Capitolo I lo svolgimento del processo



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P.M.: E la circostanza che detto rapporto fosse a firma anche sua era di dominio pubblico?

PELLEGRINI A.: Io in questo momento ho dei dubbi. Allora mi pare di aver ritenuto che non fosse di dominio pubblico, ma mi pare che non fosse ancora depositato, pero bisognerebbe vedere un po' il momento in cui e stato depositato dal Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, che procedeva con rito sommario e quindi rinvio, quindi non posso dirlo di preciso>>.

(…)

P.M.: Puo riferire il contenuto di questo incontro?

PELLEGRINI A.: Sommariamente posso riferirlo. Nino Salvo iniziò col dire che rappresentava la potenza politica- economica della Sicilia e che quindi ogni azione nei suoi confronti, specie giudiziaria, era voluta dal Partito Comunista, in quanto voleva osteggiare la sua corrente politica, in qualche modo osteggiare l'On. Lima e l'On. Gullotti. Successivamente disse anche che aveva presentato o stava per presentare un esposto alla Procura della Repubblica di Palermo contro coloro che avevano riferito che il Dr. Chinnici era in procinto di emettere dei provvedimenti nei suoi confronti e disse anche che Gassan84 era stato presso il suo albergo, a Ficarazzi se non sbaglio, nel suo albergo a richiesta di funzionari della Polizia e quindi lui non ci entrava nulla e quindi cercò di giustificare un po' la sua posizione>>.

*****


Ad avviso di questa Corte la vicenda, nel suo complesso, non assume una sufficiente valenza indiziante, perché priva dei caratteri della gravità e precisione.

A sfavore dell’imputato milita, in primo luogo, la non veridicità dell’assunto difensivo secondo cui Antonino Salvo avrebbe chiesto di incontrare l’Alto Commissario De Francesco, pur avendo interloquito, in concreto, con Contrada in quanto questi svolgeva una funzione di filtro nella sua veste di Capo di gabinetto.

Esso, infatti, è smentito dall’univoco tenore del verbale relativo alla intercettazione telefonica del 7 ottobre 1983, che recita, nel suo incipit << Donna forma l'utenza n. 235540 ed all'uomo che risponde passa il dott. Salvo Antonino, il quale chiede ed ottiene di parlare con il dott. Contrada>>.

Una seconda anomalia consiste nella insostenibilità dell’affermazione dello stesso Contrada di non essere stato al corrente - prima del 7 ottobre 1983 - dello svolgimento indagini per mafia a carico dei cugini Salvo.

Un terzo elemento è dato dalla smentita dell’allegazione di Contrada di avere riferito della telefonata e del colloquio con Antonino Salvo al G.I. Falcone poco dopo che il colonnello Castellano, comandante la Legione Carabinieri di Palermo, aveva riferito all'Alto Commissario De Francesco dell'avvenuta intercettazione.

Il Tribunale, inoltre, ha dimostrato che il comportamento di Contrada non era stato affatto simmetrico a quello del capitano Pellegrini, come invece ha continuato a sostenere la Difesa sul rilievo che, soltanto con l’appunto del 3 dicembre 1983, quest’ultimo avrebbe reso edotto il giudice Falcone di essere stato contattato da Antonino Salvo tramite il colonnello Frasca.

Ed invero, lo stesso Pellegrini, in sede di esame, ha riferito di avere subito riferito oralmente al giudice Falcone della prima richiesta di incontro, rivoltagli il 7 ottobre 1983, e averne rassegnato il contenuto per iscritto con la nota del 3 dicembre 1983, nella quale aveva fatto menzione anche del colloquio del primo dicembre 1983 con Antonino Salvo.

