra il 1974 ed il 1975, Angelo Graziano aveva asserito di avere "procurato" una casa all’imputato, accusa già enunciata dal pentito Gaspare Mutolo il 23 ottobre 1992 in sede di interrogatorio al Pubblico Ministero ed il 7 giugno 1994 in sede di esame (ibidem, pagine 34 - 36);

  3. allo stesso modo, le propalazioni del Marino Mannoia avevano offerto un provvido e non casuale sostegno alla indicazione accusatoria di un rapporto diretto tra l’imputato ed il mafioso Stefano Bontate per il tramite dell’imprenditore Arturo Cassina e del funzionario di Polizia dott. Purpi, dei quali aveva precedentemente parlato Gaspare Mutolo (ibidem, pagina 14 e pagine 44,45 e 47);

  4. analogamente, ancora, il Marino Mannoia non aveva fatto altro che offrire una sponda alle indicazioni accusatorie del pentito Salvatore Cancemi (escusso all’udienza del 28 aprile 1994) dichiarando - soltanto in sede di esame e con la giustificazione di un ricordo tardivo - che l’ultima notizia appresa sul conto dell’imputato era stata quella dell’interessamento di Contrada per la patente di guida di Stefano Bontate (ibidem, pagine 37-40);

  5. in definitiva (cfr. pag. 17 volume 16 dei motivi nuovi) <perché tali rapporti non erano mai esistiti>>.

A questa stregua, hanno sostenuto i difensori appellanti, le espressioni del tipo " non so altro, non ho approfondito l'argomento, non mi interessava,non mi competeva ,più di questo non so, no questo no lo so, non so per quali motivi ", ricorrenti nel suo narrato, depongono nel senso <: "Va bene. Però non ho nulla da dire sul Dott. Contrada. Posso solo, in un modo qualsiasi, confermare ciò che hanno detto gli altri miei compagni di pentimento. Ciò, se mi assicurate che hanno detto il vero e che le accuse sono state già riscontrate onde non essere smentito".

Ciò è assurdo: ma solo questa assurdità potrebbe dare una spiegazione logica al comportamento processuale di Francesco Marino Mannoia>>.

L’ipotesi della manipolazione del pentito - riconducibile a quella di un complotto realizzatosi nel creare artatamente la convergenza di indicazioni accusatorie di una pluralità di collaboratori di giustizia - riemerge nelle dichiarazioni spontanee rese dall’imputato all’udienza del 20 maggio 1999, subito dopo l’esame, in grado di appello, di Francesco Marino Mannoia (pagine 79-80 della trascrizione): <<…..e solo in quella data i miei avvocati ed io sappiamo che cosa aveva dichiarato Marino Mannoia, però in quella udienza non si dice che il giorno precedente Marino Mannoia aveva fatto accuse a carico di poliziotti, dopo aver detto, subito dopo aver detto, nelle righe successive si legge, “non so nulla del dottor Contrada, non ho mai sentito dire che era colluso o vicini agli ambienti di cosa nostra”, parla di Purpi, parla dell’appuntato Cacciatore, del brigadiere Cacciatore, parla di un altro sottufficiale perché sono le cose che lui sa, che aveva sentito dire, ma lui fino a quella data non aveva sentito dire nulla su Contrada, lui parla di me il 27 gennaio del 1994.

Molto probabilmente io non ho la possibilità di provarlo, dopo colloqui investigativi (INCOMPRENSIBILE) negli Stati Uniti D’America con funzionari della DIA, i miei rapporti con la DIA sono stati sempre improntati non dico a contrasti, ma ad indifferenza assoluta, a distacco assoluto per l’incompatibilità tra me e il dottor Gianni De Gennaro, vice direttore della DIA, per motivi professionali>>.

Giova ricordare che l’esame in grado di appello di Francesco Marino Mannoia era stato ammesso <<allo scopo di chiarire i motivi per cui egli aveva taciuto prima ai P.M. di Caltanissetta (2 aprile 1993) e poi a quelli palermitani (3 aprile 1993) le circostanze sul conto del dott. Contrada riferite al Tribunale di Palermo il 20 novembre 1994>>, come si legge a pag. 53 della sentenza di appello annullata, resa il 4 maggio 2001.

Con la predetta sentenza, la Corte di Appello di Palermo, sezione II penale, ha osservato:<

In tal caso, infatti, sarebbe stato sufficiente a rendere evidente la delusione del collaborante per l’atteggiamento degli inquirenti la iniziativa di fornire delle esternazioni evasive, laddove risulta invece che egli escluse categoricamente di avere mai saputo che il dott. Bruno Contrada fosse persona legata o comunque vicina a “cosa nostra”, dichiarando di averlo conosciuto solo come appartenente alla polizia (verb. 2 aprile 1993), così esponendosi al rischio di compromettere la sua reputazione di collaborante leale.

Si deve aggiungere che non sembra accettabile la spiegazione offerta dal Marino Mannoia circa la casualità di tale atteggiamento, dato che egli nella medesima seduta non esitò a fornire agli investigatori italiani indicazioni assai dettagliate in merito alla strage di Capaci.

Deve pertanto ritenersi che i riferimenti forniti dal personaggio in questione sulla condotta dell’imputato non siano connotati dalle necessarie garanzie di attendibilità>>.

Osserva questo collegio che la stessa, dichiarata esigenza della precedente Corte di chiarire i motivi per cui, negli interrogatori del 1993, il collaborante <<aveva taciuto>> le circostanze riguardanti Contrada, lascia trasparire il convincimento che Marino Mannoia avesse intenzionalmente omesso di riferire tali circostanze; convincimento reso evidente dalla successiva affermazione della stessa Corte <>.

In realtà il 2 ed il 3 aprile 1993, il collaborante si limitò a dire di non avere ricordi specifici, senza attribuire una patente di onestà professionale all’imputato.

Analoghe considerazioni possono farsi a proposito del senso attribuito dalla precedente Corte alla giustificazione offerta da Marino Mannoia del perché il 2 aprile 1993 avesse parlato diffusamente dei prodromi della strage di Capaci (la condanna a morte di Giovanni Falcone, comminata da “Cosa Nostra” già anni prima), e cioè di una vicenda nella quale non era coinvolto e sulla quale non si era preparato a rispondere, mentre nulla aveva saputo dire sul conto dell’odierno imputato, con cui - parimenti - non aveva avuto a che fare e sul quale non era mentalmente predisposto a rispondere.

Il collaborante, infatti, ha risposto che ciò era avvenuto per un fatto casuale.

Osserva questo collegio che tale “casualità”, è stata riferita dal pentito non già al proprio atteggiamento (che, altrimenti, sarebbe ictu oculi uterino, supponente, irrazionale, e quindi tale da mettere in dubbio la serietà stessa del proposito di collaborare) ma allo sviluppo in sé dell’atto istruttorio, e cioè al fatto che questo aveva avuto tra i suoi principali temi i prodromi della strage di Capaci, sui quali il Marino Mannoia conservava dei ricordi ampi ed organici, trattandosi di vicende e situazioni cui aveva personalmente assistito.

In sostanza, ha detto il collaborante, gli era capitato di poter parlare di fatti dei quali conservava memoria, ma non era capitato di poterlo fare per Contrada, del quale non ricordava nulla.

Questo, e non altro, è il senso del brano “incriminato” della trascrizione (pag. 41) che si riporta testualmente: <
15 cioè non ha detto niente di Contrada, mentre per la vicenda Capaci, tanto per attenermi all’esempio che ho fatto io, si è dilungato, ha dato un sacco di spiegazioni, di cose, ha parlato diffusamente.




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