Il teste ha dato una logica spiegazione dell’immediato resoconto a Falcone, e cioè la meraviglia indotta in lui dal fatto che Antonino Salvo lo individuasse come estensore del rapporto sulla morte di Chinnici quando ancora l’istruttoria non era stata nemmeno formalizzata. Il suo narrato, oltretutto, ha trovato piena conferma nella deposizione del teste Ayala, che, tra gli episodi cui Falcone aveva collegato l’avvertimento di non fidarsi di Contrada, aveva citato il differente comportamento dello stesso Pellegrini e dell’odierno imputato in relazione agli approcci di Antonino Salvo (cfr. pag. 49 trascrizione udienza primo luglio 1995 : << .. ha telefonato sia al colonnello Pellegrino dei Carabinieri, sia a Contrada chiedendo un colloquio. Falcone mi raccontò che mentre Pellegrino era andato subito da Falcone per avvertirlo, Contrada non c’era andato, senza ulteriori commenti, così mi disse>>).

La vicenda, tuttavia, prospetta anche elementi che ridondano a favore della linea difensiva dell’imputato.

In primo luogo, l’avere dato per accertata la disponibilità di registratori presso uffici dell’Alto Commissario è frutto di un possibile fraintendimento della testimonianza del Prefetto De Francesco.

Il teste Paolo Splendore, infatti, ha chiarito che, all’occorrenza, si andava a prenderli presso il vicino centro SISDE di via Roma (pagine 83-86 trascrizione udienza 3 febbraio 1995).

Sulla attendibilità del teste Splendore non è dato dubitare, se si considera che questi, pur essendo, per sua stessa ammissione, legato a Contrada da uno stretto rapporto di amicizia e di natura professionale - Contrada lo volle come suo collaboratore non soltanto per tutto il periodo della sua permanenza all’Alto Commissario, ma anche in altre successive occasioni, durante la permanenza al SISDE a Roma cfr. pagine 31 e ss. 37 e ss. 5 e ss. trascrizione udienza 3/2/1995) - ha riferito, come si è detto trattando delle propalazioni di Gaspare Mutolo, circostanze non favorevoli alla Difesa a proposito della genesi dell’affiliazione dell’imputato all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro.

Il teste De Francesco, del resto, ha riferito di avere avuto nella propria stanza un registratore, collegato col suo telefono - e quindi, intuitivamente, non soggetto ad essere rimosso e prestato - e di averlo usato soltanto due o tre volte durante i trentuno mesi del suo incarico.

Ha soggiunto che il suo ufficio disponeva “sicuramente” di apparecchi di registrazione.

Tuttavia, a fronte della nitidezza dei ricordi del teste Splendore, non è perfettamente chiaro se la disponibilità di apparecchi di registrazione sia stata riferita dal prefetto De Francesco agli Uffici dell’Alto Commissario, ovvero a quelli del SISDE. Senza dire che lo stesso De Francesco ha dichiarato che non era <<un'abitudine usuale registrare>> (pag. 68 e ss. trascrizione udienza 31/5/1994) sicchè il suo ricordo appare meno affidabile di quello del teste Splendore.

D’altra parte, qualora i registratori portatili fossero stati davvero disponibili presso gli Uffici dell’Alto Commissario, Contrada non avrebbe avuto ragione di menzionare lo specifico particolare costituito dall’invito dell’Alto Commissario a registrare il colloquio, così esponendosi al rischio di aggravare la sua posizione ove fosse stato smentito circa la loro esistenza.

Ed ancora non è dato sapere con quali modalità e sulla base di quali istruzioni lo stesso Salvo venne introdotto nella stanza di Contrada, non apparendo, dunque, decisiva l’osservazione del Tribunale secondo cui sarebbe stato possibile far fare un po’ di anticamera a Antonino Salvo per il tempo strettamente necessario alla installazione di un registratore. Non può escludersi, tra l’altro, che l’arrivo del Salvo fosse stato davvero subitaneo, attesa la vicinanza tra suoi uffici di concessionario per la riscossione dei tributi, siti in via del Parlamento, e la sede dell’Alto Commissario, sita in via Cavour.

Appare poco plausibile inoltre, che Antonino Salvo avesse scelto gli uffici dell’Alto Commissario, contesto nel quale la conversazione avrebbe potuto essere intercettata, quale sede per rivolgere all’imputato richieste di ingerenza diretta nelle indagini che lo riguardavano. Senza dire che la sua telefonata delle 11.26 era stata fatta al centralino dell’Alto Commissario e non al numero diretto dell’imputato.

Il mancato ricordo di De Francesco ed il mancato rinvenimento dell’appunto dell’incontro con Antonino Salvo, che l’imputato assume di avere redatto, non bastano, poi, a dimostrare che Contrada ne avesse tenuto all’oscuro lo stesso De Francesco.

Va considerato, inoltre, che il Salvo cercò nell’imputato - lo afferma lo stesso Contrada in sede di esame all’udienza dell’otto novembre 1994, (cfr. la trascrizione riportata alle pagine 50 e 51 del volume IX dei Motivi Nuovi di appello) - non soltanto un tramite per rendere edotto delle sue proteste l’Alto Commissario, ma anche una sponda per un contatto con l’altro estensore del rapporto, e cioè il dott. Antonio De Luca, dirigente della Criminalpol.

Tale condotta dello stesso Antonino Salvo è simmetrica al tentativo di avere un incontro con il capitano Pellegrini, esperito già il 7 ottobre 1983 per il tramite del colonnello Frasca, né tale simmetria viene meno per il fatto che, alla data del colloquio del Salvo con il capitano Pellegrini (primo dicembre 1983) era stata, ormai, formalizzata l’istruzione nel procedimento relativo alla strage Chinnici.

La formalizzazione, infatti, non implicava la desegretazione degli atti, e quindi la conoscenza del contenuto del rapporto giudiziario del 31 agosto 1983, della cui esistenza il Salvo aveva dimostrato di essere al corrente sin dal sette ottobre, e cioè sin da prima dell’incontro con Contrada.

La simmetria tra l’approccio di Antonino Salvo nei riguardi di Bruno Contrada e quello nei confronti del capitano Pellegrini emerge anche dal contenuto dei colloqui avuti con l’uno (il 7 ottobre) e con l’altro (Il primo dicembre).

Anche il capitano Pellegrini, infatti, ha riferito che Antonino Salvo aveva lamentato di essere vittima di una congiura politica ordita dai comunisti strumentalizzando la magistratura e la Polizia Giudiziaria; rimostranze, all’evidenza, del tutto analoghe a quelle che l’imputato ha riferito essere state rivolte a lui.

Anzi, la denuncia di un complotto, confermata dalla successiva presentazione di un esposto al Procuratore della Repubblica di Palermo <<a tutela del proprio nome e della propria posizione sociale,perché fosse aperta un'inchiesta sugli autori delle false affermazioni contenute nel rapporto per la strage di via Pipitone Federico>> (in termini, l’appunto indirizzato dal capitano Pellegrini, trasmesso il 3 dicembre 1983 al G.I. Giovanni Falcone ed al Comandante della Legione carabinieri di Palermo), denota l’intendimento del Salvo di “creare il caso”, bussando a più porte, in relazione alla propria notorietà di ricco e potente concessionario del pubblico servizio di riscossione dei tributi in Sicilia, capace di influire sulla vita politica regionale.

Il fatto, dunque, poteva intendersi come “istituzionale” per la veste pubblica del Salvo e per il presunto tentativo di una forza politica di indebolire esponenti di spicco della Democrazia Cristiana dei quali il Salvo si considerava uno sponsor, e “non ufficiale” perché riguardante un rapporto di polizia giudiziaria.

Alla stregua delle considerazioni che precedono, non è dato attribuire all’episodio in esame l’idoneità a rafforzare il quadro collusivo delineatosi a carico dell’imputato; idoneità che non può essere riconosciuta a degli addendi di segno neutro, non certi nella loro configurazione e non dotati di una sufficiente prossimità logica al fatto da provare.

CAPITOLO XXI





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